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ultimo
aggiornamento
28.08.06 16:20
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 Pedrag
Matvejevic
è
nato
a Mostar
nel
1932
da
padre
russo
e madre
croato-bosniaca.
Professore
all'Università
di
Zagabria
e poi
alla
Sorbona,
insegna
letterature
slave
all'Università
di
Roma.
Dopo
la
"caduta
del
muro",
si
è
opposto
a tutti
i nuovi
regimi
instauratisi
in
alcuni
paesi
dell'est,
che
si
dichiarano
democratici
senza
che
la
società
abbia
una
vera
struttura
democratica.
Nel
gennaio
del
2000
Pedrag
ha
ricevuto
un
incarico
dall'Alto
Commisariato
dell'Onu
per
i territori
della
ex-Jugoslavia. |
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Ritorno
al
mio
paese
natale
28
marzo
1999 |
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Nell'autunno
mi
sono
diretto
alla
volta
del
mio
paese
natale,
pieno
di
speranze.
Ne
sono
tornato
con
i
brividi
addosso.
Sono
stato
a
Mostar
e
Sarajevo,
in
Bosnia
Erzegovina.
Con
me
c'erano
degli
amici:
una
ventina
di
scrittori
e
giornalisti
italiani
collegati
alla
Fondazione
Alberto
Moravia,
che
insieme
al
"Circolo
99"
di
Sarajevo
ha
organizzato
il
viaggio.
Eravamo
nel
1997:
il
dopoguerra
sembrava
altrettanto
duro
quanto
la
guerra
stessa.
Ci
siamo
imbarcati
ad
Ancona,
abbiamo
attraversato
l'Adriatico.
Da
Spalato
con
un
pullman
siamo
andati
verso
Mostar.
Erano
giorni
insolitamente
chiari,
come
se
l'estate
li
avesse
conservati
per
donarli
al
primo
autunno.
Il
mare
in
questa
stagione
è
maturo,
per
essere
stato
a
lungo
esposto
al
sole.
Sono
passato
molte
volte
per
questi
luoghi,
mi
sembra
di
conoscere
ogni
insenatura
ai
piedi
del
Mosor
e
di
Biokov,
da
Spalato
fino
a
Dubrovnik.
Ci
siamo
fermati
a
Makarska,
davanti
all'immagine
del
canale
di
Lesina:
mi
scopro
a
contemplare
la
lunga
punta
dell'isola
di
fronte;
il
blu
molto
forte
fra
le
due
rive;
vecchie
funi
sommerse.
Dalmazia.
Perlustriamo
l'estuario
della
Neretva,
i
piccoli
e
grandi
rami
del
fiume
dove
ho
remato
nelle
"trupce",
le
barchette
del
luogo.
Ci
fermiamo
dinanzi
alle
rocce
di
Pocitelj:
paesino
musulmano,
la
moschea
senza
minareto,
l'"hamam"
orientale
senza
fontana.
All'ingresso
c'è
un
grande
crocifisso
nuovo,
e
ce
n'è
un
altro,
più
piccolo
in
cima
alla
fortezza
turca:
segni
che
questo
posto
appartiene
alla
fede
cristiana
e
non
a
quella
islamica,
alla
"Herceg-Bosna"
e
non
alla
Bosnia
Erzegovina.
Incontriamo
dei
pellegrini
venuti
per
inginocchiarsi
davanti
alla
Madonna,
nel
santuario
di
Medjugorje,
vicino
a
questi
luoghi.
Si
troverà
qualcuno
che
gli
spieghi
perché
è
stato
distrutto
il
tempio
musulmano
e
chi
ha
messo
quel
crocifisso
all'entrata
in
Pocitelj?
E
chissà
se
vogliono
sentirselo
dire
o
possono
capirlo.
Gli
amici
con
cui
viaggio
chiedono
spiegazioni
e
io
cerco
di
dargliele
nella
forma
più
semplice,
avvertendo
che
ogni
mia
risposta
è
insufficiente.
Nello
spazio
che
stiamo
attraversando
lo
scisma
ha
spaccato
l'Europa
e
il
Mediterraneo.
Ha
diviso
i
cristiani
ortodossi
dai
cattolici.
In
questi
luoghi
il
cristianesimo
e
l'islam
si
sono
incontrati
e
scontrati.
La
diversità
delle
fedi
si
è
andata
trasformando
in
contrapposizione,
la
contrapposizione
in
intolleranza,
l'intolleranza
in
odio.
E
tuttavia
la
maggioranza
degli
abitanti
di
questo
territorio
non
si
odiavano
fra
loro.
Vivevano
e
morivano
gli
uni
accanto
agli
altri,
per
lo
più
in
pace
e
comprensione.
Siamo
affini
per
origine,
parliamo
la
stessa
lingua,
ci
assomigliamo.
Questa
guerra
l'hanno
cominciata
i
"serbi
ortodossi",
l'hanno
continuata
i
"croati
cattolici".
