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"La
mia
musica?
È
una
miscela,
nasce
dalla
frontiera
balcanica,
una
terra
misteriosa
dove
si
incrociano
tre
culture:
ortodossa,
cattolica
e musulmana".
Parla
un
italiano
disinvolto
Goran
Bregovic
(1950,
Sarajevo),
che
si
presenta
all'appuntamento
senza
formalità:
costume
e asciugamano
dopo
un
bagno
in
piscina,
occhiali
da
sole.
Ha
l'aria
di
un
tipo
tranquillo,
sicuro
di
sé.
Le
sue
composizioni,
mix
di
folk
balcanico
e raffinata
tecnologia,
hanno
contagiato
l'Europa.
Anche
grazie
al
fortunato
sodalizio
con
Emir
Kusturica,
suo
concittadino
di
Sarajevo
e regista
di
capolavori
come
Il
tempo
dei
gitani
e Underground.
Bregovic
ha
firmato
le
colonne
sonore
di
molti
dei
suoi
film,
compreso
Arizona
Dream,
il
sogno
americano
del
regista
bosniaco,
con
star
come
Jerry
Lewis
e Johnny
Depp,
e una
canzone,
Tv
Screen,
interpretata
dall'iguana
Iggy
Pop,
ex
Stooges.
"Era
appena
scoppiata
la
guerra
nell'ex-Jugoslavia
- ricorda
Bergovic
-.
Io
ed
Emir
siamo
fuggiti
in
America
a girare
il
film.
Poi
ci
siamo
ritrovati
a Parigi,
insieme
a tanti
amici
di
Sarajevo".
Già,
gli
amici:
gli
intellettuali
e gli
artisti
di
quella
Bosnia
colta
e pacifica
spazzata
via
dalle
granate;
i fedelissimi
dei
club
dove
Kusturica
proiettava
i suoi
primi
film
e suonava
il
basso
in
un
gruppo
punk.
Un
repertorio
simile
a quello
del
giovane
Goran,
rockstar
con
una
band
sua
già
all'età
di
sedici
anni,
nonchè
studente
di
filosofia.
Sarajevo
rock
"Il
rock
era
la
sola
possibilità
di
esprimere
il
nostro
malcontento
senza
rischiare
di
finire
in
galera,
o quasi...".
Ma
chiariamo
una
cosa:
io
ed
Emir
non
abbiamo
mai
suonato
insieme;
lui
era
un
dilettante,
io
un
musicista,
precisa
con
tono
neanche
troppo
scherzosamente
strafottente.
Evidentemente
tra
i due
qualcosa
si
è
guastato.
Tanto
che
nell'ultimo
film
di
Kusturica
Gatto
Nero
Gatto
Bianco
non
ci
sono
più
le
musiche
di
Bregovic,
che
nel
frattempo
ha
inciso
la
colonna
sonora
di
Train
de
Vie,
il
piccolo
gioiello
del
regista
franco-romeno
Radu
Milhaileanu.
Alla
base
della
lite
- pare
- il
risentimento
di
Kusturica
per
il
tipo
di
utilizzazione
delle
musiche
dei
suoi
film
nei
concerti
di
Bregovic.
Ma
su
questo
punto
il
musicista
bosniaco
preferisce
glissare:
"Io
ed
Emir
abbiamo
preso
strade
diverse,
tutto
qua".
Ma
torniamo
alla
Sarajevo
underground
pre-bellica.
è
qui
che
il
primo
Bregovic
infiamma
i giovani
con
gruppi
rock
come
Bestie,
Kodeks,
Jutro
e soprattutto
White
Button
(Bijelo
Dugme),
la
formazione
che
lo
accompagnerà
per
quindici.Poi,
stanco
del
ruolo
di
idolo
dei
teen-ager,
decide
di
cambiare
rotta.
Il
tempo
dei
gitani,
memorabile
affresco
del
popolo
rom
in
bilico
tra
realismo
e sfrenata
fantasia,
segna
l'inizio
della
collaborazione
con
Kusturica.
Ma
presto
sulla
Jugoslavia
orfana
di
Tito
cominceranno
a soffiare
venti
di
guerra.
E per
l'arte
non
ci
sarà
più
spazio.
Goran
racconta
la
storia
con
l'apparente
distacco
di
chi
ha
rotto
con
le
proprie
radici.
Ma
c'è
una
vena
di
nostalgia
nella
sua
voce
quando
rievoca
la
Sarajevo
di
quei
giorni,
così
lontana
dalla
città-fantasma
del
dopo-guerra.
"Non
ci
abito
più.
Non
è
pratica,
manca
spesso
l'elettricità
e non
posso
usare
i miei
computer,
mancano
le
condizioni
minime
per
lavorare.
