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ultimo
aggiornamento
26.01.06 14:15
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 Bozidar
Stanisic
è
nato
a Visoko
(Bosnia)
nel
1956.
Già
professore
di
lettere
a Maglaj,
località
a nord
di
Sarajevo,
dal
1992
vive
con
la
sua
famiglia
in
Friuli.
Oltre
ad
offrire
il
suo
attivo
contributo
letterario,
pubblicistico
ed
educativo
a iniziative
di
pace
e non
violenza
per
i diritti
civili
dei
rifugiati
e degli
stranieri,
Bozidar
Stanisic
ha
sempre
collaborato
alle
inizative
culturali
dell'Associazione
Centro
di
accoglienza
E.
Balducci,
con
cui
ha
pubblicato
le
raccolte
poetiche
Primavera
a Zugliano
(1994),
Non-poesie
(1995),
Metamorfosi
di
finestre
(1998)
e Tre
racconti
(2002).
In
prosa
ha
pubblicato
la
raccolta
di
racconti
I
buchi
neri
di
Sarajevo
(Trieste
1993)
ed
è
presente
con
un
racconto
in
Provincia
pagana,
Storie
dell'estremo
Nord-Est
- un'antologia
di
fine
millennio
(Trieste
1999).
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| |
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| |
Il
cane
alato |
| |
E
andando
in
cielo,
io
riceverei,
per
forza
di
cose,
le
ali.
Allora
diventerei
Pegaso.
Il
cavallo
alato!
Ci
può
essere
qualcosa
di
più
bello
per
un
uomo?
Slawomir
Mrozek,
Voglio
essere
un
cavallo |
| |
"Quand'è
stata
l'ultima
volta
che
hai
pubblicato
un
libro?"
mi
ha
chiesto
mia
moglie,
proprio
nel
momento
in
cui,
con
il
protagonista
di
un
mio
racconto
incompiuto,
stavo
viaggiando
sul
tratto
Salisburgo-Monaco.
Eravamo
in
camion:
l'autista,
il
suo
cane
e
io
(che
nel
racconto
facevo
l'autostop).
L'autista
era
uno
della
ex
Jugoslavia;
un
tempo,
quando
là
pensavamo
che
la
guerra
fosse
un
fenomeno
che
colpiva
solo
altra
gente
in
un
mondo
distante
dal
nostro,
era
un
professore
di
storia.
Poi,
grazie
alla
benedizione
della
storia,
in
un
determinato
tempo
e
un
po'
meno
in
un
determinato
spazio,
era
diventato
disertore,
profugo,
e
per
di
più
anche
traditore
di
un
certo
numero
di
patrie;
e
anche
autista
di
camion,
ciò
che
indubbiamente,
senza
quella
benedizione,
non
sarebbe
mai
diventato.
Stavamo
proprio
parlando
della
lunghezza
e
profondità
del
secolo
più
breve.
Ogni
volta
che
si
nominava
la
parola
storia,
il
suo
cane,
un
apparente
incrocio
di
tutte
le
razze
possibili,
si
metteva
ad
abbaiare
forte.
(Avevo
previsto
che
quel
cane,
a
un
certo
punto,
a
un
punto
importante,
avrebbe
messo
le
ali
e
sarebbe
volato
via
dalla
cabina
del
camion!
E
che
poi
ci
avrebbe
spedito
lettere
da
varie
parti
del
mondo).
"Non…
non
mi
ricordo",
ho
risposto,
brontolando
dentro
di
me
per
il
ritorno
alla
realtà
friulana
di
un
piovoso
pomeriggio
autunnale
alle
finestre,
al
profumo
del
caffè
che
lei
aveva
lasciato
sulla
mia
scrivania.
"Hmm…"
"Non
mi
ricordo…",
ho
detto
seccato,
perché
all'improvviso
avevo
cominciato
a
perdere
il
paesaggio,
la
strada,
l'autista,
il
cane,
e
me
stesso.
E
anche
perché
lei
aveva
trasgredito
al
nostro
accordo
sui
sabati
senza
argomenti
spinosi.
"Cerca
di
ricordarti…"
"Mah…
Penso
…
anni
fa".
E
ho
detto
un
numero
di
una
cifra.
"Questo
non
ti
dice
niente?"
"Cosa
dovrebbe
dirmi
la
distanza
fra
un
certo
ieri
e
un
certo
oggi?"
"Dovrebbe
dirti
molto!"
ha
ribattuto
lei,
con
severità.
"E
la
tiratura
dei
tuoi
libri,
in
ex
Jugoslavia
e
qui?"
Ho
citato
alcuni
numeri
di
tre
e
di
quattro
cifre.
"Neanche
questo
ti
dice
niente?"
"Che
cosa,
perdio?",
ho
gridato
e
ho
spento
il
computer.
"Ma
tu
capisci
in
quale
tempo
vivi?"
mi
ha
detto
lei,
con
calma,
ammiccando
ironicamente
con
un
occhio.
