| ultimo
aggiornamento
15.05.08 9:27
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La bambina di questo terzo racconto ha dodici
anni, è stata vittima di un crimine innominabile, di quelli
che suscitano orrore e disgusto. Vive in orfanotrofio da un paio
di anni.
I primi tre incontri mi guarda fisso tutto il tempo, mi tiene
d’occhio a distanza, osserva con attenzione tutto: quello
che faccio, che dico e quello che fanno e dicono gli altri, e
aspetta.
Non inizia mai a lavorare insieme a tutti gli altri, ho spiegato
all’inizio degli incontri che ognuno è libero di
disegnare o di non fare niente, come di parlare o tacere... e
lei aspetta, e so quanto è importante che io accetti che
stia ferma e osservi senza fare niente... quanto è importante
per lei essere sicura di non venire forzata a fare qualcosa, che
sia rispettata la sua volontà e che sia lei a decidere
quando e come attivarsi. Nei primi incontri passa quasi tutto
il tempo ad intrecciare “scoubidou” (quei fili di
plastica che piacciono tanto alle ragazzine della sua età
e con i quali fanno complicati intrecci)... Intreccia, e ogni
tanto alza lo sguardo e punta gli occhi su di me, io mi limito
a restituirle un sorriso, come a dire: ti vedo, va bene, qualsiasi
cosa vuoi fare, va bene…
Al secondo incontro, dopo una mezz’ora di intrecci, decide
di sedermi di fronte, ma sempre a una certa distanza, e mi guarda
a lungo: allora le chiedo se c’è un colore che le
piace, lei indugia un po’, poi dice che le piace il rosso...
aspetta ancora… alla fine si alza, va verso i materiali
e prende la scatola che contiene perline, palline, stelline…
e poi, usando il filo di plastica, fa una semplice collana con
delle palline di legno rosse e una conchiglia. Mentre siamo seduti
in cerchio la mostra a tutti: tiene la collana davanti a sé
con un’espressione di contentezza, pudore e timidezza, alla
fine mi chiede se può metterla nella sua cartellina…
le rispondo che la cartellina e la collana sono sue e qui dentro
può essere solo lei a prendere decisioni sulle sue cose.
la prima collana
Ma la scatola dalla quale sceglie gli oggetti merita due parole
a parte perché sarà un’importante protagonista
di questo racconto, ed è importante sapere che contiene,
oltre alle palline di legno, molte cose belle e preziose portate
a Tuzlanska Amica da una cara amica di Trieste... per ora la bambina
si concede solo le cose più semplici, ma del suo colore
preferito e le mette insieme con gusto, con senso estetico…
Nell’incontro successivo propongo al gruppo di dare forma
a ciò che sentono come sicuro e protetto... è stato
questo, finora, uno degli incontri più difficili e faticosi,
sia per me che per i bambini, ma l’intera esperienza di
gruppo è un argomento che richiederebbe un capitolo a parte…
Questo, sullo spazio protetto, è il primo incontro in cui
la bambina decide di prendere colori e fogli e di appartarsi su
un tavolo da sola, sedendosi di spalle a tutti. Passa molto tempo
a disegnare, concentrata, straccia il primo disegno e poi ne fa
un secondo, che mi porta stendendomelo di fronte agli occhi perché
io lo guardi bene. Praticamente mi presenta la sua famiglia: ha
disegnato la madre e tutti i suoi fratelli e sorelle... senza
il padre... come se non esistesse.
L’incontro seguente emerge nel gruppo il tema della rabbia
che per lei è stata un’esperienza decisiva. Ho partecipato
anch’io quel giorno al lavoro del gruppo, ho graffiato anch’io
con rabbia il mio foglio con un carboncino nero, lei era molto
vicina a me e il fatto che io mi permettessi di esprimere la rabbia
l’ha aiutata ad avere il coraggio di sentire ed esprimere
la sua… la sua immagine finale è stata molto intensa,
potente, sensuale e alla fine rideva apertamente, con tutta se
stessa (non aggiungo la foto di questi due disegni perché
il file sarebbe alla fine troppo pesante e non sono tra le foto
migliori che ho…).
Anche in un incontro successivo, sul tema della follia, in cui
tutto il gruppo ha lavorato in un foglio comune, la bambina è
stata molto decisa e si è presa, senza riserve, tutto lo
spazio di cui aveva bisogno: e soprattutto in questi due incontri
ha iniziato ad esprimere dei sentimenti molto importanti connessi
con la sua esperienza traumatica e ha potuto sentirli condivisi
e rispettati dal gruppo.
…sentirsi pazzi…
Al sesto incontro entra dicendo che non vuole parlare, ma solo
disegnare… Propongo al gruppo di scegliere una cosa piccola,
una cosa qualunque, un pezzo di carta, una pallina… e di
creare uno spazio che la possa contenere (ho già accennato
a questo incontro nel precedente diario-racconto: il ragazzo del
filo di ferro).
