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Vorrei
spendere
qualche
parola
riguardo
agli
orfanotrofi,
per
dire
qualcosa
di
ovvio
e qualcosa
che,
forse,
così
ovvio
non
è.
Prendiamo,
ad
esempio,
l’orfanotrofio
di
Tuzla.
È
una
struttura
piuttosto
grande
e tutto
sommato
in
buona
condizioni.
All’esterno
c’è
un
ampio
spazio
dove
i bambini
posso
giocare,
un
campo
da
basket
come
quelli
che
da
noi
si
trovano
spesso
ai
giardini
pubblici,
e persino
un
po’
di
verde
dove
stare
all’ombra.
I bambini,
circa
140,
sono
organizzati
in
“famiglie”
trasversali
per
età,
dove
i più
piccoli
possono
essere
accuditi
dai
più
grandi,
sviluppando
almeno
un
vago
senso
di
unità
familiare.
All’interno
di
questa
struttura
essi
costruiscono
i propri
legami,
spesso
i proprio
rapporti
per
la
vita,
non
diversamente
da
come
fanno
tutti
gli
adolescenti:
si
innamorano,
si
fidanzano,
si
lasciano
litigando.
La
dinamiche
che
vi
si
possono
osservare
sono
comuni
alla
loro
età
in
buona
parte
del
mondo.
Ovviamente
c’è,
nel
modo
che
hanno
di
vivere
sentimenti
e relazioni
anche
qualcosa
di
profondamente
diverso,
almeno
nella
maggior
parte
dei
casi.
C’è
sempre
presente
la
dolente
sensazione
di
esser
stati
soli.
Di
essere
stati
abbandonati,
di
essere
stati
derubati
di
qualcosa
a cui,
lentamente
crescendo
lo
si
capisce,
si
aveva
diritto:
la
stabilità
familiare
e quel
punto
di
riferimento
che
durante
l’infanzia
si
è
poi
invano
cercato
altrove,
innescando
meccanismo
per
supplire
alla
mancanza.
L’atroce
anomalia
dell’orfanotrofio,
che
molti
paesi
hanno
cercato
di
superare
attraverso
gli
affidi
temporanei
e,
nei
casi
di
abbandono
definitivo,
con
le
adozioni,
risiede
naturalmente
in
questo:
essere
privi
di
genitori
pur
essendo
statuii
messi
al
mondo
e ritrovarsi
a vivere
in
una
famiglia
allargata,
alla
quale
si
guarda
come
ad
un
modello
e all’interno
della
quale
ci
si
sente
tutti
uguali,
tutti
nelle
stesse
condizioni.
Ad
un
certo
punto,
però,
si
è
costretti
a guardare
fuori
e a
prendere
atto
dell’anomalia.
Quando
i ragazzi
compiono
i 18
anni,
inoltre,
l’orfanotrofio
spesso
non
può
più
prendersi
cura
di
loro,
per
mancanza
di
risorse,
e,
volente
o nolente,
è
costretto
ad
affidarli
alla
strada
in
un
paese
dove
la
disoccupazione
raggiunge
il
50%
ed
in
una
situazione
in
cui,
nella
maggior
parte
dei
casi
non
hanno
imparato
alcun
mestiere.
Verso
i 18
anni
quella
famiglia
allargata
su
cui
avevano
contato
non
può,
a anche
se
continua
a dispensare
affetto,
garantire
il
sostegno
materiale
offerto
fino
a quel
momento.
Si
inseriscono
a questo
punto,
fortunatamente,
alcune
realtà
sostitutive.
Se
parliamo
ancora
di
Tuzla
una
fra
tutte,
e forse
prima
di
tutte,
è
l’associazione
Tuzlanska
Amica
che,
dopo
aver
offerto
attraverso
le
adozioni
a distanza,
un
punto
di
riferimento
più
costante
ai
bambini,
ed
aver
realizzato
per
loro,
grazie
alla
donazioni,
un
libretto
di
risparmio
di
cui
potranno
usufruire
una
volta
indipendenti,
li
aiuta
a trovare
un
lavoro,
una
sistemazione,
una
stabilità
nella
vita.
Rimane
tuttavia
la
lampante
drammaticità
di
questa
anomalia.
Gli
strascichi
di
una
guerra
che
non
è
ancora
finita,
perché
continua
a ripercuotersi
con
forza
devastante
sulle
vite
dei
più
giovani,
direttamente,
come
sui
figli
degli
stupri
etnici
poi
abbandonati
o sugli
orfani
di
guerra,
o indirettamente,
e questo
è
forse
il
male
peggiore,
perché
più
sottile,
strisciante,
e per
questo
invisibile
agli
occhi
di
chi
non
vuole
vederlo.
La
guerra
ha
infatti
causato
un
inasprirsi
della
religione,
che
oggi
spinge
molte
donne
musulmane
che
vogliano
risposarsi
ad
abbandonare
i figli
di
primo
letto,
non
più
graditi,
un
impoverimento
generale
ed
una
disoccupazione
diffusa
che
sono
tra
le
principali
cause
di
abbandono,
e forse
anche,
in
qualche
misura,
una
comprensibile
de-civilizzazione
provocata
dalla
disperazione.
Non
tutti
hanno
la
forza
di
vivere
la
disperazione
con
dignità.
Ci
sono
inoltre
famiglia
che
vivono
ad
ore
dalla
cittadina
più
vicina,
per
la
quali
abbandonare
i figli
in
orfanotrofio
è
la
sola
possibilità
di
farli
studiare
e dar
loro
un
futuro.
Risultato
di
queste
spinte
diverse
è
che
in
orfanotrofio
a Tuzla
si
raccolgono
oggi
circa
140
bambini,
ed
il
numero
sembra
crescere
ogni
anno.
Forse
non
esiste,
nell’immediato,
un
modo
per
arginare
questa
tragedia.
Forse
però,
allo
stesso
modo,
potrebbe
essere
un
primo
avere
il
coraggio
di
guardarla
in
faccia,
e di
chiamarla
con
il
suo
nome,
tragedia
appunto,
e non
dolorosa
ma
necessaria
problematica
connessa
al
dopoguerra
e alla
povertà.
I bambini
di
oggi
crescono,
e saranno
gli
adulti
di
domani.
E i
bambini,
drammaticamente,
non
dimenticano.
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