"Perché
devo
capire
e
perché
proprio
adesso?"
"Allora,
se
lo
capisci,
possibilmente
fin
da
oggi
-
e
oggi
siamo
al
ventotto
ottobre
del
duemila
-
potremmo
vivere
dei
tuoi
libri!
E
allora
potresti
dire
addio
alla
fabbrica,
addio
al
tornio…"
ha
detto
lei
vivacemente,
socchiudendo
gli
occhi,
come
se
i
sui
desideri
fossero
già
diventati
realtà.
"Già
da
tempo
ormai
sei
un
professore
solo
sulla
carta
o
in
qualche
contesto
di
facciata,
ma
un
vero
scrittore
potresti
diventarlo…
Con
un
po'
più
di
intelligenza
applicata,
naturalmente!"
"E
non
sarebbe
una
cosa
normale?"
si
è
inserito
all'improvviso
nella
conversazione
nostro
figlio,
appassionandosi
al
tema
della
nostra
polemica.
"Questa
è
un'utopia,
caro
mio!",
ho
scosso
la
testa
poco
convinto,
e
poi
mi
sono
irritato
con
mio
figlio.
"E
tu?
Faresti
meglio
a
sbrigarti
e
non
far
tardi
al
cinema!
E
visto
che
ci
sei,
potresti
pensare
ai
tuoi
problemi
di
quarta
liceo!"
"Ma
che
utopia!
Piano,
piano…
Si
deve
studiare
tutto
per
bene…
Organizzare
tutto
ben
bene…
Si
deve…
si
deve…
si
deve…",
si
è
messa
a
dire
mia
moglie,
passeggiando
su
e
giù
per
la
stanza.
"Ma
insomma!
Si
deve…
che
cosa?"
"Ssst!
Adesso
beviti
il
tuo
caffè…
Ssst!"
Fino
a
tarda
notte
ha
riletto
da
cima
a
fondo
tutti
i
miei
racconti,
le
note
di
viaggio
e
le
mie
non
poesie
(così
le
chiamo,
in
barba
alla
poesia
pura
e
ai
poeti
veri!),
aggrottando
le
ciglia,
esclamando
a
mezza
voce,
scrollando
la
testa,
sottolineando
con
vari
tratti
di
penna
le
pagine
dei
libri.
Di
ritorno
dal
cinema,
mio
figlio
ci
ha
raccontato
di
aver
visto
un
film
in
cui
il
personaggio
principale
era
uno
scrittore
di
libri
gialli.
"Non
faceva
altro
che
scrivere…"
"Ecco,
vedi!",
mi
dicevano
gli
occhi
di
mia
moglie.
La
domenica
è
trascorsa
tranquilla,
stranamente
tranquilla
dopo
i
tempestosi,
per
me
incomprensibili,
dialoghi
del
sabato.
Lunedì,
quando
sono
tornato
dal
lavoro,
il
computer
era
già
connesso
con
Internet.
Martedì
i
dischetti
con
i
miei
lavori
non
ancora
pubblicati
erano
già
pronti
per
essere
spediti
per
posta
elettronica.
"Ecco…
Guarda
l'elenco
degli
editori
…
Scegline
alcuni,
per
provare!
Sarà
meglio
che
iniziamo
con
un
po'
di
editori
importanti,
con
un
po'
di
medi
e
con
un
po'
dei
più
piccoli!"
mi
ha
detto
lei,
con
una
voce
che
non
le
conoscevo,
strana,
da
segretaria.
"Scegli
tu…",
ho
fatto
un
cenno
con
la
mano.
"Va
bene
…",
ha
detto
lei
con
la
stessa
voce.
Mi
hanno
rattristato
le
nostre
parole,
le
sfumature
delle
voci
in
quelle
parole.
Mi
è
venuta
voglia
di
chiederle
se
si
ricordava
ancora
di
una
canzone,
a
noi
cara
in
gioventù:
Sul
Danubio
navigano
i
battelli,
forse
uno
si
chiama
Sanja?
Ma
non
ho
detto
neanche
una
parola.
Mercoledì
sera
in
me
si
è
messo
di
nuovo
ad
abbaiare
quel
cane.
Sono
ritornato
al
racconto
incompiuto.
Proprio
quando
stavo
per
continuare
il
dialogo
con
l'autista
del
camion,
sulla
serietà
della
letteratura
e
sulla
profondità
della
sua
ricezione
in
Europa
orientale
e
occidentale,
mia
moglie
ha
dichiarato
che
voleva
leggere
ciò
che
avevo
scritto.
"Ma
come,
non
è
chiaro?",
ha
gridato,
con
la
fronte
aggrottata.
"Quello
che
scrivi
potrebbe
al
massimo
interessare
qualche
professore
e
qualche
esaltato!
La
vostra
conversazione
sembra
la
trascrizione
di
un
trattato
filosofico!
Fra
gli
altri
tu
citi
anche
Danilo
Kis,
convinto
che
la
letteratura
sia
considerata
più
seriamente
in
Europa
orientale,
e
ti
aspetti
che
l'ex
professore
del
tuo-ex-paese
concordi
con
te!"
