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ultimo
aggiornamento
31.03.07 14:32
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 Sono
nato
il
5 novembre
1960
a Palmanova,
provincia
di
Udine.
I miei
segni
particolari:
porto
gli
occhiali,
vesto
male,
ho
le
scarpe
logore,
non
fumo
e,
a parte
questi
evidenti
pregi,
sono
immortale.
Almeno
per
poco.
Io
mi
descrivo
così:
non
ho
assolutamente
nulla
di
così
avvincente,
se
non
nella
parola,
nel
gesto,
vuoto
e ripetuto,
di
chi
si
specchia
in
un
riflesso
di
bronzo
e oro.
Sono
autore
di
molti
aforismi,
di
alcune
poesie
e qualche
racconto,
tra
cui
Il
cane
giallo,
che
parla
del
memoriale
di
Potocari,
vicino
a Srebrenica,
della
base
dei
caschi
blu
dell'Onu,
delle
colline.
E di
un
incontro. |
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Luca
Bidoli
Il
cane
giallo
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La
fabbrica
comparve
sulla
sinistra,
enorme,
una
massa
grigia
di
vuoti
e
spazi,
contrappesi,
di
lamiere
e
tubi.
Un
gigantesco
ventre
di
ruggine,
ferro,
acciaio.
Un
dinosauro
accartocciato
su
se
stesso,
con
qualcosa
di
primitivo,
di
estraneo
e
duro,
dentro.
E
niente
intorno.
Il
vuoto,
forse
le
colline
lontane,
il
sole
dietro
le
nubi,
a
rischiarare
il
luccichio
dell’asfalto.
Il
cimitero,
accanto,
disturbava:
quelle
costruzioni
moderne,
scintillanti
nelle
pietre,
le
scritte
in
inglese,
i
prati
con
gli
steli
verdi
a
ricordare
i
morti,
gli
assenti.
Un’occhiata
veloce,
di
rito,
un
passeggiare
tra
viali
accurati
e
lamine
incortecciate
nella
terra.
Le
foto,
in
bianco
e
nero,
nella
sala
asettica
del
ricordo.
Un
obitorio
per
una
vivisezione,
per
raggrumare
un
dolore
che
non
sapeva
farsi
ancora
sdegno,
e
ira.
A
che
scopo?
Perché
tanta
cura,
tanto
ordine
rigoroso,
perché
tante
geometrie,
quando
invece
lì
accanto,
si
apriva
il
vero
posto,
la
fabbrica
della
memoria,
l’urna
sacrale
che
neppure
la
pioggia
-
diventata
fitta,
intanto,
rapida
nella
sua
monotona
scansione
del
tempo
-
riusciva
ad
attutire,
a
rendere
meno
opprimente?
La
pioggia:
durante
la
pioggia
cosa
fanno
da
queste
parti
gli
uomini
e
le
donne,
di
cosa
parlano
tra
loro
i
vecchi,
come
giocano
i
bambini?
Dove,
su
quali
limiti
si
posano
gli
occhi,
che
cosa
immaginano
oltre
il
verde
dei
prati,
degli
alberi,
al
di
là
degli
agguati,
delle
raffiche,
dei
suoni
che
questo
vento
leggero
di
inizio
maggio
ancora
portava
con
sé?
Era,
quel
suono,
una
lingua
non
straniera,
nella
quale
e
dalla
quale
traevano
forza
e
sostanza
le
nostre
emozioni,
il
nostro
sospetto
di
essere
già,
dalla
prima
percezione
di
quella
massa
di
rocce
e
ferro,
in
un
altrove.
Che
erano
nel
nostro
tempo,
queste,
le
nostre
sole
Termopili
possibili:
nell’eccidio,
nelle
stragi,
pensavamo,
si
declinano
i
giorni
della
pioggia
in
questa
parte
del
globo,
in
questo
specchio
divelto
del
pianeta.
Un
cane:
era
un
cane,
un
imprecisato
cucciolo,
ad
accoglierci,
nel
prato
antistante
l’ingresso.
E
poi,
poco
dopo,
un
uomo.
L’unico
che
dovevamo
incontrare,
conoscere,
in
quel
luogo.
Né
troppo
giovane,
né
vecchio,
magro,
di
altezza
normale:
non
ne
ricordo
il
nome.
Aveva
la
barba
lunga,
e
nei
suoi
occhi
sembrava
quasi
di
leggere
la
timidezza
antica
di
chi
si
sente
sempre
fuori
posto,
davanti
ad
un
estraneo,
davanti
a
degli
stranieri.
Anch’io
ho
sensi
simili,
del
sospetto
di
essere
in
casa
d’altri,
ospiti
poco
graditi
e
temporanei.
Non
lo
amo
il
mio
tempo,
non
lo
amo.
