Tutto
cominciò
nell’immediato
dopoguerra
della
ex-Jugoslavia,
quando
il
circolo
ricreativo
dell’azienda
per
cui
lavoro
aderì
a
un
progetto
di
affido
a
distanza
per
bimbi
profughi
bosniaci.
Si
sapeva
così
poco
della
situazione
laggiù.
Nella
memoria
tutti
avevamo
solo
il
viale
dei
cecchini
di
Sarajevo
occupata,
o
il
sangue
sul
selciato
delle
vittime
in
coda
per
un
po’
di
pane.
Una
guerra
difficile,
anche
da
raccontare;
e
infatti
i
media
europei
lo
fecero
poco
e
male.
Accogliemmo
la
proposta
di
adesione
al
progetto
con
entusiasmo,
e
in
tre,
io,
il
mio
compagno
Piero
e
un
altro
collega,
Maurizio,
diventammo
una
“famiglia
affidataria”.
Ricordo
la
prima
foto
che
ci
arrivò
di
Mersudin,
un
bimbo
orfano
di
entrambi
i
genitori,
scomparsi
nell’eccidio
di
Srebrenica,
rimasto
solo
con
la
nonna.
Nell’immagine,
erano
entrambi
seduti
su
un
vecchio
divano,
la
nonna
scalza
che
guardava
l’obbiettivo
con
occhi
duri,
e
lui
spaurito
e
così
indifeso.
Iniziò
uno
scambio
di
lettere,
e
ogni
Natale
inviammo
tramite
il
Cralt
Telecom
un
pacco
contenente
cibo,
qualche
giocattolo
e
abiti
invernali.
Nelle
lettere,
Mersudin
fu
sempre
molto
vago,
anzi
dimostrò
una
spensieratezza
fanciulla
che
noi,
non
conoscendo
la
situazione,
scambiammo
per
vera
ma
che,
in
seguito,
scoprimmo
nascondere
una
situazione
per
noi
inimmaginabile.
L’occasione
per
scoprirlo
capitò
alla
fine
del
novembre
2000,
quando
Piero
ebbe
l’occasione
di
guidare
il
camion
che
portava
i
pacchi
dei
colleghi-donatori
ai
bimbi
in
affido,
con
destinazione
Tuzla,
Bosnia
Erzegovina.
Fummo
elettrizzati,
ecco
l’occasione
per
conoscere
Mersudin!
Piero
partì,
e
per
telefono
le
notizie
furono
frammentarie.
Il
viaggio
si
rivelò
lunghissimo
poiché
i
camion
rimasero
per
molte
ore
fermi
alle
dogane.
Piero
al
telefono
era
sfuggente,
non
raccontava
nulla.
Erano
sette
i
camion,
carichi
di
aiuti
umanitari,
diretti
all’associazione
Tuzlanska
Amica,
promotrice
del
progetto
di
affido
a
distanza
I
bambini
hanno
bisogno
di
una
famiglia,
e
di
cui
noi
ed
il
nostro
Mersudin
facciamo
parte.
Il
viaggio
presentò
non
poche
difficoltà,
ma
anche
momenti
indimenticabili.
È
stato
questo
il
collante
che
ci
ha
legati
ai
partecipanti
alla
spedizione
in
maniera
assoluta:
persone
meravigliose
come
Vilmo,
il
poeta
bolognese
che,
con
il
suo
camion
carico
di
farina,
ha
sostenuto
i
profughi
quando
ancora
a
Tuzla
le
grandi
organizzazioni
umanitarie
non
erano
giunte,
e
che
tuttora,
dopo
innumerevoli
viaggi,
continua
a
portare
sorrisi
e
giocattoli
usati
con
lo
stesso
entusiasmo
della
prima
volta.
O
Massimo
e
Franco,
suonatori
dei
Modena
City
Ramblers,
persone
sensibili
e
curiose,
che
mettono
in
pratica
ciò
che
cantano
nelle
loro
canzoni,
dote
davvero
rara.
E
poi
Elvira,
Stefano,
e
Pepito
che
non
c’è
più…
Ma
procediamo
con
ordine.
Attesi
impaziente
il
ritorno
di
Piero.
Volevo
sapere
tutto
nei
minimi
particolari,
ma
lui
era
strano,
non
raccontava,
continuava
a
dire
che
è
incredibile…
A
così
poca
distanza
da
noi…
Che
non
poteva
immaginarsi
una
cosa
simile.
Era
quasi
Natale
e,
come
d’obbligo,
ci
trovammo
anche
noi
nel
delirio
di
un
supermercato,
nel
rituale
consumistico
dell’acquisto
di
chili
di
cibo.
Piero
non
resse,
mollò
il
carrello
e
corse
fuori.
Ecco
la
crepa
nella
diga
che
si
era
costruito
e
dalla
quale
uscì,
come
un
fiume
in
piena,
il
racconto
di
quei
giorni
in
Bosnia,
dei
bimbi
scalzi
nella
neve,
degli
sfollati
nelle
baracche
senz’acqua,
senza
cibo,
senza
vestiti
per
ripararsi
dai
freddissimi
inverni
balcanici.
Senza
niente.
E
poi
campi
minati
ovunque,
e
bambini.
Tanti
bambini
orfani,
tanti
bambini
nell’orfanotrofio
di
Tuzla,
che
mangiavano
solo
quando
arrivavano
i
convogli
umanitari.
Il
viaggio
seguente
lo
facemmo
insieme,
e
conobbi
Tuzlanska
Amica,
l’associazione
formata
quasi
completamente
da
donne
profughe
bosniache
che
si
sono
messe
a
disposizione
delle
vittime
di
stupri
etnici
e
dei
bambini,
e
che
a
oggi,
grazie
all’assoluta
dedizione
del
team
guidato
dalla
neuropsichiatra
Irfanka
Pasagic,
è
diventata
una
ong
riconosciuta
e
apprezzata
per
la
grande
mole
di
lavoro
che
svolge
in
tutto
il
cantone
di
Tuzla.
E
poi
ancora
storie.
Ogni
viaggio
è
condivisione;
maggiormente
qualche
anno
fa,
quando
l’urgenza
del
raccontare
faceva
sì
che,
spesso,
l’ascoltare
i
racconti
degli
eccidi
e
dei
lutti
fosse
importante
quanto
portare
loro
sacchi
di
farina.
E
noi,
viaggio
dopo
viaggio,
raccogliemmo
i
racconti
e
le
foto
dei
posti
e
degli
amici
conosciuti
laggiù,
e
come
vecchi
cantastorie,
ma
non
di
favole
purtroppo,
iniziammo
a
raccontare.
Ricordo
le
prime
sagre
alle
quali
partecipammo,
con
una
manciata
di
foto
e
tanta
rabbia
per
quello
che
avevamo
veduto,
così
vicino
a
noi
eppure
così
lontano!
Arrivarono
i
primi
affidi,
proposti
agli
amici
più
cari,
o
ai
familiari.
Da
allora
sono
passati
sette
anni,
e
grazie
agli
amici
che
hanno
creduto
ai
nostri
racconti
e
che
hanno
scelto
di
condividere
con
noi
questo
sogno,
è
nata
MacondoTre,
che
ora
è
una
Onlus
apprezzata
e
riconosciuta.
Noi
non
abbiamo
ancora
smesso
di
raccontare,
e
di
credere
a
un
mondo
senza
guerre
e
senza
frontiere.
Ecco
l’inizio
della
storia
che
ci
ha
cambiato
la
vita.