L’autore
del
dramma
storico
in
versi
“Pad”
(Declino)
è
uno
dei
pochi
seri
analisti
politici
in
Bosnia.
A causa
delle
sue
posizioni
chiare
e del
fatto
di
aver
sempre
rifiutato
i limiti
di
tipo
etnico-politico,
nel
1998
ha
perso
il
suo
lavoro
presso
il
Ministero
degli
Affari
Esteri.
Gli
anni
successivi
li
ha
sfruttati
per
dedicarsi
a un
master
di
sociologia
presso
l’Università
dell’Europa
Centrale
a Varsavia.
Mentre
si
annuncia
la
presentazione
del
suo
dramma
nel
Teatro
nazionale
di
Sarajevo,
Zlatko
Hadzidedic
sta
completando
il
suo
dottorato
nella
prestigiosa
London
School
of
Economics,
dirige
per
Buybook
(libreria/casa
editrice)
una
rivista
che
tratta
argomenti
di
teoria
politica
e sociale
e ,
per
"Dani",
parla
delle
deleghe
“da
Re”
dell’Alto
rappresentante,
del
disastroso
profilo
degli
attuali
ministri
e parlamentari,
dell’impossibilità
del
funzionamento
di
uno
stato
basato
sui
principi
dei
“popoli
costitutivi”,
della
demolizione
dei
fondamenti
dello
stato
da
parte
dell’OHR
(Ufficio
dell’Alto
rappresentante)
tramite
la
costituzione
di
dogane
tra
le
entità,
delle
trappole
della
“multiculturalità”…
Pecanin:
Signor
Hadzidedic,
recentemente
abbiamo
assistito
a discussioni
che
riguardavano
l’università,
la
cultura,
l’economia
e la
politica,
organizzate
a Sarajevo
dal
Centro
per
gli
studi
multidisciplinari
e dal
Centro
per
i diritti
umani
dell’Università
di
Sarajevo.
Agli
incontri
hanno
partecipato
una
quarantina
dei
giovani
laureati,
insieme
al
rettore
dell’Università
di
Sarajevo
e ad
alcuni
professori.
L’amara
impressione
che
mi
rimane
è
che
questi
partecipanti
hanno
dimostrato
molte
più
competenze
riguardo
agli
argomenti
discussi
rispetto
ai
parlamentari
e ai
ministri
dei
nostri
governi.
Condivide
la
mia
opinione?
Hadzidedic:
Si,
ma
non
ritengo
che
sia
negativo
il
fatto
che
tale
gruppo
di
persone,
rappresentativo
sotto
tutti
gli
effetti,
discuta
di
queste
problematiche
in
maniera
più
competente
rispetto
agli
attuali
ministri
e membri
del
Parlamento.
In
fondo,
il
fatto
che
oggi
in
Bosnia
ci
sono
persone
giovani
e competenti
dovrebbe
essere
motivo
di
ottimismo.
Quel
che
sarebbe
negativo
è
se
queste
persone
in
un
prossimo
futuro
non
dovessero
avere
la
possibilità
di
discutere
questi
temi
dalle
posizioni
di
ministri
e di
parlamentari.
Ancora
più
negativa
sarebbe
la
situazione
in
cui
il
nostro
sistema
d’istruzione
non
dovesse
essere
reso
adeguato
agli
standard
promossi
da
queste
giovani
persone,
e dovesse
invece
rimanere
fermo
al
livello
e agli
standard
attuali,
che
in
base
ai
propri
bassi
criteri,
promuove
la
maggior
parte
dei
ministri
e dei
parlamentari
di
oggi.
Pecanin:
Quali
sono
le
possibilità
del
cosiddetto
“settore
civile”
in
Bosnia
Erzegovina?
E’
possibile
fare
un
passo
più
radicale
fuori
dall’agonia
di
questa
società
in
una
situazione
in
cui
interi
segmenti
della
società
–
i giovani
istruiti
e competenti
–
rifiutano
di
fare
politica
in
modo
attivo?
Hadzidedic:
Penso
che
il
problema
chiave
per
il
funzionamento
di
questa
società
–
se
davvero
la
società
bosnia
esiste
nella
forma
di
società
unitaria
- sia
l’assenza
di
una
cultura
di
associazione
basata
su
interessi
individuali
razionalmente
definiti.
