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  di Francesca Righetti (Macondo Tre)

ottobre 2006
 

ultimo aggiornamento
18.10.06 9:26

 
 
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La prima volta che ho visto la Bosnia mi sono trovata disarmata di fronte a ciò che c’era.
In primo luogo mi sono trovata disarmata di fronte ai buchi dei kalasnikov.
Mi sono resa conto di avere ripetuto quest’espressione una quantità infinita di volte. Credo di averlo detto ad ogni persona che mi ha chiesto di descrivere la Bosnia, e se ci penso è un’assurdità.
Ci sono molte cose più belle, in Bosnia, e probabilmente molte cose peggiori, più agghiaccianti, più irreali. Non so come mai il mio cervello sia rimasto così impressionato da questa immagine. Come la mosca nella tela di un ragno si è imbrigliata nella memoria e lì è rimasta.
La sola spiegazione che ho è la frequenza con cui l’ho vista ripetersi, come un dejavu eppure sempre diversa.
Disarmata.
Mi sono trovata disarmata di fronte ad un paesaggio da mozzare il fiato. Colline, valli, colline.
Potresti chiudere gli occhi per ore, viaggiando, riaprirli e rivedere ancora la stessa cosa.
Disarmata.
Più di ogni altre cosa, però, mi sono trovata disarmata di fronte alla difficoltà del raccontare. Vorrei dire, vorrei scrivere ed invece ripeto, così scioccamente “i buchi dei kalasnikov”.
Non è facile, dopotutto, raccontare l’indifferenza.
Il primo ottobre, in Bosnia, si sono tenute le elezioni politiche: i risultati sono definitivi almeno per presidenza tripartita, con un’affluenza del 52% sono stati scelti Nebosja Radmadovic, come rappresentante serbo, Haris Silajdzic rappresentante dei bosniaci musulmani e Zeljko Komsic, rappresentante croato. Ancora incerti i risultati per quanto riguarda la carica di Presidente della Repubblica Srpska, dove comunque è in testa Milan Jelic, socialdemocratico, contro il candidato dell’SDS.
Dunque una vittoria moderata, o questo, almeno, è quello che sembra.
Le polemiche contro i risultati sono stati immediate.
L’HDZ croato, ad esempio, si è affrettato a dichiarare che Komic è stato eletto con i voti dei non-croati e che questo rappresenta un’autentica tragedia per tutto il popolo croato.
La notizia è arrivata in Italia quasi per caso, sulla maggior parte dei giornali pochissimo spazio, un flash alla televisione, e nessun approfondimento, nessuna spiegazione o commento.
Così continuiamo a sapere poco della Bosnia e a disinteressarci della sua sorte.
Un domani, però, magari, ci sentiremo in diritto di imporre ancora la volontà delle Nazioni Unite come avvenne con gli accordi di Dayton, nel nome di un popolo di cui non sappiamo quasi niente.
“Una mina che deve esplodere” si legge talvolta sui saggi politici a proposito dei Balcani, “una bomba ad orologeria” . La preoccupazione è sempre rivolta verso di noi, ed anche in quel caso non è mai molto più che un pensiero fugace, da rimandare a più tardi.
Intanto, mano a mano che ci allontaniamo dalla guerra, la situazione peggiora: sempre meno gli aiuti delle ONG, sempre maggiore, naturalmente, l’indifferenza. Ed i problemi della Bosnia non sono troppo di moda, non lo sono mai stati, dopotutto.
Tre anni di assedio a Sarajevo, il più lungo della storia occidentale, sono passati tra chiacchiere e caffè.
Ma le grida di odio e disperazione, lanciate da un popolo tradito verso la comunità internazionale, continuano, di quando in quando, a risuonare nell’aria.
Due cose, su tutte, mi fanno paura. La prima è la perseveranza nell’errore, di un’occidente che non vuole guardare.
La seconda è il fatto che abbiano ragione.
 
© 2006 - Francesca Righetti
 
 
 
 
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