|
La
politica
delle
Cancellerie
internazionali
verso
i Balcani
continua
ad
essere
confusa,
contraddittoria
e apparentemente
(?)
improvvisata.
Anche
volendo
tralasciare
l’atteggiamento
rinunciatario
e connivente
che
Europa
e America
hanno
tenuto
durante
le
guerre
del
1991
–
1995
(stiamo
a guardare)
e quello
“attivo”
del
1999
(attacchiamo
a prescindere)
non
si
può
rimanere
perplessi
di
fronte
alla
linea
attuale,
sempre
che
una
linea
vi
sia.
In
Bosnia
il
sistema
Dayton
ha
fornito
legittimità
istituzionale
alla
contrapposizione
etnica,
ogni
cittadino
deve
dichiarare
–
volente
o nolente
–
la
“parrocchia”
di
appartenenza,
e il
prodotto
è
una
classe
politica
polarizzata
sulle
“nazionalità”,
e conseguentemente
incapace
(ma
soprattutto
non
interessata)
a ricercare
accordi
di
massima
sul
futuro
assetto
del
Paese
e i
suoi
(enormi)
problemi.
Le
ultime
elezioni
lo
hanno
dimostrato
con
chiarezza:
pur
segnando
la
sconfitta
dei
partiti
nazionalisti
tradizionali
(quelli
che
hanno
animato
la
guerra
per
intenderci),
hanno
consegnato
le
chiavi
del
potere
a “nuovi”
(?)
soggetti
i quali
basano
però
il
proprio
consenso
sulla
contrapposizione,
tanto
quanto
chi
li
ha
preceduti.
Inoltre
il
mantenimento
di
14
differenti
livelli
di
Governo,
spesso
in
contrapposizione
fra
loro,
e gelosi
delle
proprie
prerogative
blocca
sul
nascere
qualunque
tentativo
di
riforma.
In
questa
situazione
non
si
intravede
alcuna
soluzione
definitiva
e sostenibile
sul
futuro
del
Paese,
e la
stessa
presenza
internazionale
(sempre
meno
sopportata
dal
popolo
bosniaco)
rischia
di
protrarsi
sine
die;
va
inoltre
sottolineato
il
costante
aumento
dell’influenza
di
Paesi
come
Arabia
Saudita
e Iran,
che
offrono
appoggio
e molto
denaro,
e dove
i giovani
possono
recarsi
liberamente,
al
contrario
dell’umiliante
e vergognoso
muro
chiamato
Schengen
da
noi
edificato.
Ma
le
contraddizioni
più
evidenti
si
scorgono
analizzando
la
politica
europea
riguardo
Serbia
e Kosovo:
nel
1999
l’azione
militare
è
stata
perseguita
senza
pensare
in
alcun
modo
alla
gestione
dell’area
per
il
periodo
successivo;
con
la
risoluzione
1244
le
Nazioni
Unite
hanno
garantito
l’appartenenza
della
piccola
provincia
alla
sovranità
della
Serbia,
ma
poi
si
è
preferito
cambiare
idea,
anche
in
seguito
alla
pressione
esercitata
(a
mano
armata)
da
una
delle
parti,
che
ha
dato
fuoco
alle
polveri
nel
Marzo
dell’anno
2004,
e ha
mostrato
una
volta
di
più
che
nei
Balcani
la
Comunità
internazionale
alla
fine
premia
chi
è
più
forte,
smaliziato
e cinico.
All’inizio
si
è
preteso
dal
Governo
kosovaro
il
rispetto
di
alcuni
standard
minimi
(minoranze,
stato
di
diritto)
per
intavolare
il
confronto
sul
futuro
status
della
Provincia.
Poi
si
è
cambiata
opinione,
e il
prossimo
Gennaio
(dopo
le
elezioni
politiche
in
Serbia)
verrà
annunciata
la
proposta
internazionale
a prescindere
dal
rispetto
o meno
dei
criteri
umanitaria.
La
soluzione
kosovara
sarà
ambigua
(guarda
un
po’…)
e darà
al
Kosovo
l’agognata
indipendenza
seppur
priva
di
un
reale
riconoscimento
internazionale
( o
perlomeno
di
un
seggio
alle
Nazioni
Unite),
con
una
struttura
gerarchica
sotto
l’egida
della
Comunità
Internazionale
e sulla
falsariga
di
quanto
costruito
in
Bosnia:
insomma
un
modello
vincente…
La
Serbia:
qui
si
assiste
invece
alla
logica
del
“bastone
e della
carota”;
mentre
l’accordo
di
associazione
con
l’Unione
Europea
rimane
bloccato
fino
a che
non
saranno
consegnati
i criminali
di
guerra
Karadzic
e Mladic,
si
invita
il
Paese
alla
Partnership
con
la
NATO
(ma
non
era
l’esercito
serbo
il
principale
protettore
dei
famosi
latitanti?).
Manca
poi
il
coraggio
di
dire
che
il
Kosovo
è
perduto:
non
lo
dice
l’Europa
(almeno
chiaramente),
e non
lo
dicono
i politici
serbi,
che
nulla
fanno
per
preparare
la
propria
opinione
pubblica
(che
ha
tutt’altro
tipo
di
problemi,
assai
più
seri)
all’inevitabile
perdita
della
Provincia.
Questa
ambiguità
fa
si
che
in
Serbia
sia
stata
approvata
una
nuova
Costituzione,
pasticciata
e confusa,
ma
contenente
nel
preambolo
l’indiscussa
appartenenza
del
Kosovo
alla
Serbia,
mettendo
così
d’accordo
tanto
i democratici
(Tadic
e Draskovic)
quanto
i nazionalisti
di
intensità
variabile
(Nikolic
e Kostunica).
Inoltre
il
già
citato
muro
di
Schengen
allontana
(e
non
poco)
le
simpatie
dei
serbi
per
l’Europa,
percepita
sempre
più
come
ostile
e prevaricatrice,
a tutto
vantaggio
di
quei
nazionalisti
che
Bruxelles
vorrebbe
invece
combattere.
La
situazione
come
si
può
ben
vedere
è
complessa,
e l’insieme
di
fattori
di
scontento,
frustrazione
e mancanza
di
prospettive
certe
per
il
prossimo
futuro
potrebbero
far
ripiombare
la
Regione
Balcanica
nel
vortice
del
conflitto,
magari
con
l’appoggio
interessato
dei
nuovi
terrorismi
e nell’indifferenza
stizzita
del
resto
del
continente.
Se
non
ricordo
male
abbiamo
già
visto
qualcosa
di
simile
quindici
anni
fa. |