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ultimo
aggiornamento
26.03.06 15:40
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 La
justice
bosnienne
a décidé
de
fermer
deux
procès
au
public.
Elle
affirme
ainsi
protéger
des
témoins
victimes
de
viol.
Mais
plusieurs
avocats
et
ONG
contestent
ce
huis
clos.
Selon
eux,
seuls
des
procès
publics
peuvent
susciter
la
confiance
des
citoyens |
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Plusieurs
avocats,
ONG
et
représentants
des
victimes
ont
exprimé
leur
colère
face
à
la
décision
prise
par
la
Chambre
pour
les
crimes
de
guerre
de
Bosnie-Herzégovine
de
fermer
deux
procès
au
public.
Une
première
dans
cette
juridiction.
Les
affaires
en
question
concernent
des
hommes
accusés
de
crime
contre
l’humanité,
parmi
lesquels
de
nombreux
viols
de
femmes
musulmanes,
en
1992
et
1993,
dans
la
région
de
Foca
(est
de
la
Bosnie).
Parmi
eux,
Radovan
Stankovic.
Il
fut
le
premier
inculpé
à
être
transféré
du
Tribunal
Pénal
International
pour
l’ex-Yougoslavie
(TPIY)
aux
tribunaux
bosniens,
dans
le
but
de
réduire
les
activités
de
l’institution
internationale
au
cours
des
prochaines
années.
Mais,
en
Bosnie,
les
procureurs
de
l’Etat
ont
demandé
que
les
procès
respectifs
de
Radovan
Stankovic
et
Nedjo
Samardzic
soient
fermés
au
public.
Les
procureurs
affirment
que
les
procès
doivent
se
tenir
à
huis
clos
afin
de
protéger
l’identité
et
la
liberté
des
femmes
venant
témoigner
à
propos
de
leurs
épreuves.
Or,
nous
avons
appris
que
certains
témoins
demandent
un
procès
public.
« L’un
des
témoins
n’avait
que
quatorze
ans
lorsqu’elle
a été
violée.
Elle
ne
veut
pas
être
protégée »,
explique
Mirsada
Tabakovic,
de
l’association
des
Femmes
Victimes
de
la
Guerre.
« Elle
a décidé
de
faire
face
au
criminel,
et
de
le
faire
sans
protection. »
Le
bureau
du
procureur
d’Etat
a avancé
que
ce
témoin
pourrait
révéler
au
public
le
nom
d’autres
personnes
susceptibles
d’avoir
participé
aux
faits,
mais
qui
n’auraient
pas
encore
été
inculpées.
La
Chambre
pour
les
crimes
de
guerre
a accepté
l’argument,
et
s’est
prononcée
pour
le
huis
clos.
Mais
plusieurs
juristes
protestent.
Ils
soutiennent
que
la
Chambre
aurait
pu
trouver
d’autres
moyens
de
protéger
les
témoins
sans
recourir
une
solution
aussi
extrême.
Selon
eux,
cette
décision
va
priver
les
citoyens
de
l’accès
à
la
vérité
et
à
la
justice
qu’ils
attendent
depuis
longtemps.
Le
Centre
de
Recherche
et
de
Documentation
(IDC),
une
ONG
locale
qui
surveille
les
procès
de
crimes
de
guerre,
critique
également
cette
décision.
« Fermer
un
procès
au
public
signifie
empêcher
ce
dernier
d’avoir
accès
à
temps
aux
informations,
ce
qui
est
très
important
pour
développer
une
certaine
confiance
vis-à-vis
de
la
Cour
de
Bosnie-Herzégovine »,
affirme
Mirsad
Tokaca,
le
directeur
de
l’IDC.
« En
ce
moment,
construire
la
confiance
envers
les
institutions
judiciaires
est
primordial. »
Mirsad
Tokaca
ajoute
espérer
que
l’IDC
et
d’autres
ONG
seront
autorisées
à
assister
au
procès.
« Même
après
la
décision
de
fermer
un
procès
aux
médias,
il
reste
nécessaire
que
soient
présents
les
équipes
d’observateurs
citoyens
et
les
représentants
d’organisations
qui
travaillent
avec
les
victimes »,
insiste-t-il.
