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aggiornamento
21.02.08 12:45
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Ha tredici anni e in questo racconto lo chiamerò
“il ragazzo del filo di ferro”. Gli educatori dell'orfanotrofio
mi raccontano che viene da una famiglia molto turbolenta, per
usare un eufemismo. quando la “guerra” infuriava in
famiglia (e non uso a caso il termine guerra, perché la
maggior parte delle guerre familiari qui sono la conseguenza della
guerra che ha coinvolto la comunità) lui scappava di casa
portando con sé la sorellina piccola, vivendo e dormendo
sulla strada. Tempo fa i suoi genitori si sono separarti e ricreati
ciascuno una nuova famiglia, rifiutandosi ambedue di prendere
il figlio con sé, perché considerato troppo turbolento.
Allora il ragazzo ha dormito per strada per molto tempo, raccogliendo
ferro vecchio e rivendendolo per sopravvivere, fino a che, pochi
mesi fa, è diventato stabilmente ospite dell'orfanotrofio.
E' alto e forte, mi guarda sempre negli occhi quando mi saluta
o mi parla e, mi dicono gli educatori, gli piace di raccontare
bugie per attirare l'attenzione, però i sentimenti che
esprime attraverso le sue bugie sono veri. Al terzo incontro propongo
al gruppo di cui fa parte di lavorare sul tema dello spazio protetto,
lui dice a tutti, mentre siamo seduti in cerchio, che gli viene
da piangere perché è stato separato recentemente
dal suo migliore amico, il quale è andato via dall'orfanotrofio,
e senza di lui si sente solo. Scoprirò in seguito che “il
suo migliore amico” non esiste, ma che di certo ha buoni
motivi per sentirsi solo e di aver voglia di piangere.
Il primo materiale con il quale si è cimentato, fin dal
primo incontro, è il filo di ferro, lo stesso materiale
con il quale sopravviveva quando viveva nella strada. Mentre il
resto dei componenti del gruppo disegnano o usano le tempere,
lui ad ogni incontro sembra letteralmente “lottare”
con il filo di ferro che sceglie tra i materiali artistici a disposizione
nella stanza di arte terapia. La definisco “lotta”
perché la sua con il filo di ferro è un'esperienza
prima di tutto corporea e tattile, l'ho osservato attentamente
mentre lo tagliava e lo piegava in tutti i modi possibili e senza
cercare di dargli una forma se non dopo aver sperimentato tutte
le reazioni del filo alla sua forza. Alla fine del nostro primo
incontro di gruppo, dopo aver “domato” il suo pezzo
di fil di ferro creando una specie di occhiello molto contorto,
ha preso in mano un gomitolo di lana giallo e lo ha stretto delicatamente
tra le mani concentrandosi a lungo sulle sensazioni che gli provocava,
poi ha deciso di unire un pezzo di lana al suo “occhiello”
di filo di ferro e ne ha fatto una specie di collana. Già
in questo primo incontro questo ragazzo ha iniziato ad usare il
filo come una materia in grado di assorbire il suo sentire e restituirgli
un'esperienza di sé e che, resistendo all'intensità
delle sue percezioni, può consentirgli di essere creativo.
Il ragazzo, dopo il confronto “fisico” dà forma
alla materia, una forma che nasce da un'esperienza piena di tutto
il suo essere corpo, anima e mente, una forma attraverso la quale
può iniziare a pensare ciò che è dentro di
lui e a riconoscerlo.