Questo
tipo
di
cultura
rappresenta
la
base
di
quello
che
chiamiamo
la
“società
civile”.
Qui
da
noi,
invece,
abbiamo
una
cultura
di
associazione
e di
organizzazione
basata
su
interessi
attribuiti
in
maniera
automatica,
definiti
in
relazione
all’appartenenza
-spesso
anche
questa
automaticamente
attribuita
e non
individualmente
dichiarata
- a
uno
dei
tre
gruppi
etnici-religiosi,
definiti
dalla
Costituzione
i “popoli
costitutivi”.
Se
la
chiave
per
la
realizzazione
del
proprio
interesse
e della
promozione
sociale
si
trova
soltanto
nell'appartenenza
semplice,
e attribuita
anticipatamente,
ad
una
collettività
che
possiede
anche
un
interesse
anticipatamente
attribuito,
non
bisogna
stupirsi
se
quelli
che
aspirano
a un’affermazione
individuale
–
e qui,
innanzitutto,
parliamo
di
giovani
istruiti
e competenti
- si
rifiutano
di
prendere
attivamente
parte
alla
politica
basata
sulla
negazione
dello
stesso
concetto
dell’individuo
e che
considera
l’appartenenza
alla
collettività
come
l'unico
e definitivo
valore.
Quindi,
non
si
può
parlare
di
“settore
civile”,
quando
nella
Costituzione,
e quindi
anche
nella
realtà
sociale,
non
c’è
posto
per
i cittadini,
ma
soltanto
per
i “popoli
costitutivi”.
In
questo
senso,
sia
nella
politica,
sia
nella
società
intera,
esiste
soltanto
un
“settore
etnico”.
Pecanin:
In
uno
dei
suoi
articoli
lei
cerca
di
dare
una
risposta
alla
seguente
domanda:
La
società
bosniaca
esiste
come
un’unità
sola
o è
stata
divisa
irrevocabilmente
in
tre
sparate
unità
etnico-religiose?
Hadzidedic:
La
società
moderna
è
costituita
da
cittadini-individui
che
hanno
lo
stesso
status
sociale,
mentre
la
società
pre-moderna
è
costituita
da
classi
sociali
tra
le
quali
esiste
una
disparità.
La
nostra
società,
secondo
la
Costituzione
attuale,
è
composta
da
“popoli
costitutivi”,
mentre
mancano
i “cittadini”.
Questo
significa
che
all’interno
di
questo
quadro
i “popoli
costitutivi”
funzionano
praticamente
come
tre
parallele,
etnicamente
definite,
società
separate.
Considerando
il
fatto
che
la
Costituzione
non
riconosce
i cittadini
bosniaci,
ma
soltanto
bosniaci
musulmani,
serbi
e croati
, la
stessa
Costituzione
è
il
mezzo
più
efficace
nella
decomposizione
della
società
bosniaca
in
tre
unità
separate
- bosniaca
musulmana,
serba
e croata.
Il
processo
di
disintegrazione
non
è
irrevocabile,
certo,
la
condizione
necessaria
sarebbe
cambiare
in
modo
radicale
questo
quadro
disintegrativo
della
Costituzione,
definendo
la
società
bosniaca,
al
pari
di
tutte
le
altre
società
moderne,
come
società
costituita
da
cittadini,
società
che
fa
parte
dell’indivisibile
sovranità
dello
stato.
Nella
Costituzione
attuale
la
sovranità
viene
divisa
e trasferita
ai
“popoli
costitutivi”
(anche
se
la
teoria
politica
e legale
sostiene
che
la
sovranità
sia
indivisibile
e intrasferibile),
i quali
tendono
a ottenere
la
sovranità
e a
creare
propri
stati
separati,
e soddisfanno
anche
la
maggior
parte
delle
condizioni
per
farlo
(territori
autonomi
con
la
propria
amministrazione
inclusi).
Penso
che
sia
arrivata
l'ora
di
parlare
apertamente
delle
vere
implicazioni
della
Costituzione
di
Dayton
sulla
sovranità
e l'integrità
della
Bosnia
Erzegovina.