Mi
sono
arrabbiato
e
offeso:
"E
invece
lui
pensa
che
la
letteratura
sia
considerata
un
modo
più
serio
in
Occidente…
Io
gli
risponderò
che
l'esperienza
di
Kis
è
più
profonda
e
più
prolungata:
aveva
trascorso
molti
anni
in
Francia,
più
di
quanti
lui
ne
abbia
trascorsi
in
Germania
o
io
in
Italia…"
"Bolle
l'acqua
della
pasta!"
risuona
la
voce
di
mio
figlio
dal
corridoio.
"La
verità
brucia!",
dice
lei
e
va
in
cucina.
Il
giorno
dopo
a
casa
ho
trovato
un
mucchio
di
libri:
La
strada
del
successo,
Come
scrivere
un
romanzo
interessante?,
Scrivere
ed
essere
famoso,
Cento
e
un
consigli
per
arrivare
ai
lettori,
La
verità
del
successo,
Come
diventare
e
rimanere
uno
scrittore
letto
…
"Mi
sembra
che
non
ci
siamo
capiti",
ha
cominciato
mia
moglie.
"Nessuno,
as-so-lu-ta-men-te
nessuno,
ti
impedisce
di
scrivere
quello
che
vuoi…
Esiste…"
"Esiste?",
l'ho
interrotta,
con
impazienza.
"Esiste
la
legge
di
mercato.
Esiste
l'iniziativa
imprenditoriale!
Occorre
scrivere
anche
qualcos'altro…
Di
cui
potresti
vivere
come
autore…
E
anche
noi,
oltre
a
te…"
"Per
esempio?"
"Qualcosa
di
avventuroso,
qualcosa
di
amoroso,
qualcosa
di
divertente,
qualcosa
di
fantastico…
Comunque,
sappilo,
il
problema
non
sta
nel
fatto
che
adesso
siamo
in
Italia.
Ti
direi
lo
stesso
anche
se
fossimo
in
Bosnia.
Il
mondo
si
è
rimpicciolito,
si
è
unificato.
Se
conosci
la
strada
giusta,
non
importa
più
dove
ti
trovi.
Se
sei
sulla
strada
giusta
molti
ti
conoscono
e
quello
che
fai
può
diventare
una
cosa
molto
importante.
Sulla
strada
giusta
i
prodotti
di
un'attività
ben
scelta
si
vendono
facilmente…
sulla
strada
giusta…"
Ho
sentito
le
prime
ondate
di
emicrania.
"Quella
strada,
nel
tuo
racconto,
da
Salisburgo
a
Monaco,
è
tirata
così
per
le
lunghe
che
tutti
i
lettori
si
addormenteranno…",
ha
aggiunto
lei,
con
una
voce
piena
di
dubbi.
"Forse!",
ho
gridato
e
ho
continuato
trionfante.
"Ad
un
certo
punto
il
cane
avrà
le
ali
e
volerà
via…"
"Fa
lo
stesso…",
ha
scosso
la
testa.
"Con
il
cane
alato
o
senza
di
lui
voi
due
non
arriverete
mai
al
traguardo…
Occorrerebbe
che
vi
fermasse
una
banda
di
rapinatori
che
vi
costringesse
a
portarli
a…
Fra
i
banditi
c'è
anche
una
ragazza,
che,
al
primo
sguardo,
dovrebbe
innamorarsi
dell'autista
del
camion…"
Un'altra
ondata
di
emicrania:
sempre
più
forte,
sempre
più
opaca.
"Perché
non
di
me?",
ho
borbottato.
Lei
ha
stretto
le
labbra
e
ha
sibilato:
"Perché
no?
Se
questo
contribuisse
all'interesse
del
racconto…"
"Beh,
se
vuoi
saperlo,
voglio
proprio
scrivere
un
racconto
così!"
"Benissimo!"
salta
su
lei.
"Finalmente,
dopo
quei
tuoi
orsi
bruni
che
passano
le
frontiere
senza
passaporto,
quei
cagnolini
che
abbaiano
contro
tutto
il
mondo,
gli
uccelli
rimasti
indietro
dagli
stormi
in
volo,
i
commenti
ingenui
sulla
caduta
del
muro
di
Berlino,
i
profughi
che
non
si
separano
dalla
chiave
di
casa
loro,
gli
strampalati
che
si
chiedono
perché
esistono
le
guerre
e
a
che
servono
gli
armamenti,
i
missionari
che,
in
cammino
verso
le
Ande,
accusano
il
ricco
spensierato
Occidente
dell'impoverimento
del
Terzo
Mondo,
i
pacifisti
che
vagano
da
un
paese
disgraziato
all'altro,
e
così
via
-
ecco
un
prodotto
commerciale
veramente
utile:
criminali,
amore
a
prima
vista,
guida
spericolata,
emozioni…"
Quella
notte,
in
sogno,
un
orso
bruno
dietro
a
un
vero
banco
di
tribunale,
mi
ha
accusato
di
tradimento
della
letteratura,
degli
uccelli
rimasti
indietro
in
volo
si
sono
lamentati
che
anch'io
li
avevo
rifiutati,
un
mio
personaggio
mi
ha
gridato
sul
muso
che
ero
sulla
strada
dell'idiozia.
