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antologia di cultura bosniaca 
 

ultimo aggiornamento
26.01.06 14:17

 
 
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Paolo paolo rumizRumiz è inviato speciale del quotidiano di Trieste Il Piccolo e segue dal 1986 gli eventi dell'area balcanico-danubiana. Di recente ha iniziato a scrivere anche per il quotidiano La Repubblica di Roma. Ha vinto nel 1993 il premio Hemingway per i suoi servizi dalla Bosnia, e nel 1994 il premio Max David come migliore inviato italiano dell'anno. Nel novembre 2001 si è recato ad Islamabad ed in seguito a Kabul, per documentare l'attacco americano all'Afghanistan.
 
 
La finestra di Jasna
Da "La linea dei mirtilli" (1997)
 
Il ventre semibuio dell’Ercules si inclina verso sinistra, trema sopra nubi pesanti, poi sotto il finestrino si spalanca un paesaggio svizzero. Il lago di Jablanica, villaggi, abetaie, il fiume Neretva. Proprio la sotto, bosniaci e croati si scannano orrendamente, ma dal cielo della Bosnia sembra ancora un paese stupendo. Una lunga virata ad est, attorno al monte Igman, e già si scende sulla conca di Sarajevo, il muso del C130 partito da Ancona picchia verso la pista del “Maybe Airport”. Qui la vita è attaccata a un avverbio, “Maybe”: chissà, forse, vedremo. Eppure, fra il mondo e l’inferno ci sono solo cinquanta minuti, un viaggio senza emozioni. Così, l’irrealtà di questo massacro a due passi da casa tua ti aggredisce subito, prima che tu possa toccar terra. E allora, nella moviola della memoria, ti accorgi che per te i Balcani cominciano già a Trieste. Dal momento in cui ti metti a raccogliere pacchi e lettere per parenti di rifugiati, a stivare caffè, cibo e sigarette nelle valigie, o quando cerchi di “mendicare” inutilmente marchi di piccolo taglio da uno scorbutico cambiavalute. All’aeroporto di Ancona-Falconara poi, la base militare ONU è già un sobborgo di Sarajevo. Andirivieni di Ercules in un casino infernale, piloti della RAF con tatuaggi apocalittici, partite di cricket fra montagne di sacchi di farina, giornalisti immusoniti in attesa di un imbarco, feriti bosniaci in arrivo nell’indifferenza generale (sono finiti i grandi entusiasmi della piccola Irma), raggianti Mariepie Fanfani in missione turistico-umanitaria.
Si tocca terra dolcemente, l’Ercules si ferma in un chilometro appena, è una bestia docile. Giornata stupenda, sole e vento leggero, cinguettio di passeri, a Sarajevo non si sente sparare da nessuna parte. Dov’è la guerra? Gli unici uomini armati che vedo sono qui per impedirla; quelli che la fanno davvero sono invisibili, nascosti nei boschi. Riecco l’assurdo. Si passa fra container pieni di terra, si monta un blindato, si suda nel giubbotto antiproiettile, ma tutto sembra un gioco. Non una guerra ma una rappresentazione della guerra. Perfino gli scheletri delle case di periferia, a Dobrinja, dove i morti sono sepolti per strada, emanano solo irrealtà, un’irrealtà di pietra. I fotogrammi di morte non dicono più niente al cervello, l’overdose di immagini ci ha resi ciechi. Solo l’odorato ti avverte che è tutto vero. Il tanfo di terra, sudore, trincea.
Sarajevo, ed il suo vecchio cuore asburgico. La gente cammina come niente fosse, allo scoperto. Vanno lenti, diciotto mesi di dieta “umanitaria” e dosi massive di adrenalina hanno appannato i riflessi. Del resto c’è poca scelta. La città è circondata di montagne, sembra costruita apposta per essere assediata. Dalle punterie dei loro cannoni o dai cannocchiali dei fucili di precisione, gli assedianti possono vedere fin dentro le finestre delle case. I serbo-bosniaci hanno munizioni per altri cinque anni di guerra, potrebbero polverizzare la città in qualsiasi momento. Per questo la gente ha imparato a convivere con la morte, dunque ha ripreso a vivere. I bambini vanno a scuola, gli adulti a lavorare, i vecchi in cerca di legna per l’inverno. E’ inutile nascondersi, sei sotto tiro dall’alba al tramonto. E poi un proiettile in testa non è poi la cosa peggiore. Almeno, la miseria è finita.
Gonfia di fango, la Miljacka esce dalle gole della Romanija e infila i ponti tra le moschee e le chiese. Sarajevo è una città di fondovalle, è lunga e stretta, il suo midollo spinale è questo fiume dove fu ucciso Franz Ferdinand e iniziò la prima guerra mondiale. Ma parallelamente al fiume vero ne scorre un altro, è un fiume umano. Il boulevard sulla riva destra è deserto, è uno spazio da tiro a segno, lo chiamano il viale dei cecchini: ma solo duecento metri più a monte, dietro ai condomini o ai vecchi edifici assurgici, al riparo dagli “snipers”, dal sobborgo di Pofalici fino alla centralissima Via Titova, è come una colonna di formiche, di gente che và e viene con sporte e borse, a piedi, in bici, con auto o furgoni. E un campionario umano di una Jugoslavia estinta: contadine con sporte di cavoli e pere, trafficanti con sigarette di contrabbando, soldati “scoppiati” con gli occhi rossi e la pelle color terra, donne di una bellezza disperata. Metà di questa gente fuggirebbe all’estero, se solo ne avesse l’occasione. Ma non può farlo, Sarajevo è una prigione da cui non si scappa. Così, la città è costretta a vivere, a restare fedele a se stessa. Il risultato è che, mentre tutto cambia intorno, in apparenza la vecchia Sarajevo multietnica resiste. Fino a quando? Intanto, il fiume umano và. Scorre, devia, accelera, a seconda della sicurezza del tracciato. Nei punti più scoperti, piastre d’acciaio creano un precario riparo. Niente controlli, poliziotti fumano seduti al sole, ovunque si respira voglia di normalità.
