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ultimo
aggiornamento
26.01.06 14:19
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Nato
a
Sarajevo
nel
1966,
poeta,
scrittore,
drammaturgo
e
giornalista,
Miljenko
Jergovic
è
considerato
il
più
importante
esponente
della
nuova
generazione
di
scrittori
della
ex-Jugoslavia.
Scrive
per
numerose
riviste
e
giornali
della
Bosnia
(Oslobodjenje)
e
della
Croazia
articoli
di
letteratura,
politica,
rock
e
cinema
e
lavora
per
un
settimanale
di
Spalato.
Si
fa
conoscere
giovanissimo,
a
soli
ventidue
anni,
nell’88,
con
due
premi
per
la
poesia
(il
premio
I.
G.
Kovacic
e
il
premio
Mak
Dizdar);
nel
‘90,
in
Croazia,
riceve
il
premio
Veselko
Tenûera
come
migliore
giornalista
di
costume
dell’anno
e
nel
‘91
il
premio
annuale
per
i
migliori
editoriali
scritti
in
un
anno
per
un
quotidiano.
Nel
‘94
vince
il
premio
Ksaver
Sandor
Gjalski
per
la
narrativa,
mentre
nel
'95
è
stato
insignito
in
Germania
del
premio
Erich
Maria
Remarque.
Lascia
la
città
natale,
trasferendosi
a
Zagabria
durante
la
guerra
di
Bosnia,
anche
se
continua
ad
essere
cittadino
delle
due
città.
Ha
pubblicato
tre
raccolte
di
poesie
e
un
ciclo
di
racconti,
Le
Marlboro
di
Sarajevo,
tradotto
in
tutte
le
lingue
europee,
a
cui
sono
seguiti
i
romanziI
Karivan
e
Buick
Riviera.
Il
suo
lavoro
è
stato
tradotto
in
tutto
il
mondo.
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Per
troppo
tempo
ho
aspettato
la
Nato
La
Repubblica
10
maggio
1999
|
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Finché
è
durato
l'assedio
di
Sarajevo
e
per
i
primi
quindici
mesi
di
guerra
da
me
trascorsi
in
rifugi
e
scantinati
senza
luce,
né
acqua,
né
cibo,
non
è
passato
giorno
senza
che
invocassi
il
bombardamento
della
Nato
su
Belgrado.
Ma
più
passava
il
tempo,
più
mi
rendevo
conto
che
ciò
non
sarebbe
avvenuto,
che
quelle
di
Washington
erano
minacce
a
vuoto
(la
prima
risaliva
al
luglio
del
'92)
e
che
le
mie
sofferenze,
quelle
della
mia
età
e
del
paese
in
cui
vivevo
sarebbero
durate
tanto
da
consentire
all'armata
di
Milosevic
di
raggiungere
il
proprio
obiettivo
-
laddove
quest'obiettivo
era
l'epurazione
dei
musulmani
bosniaci
e
in
parte
dei
croati.
O
che
magari,
nella
più
rosea
delle
ipotesi,
le
nostre
sofferenze
sarebbero
durate
finché
quell'esercito
non
si
fosse
stancato
e
non
avesse
deciso
di
dar
fondo
alle
riserve
di
munizioni.
Il
bombardamento
degli
alleati
non
si
verificò
neppure
in
seguito
alla
scoperta
dei
campi
di
concentramento
di
Manjaca
e
di
Omarska
nell'agosto
del
'92,
né
dopo
che
a
Sarajevo
furono
uccise
diecimila
persone
(tra
cui
millesettecento
bambini)
né
tantomeno
dopo
che
quasi
tutta
la
popolazione
maschile
di
Srebrenica
fu
sterminata
nell'estate
del
'95.
Il
bombardamento
degli
alleati
non
si
verificò
nemmeno
dopo
che
il
mondo
ebbe
appreso
degli
stupri
perpetrati
sistematicamente
dall'esercito
serbo
nei
confronti
delle
donne
musulmane.
