| ultimo
aggiornamento
23.02.08 10:36
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Tutti stiamo seguendo, con preoccupazione crescente,
gli avvenimenti del Kosovo, precipitati dopo la proclamazione
unilaterale d’indipendenza di Pristina di domenica 17 febbraio
2008. Le cronache degli ultimi giorni hanno messo in evidenza
le violenze organizzate di cui si sono macchiati gruppi da stadio
in Serbia, ultras della Stella Rossa e del Partizan di Belgrado.
Guarda caso, anche nel 1992-1995 la soldataglia paramilitare della
“Tigre” Arkan, armata dal regime di Slobodan Milosevic
e mandata a fare il “lavoro sporco” (stupri etnici,
torture, assassini di massa, etc…) sia in Croazia sia, soprattutto,
in Bosnia, proveniva dalle curve delle tifoserie belgradesi. I
giornali e le agenzie di stampa stanno tuttavia “coprendo”
la vicenda ed è inutile, in questo momento, tornarvi.
Il Kosovo, come tutti abbiamo intuito, può rappresentare
un pericoloso precedente. Inutile pensare a Spagna, Belgio, Ossezia…
Fermiamoci ai Balcani, alla vicina Bosnia Erzegovina.
Nonostante le notizie da Belgrado abbondino, nessuno, tuttavia,
è stato a Banja Luka, nella Repubblica Serba di Bosnia
(Rs), l’Entità del traballante Stato bosniaco in
cui più spesso vengono rinvenute – tra aprile e novembre
di ogni anno – fosse comuni, ancora 13 anni dopo la fine
della guerra. Anche qui si sono susseguite proteste nazionaliste,
con l’obiettivo di ottenere, prima o poi, dapprima l’indipendenza
della Rs, poi l’agognata unificazione alla “madrepatria”
Serbia.
Chiunque conosca la Bosnia sa che il pericolo è reale e
che i politici di ogni schieramento – abilissimi nel trasformismo,
nel cambiare casacca e nel cavalcare l’ondata nazionalista
di ogni colore a loro fine – sono del tutto indifferenti
alle sorti dei loro concittadini ed esclusivamente attenti alla
divisione delle poltrone. Come dire: tutto il mondo è Paese…
Ironia della “sorte”, esattamente un anno fa, nel
marzo 2007, la realpolitik dell’Unone europea (Ue) e la
politica della “coperta corta”, hanno indotto il Comitato
politico e di sicurezza della Ue (Cops) a ridurre la Forza militare
dell’Unione europea in Bosnia (Eufor) da 6.500 a 2.500 soldati.
La Bosnia, secondo il Cops, ormai è un Paese pacificato.
In realtà, tutti sanno che non è così, e
che rischi, soprattutto nel nord-est, ancora sussistono. Lo sanno
in particolare le banche, che non concedono quasi più prestiti
ai bosniaci per aprire attività o pagare i debiti; lo sanno
persino le poste italiane che, non più di quattro o cinque
mesi fa, per spedire un pacchetto di dieci libri a Sarajevo mi
hanno chiesto 70 euro, “perché la Bosnia è
considerata un Paese a rischio”. Ma allora: è a rischio
o no?
Mantenere 4.000 uomini in Bosnia – Paese pure continuamente
accusato (spesso in modo strumentale e dispregiativo) di essere
diventato una sorta di centro d’addestramento del terrorismo
islamico in Europa – in tempi di grave impegno bellico in
Afghanistan e Iraq, e con il Kosovo che minaccia nuove scintille,
evidentemente non è considerato utile dagli Stati europei,
che pure dovrebbero ricordare quanti gravi e irreparabili errori
abbiano commesso negli Anni ’90, proprio in Bosnia. I soldi
sono finiti, dunque: lasciamo la Bosnia “pacificata”
e spostiamo i soldati altrove. Un anno dopo, febbraio 2008, ecco
il Kosovo. E ancora una volta la Ue – priva di unità
interna, di coscienza e di una politica estera comune –
si accoda agli interesse statunitensi nei Balcani e si toglie
il cappello per riempirlo delle briciole lasciate da Washington:
agli Usa il controllo strategico e militare dei Balcani, alla
Ue quello economico, con Slovenia, Germania e Austria in primissima
fila.
Non tutti sanno, però, che in Bosnia Erzegovina, e in particolare
nel nord del Paese, dunque al confine tra la Federazione di Bosnia
Erzegovina (a maggioranza cattolica e musulmana) e la Rs (a maggioranza
ortodossa), e poi nella stessa Rs, e soprattutto nella zona di
Srebrenica, vivono centinaia e centinaia di bambini “italiani”.
Ma anche “austriaci”, “francesi”, “tedeschi”…
A Bruxelles hanno pensato alla loro sicurezza, nel caso in cui
la crisi kosovara, come è più che possibile, si
espanda alla Bosnia? Pensate che solo tra Tuzla e Srebrenica,
nel nord-est della Bosnia Erzegovina, circa 1.000 bambini sono
stati dati in affido a distanza a “genitori” italiani.