I colpi ritmati del battitore di rame e del ciabattino dicono che Bascarija, il vecchio bazar musulmano, è ancora vivo. Alija Liho, il fabbro ferraio, sta preparando stufe di guerra per l’inverno che viene, fuma, controlla il tornio. Davanti alla rosticceria da Djezo, due soldati e una ragazza hanno tirato fuori poltrone di vimini e bevono caffè al sole. Nella locanda di Tarik Hodjic con la vecchia stufa austriaca in maiolica bianco-verde, sui tavolini di rame sbalzato ti servono il “Somun”, la focaccia, con dentro carne tritata alla piastra. Davanti alla “Kavana” di Vlahidin Djeulan una banda di ragazzini gioca a calcio, deride i caschi blu bardati e blindati. La pulizia è perfetta, le macerie sono state portate via, sui tetti già si mettono le tegole nuove. Ma chissà, anche Bascarija forse è un’illusione. Molti dei vecchi proprietari sono stati sostituiti dai nuovi mafiosi di guerra. E da qualche mese i serbi ed i croati di Sarajevo non si avventurano più nel vecchio bazar. Hanno paura. Qui il controllo sociale è implacabile. Basta passarci due giorni di fila e già la gente ti saluta, segno che ti riconosce. Ma anche chi non è gradito è immediatamente riconosciuto. Ed esplulso. A Bascarija è meglio non mettere troppo il naso. Qui si risciacquano i soldi riciclati dalla nuova criminalità, qui si investono i profitti del mercato nero e del grande business umanitario. Per questo il bazar è ricco, nonostante la guerra. Per questo vi arrivano più aiuti che altrove. Un esempio: due chili di fagioli secchi al mese, contro i cinquecento grammi di Alipacino Polje, sobborgo di matrimoni misti. Bascarija è il segno della peggior tentazione di Sarajevo, quella di trasformarsi in città musulmana. Serbi e croati sentono una pressione crescente. Al fronte hanno più paura dei loro ufficiali alle spalle che del nemico davanti a loro. Ma tacciono, perché sanno che è inevitabile. Molti si sentono già dei senza patria. Specie i serbi, che vivono sulla pelle la vergogna storica di quell’aggressione e non si riconoscono nei loro cugini di Belgrado. Vorrebbero scappare, lontano dai Balcani, lontano dall’Europa. Ma certo, se cattolici e ortodossi dovessero andarsene di qui, Sarajevo la bella cesserebbe di esistere. E gli assediati avrebbero ottenuto la loro vittoria definitiva: dimostrare al mondo, con l’impossibilità della convivenza etnica, anche la fondatezza delle ragioni prese a prestito per giustificare una guerra bestiale.
Eppure, la convivenza resiste. Resiste altrove, nei quartieri di periferia. Pofalici è sulla linea del fronte, oltre il fiume c’è Grbavica, in mano serba. Le stanze degli appartamenti che guardano da quella parte sono semidistrutte, si chiamano per questo “camere serbe”. Ma dall’altro lato, a nord, la vita continua. Sui pianerottoli dei condomini nessuno chiude la porta a chiave, i vicini entrano ed escono quasi senza bussare, la vecchia usanza “meridionale” è rimasta. Serbi e croati non hanno tolto i cartellini con i loro nomi dalla porta, la gente si aiuta, per le scale è un traffico di donne con borse, pentole di minestra, bricchi di caffè. Gli uomini lavorano all’installazione del gas, altri bruciano le immondizie nei contenitori. In casa di Nihad Fejzic vivono cinque persone. Il padre è musulmano, la moglie è slovena, il genero è ortodosso, la figlia è cittadina croata, la cognata è della comunità ebraica. Un po’ duro tracciare frontiere etniche in una casa come questa. Ci si siede attorno al tavolo in cucina, in onore dello straniero si beve caffè e si mangia un dolce chiamato “hurmasice”, biscotti alle mandorle annegati nel miele. Sul muro è appesa una gabbia con un pappagallino azzurro. Per nutrirlo si toglierebbero il pane di bocca. Ha vissuto con loro i giorni dei bombardamenti più infernali. Quando tuonava il mortaio spalanca gli occhi e diventava piccolo la metà. Per questo oggi non vola fuori, anche se porta della gabbia è sempre aperta.
Scende la notte, si sente qualche crepitio di mitra, lontano. Il vento accarezza le tombe del cimitero ebraico. Le vecchie pietre parlano, chiese e minareti sono ancora miracolosamente in piedi dopo centinaia di migliaia di cannonate. E’ incredibile la forza di queste pietre. Sarajevo è una nebulosa di luci fioche, i casermoni screpolati dalle granate sembrano nere montagne contro il cielo pieno di stelle. Jasna sta alla finestra, pensa ai genitori che non vede da diciotto mesi: la loro casa è lì, a cinquecento metri, par di toccarla, ma è oltre il fronte. Il vecchio Senad bagna il suo orticello di guerra, in terrazza, aspetta da due mesi notizie dai figli in Germania. Azra la bella respira l’odore di erba umida e sente sulle spalle i polpastrelli del suo uomo, ma il suo uomo non c’è. Nella culla numero cinque dell’orfanotrofio di Bijelave, il piccolo Branimir, un anno e mezzo, orfano della guerra, non dorme e ascolta il silenzio.
 
© Paolo Rumiz /Editori Riuniti
 
 
 
 
 
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