Soltanto
dopo
che
i
militari
del
generale
Ratko
Mladic
ebbero
umiliato
i
militari
dell'Unprofor
incatenandoli
alle
ringhiere
dei
ponti
e
dei
depositi
di
munizioni,
nonché
a
seguito
della
decisione
assunta
dallo
stato
maggiore
serbo,
si
pensò
di
evitare
che
un'altra
enclave
musulmana,
quella
di
Goradze,
condividesse
il
destino
di
Srebrenica.
E
si
arrivò
così
al
bombardamento
-
a
dire
il
vero
poco
più
che
simbolico
-
di
qualche
carro
armato
o
cannone
serbo
arrugginito.
Ciò
bastò
addirittura
a
porre
fine
alla
guerra
in
Bosnia
Erzegovina,
perché,
nel
lontano
1995,
era
sufficiente
l'invio
di
qualche
decina
di
aerei
Nato
per
fermare
i
massacri
in
un
paese.
È
stato
a
quel
punto
che
ho
capito
che
il
cerchio
dei
crimini
di
Slobodan
Milosevic
non
si
era
affatto
chiuso
e
che
l'Occidente,
lungi
dall'interrogarsi
sulla
politica
di
pulizia
etnica
-
la
sola
conosciuta
dal
leader
serbo
-
intendeva
semplicemente
tutelare
il
diritto
alla
vita
dei
sopravvissuti
bosniaci.
Questa
è
stata
l'unica
soddisfazione
offerta
alla
gente,
malgrado
all'Aja
avessero
già
allestito
il
Tribunale
internazionale
per
i
delitti
di
guerra
nella
ex
Jugoslavia.
Un
Tribunale
che
non
poteva
essere
di
alcun
risarcimento
per
almeno
due
ragioni:
la
prima
era
una
palese
assenza
di
volontà
e
di
metodi
per
trascinare
Radovan
Karadzic
e
Ratko
Mladic
sul
banco
degli
imputati;
la
seconda
era
che,
per
quel
Tribunale,
la
politica
di
Slobodan
Milosevic
non
costituiva
un
problema
a
cui
porre
rimedio.
Con
quell'uomo,
infatti,
si
è
continuato
a
trattare,
a
dialogare,
e
più
è
passato
tempo
dalla
guerra
in
Bosnia
Erzegovina,
più
l'Occidente
ha
dimenticato
le
responsabilità
di
quell'uomo.
All'indomani
della
guerra
in
Bosnia
era
chiaro
che
l'invio
di
qualche
aereo
militare
nei
cieli
della
Serbia
sarebbe
bastato
a
far
tacere
le
armi
una
volta
per
tutte.
Era
chiaro
che,
nella
primavera
del
'92,
Milosevic
aveva
preso
atto
della
serietà
delle
minacce
occidentali
(in
verità
assai
poco
credibili)
e
aveva
capito
che
la
situazione
in
Serbia
gli
consentiva
di
restare
al
potere
solo
se
su
Belgrado
non
fosse
piovuta
la
benché
minima
bomba.
Per
i
serbi,
né
la
Croazia,
né
la
Bosnia
Erzegovina,
né
l'occupazione
di
entrambe
valevano
al
punto
da
sopportare
una
guerra
nel
proprio
paese.
È
evidente
che
in
tal
caso
avrebbero
destituito
il
loro
leader,
così
com'è
evidente
che
quest'ultimo
non
si
sarebbe
mai
cacciato
in
un
conflitto
tale
da
mettere
a
repentaglio
il
suo
potere.
Per
tutta
la
durata
della
guerra
mi
capitava
di
sentire
al
telefono
i
miei
amici
di
Belgrado,
tutta
gente
che
non
era
succube
della
propaganda
di
Milosevic
e
che
sapeva
dei
crimini
commessi
dal
loro
governo
in
Croazia
e
in
Bosnia.
Sin
dall'estate
del
'92
temevano
le
bombe
su
Belgrado,
e
con
la
caduta
di
Srebrenica
capirono
che
quelle
bombe
sarebbero
arrivate.
