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il ragazzo del filo di ferro 
 
  di Hannah Cristina Scaramella

26 novembre 2007
 

ultimo aggiornamento
15.05.08 9:27

 
 
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La bambina di questo terzo racconto ha dodici anni, è stata vittima di un crimine innominabile, di quelli che suscitano orrore e disgusto. Vive in orfanotrofio da un paio di anni.
I primi tre incontri mi guarda fisso tutto il tempo, mi tiene d’occhio a distanza, osserva con attenzione tutto: quello che faccio, che dico e quello che fanno e dicono gli altri, e aspetta.
Non inizia mai a lavorare insieme a tutti gli altri, ho spiegato all’inizio degli incontri che ognuno è libero di disegnare o di non fare niente, come di parlare o tacere... e lei aspetta, e so quanto è importante che io accetti che stia ferma e osservi senza fare niente... quanto è importante per lei essere sicura di non venire forzata a fare qualcosa, che sia rispettata la sua volontà e che sia lei a decidere quando e come attivarsi. Nei primi incontri passa quasi tutto il tempo ad intrecciare “scoubidou” (quei fili di plastica che piacciono tanto alle ragazzine della sua età e con i quali fanno complicati intrecci)... Intreccia, e ogni tanto alza lo sguardo e punta gli occhi su di me, io mi limito a restituirle un sorriso, come a dire: ti vedo, va bene, qualsiasi cosa vuoi fare, va bene…
Al secondo incontro, dopo una mezz’ora di intrecci, decide di sedermi di fronte, ma sempre a una certa distanza, e mi guarda a lungo: allora le chiedo se c’è un colore che le piace, lei indugia un po’, poi dice che le piace il rosso... aspetta ancora… alla fine si alza, va verso i materiali e prende la scatola che contiene perline, palline, stelline… e poi, usando il filo di plastica, fa una semplice collana con delle palline di legno rosse e una conchiglia. Mentre siamo seduti in cerchio la mostra a tutti: tiene la collana davanti a sé con un’espressione di contentezza, pudore e timidezza, alla fine mi chiede se può metterla nella sua cartellina… le rispondo che la cartellina e la collana sono sue e qui dentro può essere solo lei a prendere decisioni sulle sue cose.
la prima collana
Ma la scatola dalla quale sceglie gli oggetti merita due parole a parte perché sarà un’importante protagonista di questo racconto, ed è importante sapere che contiene, oltre alle palline di legno, molte cose belle e preziose portate a Tuzlanska Amica da una cara amica di Trieste... per ora la bambina si concede solo le cose più semplici, ma del suo colore preferito e le mette insieme con gusto, con senso estetico…
Nell’incontro successivo propongo al gruppo di dare forma a ciò che sentono come sicuro e protetto... è stato questo, finora, uno degli incontri più difficili e faticosi, sia per me che per i bambini, ma l’intera esperienza di gruppo è un argomento che richiederebbe un capitolo a parte… Questo, sullo spazio protetto, è il primo incontro in cui la bambina decide di prendere colori e fogli e di appartarsi su un tavolo da sola, sedendosi di spalle a tutti. Passa molto tempo a disegnare, concentrata, straccia il primo disegno e poi ne fa un secondo, che mi porta stendendomelo di fronte agli occhi perché io lo guardi bene. Praticamente mi presenta la sua famiglia: ha disegnato la madre e tutti i suoi fratelli e sorelle... senza il padre... come se non esistesse.
L’incontro seguente emerge nel gruppo il tema della rabbia che per lei è stata un’esperienza decisiva. Ho partecipato anch’io quel giorno al lavoro del gruppo, ho graffiato anch’io con rabbia il mio foglio con un carboncino nero, lei era molto vicina a me e il fatto che io mi permettessi di esprimere la rabbia l’ha aiutata ad avere il coraggio di sentire ed esprimere la sua… la sua immagine finale è stata molto intensa, potente, sensuale e alla fine rideva apertamente, con tutta se stessa (non aggiungo la foto di questi due disegni perché il file sarebbe alla fine troppo pesante e non sono tra le foto migliori che ho…).
Anche in un incontro successivo, sul tema della follia, in cui tutto il gruppo ha lavorato in un foglio comune, la bambina è stata molto decisa e si è presa, senza riserve, tutto lo spazio di cui aveva bisogno: e soprattutto in questi due incontri ha iniziato ad esprimere dei sentimenti molto importanti connessi con la sua esperienza traumatica e ha potuto sentirli condivisi e rispettati dal gruppo.
…sentirsi pazzi…
Al sesto incontro entra dicendo che non vuole parlare, ma solo disegnare… Propongo al gruppo di scegliere una cosa piccola, una cosa qualunque, un pezzo di carta, una pallina… e di creare uno spazio che la possa contenere (ho già accennato a questo incontro nel precedente diario-racconto: il ragazzo del filo di ferro).