« Ce
sont
ces
organisations
qui
ont
fourni
les
déclarations
des
témoins
et
les
témoins
eux-mêmes
au
tribunal. »
La
justice
doit
être
vue
à
l’œuvre
La
décision
a suscité
un
choc,
étant
donné
que
le
TPIY
n’a
jamais
eu
recours
à
un
huis
clos
intégral
depuis
qu’il
a commencé
ses
audiences
en
1996.
« Il
est
possible
de
tenir
un
procès
dans
une
salle
fermée
lorsque
des
victimes
de
viol
sont
concernées »,
explique
Aleksandra
Milenov,
porte-parole
du
TPIY.
« Mais
ces
procès
ne
sont
que
partiellement
fermés
au
public.
Le
procès
complet,
cela
n’arrive
pas »,
ajoute-t-elle.
Mirsada
Tabakovic,
des
Femmes
Victimes
de
la
Guerre,
se
dit
également
insatisfaite
de
la
décision
de
la
Chambre.
« Nous
voulions
assister
[au
procès],
avec
la
conviction
qu’en
agissant
ainsi
nous
apporterions
un
soutien
aux
femmes
qui
témoigneront
dans
la
salle
d’audience »,
explique-t-elle.
« C’est
plus
facile
pour
elles
lorsque
nous
sommes
là. »
Chris
Stephen,
qui
a fréquenté
le
TPIY
en
tant
que
journaliste,
se
dit
perplexe.
« La
justice
ne
doit
pas
seulement
être
rendue,
elle
doit
aussi
être
vue
à
l’œuvre »,
explique-t-il.
« La
publicité
des
procès
est
la
seule
garantie
que
les
juges
procèdent
correctement.
Cette
garantie
ne
peut
qu’être
affaiblie
si
les
procès
se
tiennent
dans
le
secret. »
Sa
conclusion :
« si
les
témoins,
et
particulièrement
les
victimes
de
viols,
ont
le
droit
de
voir
leur
identité
protégée,
la
cour
doit
se
souvenir
qu’elle
est
au
service
des
gens.
Pas
l’inverse. »
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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Bosnia:
rabbia
davanti
a due
porte
chiuse
- La
giustizia
bosniaca
ha
deciso
di
chiudere
le
porte
a due
processi
pubblici.
SI
afferma
così
che
si
possono
proteggere
le
testimoni
vittime
di
stupri
e violenze.
Ma
molti
avvocati
e ONG
contestano
questa
decisione.
Secondo
loro,
infatti,
solo
un
processo
pubblico
può
suscitare
la
fiducia
dei
cittadini
nelle
istituzioni
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Molti
avvocati,
ONG
e rappresentanti
delle
vittime
hanno
espresso
la
loro
rabbia
di
fronte
alla
decisione
presa
dalla
camera
per
i crimini
di
guerra
della
Bosnia-Herzegovina
di
chiudere
due
processi
al
pubblico.
È
la
prima
volta
che
accade
in
questa
giurisdizione.
I processi
in
questione
riguardano
uomini
accusati
di
crimini
contro
l'umanità,
tra
cui
numerosi
stupri
di
donne
musulmane,
nel
1992
e 1993,
nella
regione
di
Foca
(a
est
della
Bosnia).
Fra
loro,
Radovan
Stankovic.
È
stato
il
primo
accusato
a essere
trasferito
dal
tribunale
penale
internazionale
per
l'ex
Iugoslavia
(TPIY)
ai
tribunali
bosniaci,
allo
scopo
di
ridurre
le
attività
dell'istituzione
internazionale.
Ma,
in
Bosnia,
i procuratori
dello
Stato
hanno
chiesto
che
i rispettivi
processi
di
Radovan
Stankovic
e Nedjo
Samardzic
siano
chiusi
al
pubblico.
I procuratori
affermano
che
tali
processi
devono
tenersi
a porte
chiuse
allo
scopo
di
proteggere
l'identità
e la
libertà
delle
donne
che
vengono
a testimoniare.
Ma
- abbiamo
appreso
- che
alcuni
testimoni
chiedono
un
processo
pubblico.
"Una
delle
testimoni
aveva
soltanto
quattordici
anni
quando
è
stata
violentata.