Dal secondo incontro “il ragazzo del filo di ferro”
diventa sempre più irrequieto, esce spesso dalla stanza,
sbuffa, sembra arrabbiato, giocherella con un cellulare, ma ad
ogni incontro appena entra nella stanza prende subito in mano
la massa di filo di ferro e ne taglia un pezzo per sé e
inizia a piegarlo, e dopo averlo piegato lo stende di nuovo e
poi lo piega ancora, è completamente assorbito nei movimenti,
partecipandovi con tutto il corpo; alla fine spesso butta in terra
gli oggetti ai quali dà forma con il filo ed esce dalla
stanza come una furia, ma torna sempre. Lo lascio fare, mi fido
di lui, so che ha bisogno di sentirsi libero di scappare e tornare
solo se lui lo decide, cerco di verbalizzare i suoi sentimenti
senza rimproveri ne altri giudizi. Dico a tutto il gruppo che
si può creare in diversi modi, uno di questi è sapendo
già prima di iniziare che cosa vogliamo rappresentare,
un altro è lasciandosi ispirare da un materiale, da un
colore o da una forma, senza sapere esattamente cosa si vuole
creare, ma solo perché ci interessa, “così
come sta facendo il ragazzo del filo di ferro” aggiungo,
lui sorride, si rilassa, si lascia andare, e per un attimo perde
la postura impettita che mantiene costantemente e che lo fa sembrare
sempre sul punto di scattare in difesa contro qualcuno. In questo
modo offro una conferma alla sua esperienza, lo sostengo e lo
incoraggio. Naturalmente faccio la stessa cosa (sostenere, riconoscere
e incoraggiare senza dare giudizi) anche con gli altri componenti
del gruppo, ma ho scelto di raccontare questo percorso in particolare
perché mi dà modo di far luce su alcuni aspetti
importanti del lavoro.
In uno degli incontri fabbrica un paio di occhiali molto buffi,
poi li distrugge e lavora ancora una volta lo stesso filo in una
forma astratta, sempre molto contorta e alla fine la chiude in
una busta che fa con la carta e i punti della spillatrice, gli
dico che il suo lavoro sembra un segreto, lui dice che però
io l'ho visto prima che lo chiudesse nella busta, quindi per me
non è un segreto.
In un altro incontro racconta di aver fatto a botte con un compagno
del gruppo, introducendo così il tema della rabbia, e permettendomi
di allargarlo al gruppo proponendolo come tema di lavoro del giorno.
Ho proposto a tutti di prendere un foglio e un colore a piacere,
una matita o un pastello e di usarlo con forza, sentendo tutta
la forza della loro rabbia e mettendola sul foglio. Le immagini
finali erano molto intense e per alcuni è stata un'esperienza
così liberatoria che alla fine ridevano veramente con gusto.
Il ragazzo del filo di ferro sul tema della rabbia invece ha fatto
una pistola con il suo filo di ferro e lo scotch di plastica rosso,
era irrequieto come sempre, è uscito ed entrato continuamente
dalla stanza abbandonando la sua pistola per terra. Ultimamente
sta partecipando agli incontri una giovane donna laureata in psicologia
e molto interessata all'arte terapia, è un grande sostegno
per me, disegna anche lei come tutti i componenti del gruppo,
e alla fine dell'incontro sulla rabbia mi dice che il ragazzo
del filo di ferro le ha fatto leggere una poesia sulla solitudine
che ha scritto digitando sul cellulare. Mi sembra una grande conquista
il fatto che nel nostro lavoro sta trovando degli adulti di cui
fidarsi e ai quali poter confidare i suoi sentimenti.
Ieri è stato il sesto incontro con il gruppo di cui fa
parte, sono entrati tutti in silenzio e una ragazza ha detto che
non voleva parlare ma solo lavorare. Ho ribadito che ognuno è
libero di non parlare se non vuole farlo, e ho chiesto ad ognuno
com'era per lei/lui il silenzio, il ragazzo del filo di ferro
ha detto “triste”, poi ha acceso la musica, ha giocherellato
con il cellulare, correndo in giro, e andando dentro e fuori la
stanza.
Ho proposto al gruppo di prendere una cosa piccola, una cosa qualsiasi
che gli piacesse, un pezzetto di carta, una pallina, una scatolina
e di creare uno spazio in cui la piccola cosa potesse stare. Il
ragazzo ha tagliato il suo filo di ferro e ha fatto una piccola
molla e me l'ha avvicinata, mentre io spianavo un piccolo pezzo
di creta su di un cartoncino, poi è fuggito. Ho preso la
sua piccola molla e l'ho messa in piedi sul mio strato di creta
e ho detto al ragazzo che per lui era davvero difficile stare
fermo, “hai ragione” mi ha risposto, ha armeggiato
ancora un poco con la radio e poi si è avvicinato e ha
preso davanti a sé il mio lavoro che conteneva la sua molla.