(Sarà
meglio
che
non
accenni
a
quello
che
mi
ha
detto
il
mio
cane
alato!)
Tuttavia…
Fra
sabato
e
domenica
ho
finito
un
racconto
secondo
le
indicazioni
di
mia
moglie.
Mi
sono
mosso
con
facilità,
da
Salisburgo
a
Monaco,
e
oltre,
verso
l'Olanda
(la
direzione
l'avevano
stabilita
i
rapinatori):
l'autista
era
un
cubano,
per
caso
amico
di
Che
Guevara;
prima
dell'attacco
dei
banditi,
per
caso,
non
parlavamo
di
politica
ma
di
musica,
di
belle
giovani
cubane
con
un
bel
seno
grande,
e
anche
di
belle
e
giovani
ragazze
della
ex
Jugoslavia
con
un
seno
non
meno
grande;
dopo
le
pistole,
puntate
niente
affatto
per
caso
alla
nostra
testa,
e
dopo
l'amore
a
prima
vista
di
cui,
volente
o
nolente,
ero
diventato
l'oggetto,
non
è
stato
difficile
svolgere
il
gomitolo
del
racconto…
Comunque,
prima
di
spedire
quel
racconto
ad
alcuni
editori,
lei
mi
ha
dato
ascolto
e
ha
aggiunto
a
quello
uno
dei
miei
racconti
inutili,
superflui,
noiosi,
e
per
di
più
non
commerciali.
Anche
se
non
speravamo
in
risposte
celeri,
queste
hanno
iniziato
ad
arrivare
prima
degli
ultimi
giorni
del
secondo
millennio,
inaspettatamente,
nell'euforia
dello
stato
d'animo
prefestivo.
In
totale:
tre.
Risultato:
nessuna
risposta
positiva,
ma
neppure
una
definitivamente
negativa.
Le
univano
due
elementi:
l'interesse
per
racconti
richiesti
e
attesi
da
un
vasto
pubblico
e
la
cortesia
nei
rifiuti,
unita
a
sinceri
complimenti
per
il
livello
letterario,
di
quel
secondo
racconto.
Un
editore,
a
proposito
di
quel
secondo
racconto,
dopo
i
complimenti,
esprimeva
dubbi
sulla
facilità
di
ricezione
da
parte
del
pubblico;
il
secondo,
dopo
i
complimenti,
faceva
un'osservazione
sulla
mancanza
di
scioltezza
dell'azione;
il
terzo,
dopo
i
complimenti,
osservava
che
il
mio
racconto
avrebbe
potuto
portare
una
certa
dose
di
amarezza
nella
vita
dei
lettori.
"Facilità?
Scioltezza?
Amarezza?",
ho
ripetuto,
come
un
sonnambulo.
"Vedi
che
avevo
ragione?",
è
saltata
su
tutta
trionfante
mia
moglie,
ma
ha
subito
sorriso
con
compatimento.
"Tu
naturalmente
continua
a
scrivere
anche
quell'altro
genere…"
Dato
che
mia
moglie,
nella
sua
offerta,
aveva
spiegato
che
il
racconto
d'avventura
era
solo
un
esempio
di
un
ciclo
di
racconti
dal
tema
analogo,
uno
degli
editori,
quello
di
mezzo,
aveva
chiesto,
al
più
presto
possibile,
gli
altri
racconti,
e
inoltre
un
curriculum
con
la
citazione
dettagliata
di
tutti
i
premi
letterari
da
me
ottenuti.
"Di
premi
ce
ne
sono
pochi…
e
tutti
della
ex
Jugoslavia…",
ho
detto.
"E
il
Premio
San
Nicolò?",
è
venuto
in
mente
a
nostro
figlio.
Quel
premio
è
frutto
di
una
trovata
di
certi
miei
amici
abitanti
nella
frazione
di
San
Nicolò,
comune
di
Ruda,
nel
cuore
della
Bassa
friulana.
Dal
novanatasei,
ogni
estate,
nel
cortile
di
questi
amici,
Rosa
e
Emilio,
vengo
insignito
del
premio
per
il
racconto
dell'anno
scritto
a
Zugliano,
in
lingua
serbo-croata.
E,
dato
che
io
sono
l'unico
autore
di
racconti
di
Zugliano,
in
quella
lingua…
"Anche
quello
è
un
premio",
concorda
subito
mia
moglie.
"E
ora
al
lavoro…
Ecco
la
proposta,
e
tu
scrivi…"
(Ah,
dimenticavo:
anche
lei
è
uno
dei
premiati,
ma
per
il
suo
caffè
alla
turca).
