Il
ventre
semibuio
dell’Ercules
si
inclina
verso
sinistra,
trema
sopra
nubi
pesanti,
poi
sotto
il
finestrino
si
spalanca
un
paesaggio
svizzero.
Il
lago
di
Jablanica,
villaggi,
abetaie,
il
fiume
Neretva.
Proprio
la
sotto,
bosniaci
e
croati
si
scannano
orrendamente,
ma
dal
cielo
della
Bosnia
sembra
ancora
un
paese
stupendo.
Una
lunga
virata
ad
est,
attorno
al
monte
Igman,
e
già
si
scende
sulla
conca
di
Sarajevo,
il
muso
del
C130
partito
da
Ancona
picchia
verso
la
pista
del
“Maybe
Airport”.
Qui
la
vita
è
attaccata
a
un
avverbio,
“Maybe”:
chissà,
forse,
vedremo.
Eppure,
fra
il
mondo
e
l’inferno
ci
sono
solo
cinquanta
minuti,
un
viaggio
senza
emozioni.
Così,
l’irrealtà
di
questo
massacro
a
due
passi
da
casa
tua
ti
aggredisce
subito,
prima
che
tu
possa
toccar
terra.
E
allora,
nella
moviola
della
memoria,
ti
accorgi
che
per
te
i
Balcani
cominciano
già
a
Trieste.
Dal
momento
in
cui
ti
metti
a
raccogliere
pacchi
e
lettere
per
parenti
di
rifugiati,
a
stivare
caffè,
cibo
e
sigarette
nelle
valigie,
o
quando
cerchi
di
“mendicare”
inutilmente
marchi
di
piccolo
taglio
da
uno
scorbutico
cambiavalute.
All’aeroporto
di
Ancona-Falconara
poi,
la
base
militare
ONU
è
già
un
sobborgo
di
Sarajevo.
Andirivieni
di
Ercules
in
un
casino
infernale,
piloti
della
RAF
con
tatuaggi
apocalittici,
partite
di
cricket
fra
montagne
di
sacchi
di
farina,
giornalisti
immusoniti
in
attesa
di
un
imbarco,
feriti
bosniaci
in
arrivo
nell’indifferenza
generale
(sono
finiti
i
grandi
entusiasmi
della
piccola
Irma),
raggianti
Mariepie
Fanfani
in
missione
turistico-umanitaria.
Si
tocca
terra
dolcemente,
l’Ercules
si
ferma
in
un
chilometro
appena,
è
una
bestia
docile.
Giornata
stupenda,
sole
e
vento
leggero,
cinguettio
di
passeri,
a
Sarajevo
non
si
sente
sparare
da
nessuna
parte.
Dov’è
la
guerra?
Gli
unici
uomini
armati
che
vedo
sono
qui
per
impedirla;
quelli
che
la
fanno
davvero
sono
invisibili,
nascosti
nei
boschi.
Riecco
l’assurdo.
Si
passa
fra
container
pieni
di
terra,
si
monta
un
blindato,
si
suda
nel
giubbotto
antiproiettile,
ma
tutto
sembra
un
gioco.
Non
una
guerra
ma
una
rappresentazione
della
guerra.
Perfino
gli
scheletri
delle
case
di
periferia,
a
Dobrinja,
dove
i
morti
sono
sepolti
per
strada,
emanano
solo
irrealtà,
un’irrealtà
di
pietra.
I
fotogrammi
di
morte
non
dicono
più
niente
al
cervello,
l’overdose
di
immagini
ci
ha
resi
ciechi.
Solo
l’odorato
ti
avverte
che
è
tutto
vero.
Il
tanfo
di
terra,
sudore,
trincea.
Sarajevo,
ed
il
suo
vecchio
cuore
asburgico.
La
gente
cammina
come
niente
fosse,
allo
scoperto.
Vanno
lenti,
diciotto
mesi
di
dieta
“umanitaria”
e
dosi
massive
di
adrenalina
hanno
appannato
i
riflessi.
Del
resto
c’è
poca
scelta.
La
città
è
circondata
di
montagne,
sembra
costruita
apposta
per
essere
assediata.
Dalle
punterie
dei
loro
cannoni
o
dai
cannocchiali
dei
fucili
di
precisione,
gli
assedianti
possono
vedere
fin
dentro
le
finestre
delle
case.
I
serbo-bosniaci
hanno
munizioni
per
altri
cinque
anni
di
guerra,
potrebbero
polverizzare
la
città
in
qualsiasi
momento.
Per
questo
la
gente
ha
imparato
a
convivere
con
la
morte,
dunque
ha
ripreso
a
vivere.
I
bambini
vanno
a
scuola,
gli
adulti
a
lavorare,
i
vecchi
in
cerca
di
legna
per
l’inverno.
E’
inutile
nascondersi,
sei
sotto
tiro
dall’alba
al
tramonto.