Metto
gli
uni
e
gli
altri
fra
virgolette:
non
si
tratta
infatti
né
di
serbi
né
di
croati
e
ancora
meno
di
ortodossi
e
cattolici.
Essi
sono
per
me
solo
fascisti.
Siamo
passati
accanto
a
Zitomislici,
dove
è
bruciato
il
vecchio
monastero
ortodosso.
Era
sopravvissuto
alla
prepotenza
turca,
non
a
quella
odierna.
Non
c'è
nessuno
che
sia
in
grado
di
dirmi
se
le
icone
contenute
nella
sua
raccolta
siano
state
messe
al
riparo
prima
dell'incendio.
Neppure
le
chiese
cattoliche
sono
state
risparmiate.
E
le
moschee
musulmane
sono
state
distrutte
dai
cristiani
dell'una
e
dell'altra
confessione.
Nei
pressi
di
Metkovic
passiamo
il
confine
e
la
dogana
(che
prima
in
quel
punto
non
c'era).
Entriamo
nella
Bosnia
Erzegovina
che
è
sotto
controllo
della
Herceg-Bosna.
Ci
imbattiamo
in
grandi
tabelloni
con
le
scritte
della
Comunità
democratica
croata:
"
Restiamo
uniti
e
insieme".
Cerco
di
spiegare
ai
miei
compagni
di
viaggio
il
significato
dell'espressione:
restiamo
"insieme"
nella
Croazia,
ci
stacchiamo
dalla
Bosnia
indipendentemente
dal
fatto
che
anch'essa
sia
stata
riconosciuta
dalle
Nazioni
Unite,
malgrado
gli
accordi
di
Dayton
che
riguardano
appunto
la
sua
integrità
e
che
sono
sottoscritti
dai
rappresentanti
di
tutte
le
nazionalità
presenti
in
questi
luoghi.
Un
giornalista
osserva
che
l'America
non
glielo
perdonerà.
(Qualche
giorno
più
tardi
verremo
a
sapere
che
il
presidente
croato,
appunto
sotto
pressione
americana,
ha
consegnato
al
tribunale
dell'Aja
alcuni
combattenti
erzegovini,
accusati
dei
più
gravi
delitti.
I
serbi
proteggono
ancora
i
loro
criminali
di
guerra.)
L'entrata
a
Mostar
mi
ha
scosso.
Non
ci
venivo
più
da
sette
anni.
Sapevo
che
metè
della
cittè
era
distrutta,
ma
non
potevo
credere
che
fosse
proprio
così.
Sollevo
da
terra
schegge
di
pietra,
sbriciolate
e
sparpagliate.
Tasto
muri,
crepe
e
squarci.
Passo
le
dita
su
quelle
superfici
ruvide
come
fossero
ferite,
e
non
credo
ai
miei
occhi.
"Le
immagini
della
realtà
che
abbiamo
guardato
per
tanto
tempo
hanno
due
dimensioni:
la
realtè
stessa
ne
contiene
di
più.
Nei
quartieri
più
distrutti,
sono
scomparsi
i
segni
e
i
connotati
dei
luoghi
e
degli
spazi.
Dove
mi
trovo,
com'è
questo,
e
qui
prima
c'era?
Mi
tradisce
quella
topografia
interiore
che
ci
formiamo
nell'infanzia,
ma
forse
sono
io
a
tradirla.
O
mia
città,
sei
proprio
tu?
C'era
gente
di
ogni
sorta
qui
come
altrove,
soprattutto
nei
dintorni,
che
non
aveva
saputo
avvicinarsi
alla
cittè
o
per
contro
la
città
non
aveva
potuto
attirare.
Ma
nonostante
tutto
non
c'era
ragione
alcuna
perché
tutto
questo
dovesse
accadere,
e
in
questo
modo:
perché
si
distruggessero
case,
i
templi,
i
ponti,
il
Vecchio
ponte
sulla
Neretva.
Ogni
spiegazione
mi
appare
sconveniente.
La
guerra
non
ha
bisogno
di
moventi
particolari
per
cominciare
e
per
giustificarsi
(per
tentare
di
giustificare).
Ad
un
certo
punto
si
nutre
della
propria
insensatezza
e
malvagitè.
Le
conseguenze
diventano
nuove
motivazioni,
e
queste
provocano
a
loro
volta
nuove
conseguenze:
il
male
si
rafforza
e
si
conferma
col
male.
Un'alternanza
di
tale
genere
non
si
può
arrestare.
Simili
guerre
durano
anche
dopo
che
sono
state
deposte
le
armi.
E
tanto
più
a
lungo
quanto
più
sono
insensate
e
malvage.
La
sponda
sinistra
della
Neretva
e
la
breve
fascia
che
si
estende
su
quella
destra
sono
distrutte,
appare
evidente,
con
feroce
decisione.
Nessuno
dei
miei
compagni,
e
neppure
io
del
resto,
desidera
mettere
piede
sull'altra
riva,
dove
continuano
a
comandare
quelli
che
sono
colpevoli
di
quanto
è
accaduto:
quelli
che
insistono
nel
far
penetrare
la
paura
nelle
ossa
dei
cittadini,
cacciano
di
casa
"quelli
delle
altre
fedi",
si
salutano
ostentamente
alzando
il
braccio,
alla
maniera
"ustasa".