E' andato a prendere cartone, scotch e foglio di alluminio e ha
iniziato ad avvolgere l'immagine tridimensionale, poi mi ha chiesto
altro cartone sul quale ha steso anche lui la creta, l'ha spianata
e lisciata con tutta la forza furiosa che aveva in corpo, e più
spianava e lisciava e più la sua furia si placava. Quando
ha smesso di lavorare la creta gli ho fatto notare che sulla superficie
si vedevano delle forme, lui ha risposto che le aveva già
viste… Quindi ha preso lo scotch con il quale ha avvolto
e coperto completamente lo strato di creta e nascosto le forme,
e poi lo ha coperto di nuovo mettendo sopra lo strato di scotch
uno strato di foglio di alluminio e poi di nuovo sopra con un'abbondante
strato di acrilico argento e poi di acrilico nero; alla fine ara
tranquillo e soddisfatto. Gli ho chiesto, se ne aveva voglia,
di raccontare quello che voleva su quello che aveva fatto, e allora
lui ha detto che il primo lavoro era una fabbrica di mezzi pesanti
da lavoro nelle cave e il secondo un terreno selvaggio.
Il ragazzo del filo di ferro si è generosamente e coraggiosamente
fidato del terreno che gli ho offerto, e quel nostro scambio di
molla e creta è stato simbolico di qualcosa di molto profondo.
La molla mi fa pensare alla sua difficoltà a stare fermo,
al suo fuggire dalla stanza di arte terapia, la sua irrequietezza,
la violenza e il terrore che ha vissuto in famiglia, dalla quale
è sopravvissuto fuggendo, l'essere stato rifiutato dei
suoi genitori. La mia creta era simbolica dello spazio creativo
e della qualità della relazione che gli sto offrendo nei
nostri incontri, uno spazio neutro ed evidentemente sufficientemente
accogliente e affidabile per lui, dove la molla può smettere
di saltare, dove sta iniziando a riconoscere di avere un tesoro
nascosto dentro simbolizzato dal terreno selvaggio, e sta fabbricando
gli strumenti per estrarne il materiale, simbolizzati dalla fabbrica
degli scavatori.
Ci sarebbe molto altro da aggiungere sui contenuti del lavoro
e sul del percorso fatto da questo ragazzo in questi sei incontri,
mi limito a questo breve feed back che considero in un certo senso
la continuazione del precedente ”Provviste per l'inverno”,
anche se riguarda due persone diverse, il primo annunciava un
bisogno primario e questo di adesso credo che possa descrivere
chiaramente come nella realtà questi bisogni possono emergere
e trovare “alimenti” attraverso il lavoro creativo
e la relazione terapeutica. Ambedue i protagonisti dei miei racconti,
insieme agli altri componenti del gruppo, stanno facendo un'esperienza
nuova e profonda della percezione di sé, che inizia a creare
una breccia in quella svalutativa e deprivante che hanno avuto
dentro di sé fino adesso. Il lavoro continua, alla prossima
puntata.
Hannah Scaramella
17/11/07 7° incontro: oggi il ragazzo del filo di ferro ha
costruito una bellissima scatola tutta d'oro dove mettere le sue
cose preziose (questo era il tema del lavoro del gruppo) e l'ha
riempita di pezzi di filo di ferro: è diventata una scultura
e anche uno strumento musicale. È stato per la prima volta
tutto il tempo nella stanza, seduto a lavorare senza mai uscire.
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© Hannah Cristina
Scaramella |
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Diplomata presso l'Art Therapy Italiana, Hannah Cristina
Scaramella lavora in ambito pubblico e privato con adulti, adolescenti
e bambini, conducendo percorsi terapeutici di gruppo e individuali.
Nell’ambito istituzionale ha avuto esperienze soprattutto
in ambito psichiatrico e con adolescenti a rischio. Opera infatti
da diversi anni, oltre che in Italia, anche in Russia, con il Museo
di Arte e Storia di S.Pietroburgo, e in Bosnia al trattamento di
traumi di guerra nelle scuole del comune di Tuzla, in particolare
- dal 2006 - con Tuzlanska Amica su un progetto di sostegno psicologico
ad un gruppo di adolescenti profughi. |
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