Seppure
da
una
prospettiva
diversa,
credevano
esattamente
in
ciò
in
cui
credevo
io,
ovvero
che
l'Occidente
democratico
non
avrebbe
tollerato
che,
nel
cuore
dell'Europa,
il
genocidio
restasse
impunito.
Poi,
però,
nessuna
bomba
è
caduta
su
Belgrado
e
i
miei
amici
si
sono
persuasi
che
l'Occidente,
alla
fin
fine,
non
aveva
nulla
da
rimproverare
a
Slobodan
Milosevic.
Quei
cittadini
si
sentivano
puniti
per
ciò
che
lasciava
impunito
Slobodan
Milosevic.
Nel
'92,
nel
'93
e
in
seguito,
i
miei
amici
serbi
avrebbero
sopportato
il
peso
delle
bombe
sul
loro
paese
senza
cambiare
la
loro
visione
del
mondo
e
senza
sviluppare
alcun
odio
nei
confronti
dell'Europa
e
degli
Stati
Uniti.
Non
erano
arrabbiati
con
me,
che
sostenevo
come
unica
via
d'uscita
dalla
guerra
in
Bosnia
il
bombardamento
di
Belgrado.
In
quegli
anni,
però,
la
maggior
parte
dei
serbi
non
la
pensava
come
i
miei
amici.
Era,
ovviamente,
vicina
a
Milosevic.
Ma
a
che
prezzo?
Non
a
tutti
i
costi.
Non
di
certo
al
prezzo
della
propria
distruzione
o
della
distruzione
del
proprio
paese.
Se
l'Occidente,
ripeto,
fosse
intervenuto
allora,
il
popolo
serbo
avrebbe
messo
da
parte
Milosevic
o
comunque
non
gli
avrebbe
consentito
di
proseguire
sulla
strada
della
pulizia
etnica
e
del
genocidio.
Il
giorno
in
cui
le
bombe
hanno
cominciato
a
cadere
sulla
Serbia
mi
sono
detto:
finalmente!
Guardavo
con
orrore
in
televisione
le
colonne
dei
profughi
albanesi
del
Kosovo,
scoprendo
che
esiste
una
guerra
più
feroce
di
quella
bosniaca.
Per
me
era
chiaro
che
Milosevic
aveva
imposto
il
destino
di
Srebrenica
a
tutte
le
località
del
Kosovo.
Ma
al
contempo
mi
si
chiariva
anche
un'altra
cosa:
l'intera
Serbia,
adesso,
si
sarebbe
stretta
intorno
al
suo
leader,
l'intera
Serbia,
sotto
le
bombe
Nato,
si
sarebbe
sentita
aggredita.
La
gente
che
credeva
possibile
un
intervento
quand'era
in
atto
l'assedio
di
Sarajevo,
oggi
stenta
davvero
a
capire
perché
esso
avvenga
mentre
è
in
atto
lo
sterminio
degli
albanesi
del
Kosovo.
Non
riesce
a
spiegarsi
ciò
che
non
riesco
a
spiegarmi
nemmeno
io:
perché
non
nel
1992,
bensì
nel
1999?
La
risposta
dovrebbe
pur
venire
da
qualcuno,
ad
esempio
da
qualcuno
che
è
lì,
a
Washington,
e
non
tanto
per
i
serbi,
per
i
bosniaci
o
per
i
croati,
quanto
proprio
per
l'opinione
pubblica
dell'
Occidente.
Senza
questa
risposta
alcuni
fatti
restano
difficilmente
comprensibili.
L'Occidente
si
chiede
come
mai,
oggi,
la
stragrande
maggioranza
dei
serbi
possa
ancora
sostenere
Milosevic,
mentre
i
serbi
non
riescono
a
capire
perché
l'Occidente
li
bombardi
proprio
adesso.
Oggi
i
miei
amici
serbi
odiano
a
morte
gli
Stati
Uniti
e
non
vivono
i
bombardamenti
come
una
punizione
nei
confronti
di
Milosevic,
bensì
come
una
punizione
nei
loro
confronti.
