Ho
vissuto
due
anni
in
una
zona
della
Bosnia
Erzegovina
che
Ballarò
(trasmissione
di
Rai3)
descriveva
nella
puntata
di
martedì
sera
come
infestata
di
mujaheddin
armati
fino
ai
denti,
ansiosi
di
lanciare
la
guerra
santa
contro
l’Italia.
La
Bosnia,
secondo
il
conduttore,
è
ad
appena
20
minuti
di
distanza
da
noi
(anche
superando
i limiti
di
velocità,
così
in
fretta
non
ce
l’ho
mai
fatta),
abitata
da
“musulmani
con
gli
occhi
azzurri”,
convertitisi
negli
ultimi
anni
all’Islam.
Certo,
secondo
una
prospettiva
storica
lungimirante,
i secoli
quattordicesimo,
quindicesimo
possono
essere
considerati
“ultimi
anni”.
Con
un
po’
di
immaginazione.
Il
contesto
della
trasmissione
è
quello
dello
scontro
di
civiltà.
Il
tentativo,
riuscito,
quello
di
creare
allarme.
L’effetto,
anche
questo
riuscito,
quello
di
stigmatizzare
una
popolazione
(i
Bosniaco
Mulsumani),
che
ospiterebbero
estremisti
al
soldo
di
Al
Qaeda.
L’immagine
della
Bosnia
che
ne
esce
è
inquietante.
E’
vero,
durante
la
guerra
sono
stati
numerosi
i combattenti
stranieri
che
sono
andati
in
Bosnia
per
sostenere
i Musulmani.
Alcuni
sono
rimasti,
e sposandosi
hanno
acquisito
la
cittadinanza
bosniaca.
Parte
di
loro
risiedeva
nel
villaggio
di
Bocinje,
tra
Maglaj
e Zavidovici,
zona
su
cui
si
concentrava
l’attenzione
del
filmato.
Quella
zona
è
oggi
una
di
quelle
che
registra
le
più
alti
percentuali
di
ritorno
(di
Serbi)
nell’area.
Quei
mujaheddin,
lì,
non
ci
sono
più
da
anni.
L’immagine
del
territorio
presentata
dalla
trasmissione
è
fuorviante.
Gli
effetti
delle
guerre
producono
un’onda
lunga.
In
Bosnia,
la
vittoria
dei
nazionalisti
di
tutti
e tre
gli
schieramenti,
avallata
dalla
comunità
internazionale,
ha
avuto
come
corollario
la
sconfitta
delle
opzioni
laiche
e volte
al
dialogo
multietnico.
Data
la
confusione
–
riuscita
–
imposta
dai
nazionalismi
tra
istanze
etniche
e religiose,
uno
degli
effetti
più
macroscopici
è
stato
quello
di
provocare
una
radicalizzazione
del
sentimento
religioso.
Per
quanto
riguarda
l’Islam
bosniaco,
in
un
contesto
tradizionalmente
aperto
data
la
compresenza
secolare
nello
stesso
territorio
di
religioni
diverse,
la
presenza
di
combattenti
stranieri
ha
senz’altro
avuto
un
effetto.
Dopo
la
guerra
sono
apparse
le
prime
donne
completamente
coperte,
una
presenza
di
estremisti
islamici
armati
anche
oggi
non
è
certamente
escludibile.
Come
in
altri
Paesi
europei
del
resto.
Ma
le
cifre
presentate
da
di
Ballarò
alludono
ad
un
esercito…
Perché
non
ricordare
allora
anche
i mercenari
stranieri
(cristiani?)
che
sono
andati
in
Bosnia
per
combattere
al
fianco
dei
Croati
o dei
Serbi.
Quei
bravi
ragazzi
che
fine
hanno
fatto?
Nello
scenario
europeo,
la
Bosnia
è
considerata
il
luogo
per
antonomasia
dove
Oriente
e Occidente
si
sono
dati
la
mano.
Il
simbolo
di
questo
incontro,
il
ponte
di
Mostar,
il
“bianco
arcobaleno
di
pietra”,
è
stato
effettivamente
distrutto,
dieci
anni
fa.
Non
dai
Musulmani
però.
Perché
oggi
sarebbero
loro
l’ostacolo
più
forte
al
dialogo?
Perché
il
fantomatico
addestratore
di
combattenti
–
intervistato
dalla
trasmissione-choc
- avrebbe
reso
testimonianze
il
cui
unico
effetto
era
quello
di
creare
allarme
stigmatizzando
un
intero
popolo
(i
Bosniaco
Musulmani)?
Se
è
così
facile
per
un
giornalista
entrare
in
contatto
con
questi
personaggi,
non
lo
sarebbe
altrettanto
per
le
forze
internazionali
presenti
nel
Paese
(circa
12.000
uomini
sotto
comando
Nato)?
Che
in
Bosnia
ci
siano
armi
(tante)
non
è
una
notizia,
e neppure
il
fatto
che
la
criminalità
organizzata
ne
diriga
il
traffico.
Rappresenta
una
delle
voci
più
importanti
del
suo
bilancio,
insieme
al
traffico
di
persone.
Ma
si
tratta
di
una
mafia
multietnica.
Quello
criminale
è
infatti
l’unico
settore
nel
quale
le
barriere
nazionali
non
hanno
mai
rappresentato
alcun
problema.
Presentare
i Musulmani
come
unico
potenziale
pericolo
in
questo
contesto
non
è
corretto.
Siamo
fuori
dall’informazione,
dentro
la
politica.
Quella
che
favorisce
la
paura.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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