Pecanin:
So
che
una
gran
parte
degli
antinazionalisti,
sostenitori
della
società
civile,
ormai
cominciano
a provare
disgusto
quando
si
usa
il
“mantra”
della
multiculturalità
della
Bosnia,
così
spesso
ripetuto
dagli
stranieri
che
hanno
il
compito
di
”democratizzarci”,
ma
che
in
fondo
il
suo
significato
non
lo
conoscono
affatto.
So
anche
che
lei
ha
un’idea
piuttosto
interessante
della
multiculturalità,
per
cui
la
chiedo
di
spiegarcela
meglio.
Hadzidedic:
Il
concetto
della
multiculturalità
include
un'esistenza
separata,
parallela,
dei
diversi
“gruppi
culturali”
all’interno
dello
stesso
spazio
politico,
che
viene
definito
come
nazione-stato,
o stato-nazione.
La
“multiculturalità”
è
un
termine
che
implica
la
reciproca
incompatibilità
tra
“culture”
diverse
all’interno
di
uno
stato-nazione,
e in
questo
caso
la
“cultura”
in
fondo
rappresenta
un
eufemismo
per
l’appartenenza
razziale
oppure
razziale-religiosa.
Le
razze
e le
religioni
diverse,
all’interno
di
un
discorso
“multiculturale”
vengono
definite
a priori
e in
modo
dottrinario
come
incompatibili
(senza
riguardo
per
quanto
compatibili
possano
essere
nella
prassi
sociale),
e in
questo
caso
la
costituzione
della
“multiculturalità”
sul
piano
sociale
è
definita
come
una
condizione
per
la
loro
pacifica
coesistenza.
Nei
tempi
passati,
all’interno
di
un
discorso
apertamente
razzista,
questo
sistema
sociale
–
basato
sull’idea
dell’incompatibilità
delle
razze,
delle
culture
e delle
religioni
diverse
e della
necessità
della
loro
separazione
fisica
–
veniva
denominato
con
un
termine
ormai
completamente
discreditato
–
“l’apartheid”.
Anche
se
la
“multiculturalità”,
a differenza
dell’
“apartheid”,
non
sottintende
la
forzata
separazione
fisica
dei
gruppi
diversi,
alla
sua
base
troviamo
inserita
l’ipotesi
dell’impossibilità
della
comunicazione
tra
di
essi
e della
necessità
del
loro
reciproco
isolamento.
E’
ovvio
che
questo
modello
non
corrisponde
a quello
di
un
modello
culturale,
unico
un
modello
della
vita
in
comune
che
noi
in
Bosnia
abbiamo
avuto
fino
al
1992.
Questo
modello
è
stato
fortemente
intaccato
durante
la
guerra,
dopo
la
quale
abbiamo
quindi
assistito
alla
divisione
forzata,
amministrativa
e territoriale,
delle
identità
etniche-religiose.
Ma
questa
separazione
forzata,
che
chiaramente
rappresenta
una
varietà
dell’apartheid
classico,
è
completamente
in
armonia
con
il
concetto
della
“multiculturalità”,
che
definisce
a priori
queste
identità
come
culturalmente
incompatibili,
nonostante
il
fatto
che
nell’arco
dei
secoli
hanno
condiviso
la
stessa
cultura.
Una
cultura
che
ha
avuto
la
capacità
di
incorporare
le
più
diverse
influenze
culturali
e di
renderle
compatibili
tra
di
loro.
Quindi,
la
dottrina
della
“multiculturalità”
prima
insiste
sulla
separazione
forzata
di
queste
identità
e poi
su
un
allineamento
meccanico
delle
identità,
una
accanto
all’altra,
senza
badare
al
fatto
che
queste,
in
una
prassi
che
comprende
vari
secoli,
hanno
dimostrato
non
solo
la
loro
compatibilità,
ma
anche
la
capacità
di
intrecciarsi
in
modo
creativo.
Considerato
il
prezzo,
le
vittime
umane
e le
distruzioni
materiali
che
la
società
bosniaca
ha
dovuto
pagare
per
terminare
questo
processo
della
separazione
e di
isolamento
forzato,
è
difficile
che
questo
possa
essere
un
ideale
al
quale
dovrebbe
aspirare
una
società.