Nelle
tasche
poche
cose,
qualche
spicciolo,
e
le
spine,
quelle
sì,
appresso
a
noi,
gradite
e
complici
compagne.
L'ho
riconosciuto,
dagli
occhi,
il
custode
della
fabbrica
di
Srebrenica
-
anche
se
lui
non
lo
poteva
sapere
-
ci
eravamo
già
incontrati
mille
altre
volte,
senza
neppure
sfiorarci,
con
i
sacchetti
dei
vermi
e
petali
appassiti,
negli
occhi,
ficcati
nelle
nostre
palpebre.
Ci
siamo
intesi
subito,
anche
se
io
non
capivo
una
parola.
C’era
Silvia.
Lei
era
il
mio,
il
nostro
tramite,
il
punto
di
confine.
E
di
confini
ne
avremmo
attraversati
molti
in
quelle
ore.
Dietro
ad
ogni
porta,
oltre
ogni
muro:
un
nuovo
vuoto,
un
altro
aggredirsi
e
il
chiedere
come
e
perché,
e
le
risposte
che
si
smorzavano
tutte
nelle
domande.
Non
c'è,
forse,
sofferenza
peggiore:
quando
sai,
e
non
riesci
neppure
a
disperarti,
perché
hai
già
compreso
troppo.
Diviene
un
limite,
una
barriera:
anche
il
capire
non
ti
è
d'aiuto,
davanti
al
puro
e
semplice
orrore,
davanti
ad
ogni,
qualsiasi
atto
o
forma
di
violenza.
Non
hai
più
parole:
ti
sono
ostili,
non
ti
servono.
Anzi,
ti
allontanano.
Forse
recuperi
altri
linguaggi:
gli
sguardi,
il
tuo,
il
nostro
passo
nel
fango
e
nelle
pozze
d'acqua
marcita,
e
tra
i
calcinacci,
nelle
scorie,
il
peso
del
tuo
corpo,
le
braccia
che
barcollano
ai
tuoi
fianchi,
l'ombra
delle
colline
che
si
allontana
dal
tuo
orizzonte.
E
pensi
al
vuoto,
che
è
già
colmo,
pieno
di
coloro
che
non
ci
sono.
Sono
morti.
Distesi
nei
prati
al
di
là
della
strada,
nel
camposanto
miliardario.
Ma
è
qui
-
affermi
a
te
stesso,
con
forza
-
è
qui,
che
loro
ancora
respirano
e
io
mi
nutro
della
loro
stessa
aria
e
cammino,
libero.
Libero,
forse.
La
fabbrica:
lì
i
serbi
avevano
radunato
la
gente,
lì
avevano
portato
donne
e
bambini,
e
gli
uomini.
Poi,
lo
smistamento
-
via
le
donne
e
i
bambini,
quelli
più
piccoli,
i
vecchi
ricurvi
-
e
il
massacro,
l'eliminazione.
Dai
dieci
ai
settant'anni,
gli
uomini.
L'anagrafe
è
spietata,
crea
una
condanna.
L'età
diventa,
al
pari
della
tua
fede,
il
marchio
di
una
sentenza,
di
una
fine.
Perché?
Perché
tanto
odio?
Perché,
ora,
questo
silenzio,
questa
pioggia
che
lava
i
nostri
volti
ma
non
arriva
a
toccare
quello
che
ci
cresce
dentro,
quello
che
muore
ad
ogni
passo
sulle
nostre
labbra?
Perché?
Così,
io,
Silvia,
il
custode
e
il
suo
cane,
attraversavamo
i
padiglioni,
le
stanze,
attenti
agli
usci
divelti,
alle
buche
negli
asfalti,
alle
assi
riverse
per
terra,
alla
ruggine
che
raschiava
la
gola
e
faceva
amara
la
bocca.
Quanti
passi
ci
separavano
dall'uscita?
Contavo
i
metri,
i
passi
mi
precedevano:
se
la
vista
era
quella
di
un
cieco,
era
solo
per
percepire
i
suoni,
i
rumori,
gli
echi.
Lui
aveva
perso
la
sua
famiglia,
lì.
Era
l'unico
superstite.
Io
l'avevo
compreso
subito:
dagli
occhi,
questi
immondi,
spietati
occhi
che
tutto
dicono,
che
tutto
tradiscono.
La
stretta
di
mano,
non
così
forte,
non
così
debole.
Il
cane,
quel
cane
che
ci
seguiva,
in
un
tragitto
conosciuto
e
ripetuto,
con
uno
scodinzolare
da
cucciolo,
da
lattante,
l'essere
più
nuovo
del
mondo,
da
quelle
parti.
Sapeva
molte
più
cose
di
me,
quel
cane.