Ora
vivo
tra
Parigi
e Belgrado,
ma
sono
quasi
sempre
in
tournée".
Guerra
e musica
Di
madre
serba
e padre
croato,
come
tanti
cittadini
bosniaci,
Bregovic
è
quasi
un
simbolo
della
Bosnia
multietnica.
Eppure
anche
lui,
oggi,
è
rassegnato:
"è
molto
romantico
pensare
che
noi
artisti
possiamo
cambiare
le
cose.
Purtroppo,
però,
la
storia
della
Jugoslavia
la
fanno
i soldati,
non
i musicisti.
Il
problema
è
la
mancanza
di
cultura
democratica.
Durante
il
comunismo
era
imposta
dall'alto,
dopo
non
si
è
sviluppata.
In
Francia
la
cosa
peggiore
immaginabile
è
che
la
destra
moderata
si
allei
con
i fascisti;
da
noi
i politici
sono
pronti
a far
uccidere
centomila
persone
pur
di
imporre
le
loro
idee".
Più
facile,
invece,
cambiare
la
storia
della
musica.
Magari
lanciando
uno
stile
nuovo
e facendo
conoscere
una
cultura
che
molti
- come
ammette
con
un
sorriso
- "ricordano
solo
per
Il
ponte
sulla
Drina
di
Ivo
Andric,
premio
Nobel
per
la
Letteratura".
E allora
spazio
alla
musica:
sonorità
fragorose,
selvagge,
un
po'
alticce,
alternate
ad
altre
solenni,
toccanti,
come
il
tema
del
Tempo
dei
gitani,
Ederlezi,
che
dà
anche
il
titolo
al
cd-antologia
delle
colonne
sonore
di
Bregovic.
È
una
formula
che
fonde
Bartok
e il
jazz,
tanghi
e ritmi
folk
slavi,
suggestioni
turche
e vocalità
bulgara,
polifonie
sacre
ortodosse
e moderni
battiti
pop.
Si
puo'
definire
world
music?
Forse.
Di
sicuro,
per
questo
gitano
cosmopolita,
il
concetto
di
musica
etnico-nazionale,
forzatamente
in
voga
oggi
nei
paesi
dell'ex-Jugoslavia,
suona
ridicolo:
è
assurdo
cercare
differenze
in
una
lingua,
il
serbo-croato,
che
è
sempre
stata
una
sola,
o perfino
nella
musica.
I nostri
popoli
sno
sempre
stati
molto
vicini
per
cultura
e tradizioni.
Ma
oggi,
da
più
parti,
si
cerca
di
riscrivere
la
Storia".
Lo
spettacolo
dei
suoi
concerti
non
nasce
da
effetti
speciali,
ma
dai
musicisti
presenti
sul
palco.
Da
un
lato
l'austera
Orchestra
di
Belgrado,
in
bianco
e nero;
dall'altro
le
Voci
Bulgare,
quattro
vocalist
straordinarie
in
variopinti
costumi
folkloristici;
in
mezzo
Bregovic,
abiti
bianchi
e chitarra
elettrica
in
mano
in
braccio,
e il
massiccio
direttore-percussionista,
Ognjen
Radivojevic;
dietro
di
loro
la
Wedding
&
Funerals
Band,
fanfara
di
ottoni
che
aggiorna
la
tradizione
dei
complessi
ottomani
e rom.
"Loro
suonano
davvero
ai
matrimoni
e ai
funerali.
È
la
tradizione
ortodossa:
dopo
il
rito
funebre
si
mangia,
si
beve
e per
un
po'
il
dolore
lascia
spazio
alla
musica".
La
Jugoslavia
in
cantina
Impossibile,
in
effetti,
resistere
alla
malia
di
questo
ubriacante
cocktail
balcanico.
Così
ogni
volta,
anche
in
sedi
austere,
come
l'Accademia
di
Santa
Cecilia
di
Roma
dove
Bregovic
si
è
esibito
più
volte,
si
rinnova
il
rituale:
il
pubblico
abbandona
i seggiolini
e si
lascia
andare
a danze
vorticose
sotto
il
palco.
Tutti
insieme,
giovani,
anziani,
bambini,
irretiti
dai
ritmi
di
Kalasnjikov
e Mesecina,
i pezzi
trainanti
della
colonna
sonora
di
Underground.
"Propaganda
serba"
era
stato
bollato
il
film
dai
suoi
detrattori.
"Ci
vogliono
occhiali
speciali
per
vederla
- ribatte
Bregovic
- e
poi
non
credo
proprio
che
i serbi
vorrebbero
essere
ritratti
in
quel
modo.