E'
andata
facilmente:
a
un
racconto
di
spionaggio
ha
fatto
seguito
uno
d'amore,
e
poi
uno
dell'orrore,
e
poi…
Ogni
quattro,
cinque
ore
-
un
racconto.
Mio
figlio
mi
incoraggiava
ricordandomi
che
l'intera
fabula
di
Anna
Karenina
di
Tolstoj
si
può
raccontare
nell'intervallo
della
coincidenza
fra
due
treni,
quella
dell'Odissea
nei
dieci
minuti
prima
della
partenza
del
traghetto
Trieste-Parenzo,
i
Promessi
sposi
manzoniani
nell'attesa
di
un
piatto
di
spaghetti
in
un
ristorante
di
Udine
dove
si
mangia
bene
e
non
si
perde
la
speranza
che
gli
spaghetti
ordinati
arrivino
a
tavola.
"Ma
neppure
questo
dura
all'infinito:
venti
minuti…"
Mi
bastava
ascoltare
l'inizio
del
racconto,
che
era
compito
di
mia
moglie,
e
poi
tutto
procedeva
con
facilità,
scioltezza,
senza
una
briciola
di
amarezza:
l'agente
segreto
Bud
Bellow
quel
mattino
moscovita
si
svegliò
più
presto
del
solito,
ma,
ad
ogni
buon
conto,
la
prima
cosa
che
fece
fu
di
tastare
il
calcio
del
suo
revolver
sotto
il
cuscino;
Melina
lo
aveva
conosciuto
per
caso,
alla
vernice
di
una
mostra
di
pittura
nel
Quartiere
latino;
era
forte,
alto,
con
folti
capelli
neri,
un
portamento
elegante
e
un
sorriso
irresistibile;
La
pioggia
incessante
e
il
buio
denso
della
notte
costrinsero
William
Stone
a
fermarsi
accanto
a
un
motel;
Mr
Stone
non
si
chiese
come
mai,
il
giorno
prima,
passando
per
quella
stessa
strada,
nello
stesso
posto,
non
avesse
notato
quel
motel…
Scrivevo,
scrivevo,
scrivevo.
Mia
moglie
e
mio
figlio
rispondevano
agli
auguri
per
le
Feste,
accoglievano
gli
ospiti,
spiegando
a
tutti
che
io
avevo
l'influenza
e
che
non
era
bene
che
lasciassi
il
letto.
Tutti
mi
compativano
per
l'influenza
inesistente
e
i
giorni
di
festa
passati
a
letto.
E
io
scrivevo,
scrivevo,
scrivevo.
E
mi
stupivo
di
come
fosse
facile
scrivere.
Niente
di
più
facile:
basta
avere
un
buon
inizio…
"Forse
mia
moglie
ha
ragione?
Lei
sostiene
che
la
maggior
parte
dei
best-seller
è
un
prodotto
a
più
mani…
Perché
non
dovrei
crederle?
Ha
studiato
per
bene
molti
libri
sulla
scrittura
di
successo",
ho
pensato
ad
un
certo
punto,
esaltato
dalla
facilità
con
cui
realizzavo
i
racconti.
In
realtà,
anche
noi
lavoravamo
così
-
a
sei
mani:
la
sua
idea
era
lo
scheletro
del
racconto,
la
carne
del
racconto
era
mia,
le
correzioni
dell'italiano
era
compito
di
nostro
figlio.
Ma
una
cosa
ha
cominciato
a
darmi
fastidio,
ad
avvolgermi
tutto
intero,
lentamente
ma
inesorabilmente,
come
fin
dalle
prime
sere
invernali
la
nebbia
comincia
ad
avvolgere
il
volto
grinzoso
dei
campi
friulani,
tanto
che
sembra
che
il
macinino-orologio
del
secolo
più
breve
abbia
rallentato
i
suoi
meccanismi:
ha
cominciato
a
trapanarmi
il
pensiero
che
io
non
ero
più
io.
E
anche
un'altra
cosa:
che
mi
sentivo
meglio
al
mio
tornio,
fra
le
limature
di
metallo,
con
il
calibro
nella
tasca
posteriore,
con
i
tappi
nelle
orecchie.
E
ancor
meglio
quando,
al
ritorno
dal
lavoro,
scrivevo
quello
che
volevo,
senza
pensare
all'effetto
commerciale.
Quel
cane
(ancora
senza
ali)
aveva
smesso
di
abbaiare.
Il
suo
padrone
era
ammutolito.
E
anch'io,
l'autostoppista
del
racconto
incompiuto.
Quei
silenzi,
malgrado
le
libertà
che
mi
venivano
concesse
in
quanto
scrittore
casalingo
che
deve
soddisfare
anche
le
necessità
commerciali
per
guadagnarsi
il
pane
nostro
quotidiano,
mi
erano
caduti
come
piombo
sugli
occhi,
le
orecchie,
le
mani.
"Quando
il
mio
libro
sarà
finito,
posso
almeno
contare
che
sia
pubblicato
con
uno
pseudonimo?",
è
uscito
da
me
quasi
come
un
gemito,
una
sera,
davanti
a
mia
moglie.