Pecanin:
Negli
ultimi
tempi
abbiamo
sentito
spesso
avanzare
critiche
riguardo
al
ruolo
e al
modo
di
agire
dell’Alto
rappresentante.
Secondo
me,
si
mette
ancora
in
secondo
piano
una
delle
devastanti
conseguenze
del
suo
modo
di
governare:
cercare
di
abolire
qualsiasi
tentativo
dell’opposizione,
dei
media,
dei
cittadini
di
smascherare
il
modello
catastrofico
delle
attuali
autorità.
Lei
approva
le
critiche
sul
conto
di
Ashdown
e quale
segmento
della
sua
strategia
considera
particolarmente
contestabile?
Hadzidedic:
Sono
d’accordo
che
si
tratti
di
una
specie
di
“totalitarismo
morbido”,
che
cerca
di
paralizzare
qualsiasi
critica
e di
innalzarsi
sopra
ogni
critica,
volendo,
allo
stesso
tempo,
preservare
l’attuale
ordinamento
dello
stato
e della
società.
Ashdown
effettivamente
possiede
facoltà
“da
re”
e finora
sono
state
usate
innanzitutto
per
conservare
lo
status
quo,
e non
tanto
per
introdurre
una
riforma
del
sistema
attuale.
Parlando
della
strategia,
difficilmente
si
può
dire
che
l’OHR
possiede
una
strategia
- a
meno
che
non
vogliamo
considerare
una
strategia
la
continua
tattica,
messa
in
atto
da
diversi
anni,
di
dare
concessioni
e di
assecondare
le
forze
della
disintegrazione,
alle
quali,
per
avere
successo,
basta
essere
sufficientemente
persistenti
nell’imporre
a tutta
la
società
i propri
interessi
parziali.
Se
questa
è
effettivamente
la
strategia,
e non
una
semplice
tattica,
temo
che
sia
impossibile
preservare
anche
status
quo.
Questo
ci
porterà
verso
la
disintegrazione
definitiva.
Rimane
tuttavia
una
grande
domanda
se
la
Bosnia
possiede
le
risorse
umane,
materiali
ed
organizzative
per
contrastare
questa
situazione.
Temo
che
la
risposta
a questa
domanda
sia
del
tutto
incerta.
Pecanin:
Come
spiegare
il
fatto
che
l’OHR
si
fa
influenzare
dalle
pressioni
che
arrivano
dalla
Republika
Srpska
e si
oppone
all’introduzione
di
un
sistema
doganale
unico?
Hadzidedic:
Innanzitutto
è
importante
capire
che
se
si
riesce
ad
ottenere
la
sovranità
a livello
delle
entità,
si
arriverebbe
alla
loro
trasformazione
in
stati
sovrani.
Perché,
nonostante
la
famosa
definizione
di
Weber,
secondo
cui
la
caratteristica
più
importante
di
uno
stato
è
il
monopolio
nell’usare
la
violenza
in
maniera
legittima
(questa
caratteristica
acquisisce
il
suo
significato
completo
solo
nella
società
e nello
stato
moderno,
omogeneizzato),
si
potrebbe
dire
che
il
monopolio
nella
riscossione
dei
dazi
è
ciò
che
in
primo
luogo
caratterizza
uno
stato.
Prendendo
in
considerazione
le
implicazioni
che
potrebbe
avere
l’eventuale
conseguimento
della
sovranità
fiscale
da
parte
delle
entità,
e supponendo
che
l’OHR
non
sia
costituito
da
individui
totalmente
incompetenti,
dobbiamo
domandarci
se
all’interno
dell’OHR
non
siano
ancora
attive
quelle
forze
politiche
che
sostenevano
la
divisione
della
Bosnia,
presentandoci
le
proprie
intenzioni
come
“cedimento
sotto
pressione
della
parte
militarmente
più
forte”.
Anche
se
durante
e immediatamente
dopo
la
guerra
è
esistito
il
fattore
della
pressione
militare,
non
vedo
quale
è
il
fattore
che
la
Repubblica
Srpska
potrebbe
usare
ora
per
fare
pressione
sull’OHR,
soprattutto
se
consideriamo
l’enorme
potere
concentrato
nelle
mani
dell’OHR
stessa.