Il
dramma
degli
albanesi
del
Kosovo
non
riesce
a
riscuotere
la
loro
più
intima
compassione,
né
credono
che
i
bombardamenti
arrivino
per
trarre
in
salvo
quella
gente.
Loro,
come
del
resto
anch'io,
vedono
che
la
Nato
non
è
in
grado
di
frenare
né
di
arginare
fosse
pure
per
un
solo
istante
l'esodo
di
quella
gente.
Inoltre
sono
convinti
che
Richard
Holbrooke
verrà
di
nuovo
in
visita
a
Belgrado
e
che,
se
non
lui
qualcun
altro,
riprenderà
a
trattare
e
a
dialogare
con
Milosevic,
il
quale,
dopo
una
stretta
di
mano,
tornerà
a
essere
una
persona
rispettabile,
esattamente
come
all'indomani
di
Dayton.
Di
fronte
a
simili
argomentazioni,
non
posso
scegliere
che
il
silenzio.
A
essere
sincero,
la
loro
indifferenza
verso
le
sofferenze
degli
albanesi
del
Kosovo
mi
ripugna
al
punto
che
oggi
sento
di
non
poter
condividere
più
nulla
con
i
miei
amici
belgradesi.
E
pensare
che
la
nostra
amicizia
era
sopravvissuta
ai
fatti
di
Vukovar,
di
Sarajevo,
di
Srebrenica...
Ma
allora
erano
altri
tempi,
altre
circostanze.
Sapevano
provare
compassione,
oggi
non
più.
Slobodan
Milosevic
ha
divorato
anche
loro,
in
perfetto
stile
con
i
dittatori
di
questo
secolo
pari
a
lui.
Come
stavano
dalla
parte
di
Hitler
tutti,
o
quasi
tutti
i
tedeschi,
oggi
tutti,
o
quasi
tutti
i
serbi
stanno
dalla
parte
di
Milosevic.
In
Serbia
e
a
Belgrado
la
distruzione
avanza
di
giorno
in
giorno.
Sale
il
numero
delle
vittime
civili,
e
intanto
il
paese
si
rivela
sempre
più
compatto.
Mi
viene
quasi
da
ridere
quando
sento
i
portavoce
della
Nato
parlare
di
crepe
ai
vertici
militari
o
civili
di
quel
paese.
Non
c'è
nessuna
crepa,
e
ciò
che
tiene
unita
la
Repubblica
socialista
della
Serbia
è
l'
odio
nei
confronti
dell'Occidente,
alimentato
dalla
sempre
crescente
distruzione
e
dai
sempre
più
aspri
bombardamenti.
Quanto
durerà
quest'odio
e
cosa
finirà
per
generare?
Sono
quasi
certo
che
alla
fine
Milosevic
accetterà
quelle
cinque
condizioni
che
Bill
Clinton
esibisce
in
televisione.
Acconsentirà
alla
presenza
di
una
forza
militare
nel
Kosovo
e
dirà
alla
sua
nazione
di
aver
dovuto
accettare
la
parziale
occupazione
del
paese
sotto
la
minaccia
di
una
terribile
potenza
militare.
Vi
immaginate
come
salirà
alle
stelle
l'
odio
serbo
verso
l'Occidente?
Assumerà
le
proporzioni
che
servono
a
Milosevic
per
passre
a
una
nuova
fase
del
suo
piano
di
pulizia
etnica.
Pulirà
la
zona
di
Sandzak,
popolata
da
musulmani,
quelle
della
Vojvodina
popolate
da
croati
e,
una
volta
rovesciato
l'
attuale
governo
del
Montenegro,
potrà
pulire
anche
quest'ultimo
territorio
dalle
sue
popolazioni
non
serbe
(montenegrini,
albanesi,
musulmani
e
croati).
In
tal
caso
la
Nato
interverrà
di
nuovo?