Questa vera e propria missione umanitaria è svolta dall’associazione
locale Tuzlanska Amica in collaborazione con i volontari italiani
di Macondo Tre (La Spezia) e Adottando (Bologna). Ma è
solo uno dei tanti esempi che si potrebbero fare. Questi “genitori”
sono persone che non si limitano a mandare soldi in Bosnia ogni
mese ma che, nella maggioranza dei casi, hanno stretto un rapporto
di vero affetto genitori-figlio con i bambini e, appena possono,
mollano tutto e vanno il Bosnia dai “loro” bimbi.
Il politico che volesse controllare, non farebbe fatica a notare
che in occasione di ogni ponte e festività comandata centinaia
di automobili partono da diverse città italiane per raggiungere
la Bosnia e portare aiuto e conforto ai nostri “figli”
lì. Inclusa la mia bambina in affido a distanza, che vive
in un villaggio sul confine con la Serbia già abbondantemente
bombardato durante la guerra del 1992-1995.
In tutta la Bosnia sono migliaia i bambini in affido a distanza
a famiglie di Paesi della Ue. Perché i politici e i politicanti
europei non hanno pensato a questi bambini e ai loro “genitori”
prima di mettere così goffamente mano – come sempre,
quando si tratta di Balcani – alla questione Kosovara? Perché
nessuno ha pensato che quei 4.000 uomini della Eufor in meno,
in questo momento, possono fare la differenza tra una guerra e
una pace traballante? Da cittadino spero solo che i politici italiani,
quelli europei, quelli statunitensi – che tengono in mano
i fili della crisi kosovara e balcanica – sappiano che cosa
stanno facendo. Le esperienze balcaniche degli ultimi 18 anni
ci hanno parlato di stupri etnici, di bambini nelle fosse comuni,
di 1.200.000 bosniaci che oggi formano la diaspora in circa 140
Paesi del mondo, strappati dalle loro radici. Indipendentemente
da ciò che ognuno di noi pensi del Kosovo e della sua indipendenza,
perché i nostri politici continuano a giocare con le vite
e i sentimenti di così tante persone, del tutto allo scuro
di ciò che accade nella vita reale, al di fuori dei loro
palazzi del potere?
Se devo fidarmi della classe politica europea, mi viene da pensare
che già sia stato predisposto un piano d’azione per
salvare i civili kosovari e bosniaci, inclusi i “nostri”
bambini, in caso di guerra. Ma c’è enorme distanza,
non solo in Italia, tra classe politica e società civile
e, pensando al passato recente, la fiducia si dissolve e rimane
il fantasma di almeno 100.000 morti e di tre anni e mezzo di guerra
in Bosnia Erzegovina. E restano i nostri politici, costantemente
succubi di qualcosa più grande di loro (l’arroganza?
L’ignoranza? Il potere? L’ambizione?) e ignari di
cosa accade nel mondo reale. Ignari di Vilmo Ferri che per quasi
200 volte dal 1992 a oggi ha fatto il viaggio da Bologna a Tuzla
per portare aiuti alle persone che ancora vivono (alcune migliaia)
nei campi profughi. Ignari della lezione filosofica e umana di
Alex Langer. Ignari degli sforzi di Adottando, Macondo Tre, della
Fondazione Langer e di tutte quelle realtà che sinceramente
lavorano per un futuro migliore in Bosnia. Ignari dei sentimenti
più intimi e profondi di tutti quegli italiani che, appena
possono, mollano tutto e raggiungono i “loro” adorati
bambini nella Bosnia che ancora soffre, dilaniata da un dopo guerra
che non finisce più e che forse nessun potente vuole che
finisca. Politici europei, rispondete per favore solo a questa
domanda: chi penserà ai “nostri” bimbi in Bosnia
e a tutti gli altri, in caso di guerra?
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© Luca Leone |
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uca Leone, giornalista professionista, è nato il 20
agosto 1970 ad Albano Laziale (Roma). Ha scritto o scrive, tra gli
altri, per Liberazione, Avvenimenti, Internazionale, Modus Vivendi,
Medici Senza Frontiere, Misna, Popoli e Missione. È cofondatore
e direttore editoriale della casa editrice Infinito edizioni. Ha,
tra gli altri titoli, scritto:
Infanzia negata, Prospettiva edizioni, Roma, 2003;
Il fantasma in Europa. La Bosnia del dopo Dayton tra decadenza e
ipotesi di sviluppo, Il Segno dei Gabrielli, Verona, 2004 (con Stefania
Divertito);
Anatomia di un fallimento. Centri di permanenza temporanea e assistenza
(a cura di), Sinnos editore, Roma, 2004;
Srebrenica. I giorni della vergogna, Infinito edizioni, Roma, 2005
(seconda edizione, 2007);
Il prode Ildebrando e la bella Beotonta, Infinito edizioni, Roma,
2005;
Le avventure dell'Agente Zero Zero Meh! (ebook), Infinito edizioni,
Roma, 2007;
Sotto il Mattone. L'avventura di cercare casa, Infinito edizioni,
disponibile da ottobre 2007. |
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