E
poi
un
proiettile
in
testa
non
è
poi
la
cosa
peggiore.
Almeno,
la
miseria
è
finita.
Gonfia
di
fango,
la
Miljacka
esce
dalle
gole
della
Romanija
e
infila
i
ponti
tra
le
moschee
e
le
chiese.
Sarajevo
è
una
città
di
fondovalle,
è
lunga
e
stretta,
il
suo
midollo
spinale
è
questo
fiume
dove
fu
ucciso
Franz
Ferdinand
e
iniziò
la
prima
guerra
mondiale.
Ma
parallelamente
al
fiume
vero
ne
scorre
un
altro,
è
un
fiume
umano.
Il
boulevard
sulla
riva
destra
è
deserto,
è
uno
spazio
da
tiro
a
segno,
lo
chiamano
il
viale
dei
cecchini:
ma
solo
duecento
metri
più
a
monte,
dietro
ai
condomini
o
ai
vecchi
edifici
assurgici,
al
riparo
dagli
“snipers”,
dal
sobborgo
di
Pofalici
fino
alla
centralissima
Via
Titova,
è
come
una
colonna
di
formiche,
di
gente
che
và
e
viene
con
sporte
e
borse,
a
piedi,
in
bici,
con
auto
o
furgoni.
E
un
campionario
umano
di
una
Jugoslavia
estinta:
contadine
con
sporte
di
cavoli
e
pere,
trafficanti
con
sigarette
di
contrabbando,
soldati
“scoppiati”
con
gli
occhi
rossi
e
la
pelle
color
terra,
donne
di
una
bellezza
disperata.
Metà
di
questa
gente
fuggirebbe
all’estero,
se
solo
ne
avesse
l’occasione.
Ma
non
può
farlo,
Sarajevo
è
una
prigione
da
cui
non
si
scappa.
Così,
la
città
è
costretta
a
vivere,
a
restare
fedele
a
se
stessa.
Il
risultato
è
che,
mentre
tutto
cambia
intorno,
in
apparenza
la
vecchia
Sarajevo
multietnica
resiste.
Fino
a
quando?
Intanto,
il
fiume
umano
và.
Scorre,
devia,
accelera,
a
seconda
della
sicurezza
del
tracciato.
Nei
punti
più
scoperti,
piastre
d’acciaio
creano
un
precario
riparo.
Niente
controlli,
poliziotti
fumano
seduti
al
sole,
ovunque
si
respira
voglia
di
normalità.
I
colpi
ritmati
del
battitore
di
rame
e
del
ciabattino
dicono
che
Bascarija,
il
vecchio
bazar
musulmano,
è
ancora
vivo.
Alija
Liho,
il
fabbro
ferraio,
sta
preparando
stufe
di
guerra
per
l’inverno
che
viene,
fuma,
controlla
il
tornio.
Davanti
alla
rosticceria
da
Djezo,
due
soldati
e
una
ragazza
hanno
tirato
fuori
poltrone
di
vimini
e
bevono
caffè
al
sole.
Nella
locanda
di
Tarik
Hodjic
con
la
vecchia
stufa
austriaca
in
maiolica
bianco-verde,
sui
tavolini
di
rame
sbalzato
ti
servono
il
“Somun”,
la
focaccia,
con
dentro
carne
tritata
alla
piastra.
Davanti
alla
“Kavana”
di
Vlahidin
Djeulan
una
banda
di
ragazzini
gioca
a
calcio,
deride
i
caschi
blu
bardati
e
blindati.
La
pulizia
è
perfetta,
le
macerie
sono
state
portate
via,
sui
tetti
già
si
mettono
le
tegole
nuove.
Ma
chissà,
anche
Bascarija
forse
è
un’illusione.
Molti
dei
vecchi
proprietari
sono
stati
sostituiti
dai
nuovi
mafiosi
di
guerra.
E
da
qualche
mese
i
serbi
ed
i
croati
di
Sarajevo
non
si
avventurano
più
nel
vecchio
bazar.
Hanno
paura.
Qui
il
controllo
sociale
è
implacabile.
Basta
passarci
due
giorni
di
fila
e
già
la
gente
ti
saluta,
segno
che
ti
riconosce.
Ma
anche
chi
non
è
gradito
è
immediatamente
riconosciuto.
Ed
esplulso.
A
Bascarija
è
meglio
non
mettere
troppo
il
naso.
Qui
si
risciacquano
i
soldi
riciclati
dalla
nuova
criminalità,
qui
si
investono
i
profitti
del
mercato
nero
e
del
grande
business
umanitario.
Per
questo
il
bazar
è
ricco,
nonostante
la
guerra.
Per
questo
vi
arrivano
più
aiuti
che
altrove.
Un
esempio:
due
chili
di
fagioli
secchi
al
mese,
contro
i
cinquecento
grammi
di
Alipacino
Polje,
sobborgo
di
matrimoni
misti.
