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le courrier des balkans
 
Le Courrier des Balkans - 22 marzo 2006
di N. Ahmetasevic et M. Mekic ("Birn-Balkan Insight" , 9 marzo 2006) -
[versione italiana]
 

ultimo aggiornamento
26.03.06 15:40

 
 
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Bosnie : colère autour de deux huis clos
 
La justice bosnienne a décidé de fermer deux procès au public. Elle affirme ainsi protéger des témoins victimes de viol. Mais plusieurs avocats et ONG contestent ce huis clos. Selon eux, seuls des procès publics peuvent susciter la confiance des citoyens
 
Plusieurs avocats, ONG et représentants des victimes ont exprimé leur colère face à la décision prise par la Chambre pour les crimes de guerre de Bosnie-Herzégovine de fermer deux procès au public. Une première dans cette juridiction.
Les affaires en question concernent des hommes accusés de crime contre l’humanité, parmi lesquels de nombreux viols de femmes musulmanes, en 1992 et 1993, dans la région de Foca (est de la Bosnie).
Parmi eux, Radovan Stankovic. Il fut le premier inculpé à être transféré du Tribunal Pénal International pour l’ex-Yougoslavie (TPIY) aux tribunaux bosniens, dans le but de réduire les activités de l’institution internationale au cours des prochaines années.
Mais, en Bosnie, les procureurs de l’Etat ont demandé que les procès respectifs de Radovan Stankovic et Nedjo Samardzic soient fermés au public. Les procureurs affirment que les procès doivent se tenir à huis clos afin de protéger l’identité et la liberté des femmes venant témoigner à propos de leurs épreuves.
Or, nous avons appris que certains témoins demandent un procès public.
« L’un des témoins n’avait que quatorze ans lorsqu’elle a été violée. Elle ne veut pas être protégée », explique Mirsada Tabakovic, de l’association des Femmes Victimes de la Guerre. « Elle a décidé de faire face au criminel, et de le faire sans protection. »
Le bureau du procureur d’Etat a avancé que ce témoin pourrait révéler au public le nom d’autres personnes susceptibles d’avoir participé aux faits, mais qui n’auraient pas encore été inculpées. La Chambre pour les crimes de guerre a accepté l’argument, et s’est prononcée pour le huis clos.
Mais plusieurs juristes protestent. Ils soutiennent que la Chambre aurait pu trouver d’autres moyens de protéger les témoins sans recourir une solution aussi extrême. Selon eux, cette décision va priver les citoyens de l’accès à la vérité et à la justice qu’ils attendent depuis longtemps.
Le Centre de Recherche et de Documentation (IDC), une ONG locale qui surveille les procès de crimes de guerre, critique également cette décision. « Fermer un procès au public signifie empêcher ce dernier d’avoir accès à temps aux informations, ce qui est très important pour développer une certaine confiance vis-à-vis de la Cour de Bosnie-Herzégovine », affirme Mirsad Tokaca, le directeur de l’IDC. « En ce moment, construire la confiance envers les institutions judiciaires est primordial. »
Mirsad Tokaca ajoute espérer que l’IDC et d’autres ONG seront autorisées à assister au procès. « Même après la décision de fermer un procès aux médias, il reste nécessaire que soient présents les équipes d’observateurs citoyens et les représentants d’organisations qui travaillent avec les victimes », insiste-t-il. « Ce sont ces organisations qui ont fourni les déclarations des témoins et les témoins eux-mêmes au tribunal. »

La justice doit être vue à l’œuvre
La décision a suscité un choc, étant donné que le TPIY n’a jamais eu recours à un huis clos intégral depuis qu’il a commencé ses audiences en 1996. « Il est possible de tenir un procès dans une salle fermée lorsque des victimes de viol sont concernées », explique Aleksandra Milenov, porte-parole du TPIY. « Mais ces procès ne sont que partiellement fermés au public. Le procès complet, cela n’arrive pas », ajoute-t-elle.
Mirsada Tabakovic, des Femmes Victimes de la Guerre, se dit également insatisfaite de la décision de la Chambre. « Nous voulions assister [au procès], avec la conviction qu’en agissant ainsi nous apporterions un soutien aux femmes qui témoigneront dans la salle d’audience », explique-t-elle. « C’est plus facile pour elles lorsque nous sommes là. »
Chris Stephen, qui a fréquenté le TPIY en tant que journaliste, se dit perplexe. « La justice ne doit pas seulement être rendue, elle doit aussi être vue à l’œuvre », explique-t-il. « La publicité des procès est la seule garantie que les juges procèdent correctement. Cette garantie ne peut qu’être affaiblie si les procès se tiennent dans le secret. »
Sa conclusion : « si les témoins, et particulièrement les victimes de viols, ont le droit de voir leur identité protégée, la cour doit se souvenir qu’elle est au service des gens. Pas l’inverse. »
(autorizzazione alla riproduzione concessa)
 