Naturalmente
alle
parole
mio
libro
volevo
aggiungere
anche
traditore,
ma
…
"Non
te
l'avevo
detto?",
si
è
stupita
lei.
"L'editore
ha
già
scelto
per
te
uno
pseudonimo…"
"Già?"
"Ma
sai…
Il
libro
sarà
tradotto
anche
in
varie
lingue
dei
paesi
dell'Europa
orientale…
Probabilmente
anche
in
tutti
i
nuovi
paesi
della
ex
Jugoslavia…
Un
nome
anglosassone,
dicono,
là,
a
Est,
fa
una
buona
impressione…"
"Anglosassone?",
mi
sono
stupito.
"Ma
non
è
tutto…
Leggi
il
suo
messaggio
in
e-mail.
Chiede
se
abbiamo
delle
proposte
per
aumentare
le
vendite…"
"Oh
no!
Non
posso
e
non
voglio!",
sono
esploso.
"P.,
il
mio
amico
di
Verona,
ha
proprio
ragione:
molti
editori,
e
con
loro
anche
molti
librai,
sarebbero
molto
più
onesti
se
invece
dei
libri
producessero
e
vendessero
mortadella!"
"Sei
davvero
impossibile!
Parli
così!
Adesso,
dopo
questo
brillante
risultato?
Dopo
ore
e
ore
di
impegno
da
parte
mia
per
studiare
la
problematica
del
successo
d'autore!
Dopo
che
ti
è
nota
l'esperienza
di
molti
scrittori
oggi
famosi,
soprattutto
in
America,
che
si
sono
mantenuti
grazie
alla
letteratura
commerciale!",
ha
ribattuto
lei,
con
una
nota
di
rimprovero.
"Sciocchezze!
Nient'altro!"
"Vuoi
tornare
indietro,
sulla
vecchia
strada?
Scrivere
per
un
anno
o
due
un
libro
di
racconti,
per
poi
offrirlo
a
vari
editori,
come
hai
fatto
con
Bon
voyage,
Il
giardino
australiano…
A
chi
interessa
il
viaggio
di
un
tale
che
in
treno
ascolta
le
risposte
di
un
questionario?
A
chi
importa
l'immigrazione
di
un
nostro
compaesano
in
Australia?
A
chi
interessa
il
fatto
che
lui
cambia
nome
e
vuole
diventare
un
altro?",
ha
insistito
cercando
di
convincermi.
"Non
lo
so,
davvero
non
so
a
chi
interessa…
A
qualcuno,
di
sicuro!",
ho
risposto,
con
una
strana
rassegnazione.
"Parli
così?
Adesso
che
il
successo
ci
ha
sorriso?
Non
puoi
neppure
immaginare
che
tiratura
avrà
la
prima
edizione!",
mi
rimprovera
lei,
aspramente.
"Guardati
le
mani!
Come
sono
diventate
ruvide!
E
non
fai
altro
che
tossire!
Vuoi
mettere
in
pericolo
la
tua
salute
e
tutto
il
nostro
futuro?"
Mi
sono
guardato
le
mani:
diceva
la
verità.
E
davvero
non
facevo
altro
che
tossire.
Ed
era
vera
anche
l'ultima
affermazione,
che
ha
aggiunto
alla
fine,
che
fra
cinque
anni
ne
avrò
cinquanta
sul
groppone.
Non
ho
fatto
in
tempo
a
risponderle:
ha
suonato
il
telefono.
"Evaristo,
sei
tu!
Che
fortuna!",
mi
sono
rallegrato
alla
voce
dell'amico.
Ho
sfogato
nella
cornetta
tutta
questa
storia.
"Hm…
Così…",
interpolava
lui,
ogni
tanto,
imbarazzato
da
ciò
che
sentiva.
"E
sai,
amico
mio,
mentre
scrivo
mi
sembra
di
avere
su
una
spalla
un
angelo,
sull'altra
un
diavoletto,
come
quelli
che
vede
un
personaggio
di
un
dramma
che
ho
visto
molti
anni
fa
in
Bosnia.
L'angelo
tace
e
mi
osserva,
con
biasimo,
mentre
il
diavoletto
mi
sprona:
Continua,
non
fermarti!
Il
tempo
è
denaro!",
ho
detto,
alla
fine
del
mio
lamento
e
ho
aggiunto,
a
mezza
voce,
il
messaggio
del
mio
cane
alato.
"Hm…",
ha
detto
ancora
una
volta.
"E…
Dici
che,
oltre
a
tutto
il
resto,
ti
chiedono
anche
come
migliorare
le
vendite?
Hm!
Posso
venire
da
te,
stasera?"
No,
non
ho
spedito
nessuna
proposta
per
aumentare
le
vendite
dei
miei
racconti
commerciali!
Evaristo!
Lui
porta
sempre
con
sé
una
carica
di
ottimismo,
non
si
arrende
neppure
davanti
ai
problemi
più
difficili.