Magari
sì,
ma
a
qual
punto
sarà
davvero
difficile
trovare
anche
un
solo
serbo
che
non
incolpi
la
Nato
di
condurre
allo
sfascio
la
Serbia.
Infine
s'impone
il
quesito
che
avremmo
dovuto
formulare
all'inizio
del
nostro
ragionamento:
l'intervento
della
Nato
contro
la
Jugoslavia
era
necessario
e
legittimo?
La
risposta
è
sorprendentemente
semplice:
è
logico
che
fosse
necessario,
e
a
quanti
la
pensano
diversamente
bisognerebbe
porre
una
sola
domanda:
come
avrebbe
dovuto
reagire
l'Occidente
dinanzi
alle
deportazioni
degli
albanesi
del
Kosovo?
Forse
come
ha
reagito
dinanzi
ai
fatti
di
Srebrenica?
L'intervento
militare,
sebbene
tardivo,
era
purtroppo
l'unica
soluzione
praticabile,
anche
se
gli
obiettivi
proclamati
dall'Occidente
rischiano
di
trasformarsi
in
una
nuova
trappola.
L'intervento
militare
non
può
rimanere
un
intervento
umanitario,
poiché
in
effetti
non
lo
è.
Non
esistono
"bombe
umanitarie",
e
lo
dimostra
il
fatto
che
dopo
più
di
un
mese
di
bombardamenti,
la
Nato
non
è
riuscita
a
salvare
dalla
deportazione
un
solo
kosovaro.
L'occidente
dovrebbe
mirare
alla
destituzione
di
Milosevic
e
della
sua
dittatura
propensa
al
genocidio,
anziché
chiedergli
consensi
o
favori.
Soltanto
questo
può
giustificare
l'impiego
della
forza
nei
confronti
della
Repubblica
socialista
della
Serbia
e
soltanto
questo,
sul
lungo
periodo,
può
rivelarsi
sensato
e
legittimo.
Soltanto
questo
potrà
salvare
gli
albanesi
del
Kosovo
e
soltanto
questo
potrà
sedare
l'odio
dei
serbi
verso
l'Occidente.
Soltanto
questo,
infine,
potrà
restituire
all'Europa
quella
nazione
e
quel
paese.
Se
Milosevic
non
verrà
messo
da
parte
assisteremo
a
una
nuova
fase
di
pulizia
etnica
e
di
genocidio
nei
Balcani
e
in
Europa.
I
dittatori
nostrani
conoscono
bene
il
prezzo
da
pagare
per
lo
sterminio
di
altri
popoli.
E
non
è
un
prezzo
troppo
alto.
I
dittatori
non
soffrono
né
per
la
distruzione
dei
loro
paesi,
né
per
la
rovina
della
loro
nazione.
Non
provano
alcun
dolore,
se
ciò
è
utile
al
consolidamento
del
loro
potere.
Se
Milosevic
resta,
se
l'intervento
militare
non
implica
la
sua
destituzione,
se
l'obiettivo
di
questo
intervento
non
è
la
sua
eliminazione,
allora
diremo
che
anche
il
presidente
croato
Franjo
Tudjman
conosce
bene
il
prezzo
da
pagare
per
raggiungere
il
sommo
traguardo
della
sua
carriera
politica:
la
spartizione
della
Bosnia
Erzegovina
e
l'annessione
della
metà
del
suo
territorio
alla
Croazia.
Milosevic,
come
Hitler,
non
può
essere
deposto
dal
pacifismo,
e
la
tesi
secondo
cui
non
si
può
contestare
al
popolo
serbo
il
diritto
ad
avere
il
leader
che
si
è
scelto,
equivale
alla
tesi
secondo
cui
il
popolo
tedesco
si
sarebbe
scelto
Hitler.
La
Serbia
va
salvata
da
Slobodan
Milosevic.
Se
non
altro,
almeno
per
le
future
generazioni
di
questo
paese,
che
meritano
ciò
che
hanno
meritato
i
tedeschi
nati
dopo
il
9
maggio
1945.
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