Bosnia: rabbia davanti a due porte chiuse - La giustizia bosniaca ha deciso di chiudere le porte a due processi pubblici. SI afferma così che si possono proteggere le testimoni vittime di stupri e violenze. Ma molti avvocati e ONG contestano questa decisione. Secondo loro, infatti, solo un processo pubblico può suscitare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni
 
Molti avvocati, ONG e rappresentanti delle vittime hanno espresso la loro rabbia di fronte alla decisione presa dalla camera per i crimini di guerra della Bosnia-Herzegovina di chiudere due processi al pubblico. È la prima volta che accade in questa giurisdizione. I processi in questione riguardano uomini accusati di crimini contro l'umanità, tra cui numerosi stupri di donne musulmane, nel 1992 e 1993, nella regione di Foca (a est della Bosnia). Fra loro, Radovan Stankovic. È stato il primo accusato a essere trasferito dal tribunale penale internazionale per l'ex Iugoslavia (TPIY) ai tribunali bosniaci, allo scopo di ridurre le attività dell'istituzione internazionale. Ma, in Bosnia, i procuratori dello Stato hanno chiesto che i rispettivi processi di Radovan Stankovic e Nedjo Samardzic siano chiusi al pubblico. I procuratori affermano che tali processi devono tenersi a porte chiuse allo scopo di proteggere l'identità e la libertà delle donne che vengono a testimoniare.
Ma - abbiamo appreso - che alcuni testimoni chiedono un processo pubblico. "Una delle testimoni aveva soltanto quattordici anni quando è stata violentata. Non vuole essere protetta", spiega Mirsada Tabakovic, dell'associazione delle donne vittime della guerra. "Ha deciso di stare di fronte al criminale senza protezione." L'ufficio del procuratore di Stato ha ipotizzato che questo testimone potrebbe rivelare al pubblico il nome di altre persone che possono aver partecipato ai fatti, ma che non sono ancora state accusate. La camera per i crimini di guerra ha accettato l'argomentazione, e si è pronunciata per un processo a porte chiuse.
Ma molti giuristi protestano. Sostengono che la camera avrebbe potuto trovare altri mezzi per proteggere i testimoni senza ricorrere a una soluzione così estrema. Secondo loro questa decisione priverà i cittadini dell'accesso alla verità e alla giustizia che attendono da lungo tempo.
Il centro di ricerca e di documentazione (IDC), un'ONG locale che sorveglia i processi di crimini di guerra, critica anch’essa questa decisione. "Chiudere un processo al pubblico significa impedire a quest'ultimo di avere accesso alle informazioni, cosa che è molto importante per sviluppare una certa fiducia nei confronti della Corte della Bosnia Erzegovina", afferma Mirsad Tokaca, il direttore della IDC. "In questo momento, costruire la fiducia verso le istituzioni giudiziarie è fondamentale." Mirsad Tokaca aggiunge che spera che almeno l’IDC e altre ONG possano essere autorizzate ad assistere al processo.
"Anche dopo la decisione di chiudere un processo ai mass media, è necessario che siano presenti i gruppi di osservatori cittadini e i rappresentanti di organizzazioni che lavorano con le vittime", insistono. "Sono quese organizzazioni che hanno fornito i testimoni stessi al tribunale."

La giustizia deve essere vista all’opera
La decisione ha suscitato uno choc, dal momento che il TPIY non è mai ricorso a un processo a porte integralmente chiuse da quando ha cominciato la sua atività nel 1996. "È possibile tenere un processo a porte chiuse solo quando le vittime dello stupro sono interessate", spiega Aleksandra Milenov, portavoce del TPIY. "Ma questi processi sono chiusi soltanto parzialmente al pubblico."
Anche Mirsada Tabakovic, delle donne vittime della guerra, si dice insoddisfatta della decisione della camera. "Volevamo assistere (al processo), con la convinzione che agendo così avremmo portato un sostegno alle donne che avessero testimoniato", spiega. "Sarebbe stato più facile per loro se fossimo state presenti"
Chris Stephen, che ha partecipato alla TPIY come giornalista, si dice perplesso. "Non solo giustizia deve essere fatta, ma è necessario che sia anche vista all’opera", spiega. "La pubblicità dei processi è la sola garanzia che i giudici procedano correttamente." Questa garanzia può soltanto essere indebolita se i processi si tengono nel segreto.
La sua conclusione: "Se i testimoni, e particolarmente le vittime di stupri e violenze, hanno il diritto di vedere la loro identità protetta, la corte deve ricordarsi che è al servizio della gente." Non il contrario.
(autorizzazione alla riproduzione concessa)
 
© 2006 - Nidzara Ahmetasevic e Mirna Mekic
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traduzione in francese di Thomas Claus
traduzione in italiano di Macondo Tre
 
 
 
 
 
 
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