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antologia di cultura bosniaca 
 

ultimo aggiornamento
26.01.06 14:17

 
 
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Adriano Sofri - copyright raiAdriano Sofri, nato il primo agosto del 1942, negli anni settanta è stato il massimo esponente di Lotta Continua. Attualmente recluso nel carcere Don Bosco di Pisa, perché riconosciuto dopo una interminabile serie di processi come il mandante dell'omicidio Calabresi (ma lui si è sempre professato innocente), collabora con diverse testate giornalistiche (La Repubblica, Il Foglio, Panorama, ecc.) ed è autore di numerosi libri e saggi.
 
 
Davanti al mattatoio Ghali se la squaglia
da “Lo specchio di Sarajevo ” – Sellerio 1997
articolo apparso in origine sull'Unità del 12 luglio 1995
 
Dopo la caduta di Srebrenica la soluzione finale ha fatto un gran passo avanti. Finora le Nazioni Unite si erano limitate a lasciar bombardare e affamare le città dichiarate solennemente sotto la loro protezione. Ora le abbandonano alla rinfusa, insieme alle decine di migliaia di profughi, non senza compiere, a cosa fatta, un paio di cialtroneschi raid aerei. Siamo allo spappolamento. Karadzic e Mladic, sul cui capo pende – questione di giorni – un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra, danno il loro ultimatum all’Unprofor, e, loro sì, lo fanno rispettare. L’altro giorno ha parlato, in apertura del congresso del PDS, il sindaco di Tuzla, Bezlagic, socialdemoratico, alla testa di una giunta esemplare per il rifiuto delle anagrafi etniche. Bel gesto. Nell’occasione, coloro che fanno del Non Intervento in Bosnia una fervida bandiera – mentre l’Onu se la squaglia davanti al mattatoio e alla pulizia etnica, noi abbiamo fior di militanti del Non Intervento – hanno presentato Bezlagic come un campione del pacifismo e dell’equidistanza fra i nazionalismi contendenti. Quel Bezlagic aveva mandato all’Europa e all’Onu, all’indomani della strage dei ragazzi di Tuzla, messaggi estremi in cui diceva: “Voi avete dichiarato Tuzla e altre città assediate aree protette. Bambini e persone innocenti vengono uccisi senza sosta. In nome di Dio e dell’umanità usate finalmente la forza”. E ancora: “C’è una sola cosa che potete fare. Dovete bombardare le postazioni di artiglieria attorno a Tuzla. Voi dovete bombardare tutte le postazioni di armi pesanti dei fascisti serbo-bosniaci in Bosnia. Altrimenti, tra voi e gli assassini dei nostri bambini qui non ci sarà alcuna differenza”. Me l’aveva detto, disperato Alex Langer. Oggi Bezlagic è a Strasburgo per ricordare quel suo grande amico.
Tutto è andato troppo oltre. I caschi blu, per gran parte dei loro impieghi, non sono che ostaggi a portata di fischio dei cetnici: senza toglierli da lì, nessuna azione internazionale sarà possibile che non sia la mera autodifesa dell’Onu, e neanche. Né è pensabile, ora, un’interposizione efficace grazie allo spiegamento molto maggiore e determinato di forze. D’altra parte, si sta cercando solo il pretesto per squagliarsela.
A Sarajevo, un’operazione nemmeno di polizia, ma da vigili urbani, come l’apertura di un effettivo accesso alla città – non il viottolo sterrato dell’Igman: una strada – ha bisogno di prevedere il rincaro banditesco di Karadzic, e dunque di prevedere di prevenirlo, reprimerlo e castigarlo al suo livello. C’è qualcuno che voglia farlo? Chirac, certo, può ordinare qualche fuoco di artificio per bilanciare un pò le sue smanie nucleari. Poi, tutti a casa. Mi auguro di sbagliare. Mi auguro che la dannata mania di grandezza nucleare di Chirac lo costringa, per salvare la faccia, a qualcosa di buono in Bosnia. Posto della caduta di Srebrenica nella media dei telegiornali: undicesimo. C’è uno Chopin che prepara il suo concerto? Del resto gli esperimenti sull’atollo di Sarajevo sono durati troppo e troppo al dettaglio, mortai, fucili, cannoni. Se Karadzic, psichiatra, avesse l’atonica: perché no?
Eutanasia, amici, eutanasia.
 
© Adriano Sofri/Sellerio Editore
 
 
 
 
 
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