Gli
dico
talvolta
che
ha
sbagliato
professione:
invece
che
il
geometra,
avrebbe
dovuto
fare
lo
psicologo
o
lo
psichiatra.
Ho
anche
una
sua
opera
pittorica,
il
mio
ritratto:
sorrido,
anche
se
il
mio
corpo
è
trafitto
da
una
grande
penna
stilografica.
Evaristo
sostiene
che
l'artista
è
libero
solo
se
segue
la
sua
voce.
Mentre
dice
così,
la
sua
voce
si
fa
seria,
scende
di
un
paio
di
ottave;
i
suoi
capelli,
folti,
ricciuti
come
quelli
di
Hendrix
-
e
ne
ha,
anche
se
è
più
vecchio
di
me,
a
sufficienza
per
entrambi
-
sembra
che
inizino
ad
avvolgersi
in
un
gomitolo
arruffato;
gli
occhi
gli
si
colmano
di
sciami
di
faville;
con
le
mani,
come
un
direttore
d'orchestra,
dà
il
tempo
a
ogni
parola
e
alle
pause
del
discorso.
"Può
e
deve,
in
realtà,
ascoltare
gli
altri
intorno
a
sé,
ma,
quando
crea,
tutto
è
chiaro",
dice
lui.
Chiaro?
Per
lui,
sì.
Ma
per
me?
Evaristo.
Solo
un'ora
prima
del
suo
arrivo
il
campo
davanti
alla
casa
in
cui
abitiamo
era
sprofondato
in
una
nebbia
pesante
e
fangosa.
Ma
quando
gli
ho
aperto
la
porta,
le
mie
pupille
sono
state
colpite
dall'ondata
di
azzurro
di
un
cielo
chiaro,
pervaso
dello
splendore
sulfureo
di
una
falce
di
luna
e
di
una
grande
stella
ammiccante.
Dalle
montagne
in
lontananza
giungeva
il
profumo
della
neve,
dolcemente
umido.
Gli
ho
mostrato,
malgrado
la
muta
protesta
di
mia
moglie,
le
lettere
degli
editori
e
gli
ho
dato
da
leggere
uno
dei
miei
racconti
commerciali.
Su
quel
racconto,
neppure
una
parola.
Il
mio
buon
Evaristo,
pieno
di
riguardo!
Ho
colto
solamente
un
suo
sguardo,
pieno
di
dubbio.
E
le
lettere?
Non
ha
risparmiato
le
parole,
tanto
che
poco
di
quanto
ha
detto
potrebbe
entrare
in
questo
racconto.
"Dobbiamo
pensare
a
una
risposta
per
quegli
editori
che
non
lesinano
i
complimenti
per
i
tuoi
racconti
non
commerciali!
Qualcosa
di
originale,
mai
sperimentato…",
sussurra
con
voce
misteriosa,
degna
del
suo
nome
che,
come
lui
stesso
sostiene,
sarebbe
più
adatta
per
qualche
mago
o
stregone.
"Immagino
già
che
questa
sarà
un'attività
assolutamente
inutile
e
non
commerciale!",
si
ribella
mia
moglie.
"Dopo
tutto
quello
che
abbiamo
fatto,
non
permetto
che
spediate
una
lettera
o
un
messaggio
del
genere
a
un
editore
con
cui
siamo
in
rapporti
d'affari…
Se
non
vuoi
proporre
niente
per
migliorare
le
vendite,
va
bene!
E…"
"E?",
Evaristo
solleva
le
sopracciglia.
"E…
Questo
è
tutto…",
ribatte
lei,
e
evidentemente
arrabbiata
ci
lascia
da
soli.
"Così…",
comincia
Evaristo,
si
china
sul
tavolo,
socchiude
un
occhio.
"Così…
La
strategia
si
basa…"
Il
mio
ritratto
con
la
penna
stilografica
che
mi
attraversa
da
parte
a
parte
mi
ha
sorriso,
alcune
volte,
furbescamente,
chiaramente,
come
quella
stella
sopra
il
nostro
Pianeta.
Eravamo
già
entrati
nel
terzo
millennio
quando
ci
è
arrivata
una
risposta,
l'unica.
"Eccoci!",
fa
Evaristo.
"Senti
questo:
Ci
dispiace…"
E
fa
una
faccia
seria:
"Hai
capito?
Di
nuovo
gli
dispiace!"
Poi
continua
a
leggere:
"…di
non
essere
riusciti
a
capire
del
tutto
la
Sua
proposta:
per
le
parti
ruvide,
pesanti
e
amare
dei
Suoi
racconti,
Lei
offre
qualcosa
di
molto
inconsueto!
