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l'anomalia degli orfanotrofi
 
  di Francesca Righetti (Macondo Tre)

novembre 2006
 

ultimo aggiornamento
30.11.06 9:39

 
 
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Vorrei spendere qualche parola riguardo agli orfanotrofi, per dire qualcosa di ovvio e qualcosa che, forse, così ovvio non è.
Prendiamo, ad esempio, l’orfanotrofio di Tuzla.
È una struttura piuttosto grande e tutto sommato in buona condizioni. All’esterno c’è un ampio spazio dove i bambini posso giocare, un campo da basket come quelli che da noi si trovano spesso ai giardini pubblici, e persino un po’ di verde dove stare all’ombra.
I bambini, circa 140, sono organizzati in “famiglie” trasversali per età, dove i più piccoli possono essere accuditi dai più grandi, sviluppando almeno un vago senso di unità familiare.
All’interno di questa struttura essi costruiscono i propri legami, spesso i proprio rapporti per la vita, non diversamente da come fanno tutti gli adolescenti: si innamorano, si fidanzano, si lasciano litigando.
La dinamiche che vi si possono osservare sono comuni alla loro età in buona parte del mondo.
Ovviamente c’è, nel modo che hanno di vivere sentimenti e relazioni anche qualcosa di profondamente diverso, almeno nella maggior parte dei casi.
C’è sempre presente la dolente sensazione di esser stati soli.
Di essere stati abbandonati, di essere stati derubati di qualcosa a cui, lentamente crescendo lo si capisce, si aveva diritto: la stabilità familiare e quel punto di riferimento che durante l’infanzia si è poi invano cercato altrove, innescando meccanismo per supplire alla mancanza.
L’atroce anomalia dell’orfanotrofio, che molti paesi hanno cercato di superare attraverso gli affidi temporanei e, nei casi di abbandono definitivo, con le adozioni, risiede naturalmente in questo: essere privi di genitori pur essendo statuii messi al mondo e ritrovarsi a vivere in una famiglia allargata, alla quale si guarda come ad un modello e all’interno della quale ci si sente tutti uguali, tutti nelle stesse condizioni.
Ad un certo punto, però, si è costretti a guardare fuori e a prendere atto dell’anomalia.
Quando i ragazzi compiono i 18 anni, inoltre, l’orfanotrofio spesso non può più prendersi cura di loro, per mancanza di risorse, e, volente o nolente, è costretto ad affidarli alla strada in un paese dove la disoccupazione raggiunge il 50% ed in una situazione in cui, nella maggior parte dei casi non hanno imparato alcun mestiere. Verso i 18 anni quella famiglia allargata su cui avevano contato non può, a anche se continua a dispensare affetto, garantire il sostegno materiale offerto fino a quel momento.
Si inseriscono a questo punto, fortunatamente, alcune realtà sostitutive.
Se parliamo ancora di Tuzla una fra tutte, e forse prima di tutte, è l’associazione Tuzlanska Amica che, dopo aver offerto attraverso le adozioni a distanza, un punto di riferimento più costante ai bambini, ed aver realizzato per loro, grazie alla donazioni, un libretto di risparmio di cui potranno usufruire una volta indipendenti, li aiuta a trovare un lavoro, una sistemazione, una stabilità nella vita.
Rimane tuttavia la lampante drammaticità di questa anomalia.
Gli strascichi di una guerra che non è ancora finita, perché continua a ripercuotersi con forza devastante sulle vite dei più giovani, direttamente, come sui figli degli stupri etnici poi abbandonati o sugli orfani di guerra, o indirettamente, e questo è forse il male peggiore, perché più sottile, strisciante, e per questo invisibile agli occhi di chi non vuole vederlo.
La guerra ha infatti causato un inasprirsi della religione, che oggi spinge molte donne musulmane che vogliano risposarsi ad abbandonare i figli di primo letto, non più graditi, un impoverimento generale ed una disoccupazione diffusa che sono tra le principali cause di abbandono, e forse anche, in qualche misura, una comprensibile de-civilizzazione provocata dalla disperazione.
Non tutti hanno la forza di vivere la disperazione con dignità.
Ci sono inoltre famiglia che vivono ad ore dalla cittadina più vicina, per la quali abbandonare i figli in orfanotrofio è la sola possibilità di farli studiare e dar loro un futuro.
Risultato di queste spinte diverse è che in orfanotrofio a Tuzla si raccolgono oggi circa 140 bambini, ed il numero sembra crescere ogni anno.
Forse non esiste, nell’immediato, un modo per arginare questa tragedia.
Forse però, allo stesso modo, potrebbe essere un primo avere il coraggio di guardarla in faccia, e di chiamarla con il suo nome, tragedia appunto, e non dolorosa ma necessaria problematica connessa al dopoguerra e alla povertà.
I bambini di oggi crescono, e saranno gli adulti di domani.
E i bambini, drammaticamente, non dimenticano.
 
© 2006 - Francesca Righetti
 
 
 
 
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