È
solo
una
storia
d'amore
tra
tre
persone,
durante
un
pezzo
di
storia
del
nostro
paese".
Ma
in
realtà
nel
film
- Palma
d'oro
a Cannes
- c'era
qualcosa
di
più:
Underground,
la
cantina
dove
i protagonisti
venivano
tenuti
all'oscuro
delle
vicende
reali,
era
una
metafora
tragicomica
del
dramma
jugoslavo,
del
regime
e dei
terribili
segreti
della
guerra.
Dall'inizio
del
conflitto
in
Bosnia,
Bregovic
ha
scritto
molte
colonne
sonore,
tra
cui
anche
quella
della
Regina
Margot
di
Patrice
Chereau.
Ora,
però,
dice
di
non
avere
più
bisogno
di
"fare
soldi".
Lo
ammette
senza
falsi
pudori:
"in
Jugoslavia,
per
ogni
disco,
dovevi
pagare
il
novanta
per
cento
di
tasse.
Ti
passava
la
voglia
di
comporre.
Solo
da
quando
sono
andato
all'estero
ho
cominciato
a lavorare
sul
serio".
Se
in
paesi
come
Francia
e Grecia
è
da
tempo
una
star,
in
Italia,
è
stato
scoperto
più
tardi.
"A
diciotto
anni
- ricorda
- già
suonavo
a Ischia
e Capri,
ma
la
gente
era
meno
curiosa.
Oggi
c'è
più
interesse
per
queste
sonorità.
Certo,
quando
ho
saputo
di
aver
venduto
centomila
copie
in
Francia
mi
sono
chiesto:
'Ma
chi
sono
questi,
perchè
comprano
i miei
dischi?".
Oggi
anche
in
Italia
Bregovic
è
diventato
una
star.
E sono
sembrate
persino
eccessive
alcune
sue
performance,
come
il
duetto
in
tv
con
Adriano
Celentano
in
Ventiquattromila
baci,
classico
del
Molleggiato
e -
incredibile
a dirsi
- canzone
italiana
più
popolare
in
Jugoslavia
(vedere
per
credere
Ti
ricordi
di
Dolly
Bell
di
Emir
Kusturica).
E Bregovic,
che
di
recente
ha
inciso
un
nuovo
disco
insieme
alla
cantante
polacca
Kayah
(sconosciuta
in
Occidente,
ma
capace
di
vendere
milioni
di
dischi
nel
suo
Paese)
è
salito
addirittura
sul
palco
del
Teatro
Ariston
di
Sanremo
durante
una
edizione
del
Festival,
prendendo
parte
anche
alla
giuria
di
qualità.
Tales
And
Songs
From
Weddings
And
Funerals
del
2002
riporta
Bregovic
alle
sue
caratteristiche
sonorità.
È
un
disco
che,
come
scrive
il
critico
Riccardo
Bertoncelli,
"salta
in
alto
nei
cieli
della
fantasia
e del
gioco
ma
sa
sporcarsi
anche
le
mani
con
le
pene
della
vita;
che
diverte
e commuove,
che
sogna
e si
strugge
in
un
mutevole
paesaggio
sonoro
di
fanfare
gitane
e trattamenti
elettronici,
di
fiati
dolenti
e bicchieri
usati
come
percussioni,
e una
sveglia
come
metronomo".
Otto
sono
le
canzoni,
sette
i racconti,
strettamente
legati
tra
humour
e malinconia.
Tra
i brani
anche
l'esilarante
Polizia
molto
arabbiata
(con
tanto
di
errore
grammaticale),
che
vuole
denunciare
le
vessazioni
degli
immigrati
slavi
in
Italia.
Ottimo
l'apporto
alle
voci
di
Goran
Demirovic
e di
Vaska
Jankovska,
ma
a dare
colore
e anima
al
disco
è
la
solita,
straripante
"orchestra
dei
matrimoni
e dei
funerali.
Ma
nonostante
i buoni
affari
legati
alla
sua
inarrestabile
popolarità,
Bregovic
annuncia
di
voler
lasciare
spazio
alla
sperimentazione:
"Ora
non
mi
interessa
la
carriera,
ma
solo
la
musica.
Mi
diverto
a provare
di
tutto,
dalle
canzoni
per
bambini
alle
sinfonie
più
complesse".
Un
punto,
per
il
musicista
bosniaco,
resta
fermo:
"è
sempre
meglio
una
banda
gitana,
magari
stonata,
di
una
Madame
Butterfly
imbalsamata
dalla
routine".
Non
si
stancherà
mai
di
esplorare
le
frontiere
della
musica
Goran
Bregovic.
Ma
nel
cuore
gli
resterà
sempre
lo
spirito
libero
e selvaggio
della
frontiera
balcanica. |