La bambina prende subito la scatola delle perline, quella della
sua prima collana, e questa volta sceglie le perle più
belle… vetri di murano, pietre… dice che la collana
in sé non è un gran che, perché le perle
sono tutte diverse tra loro, ma me le mostra ad una ad una, mi
dice: “guarda questa che forma… quest’altra
che colore! e poi questa: questa è la più bella
di tutte…” Le dico che magari la collana non le piace,
ma ha scelto le perle che per lei erano più belle... chi
se ne importa della collana... Lei mi guarda soddisfatta, dice:
“appunto, ho scelto quello che piaceva a me! E chi se ne
importa della collana... non la devo mostrare a nessuno…”
La sua espressione è di compiacimento, ma anche di sprezzo:
si è concessa la libertà di prendere quello che
le piaceva... alza le spalle diverse volte, storce la bocca e
ride, come a dire “chi se ne importa …” In questi
incontri inizia a muoversi nella stanza più liberamente,
è più sciolta nei movimenti, sta più diritta…
all’inizio passava tutto il tempo seduta, tenendo le spalle
strette e curve.
la collana delle perle più belle
L’incontro successivo a quello della collana, propongo al
gruppo di crearsi ognuno uno spazio dove mettere le cose preziose
che sentono dentro sé stessi… possono essere momenti
che ricordano, affetti, qualità…
Mi permetto solo al settimo incontro, di chiedere a bambini, così
deprivati, di mettere a fuoco le cose a cui tengono di sé
stessi, dopo sei incontri posso fare riferimento alla ricchezza
delle loro immagini, ai contenuti che ognuno ha espresso creandole,
posso parlare di cose preziose perché hanno iniziato a
conceder-si piacere, libertà, a non giudicarsi, perché
iniziano a fidarsi di sé stessi, di me e degli altri componenti
del gruppo… e cominciano a dimostrare di essere disposti
a sperare di avere qualcosa di buono dentro di sé…
La bambina prende la solita scatola delle perline, guarda dentro,
è seduta di fronte a me, poi fa il gesto di rovesciare
l’intero contenuto nel contenitore che ha scelto per mettere
le sue cose preziose... mi guarda, mi fa un cenno con la testa
che sta a dire: “posso prendermele tutte?” ...sono
tante e molto preziose, anche perché poi non ce ne saranno
più per nessuno… le faccio di sì con la testa
e con la mano... ma sì, certo che puoi: prenditele TUTTE!!!
Rovescia tutta la scatola delle perline nella sua… un gesto
audace, di grande coraggio... prendersele tutte… tutte quelle
cose preziose… Poi prende una carta verde argentata e comincia
a ritagliarla con furia, butta i pezzi di carta in terra con gesto
di sprezzo che significa “ecco: e non mi frega neanche niente
di sporcare!” …ride, è naturale che poi pulirà
in terra, cosa che successivamente fa veramente… mi dà
in mano la sua scatolina: è pesante ed è chiusa
bene, come un piccolo forziere inespugnabile…
la scatolina con le perle del riscatto
La bambina ha osato concedersi di meritarsi tanto e di assicurarselo
bene, si è presa una rivincita straordinaria… la
sua esperienza di abuso le aveva tolto tutto… e lei ha deciso
che vuole riprendersi quello che le è stato tolto: vuole
la sua femminilità, la sua sensualità (forse è
superfluo dirlo, ma le perle sono oggetti esclusivi della bellezza
femminile…), e sente anche tutto il diritto di essere arrabbiata.
Mi ha preso alla sprovvista e sono rimasta molto colpita quando
mi ha chiesto il permesso di prendersi tutte le perle… ma
l’ho stimata moltissimo quando le ha rovesciate davvero
tutte nel suo contenitore…
Nell’ultimo incontro, avuto prima di iniziare a scrivere
questo racconto, quello del 24 novembre 2007, propongo al gruppo
di rappresentare un luogo dove vorrebbero stare, la proposta ha
una relazione con un tema emerso dall’immagine di uno dei
ragazzi nell’incontro precedente.
La bambina prende per la prima volta il pongo, si siede accanto
ad uno dei ragazzi del gruppo, anche lui lavora il pongo (e fa
cose meravigliose che racconterò in un altro diario).
Con cura e pazienza rappresenta sé stessa seduta su un’isoletta
verde... la figura nella sua immagine ha le braccia alzate e sembra
esultante e trionfante, ha i piedi vicino all’acqua…
la riempie di stelline, poi accetta di metterla nel foglio grande
che ho preparato per tutto il gruppo, dove ho proposto di mettere
i luoghi singoli in uno spazio di gruppo.
Disegna intorno alla sua isoletta e la mette in relazione allo
spazio comune e alle altre isolette vicine. È soddisfatta
e orgogliosa, alla fine esce dalla stanza e mostra la sua bambina
sull’isoletta a tutto lo staff di Tuzlanska Amica.
la bambina trionfante
La bambina di questo racconto ha iniziato un percorso di riscatto
di sé dall’umiliazione, dalla paura, dalla brutalità
che ha subito e che l’hanno costretta a sentirsi indegna
e di non avere il diritto di esistere. Sta affrontando la paura
di esprimere la rabbia furiosa che ha dentro, ha dato inizio alla
sua coraggiosa battaglia per riprendersi il mal tolto, sta piano
piano conquistando il suo spazio e imparando a proteggerlo.
La bambina è un’eroica combattente e ha molto da
insegnarmi…
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© Hannah Cristina
Scaramella |
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Diplomata presso l'Art Therapy Italiana, Hannah Cristina
Scaramella lavora in ambito pubblico e privato con adulti, adolescenti
e bambini, conducendo percorsi terapeutici di gruppo e individuali.
Nell’ambito istituzionale ha avuto esperienze soprattutto
in ambito psichiatrico e con adolescenti a rischio. Opera infatti
da diversi anni, oltre che in Italia, anche in Russia, con il Museo
di Arte e Storia di S.Pietroburgo, e in Bosnia al trattamento di
traumi di guerra nelle scuole del comune di Tuzla, in particolare
- dal 2006 - con Tuzlanska Amica su un progetto di sostegno psicologico
ad un gruppo di adolescenti profughi. |
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