La bambina prende subito la scatola delle perline, quella della sua prima collana, e questa volta sceglie le perle più belle… vetri di murano, pietre… dice che la collana in sé non è un gran che, perché le perle sono tutte diverse tra loro, ma me le mostra ad una ad una, mi dice: “guarda questa che forma… quest’altra che colore! e poi questa: questa è la più bella di tutte…” Le dico che magari la collana non le piace, ma ha scelto le perle che per lei erano più belle... chi se ne importa della collana... Lei mi guarda soddisfatta, dice: “appunto, ho scelto quello che piaceva a me! E chi se ne importa della collana... non la devo mostrare a nessuno…” La sua espressione è di compiacimento, ma anche di sprezzo: si è concessa la libertà di prendere quello che le piaceva... alza le spalle diverse volte, storce la bocca e ride, come a dire “chi se ne importa …” In questi incontri inizia a muoversi nella stanza più liberamente, è più sciolta nei movimenti, sta più diritta… all’inizio passava tutto il tempo seduta, tenendo le spalle strette e curve.
la collana delle perle più belle
L’incontro successivo a quello della collana, propongo al gruppo di crearsi ognuno uno spazio dove mettere le cose preziose che sentono dentro sé stessi… possono essere momenti che ricordano, affetti, qualità…
Mi permetto solo al settimo incontro, di chiedere a bambini, così deprivati, di mettere a fuoco le cose a cui tengono di sé stessi, dopo sei incontri posso fare riferimento alla ricchezza delle loro immagini, ai contenuti che ognuno ha espresso creandole, posso parlare di cose preziose perché hanno iniziato a conceder-si piacere, libertà, a non giudicarsi, perché iniziano a fidarsi di sé stessi, di me e degli altri componenti del gruppo… e cominciano a dimostrare di essere disposti a sperare di avere qualcosa di buono dentro di sé…
La bambina prende la solita scatola delle perline, guarda dentro, è seduta di fronte a me, poi fa il gesto di rovesciare l’intero contenuto nel contenitore che ha scelto per mettere le sue cose preziose... mi guarda, mi fa un cenno con la testa che sta a dire: “posso prendermele tutte?” ...sono tante e molto preziose, anche perché poi non ce ne saranno più per nessuno… le faccio di sì con la testa e con la mano... ma sì, certo che puoi: prenditele TUTTE!!!
Rovescia tutta la scatola delle perline nella sua… un gesto audace, di grande coraggio... prendersele tutte… tutte quelle cose preziose… Poi prende una carta verde argentata e comincia a ritagliarla con furia, butta i pezzi di carta in terra con gesto di sprezzo che significa “ecco: e non mi frega neanche niente di sporcare!” …ride, è naturale che poi pulirà in terra, cosa che successivamente fa veramente… mi dà in mano la sua scatolina: è pesante ed è chiusa bene, come un piccolo forziere inespugnabile…
la scatolina con le perle del riscatto
La bambina ha osato concedersi di meritarsi tanto e di assicurarselo bene, si è presa una rivincita straordinaria… la sua esperienza di abuso le aveva tolto tutto… e lei ha deciso che vuole riprendersi quello che le è stato tolto: vuole la sua femminilità, la sua sensualità (forse è superfluo dirlo, ma le perle sono oggetti esclusivi della bellezza femminile…), e sente anche tutto il diritto di essere arrabbiata.
Mi ha preso alla sprovvista e sono rimasta molto colpita quando mi ha chiesto il permesso di prendersi tutte le perle… ma l’ho stimata moltissimo quando le ha rovesciate davvero tutte nel suo contenitore…
Nell’ultimo incontro, avuto prima di iniziare a scrivere questo racconto, quello del 24 novembre 2007, propongo al gruppo di rappresentare un luogo dove vorrebbero stare, la proposta ha una relazione con un tema emerso dall’immagine di uno dei ragazzi nell’incontro precedente.
La bambina prende per la prima volta il pongo, si siede accanto ad uno dei ragazzi del gruppo, anche lui lavora il pongo (e fa cose meravigliose che racconterò in un altro diario).
Con cura e pazienza rappresenta sé stessa seduta su un’isoletta verde... la figura nella sua immagine ha le braccia alzate e sembra esultante e trionfante, ha i piedi vicino all’acqua… la riempie di stelline, poi accetta di metterla nel foglio grande che ho preparato per tutto il gruppo, dove ho proposto di mettere i luoghi singoli in uno spazio di gruppo.
Disegna intorno alla sua isoletta e la mette in relazione allo spazio comune e alle altre isolette vicine. È soddisfatta e orgogliosa, alla fine esce dalla stanza e mostra la sua bambina sull’isoletta a tutto lo staff di Tuzlanska Amica.
la bambina trionfante
La bambina di questo racconto ha iniziato un percorso di riscatto di sé dall’umiliazione, dalla paura, dalla brutalità che ha subito e che l’hanno costretta a sentirsi indegna e di non avere il diritto di esistere. Sta affrontando la paura di esprimere la rabbia furiosa che ha dentro, ha dato inizio alla sua coraggiosa battaglia per riprendersi il mal tolto, sta piano piano conquistando il suo spazio e imparando a proteggerlo.
La bambina è un’eroica combattente e ha molto da insegnarmi…
 
© Hannah Cristina Scaramella
 
Diplomata presso l'Art Therapy Italiana, Hannah Cristina Scaramella lavora in ambito pubblico e privato con adulti, adolescenti e bambini, conducendo percorsi terapeutici di gruppo e individuali. Nell’ambito istituzionale ha avuto esperienze soprattutto in ambito psichiatrico e con adolescenti a rischio. Opera infatti da diversi anni, oltre che in Italia, anche in Russia, con il Museo di Arte e Storia di S.Pietroburgo, e in Bosnia al trattamento di traumi di guerra nelle scuole del comune di Tuzla, in particolare - dal 2006 - con Tuzlanska Amica su un progetto di sostegno psicologico ad un gruppo di adolescenti profughi.
 
 
 
 
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