Volevamo
vedere
i
graffiti:
quelli
lasciati
dagli
olandesi,
dai
soldati
che
avrebbero
dovuto
essere
protezione,
salvaguardia,
salvezza.
Quelli
lasciati
dai
carnefici,
e
da
altri,
indistinti,
innominabili,
inghiottiti
dalla
pioggia.
Già,
i
graffiti.
Primitivi
segnali
di
presenza,
tracce,
testimonianze.
Lancinanti
spezzoni
divelti
dall'universo,
comete
estranee
alla
vita,
frasi
volgari,
membri
maschili
e
svastiche,
elicotterini
e
carri
armati
disegnati
da
bambini
ebeti,
sfatti
dalla
noia
e
dall'uso
del
terrore:
dalla
sua
abitudine,
dall'assuefazione
che
cresce
nel
vuoto.
Io
li
vedevo,
quei
ragazzi,
quegli
uomini.
Li
immaginavo,
esausti,
ubriachi,
sfiniti.
Ne
sentivo
l'odore
di
vomito
racchiuso
dentro
le
pareti,
comunicante
con
le
latrine,
i
tubi
della
fabbrica,
i
rigagnoli
di
urina
e
catrame.
E
questo
odore
di
piscio,
vomito,
catrame
e
ruggine
vecchia
si
diffondeva
nella
mia
testa
e
non
mi
lasciava
respirare.
Barcollavo,
e
davo
l'impressione
di
essere
ubriaco.
Anche
il
sorriso
da
ubriaco
avevo:
ma
era
solo
una
smorfia,
di
dolore.
La
pioggia
batteva
forte,
sulle
lamiere,
sui
soffitti
anneriti
dal
fumo
e
dagli
incendi,
nelle
grandi
sale
vuote
che
un
tempo
avevano
visto
il
lavoro
di
uomini
e
di
macchine,
poi
il
resto
di
una
città
sottratta
alla
sua
gente,
i
corpi
che
erano
solo
e
unicamente
corpi.
E
odori,
odori
che
raschiavano
ancora
la
superficie
delle
pareti.
In
un
capannone,
l'avviso:
qui
erano
riuniti
tutti.
Tutti
insieme,
prima.
Per
l'ultima
volta.
Siamo
usciti:
noi
lo
potevamo
fare.
Ci
era
concesso
e
con
le
nostre
stesse
gambe,
guidati
e
coccolati
come
bambini
cresciuti
nelle
bambagie
della
storia.
Nati
dalla
parte
giusta
del
mondo,
quella
dove
la
follia
ha
altri
aspetti
e
cancrene,
ma
non
diviene,
non
è
incubo
collettivo,
radice
del
male.
E
sentivo
una
reale,
totale
solitudine,
una
sensazione
salutare
di
disincanto
da
tutto
e
tutti,
dalle
parole
vuote,
dalle
inutili
professioni
di
fede,
di
amore,
di
redenzioni
ultraterrene,
di
salvezze
stanche
ed
affrante,
affamate.
Provavo
solo
una
grande,
insopprimibile
sete,
e
desiderio
di
abbracciare
un
essere
umano,
un
cane,
di
vedere
una
lucertola
dileguarsi
negli
interstizi,
salvarsi
tra
le
fessure
e
le
crepe,
di
accoccolarmi
dentro
e
sputare
contro
la
luce.
Rischiarava,
fuori.
Da
un
arbusto
spuntavano
fiori,
violacei.
Odoravano
di
buono.
Il
custode
ne
staccò
uno
e
lo
porse
a
Silvia.
“E'
per
il
viaggio
di
ritorno,
ci
profumerà
tutta
la
macchina.”
Al
cancello
d'ingresso
il
commiato.
Pochi
cenni
del
capo,
una
stretta
di
mano,
gli
occhi
che
si
curvavano
nel
peso
impossibile
del
ricordo.
“Hai
domande
da
fargli?”
“No.”
“Neanche
una?
Forse
si
aspetta
almeno
una
domanda...”
“Il
cane,
come
si
chiama
il
suo
cane?”
Il
suo
cane
si
chiamava
Giallo,
come
il
colore
del
suo
pelo,
fulvo,
denso
e
striato
di
luce
intensa.
E'
la
sola
parola
che
io
conosca,
che
io
ricordi,
in
quella
lingua.
Suona
leggera,
lieve:
porta
bene
per
un
essere
vivente.
Non
tornerò
così
presto,
in
quella
fabbrica.
Se
ne
scrivo,
e
parlo
con
qualcuno
del
cane
giallo,
è
solo
per
non
essere
creduto,
per
prendere
le
distanze,
anche
da
me.
Accadono
cose
strane,
a
volte.
Srebrenica,
2
maggio
2006
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©
Luca
Bidoli |
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