Non
vuole
essere
protetta",
spiega
Mirsada
Tabakovic,
dell'associazione
delle
donne
vittime
della
guerra.
"Ha
deciso
di
stare
di
fronte
al
criminale
senza
protezione."
L'ufficio
del
procuratore
di
Stato
ha
ipotizzato
che
questo
testimone
potrebbe
rivelare
al
pubblico
il
nome
di
altre
persone
che
possono
aver
partecipato
ai
fatti,
ma
che
non
sono
ancora
state
accusate.
La
camera
per
i crimini
di
guerra
ha
accettato
l'argomentazione,
e si
è
pronunciata
per
un
processo
a porte
chiuse.
Ma
molti
giuristi
protestano.
Sostengono
che
la
camera
avrebbe
potuto
trovare
altri
mezzi
per
proteggere
i testimoni
senza
ricorrere
a una
soluzione
così
estrema.
Secondo
loro
questa
decisione
priverà
i cittadini
dell'accesso
alla
verità
e alla
giustizia
che
attendono
da
lungo
tempo.
Il
centro
di
ricerca
e di
documentazione
(IDC),
un'ONG
locale
che
sorveglia
i processi
di
crimini
di
guerra,
critica
anch’essa
questa
decisione.
"Chiudere
un
processo
al
pubblico
significa
impedire
a quest'ultimo
di
avere
accesso
alle
informazioni,
cosa
che
è
molto
importante
per
sviluppare
una
certa
fiducia
nei
confronti
della
Corte
della
Bosnia
Erzegovina",
afferma
Mirsad
Tokaca,
il
direttore
della
IDC.
"In
questo
momento,
costruire
la
fiducia
verso
le
istituzioni
giudiziarie
è
fondamentale."
Mirsad
Tokaca
aggiunge
che
spera
che
almeno
l’IDC
e altre
ONG
possano
essere
autorizzate
ad
assistere
al
processo.
"Anche
dopo
la
decisione
di
chiudere
un
processo
ai
mass
media,
è
necessario
che
siano
presenti
i gruppi
di
osservatori
cittadini
e i
rappresentanti
di
organizzazioni
che
lavorano
con
le
vittime",
insistono.
"Sono
quese
organizzazioni
che
hanno
fornito
i testimoni
stessi
al
tribunale."
La
giustizia
deve
essere
vista
all’opera
La
decisione
ha
suscitato
uno
choc,
dal
momento
che
il
TPIY
non
è
mai
ricorso
a un
processo
a porte
integralmente
chiuse
da
quando
ha
cominciato
la
sua
atività
nel
1996.
"È
possibile
tenere
un
processo
a porte
chiuse
solo
quando
le
vittime
dello
stupro
sono
interessate",
spiega
Aleksandra
Milenov,
portavoce
del
TPIY.
"Ma
questi
processi
sono
chiusi
soltanto
parzialmente
al
pubblico."
Anche
Mirsada
Tabakovic,
delle
donne
vittime
della
guerra,
si
dice
insoddisfatta
della
decisione
della
camera.
"Volevamo
assistere
(al
processo),
con
la
convinzione
che
agendo
così
avremmo
portato
un
sostegno
alle
donne
che
avessero
testimoniato",
spiega.
"Sarebbe
stato
più
facile
per
loro
se
fossimo
state
presenti"
Chris
Stephen,
che
ha
partecipato
alla
TPIY
come
giornalista,
si
dice
perplesso.
"Non
solo
giustizia
deve
essere
fatta,
ma
è
necessario
che
sia
anche
vista
all’opera",
spiega.
"La
pubblicità
dei
processi
è
la
sola
garanzia
che
i giudici
procedano
correttamente."
Questa
garanzia
può
soltanto
essere
indebolita
se
i processi
si
tengono
nel
segreto.
La
sua
conclusione:
"Se
i testimoni,
e particolarmente
le
vittime
di
stupri
e violenze,
hanno
il
diritto
di
vedere
la
loro
identità
protetta,
la
corte
deve
ricordarsi
che
è
al
servizio
della
gente."
Non
il
contrario.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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©
2006
- Nidzara
Ahmetasevic
e Mirna
Mekic

- 
traduzione
in
francese
di
Thomas
Claus
traduzione
in
italiano
di
Macondo
Tre |
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