Sarà
piuttosto
che
alcuni
dell’OHR
invocano
questa
pressione
all'unico
fine
di
poterla
assecondare.
Pecanin:
Quale
potrebbe
essere
il
modo
per
cambiare
la
struttura
esistente
della
Costituzione
bosniaca
delineata
a Dayton,
che
evidentemente
rappresenta
un
problema
e non
una
soluzione
per
l’agonia
della
Bosnia
Erzegovina?
Hadzidedic:
Tecnicamente
parlando,
è
necessario
ottenere
la
maggioranza
in
Parlamento
o fare
un
referendum.
La
Costituzione
di
Dayton
fa
parte
degli
accordi
internazionali
di
pace,
però
si
può
cambiare
anche
senza
dover
organizzare
una
nuova
conferenza
internazionale.
Ma
la
questione
fondamentale
riguarda
la
volontà
politica,
la
volontà
di
quelle
forze
che
hanno
il
monopolio
nel
rappresentare
i “popoli
costitutivi”
(i
cittadini
non
sono
menzionati
nella
Costituzione).
Per
questo
vorrei
innanzitutto
ricordare
le
cause
dell’agonia.
Dobbiamo
cercarle
nel
periodo
immediatamente
precedente
alla
guerra,
quando
per
la
prima
volta
si
è
cominciato
a sentire
idee
sulla
divisione
etnica
della
Bosnia.
La
guerra,
in
fondo,
si
faceva
secondo
le
mappe
della
divisione
etnica
accettate
durante
i negoziati
di
Lisbona
da
parte
di
tutti
e tre
partiti
nazionalisti,
che
erano
al
potere
allora
come
lo
sono
adesso.
Quindi
la
conquista
dei
territori
da
parte
delle
formazioni
militari
maggiormente
profilate
in
base
all’appartenenza
etnica
veniva
in
genere
fatta
secondo
le
mappe
di
Lisbona.
Considerando
che
nella
Costituzione
di
Dayton
sono
incorporati
i principi
della
divisione
etnica
di
Lisbona,
così
come
la
situazione
militare
e territoriale
che
è
stata
creata
a causa
dell’implementazione
forzata
degli
stessi
principi,
è
difficile
pensare
che
la
volontà
di
cambiare
la
Costituzione
di
Dayton
possa
essere
propria
delle
stesse
forze
che
in
varie
occasioni
hanno
dimostrato
il
loro
sostegno
ai
principi
della
divisione
etnica
di
Lisbona.
Se
si
dovesse
trattare
di
forze
diverse
da
quelle
che
hanno
accettato
uno
dietro
l’altro
i principi
di
Lisona,
il
piano
Vance-Owen,
il
piano
del
Gruppo
di
Contatto,
gli
Accordi
di
Washington
e di
Dayton,
tutti
quanti
basati
sull’idea
della
divisione
etnica
della
Bosnia,
sarei
disposto
a correggere
il
mio
scetticismo.
Ma
finora
nessuna
di
queste
forze
si
è
allontanata
dall’idea
della
divisione
etnica
e della
Costituzione
della
Bosnia
come
un
insieme
meccanico
delle
tre
collettività
etniche,
cioè
di
un
entità
“mono-etnica”
e di
una
“bi-etnica”.
Anzi,
possiamo
ancora
sentire
elogi
nei
confronti
di
questa
formula,
“uno
stato,
due
entità,
tre
popoli”.
Il
fatto
che
uno
stato
come
questo
non
sia
mai
esistito
nella
teoria,
e non
sia
riuscito
a funzionare
neanche
nella
prassi,
sembra
che
non
preoccupi
molto
quelli
che
grazie
a questa
formula
vivono
molto
bene
ormai
da
più
di
dieci
anni.
La
stessa
comparsa
di
queste
forze
politiche
ha
comportato
la
scomparsa
dei
cittadini
bosniaci
quali
categoria
costituzionale.
Posso
soltanto
sperare
che
la
futura
sopravvivenza
di
queste
forze
non
significherà
la
scomparsa
dei
cittadini
bosniaci
come
categoria
fisica.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
|