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claudio magris
 
antologia di cultura bosniaca 
 

ultimo aggiornamento
26.01.06 14:19

 
 
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Claudio Magris - copyright El MundoClaudio Magris, germanista e critico, è nato a Trieste nel 1939. Si è laureato all'Università di Torino dove è stato ordinario di Lingua e Letteratura tedesca dal 1970 al 1978. È ora docente alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Trieste. Collabora al Corriere della Sera e a diversi altri quotidiani e riviste. Ha contribuito con numerosi studi a diffondere in Italia la conoscenza della cultura mitteleuropea e della letteratura del mito asburgico. Traduttore di Ibsen, Kleist e Schnitzler, ha pubblicato numerosi saggi, fra i quali: Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna (1963), Dietro le parole (1978), Itaca e oltre (1982), Un'identità di frontiera (in colaborazione con Angelo Ara, 1982), Illazioni su una sciabola (1986), Un altro mare (1991) e Microcosmi (Premio Strega 1998). Nel 2001 pubblica per Garzanti Utopia e disincanto, un libro che raccoglie un'ampia scelta della sua vastissima produzione saggistica.
 
 
Prefazione a Le Marlboro di Sarajevo di Miljenko Jergovic
 
Il nuovo Andric bosniaco: così Paolo Rumiz, perspicace scrittore e cronista della insensata e terribile guerra nei Balcani, ha definito Miljenko Jergovic, il sorprendente autore de Le Marlboro di Sarajevo. Entrambi, come molti altri scrittori, raccontano di quel variegato crogiolo balcanico di popoli, religioni e culture diverse, che dovrebbe e potrebbe essere un esempio di coesistenza, tolleranza ed arricchimento reciproco – e parzialmente lo è anche stato, dando così una lezione di coesistenza umana – il quale però è diventato luogo della vergogna e della distruzione.
Anche il mondo di Andric è venato di tragedia, il che rende tale mondo imperscrutabile ma non assurdo, e non lo priva del senso della vita; ecco come egli riesce a mantenere l'atteggiamento epico, l'ampio respiro e la notevole forza narrativa capace di cogliere la totalità e continuità della vita.
Anche Jergovic è uno scrittore epico; possiede la capacità di lasciar parlare l'oggettività delle cose e degli avvenimenti, di cogliere la storia di un individuo o di un paese nei dettagli più concreti, con sobria essenzialità.
Ma la tragedia che scuote il mondo di Jergovic è insensata, grottesca; nei suoi racconti la violenza sanguinaria rivela il suo orrore attraverso l'indifferenza, attraverso l'apparente normalità di avvenimenti mostruosi, attraverso il caotico smarrimento e attraverso bizzarre coincidenze.
E' una violenza che proviene da ovunque, eppure non si sa da dove, e che viene costantemente mistificata, attribuita ad altri, in modo da non essere più identificabile, una violenza di tutti contro tutti. E' una violenza abbinata alla falsificazione dell'ideologia, dell'informazione e del giudizio, che spesso nomina a priori i complici e vorrebbe indicare i colpevoli ancor prima che abbiano commesso il delitto. Mai come nella guerra dei Balcani la violenza e la menzogna si erano abbinate e assomigliate in tal misura.
Il respiro epico dell'autore diventa dunque breve ed interrotto; il narratore non descrive una vita intera, come disse Babel' di Tolstoj, bensì i cinque minuti – che Babel' scelse come proprio metro – in cui una vita si condensa e si spezza. La guerra, grande protagonista di questi insoliti racconti, non si vede; essa non è in primo piano, bensì costituisce la cornice, lo sfondo onnicomprensivo. La guerra si manifesta nel dettaglio, in colui che non ritorna a casa o viene colpito improvvisamente mentre sta portando l'acqua, nei particolari di un improvviso trasloco o nelle incomprensioni e nelle difficoltà che improvvisamente impediscono un amore.
Il mondo di Jergovic è vitale e allo stesso tempo inquietante. Vitale per le svariate vicende di individui irripetibili, per la loro picaresca familiarità con le osterie e con il destino, con il quale chiacchierano e che a volte riescono ad ingannare. Inquietante per l'assurdità che avvolge e distrugge il tutto, per l'astrazione che permette l'assurda e stupida violenza. In Jergovic è presente la compassione e un grande amore per la vita sensuale ed effimera, diventata effimera a causa di una guerra incomprensibile perché priva di un motivo intelligibile.
Molti anni fa – in un'epoca quasi lontana – quando percorrevo la Bosnia in lungo e in largo durante i miei viaggi zingareschi lungo il Danubio e nei paesi confinanti, trovavo in Bosnia anche la felicità. Nel mondo di Jergovic – come del resto in nessun altro mondo – la felicità certamente non può esistere, eppure paradossalmente essa si sente; si sente quando potrebbe e dovrebbe essere vicina, il che rende ancora più terribile la sua impossibilità. E così non rimane altro che la rinuncia alla vita reale, la precarietà: "In un mondo fatto così – scrive Jergovic – c'è una regola fondamentale, che si riduce ad una valigia sempre pronta".
 
© Claudio Magris/ Libri Scheiwiller
 
 
 
 
 
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