Bascarija
è
il
segno
della
peggior
tentazione
di
Sarajevo,
quella
di
trasformarsi
in
città
musulmana.
Serbi
e
croati
sentono
una
pressione
crescente.
Al
fronte
hanno
più
paura
dei
loro
ufficiali
alle
spalle
che
del
nemico
davanti
a
loro.
Ma
tacciono,
perché
sanno
che
è
inevitabile.
Molti
si
sentono
già
dei
senza
patria.
Specie
i
serbi,
che
vivono
sulla
pelle
la
vergogna
storica
di
quell’aggressione
e
non
si
riconoscono
nei
loro
cugini
di
Belgrado.
Vorrebbero
scappare,
lontano
dai
Balcani,
lontano
dall’Europa.
Ma
certo,
se
cattolici
e
ortodossi
dovessero
andarsene
di
qui,
Sarajevo
la
bella
cesserebbe
di
esistere.
E
gli
assediati
avrebbero
ottenuto
la
loro
vittoria
definitiva:
dimostrare
al
mondo,
con
l’impossibilità
della
convivenza
etnica,
anche
la
fondatezza
delle
ragioni
prese
a
prestito
per
giustificare
una
guerra
bestiale.
Eppure,
la
convivenza
resiste.
Resiste
altrove,
nei
quartieri
di
periferia.
Pofalici
è
sulla
linea
del
fronte,
oltre
il
fiume
c’è
Grbavica,
in
mano
serba.
Le
stanze
degli
appartamenti
che
guardano
da
quella
parte
sono
semidistrutte,
si
chiamano
per
questo
“camere
serbe”.
Ma
dall’altro
lato,
a
nord,
la
vita
continua.
Sui
pianerottoli
dei
condomini
nessuno
chiude
la
porta
a
chiave,
i
vicini
entrano
ed
escono
quasi
senza
bussare,
la
vecchia
usanza
“meridionale”
è
rimasta.
Serbi
e
croati
non
hanno
tolto
i
cartellini
con
i
loro
nomi
dalla
porta,
la
gente
si
aiuta,
per
le
scale
è
un
traffico
di
donne
con
borse,
pentole
di
minestra,
bricchi
di
caffè.
Gli
uomini
lavorano
all’installazione
del
gas,
altri
bruciano
le
immondizie
nei
contenitori.
In
casa
di
Nihad
Fejzic
vivono
cinque
persone.
Il
padre
è
musulmano,
la
moglie
è
slovena,
il
genero
è
ortodosso,
la
figlia
è
cittadina
croata,
la
cognata
è
della
comunità
ebraica.
Un
po’
duro
tracciare
frontiere
etniche
in
una
casa
come
questa.
Ci
si
siede
attorno
al
tavolo
in
cucina,
in
onore
dello
straniero
si
beve
caffè
e
si
mangia
un
dolce
chiamato
“hurmasice”,
biscotti
alle
mandorle
annegati
nel
miele.
Sul
muro
è
appesa
una
gabbia
con
un
pappagallino
azzurro.
Per
nutrirlo
si
toglierebbero
il
pane
di
bocca.
Ha
vissuto
con
loro
i
giorni
dei
bombardamenti
più
infernali.
Quando
tuonava
il
mortaio
spalanca
gli
occhi
e
diventava
piccolo
la
metà.
Per
questo
oggi
non
vola
fuori,
anche
se
porta
della
gabbia
è
sempre
aperta.
Scende
la
notte,
si
sente
qualche
crepitio
di
mitra,
lontano.
Il
vento
accarezza
le
tombe
del
cimitero
ebraico.
Le
vecchie
pietre
parlano,
chiese
e
minareti
sono
ancora
miracolosamente
in
piedi
dopo
centinaia
di
migliaia
di
cannonate.
E’
incredibile
la
forza
di
queste
pietre.
Sarajevo
è
una
nebulosa
di
luci
fioche,
i
casermoni
screpolati
dalle
granate
sembrano
nere
montagne
contro
il
cielo
pieno
di
stelle.
Jasna
sta
alla
finestra,
pensa
ai
genitori
che
non
vede
da
diciotto
mesi:
la
loro
casa
è
lì,
a
cinquecento
metri,
par
di
toccarla,
ma
è
oltre
il
fronte.
Il
vecchio
Senad
bagna
il
suo
orticello
di
guerra,
in
terrazza,
aspetta
da
due
mesi
notizie
dai
figli
in
Germania.
Azra
la
bella
respira
l’odore
di
erba
umida
e
sente
sulle
spalle
i
polpastrelli
del
suo
uomo,
ma
il
suo
uomo
non
c’è.
Nella
culla
numero
cinque
dell’orfanotrofio
di
Bijelave,
il
piccolo
Branimir,
un
anno
e
mezzo,
orfano
della
guerra,
non
dorme
e
ascolta
il
silenzio.