Cioè,
per
le
parti
ruvide,
Lei
propone,
come
supplemento
ad
ogni
libro,
un
mini
pacchetto
di
burro
che
il
lettore
dovrebbe
spalmare
sul
pane
o
la
fetta
biscottata,
e
così
facendo
otterrebbe
l'effetto
opposto;
per
le
parti
pesanti,
Lei
propone
che
il
lettore
prenda
in
mano
un
peso
da
mezzo
chilo
o
più,
e
poi
lo
posi
subito,
in
modo
da
ottenere
un'impressione
di
leggerezza;
per
l'amarezza
lei
ritiene
che
potrebbe
essere
utile
un
vasetto
di
miele.
Pensiamo
che
la
Sua
proposta
sia
molto
originale,
anzi,
anche
molto
simpatica,
ma
ci
dispiace
molto
che,
per
problemi
tecnici,
non
siamo
in
grado
di
accettarla.
Speriamo
di
ricevere
presto
da
lei
delle
nuove
proposte,
naturalmente
di
natura
letteraria,
ecc.
ecc."
Evaristo
ha
smesso
di
leggere
e
mi
ha
guardato,
con
fare
furbesco.
"Questo
è
tutto…",
ho
detto.
"Questo
è
tutto!",
ha
ripetuto,
come
un'eco,
mia
moglie.
Intanto
era
rimasta
all'improvviso
senza
idee
per
i
miei
racconti
commerciali.
Alcuni
giorni
prima,
con
mia
grande
sorpresa,
mi
aveva
perfino
detto
di
aver
sottovalutato
l'esperienza
di
Kis.
E
di
non
sapere
proprio
che
cosa
l'avesse
spinta
a
mettere
in
moto
il
progetto
di
commercializzazione
dei
racconti.
Mi
ha
stretto
la
mano,
come
un
tempo,
e
mi
ha
guardato
in
modo
assolutamente
diverso
da
quel
periodo.
E
il
libro
di
racconti
non
commerciali,
i
miei?
Sarà
pubblicato,
naturalmente.
Con
il
mio
pseudonimo
anglosassone,
naturalmente.
Con
i
contratti
firmati
non
si
può
scherzare.
Naturalmente.
"Dimenticheremo
quel
libro,
come
se
non
esistesse!",
ha
detto
serenamente
mia
moglie.
Più
o
meno
nello
stesso
periodo
ha
detto
qualcosa
di
simile
anche
mio
figlio.
Anzi,
non
sapeva
neppure
lui
perché
lo
avesse
colto
quell'euforia
commerciale.
"Strana,
da
non
crederci!",
ha
detto,
scrollando
la
testa.
E'
tornato
di
nuovo
disponibile
ai
nostri
esercizi
stilistici:
nei
reparti
di
libri
dei
grandi
magazzini
apre
i
best
seller,
legge
e
confronta
fra
loro
le
prime
frasi
di
alcuni
titoli.
"Dov'è
la
differenza?"
"Nel
prezzo
di
copertina!",
dico
io.
"No,
non
è
tutto…",
ha
detto
Evaristo,
misteriosamente.
Ha
preso
la
sua
borsa
e
ne
ha
estratto
una
cartella,
a
me
già
nota,
di
schizzi
e
disegni.
Per
alcuni
minuti
abbiamo
osservato
i
suoi
schizzi
per
uno
dei
miei
libri,
si
sa,
di
racconti
inediti.
"In
qualche
modo
lo
pubblicheremo,
no?",
ha
detto
Evaristo.
"Se
non
altro
almeno
come
samizdat
per
il
Premio
San
Nicolò!
L'estate
tornerà,
piena
e
matura…
Non
è
stato
Pavese
a
dire
che
la
maturità
è
tutto?"
"L'estate…
L'estate…",
abbiamo
ripetuto
entrambi,
all'unisono,
dietro
a
lui.
A
me
e
a
mia
moglie
più
di
tutti
è
piaciuto
lo
schizzo
in
cui
c'era
un
libro
in
confezione
regalo,
e
attraverso
il
cellofan
si
vedevano
i
supplementi:
un
mini
pacchetto
di
burro,
un
piccolo
peso
e
un
vasetto
di
miele.
Naturalmente
anche
il
titolo:
Bon
voyage.
Il
libro
era
sospeso
fra
l'azzurro
del
cielo
e
il
verde
trasparente
di
una
pianura
infinita.
Un
treno,
appartenente
ai
tempi
lontani
delle
locomotive
a
vapore,
passava
per
la
pianura,
mentre
un
altro,
la
sua
copia,
al
di
sopra
dei
boccoli
di
nuvole
biancastre.
Fra
i
due
treni
volava
un
cane
alato,
l'incrocio
di
quel
mio
racconto
incompiuto.
"Questo
è
tutto…",
ha
detto
Evaristo.
"Questo
è
tutto…",
abbiamo
ripetuto
dietro
a
lui,
di
nuovo
all'unisono.
"E
alla
fine?",
ci
ha
chiesto
mia
moglie.
"Alla
fine…",
comincia
Evaristo,
e
poi
ci
chiede:
"E
vostro
figlio?"
"Arrivo!"
"Alla
fine…
Mettiamoci
a
ridere,
forte!",
dice
Evaristo
e
ci
abbraccia.
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