I
primitivi
pensano
di
solito
che
queste
cose
"non
si
verranno
a
sapere
nel
mondo".
Non
andremo
sulla
loro
riva.
A
Vukovar
o
a
Srebrenica,
ci
comporteremmo
allo
stesso
modo:
non
tenderemmo
la
mano
ai
"cetnici".
Lo
so
bene
che
anche
nella
parte
occidentale
di
Mostar
ci
sono
state
vittime
innocenti
fra
i
croati,
specialmente
all'inizio
della
guerra.
(Ce
ne
sono
state
nella
mia
famiglia).
E'
stata
distrutta
la
chiesa
cattolica
con
il
monastero
francescano,
dove
ho
pregato
devotamente
da
bambino.
Ma
nella
parte
orientale
è
tutta
una
rovina.
Là
tutti
sono
vittime.
Sulle
pendici
del
Podvelezjc
sovrastava
la
città
la
bella
chiesa
ortodossa.
Esprimeva
una
specie
di
elevazione
dell'animo,
di
fede
e
di
fiducia
fra
noi.
Non
ne
è
rimasta
neppure
una
pietra.
Non
so
quante
moschee
siano
state
rase
al
suolo.
Il
monumento
al
più
grande
poeta
nato
sotto
questo
cielo:
il
serbo
Aleksa
Santic
che
amava
segretamente
una
bella
croata
e
cantava
la
musulmana
Emina,
"figlia
di
imam",
è
stato
abbattuto
e
calpestato,
è
stato
abbattuto
e
calpestato.
Anche
la
tomba
ne
hanno
profanato.
Da
Mostar
è
andata
via
tanta
gente,
vecchi
e
giovani.
Sono
rimasti
quelli
che
non
avevano
dove
andare.
Fra
le
rovine,
la
maggior
parte
di
essi
ha
perduto
ogni
fiducia
negli
altri,
talvolta
anche
in
se
stessa.
Non
c'è
più
nessuna
sicurezza:
quel
che
si
rinnova
oggi
si
può
distruggere
di
nuovo
domani.
In
città
ci
sono
ancora
pittori,
attori
e
poeti,
ma
non
c'è
un'intellighenzia
che
possa
riflettere.
Non
ce
n'era
tanta
neppure
prima.
Non
ce
n'è
neppure
dall'altra
parte,
quella
che
non
è
andata
distrutta.
Nel
"Teatro
dei
burattini"
che
è
stato
rimesso
a
posto
sulla
sponda
sinistra
della
Neretva
con
l'aiuto
dei
fondi
internazionali,
ci
incontriamo
con
quel
che
resta
del
pubblico.
Gente
allarmata
e
al
tempo
stesso
rassegnata.
Non
sanno
quel
che
si
aspettano
da
noi,
ma
gli
fa
piacere
che
siamo
venuti
da
loro.
La
maggioranza
dei
presenti
sembrano
stanchi,
nervosi.
I
vecchi
muoio
uno
dopo
l'altro,
i
giovani
sono
invecchiati.
Quelli
che
ci
stanno
davanti
tentano
di
dire
qualcosa,
ma
non
riescono
ad
esprimersi.
Parliamo
noi
che
siamo
invece
venuti
per
ascoltarli,
più
di
quanto
non
facciano
loro
che
ci
aspettavano.
Hanno
tirato
fuori
un
pianoforte
salvato
dalle
granate
e
mi
ci
hanno
fatto
sedere
davanti.
Ho
improvvisato
alcune
variazioni
sul
tema
"Emina",
canzone
di
tutti
i
mostarini:
nella
sala
si
fa
sentire
una
fragile
voce
di
donna.
Canta
questa
voce
vicina.
Intorno
cominciano
a
spuntare
le
lacrime.
"E
la
mia
ragione
si
perse
nella
nebbia"...
(è
un
verso
della
canzone,
scritta
proprio
da
Santic).
Abbiamo
concluso
la
serata
in
bellezza.
Due
amici
croati,
esponendosi
al
rischio,
hanno
attraversato
il
fiume
desiderando
incontrarmi.
È
mancato
poco
che
mi
mettessi
a
piangere
quando
li
ho
visti,
dopo
sette
anni
di
assenza.
Sono
cambiati,
ma
sono
rimasti
gli
stessi.
Non
ne
riporto
i
nomi
per
non
nuocergli.
Anch'essi
si
vergognano
di
ciò
che
è
stato
fatto
ai
musulmani
della
nostra
terra,
hanno
parole
di
rimpianto
per
quei
serbi
di
Mostar
ai
quali
volevamo
tutti
bene.
Solo
gente
così
può
salvare
Mostar.
Non
so
quanti
ce
ne
siano,
ma
so
che
mi
sono
vicini.
È
che
anch'io
sono
uno
di
loro.
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