Il
caso
che
non
finisce
mai.
Quello
di
Mostar.
La
storia
continua.
La
guerra
in
Bosnia
è
finita
da
anni,
ma
il
caso
di
questa
città
divisa
si
riapre.
Entro
la
fine
del
mese
dovrà
essere
deciso
per
l’ennesima
volta
il
suo
futuro.
Sarà
unita?
Sarà
una
Mostar
divisa
tra
Croati
e Musulmani
con
una
minoranza
serba
o avrà
un
municipio
unico
al
posto
dei
sei
attuali?
Per
comprendere
la
situazione
attuale,
occorre
tornare
un
po’
indietro
nel
tempo.
Agli
ultimi
undici
anni
che,
per
il
capoluogo
erzegovese,
sono
stati
terribili.
Nel
periodo
di
Tito,
Mostar
era
una
delle
città
simbolo
della
ex
Jugoslavia.
Mostar
la
rossa,
la
città
dei
partigiani.
Secondo
l’ultimo
censimento,
quello
del
1990,
a Mostar
i Musulmani
erano
il
34%,
i Croati
il
33%,
i Serbi
il
18%
e quelli
che
si
dichiaravano
Jugoslavi
il
12%.
Quanto
a percentuale
di
matrimoni
misti,
nella
ex
Jugoslavia
Mostar
veniva
subito
dopo
Vukovar.
Poi
arriva
il
disastro.
Nell’aprile
del
‘92
Musulmani
e Croati
sono
alleati
contro
i Serbi
che,
sconfitti,
lasciano
Mostar.
Rimangono
a vivere
insieme
i Musulmani
e i
Croati,
ma
l’amore
dura
poco.
Nel
maggio
del
‘93
inizia
un
nuovo
conflitto.
I Croati,
molto
meglio
preparati
e aiutati
dalla
Croazia
di
Tudjman,
cercano
di
far
diventare
Mostar
una
città
etnicamente
pura,
croata.
Migliaia
di
Musulmani
sono
portati
in
campi
di
concentramento,
migliaia
espulsi
da
casa
loro
finiscono
in
Scandinavia.
Dove
vivono
ancora
oggi.
Con
la
guerra
del
’93,
la
composizione
della
popolazione
della
città
cambia
notevolmente.
Arrivano
nuovi
Musulmani
della
campagna
erzegovese,
e ancora
più
Croati
dalla
Bosnia
centrale.
Con
gli
accordi
di
Washington
del
19
marzo
1994,
la
guerra
mostarese
finisce.
In
città
arriva
l’amministrazione
europea.
Nel
novembre
del
‘95
accade
un
altro
avvenimento
importante
per
Mostar:
gli
accordi
di
Dayton.
Come
Washington,
anche
Dayton
decide
per
Mostar
un
destino
diverso
delle
altre
città
bosniache.
Mentre
le
città
“normali”
verranno
gestite
dalle
autorità
locali,
Mostar
sarà
guidata
dalla
comunità
internazionale.
Il
principio
è
quello
che
riguarda
la
Bosnia
in
generale,
con
l’Ufficio
dell’Alto
Rappresentante
e la
tutela
diretta.
La
comunità
internazionale
doveva
assicurare
il
ritorno
di
una
vita
normale
nella
città
divisa.
Fin
dall’inizio,
però,
tutto
va
nella
direzione
della
divisione.
Per
garantire
alla
parte
musulmana
la
sicurezza,
nel
sistema
comunale
tutto
viene
fatto
doppio,
dal
sistema
di
distribuzione
dell’elettricità
alla
posta.
Durante
la
guerra,
ricordiamo,
la
parte
musulmana
era
rimasta
senza
tutto
perchè
tutte
le
sorgenti
di
acqua
e di
energia
erano
rimaste
nella
zona
croata.
Uno
degli
obiettivi
principali
era
il
ritorno.
Ma,
col
passare
del
tempo,
la
situazione
non
cambiava
di
molto.
Dopo
tanti
anni,
i Musulmani
sono
riusciti
a riavere
in
loro
possesso
le
case
e gli
appartamenti
rimasti
lì,
“dai
Croati”,
ma
la
maggior
parte
di
loro
nel
frattempo
si
era
già
sistemata
in
Norvegia,
Svezia…
o si
era
abituata
a vivere
dall’altra
parte
del
fiume,
quella
esclusivamente
musulmana.
Così
le
case
venivano
scambiate
oppure
vendute,
mentre
solo
una
minima
parte
decideva
di
tornare
dove
era
prima
della
guerra.
Mentre
però
i Musulmani
rimangono
all’estero
e solo
pochi
Serbi,
soprattutto
quelli
anziani,
decidono
di
tornare
a Mostar,
i Croati
aumentano.
Attualmente,
a prescindere
da
una
minoranza
serba,
i croati
rappresentano
quasi
il
60
percento
e i
Musulmani
meno
del
40%.
Politicamente,
la
situazione
si
è
in
un
certo
senso
modificata
in
questi
ultimi
anni.
All’inizio,
cioe`
nel
’93,
i Croati
volevano
una
città
tutta
per
sé.
Poi,
quando
hanno
capito
che
Mostar
est
non
riuscivano
a conquistarla,
si
sono
soddisfatti
della
parte
ovest.
E rimangono
lì,
a costruire
una
città
tutta
per
loro.
Siccome
Sarajevo
era
pensata
e considerata
come
la
capitale
musulmana,
e Banja
Luka
quella
serba,
così
Mostar
doveva
essere
la
capitale
bosniaco-croata.
In
questa
città,
cioe`
nella
parte
occidentale,
sono
situate
tutte
le
istituzioni
croate:
l’Università,
la
sede
del
partito
HDZ
[Unione
Democratica
Croata,
ndr],
le
squadre
sportive,
i circoli
esclusivamente
croati,
le
organizzazioni
culturali
e così
via…
Durante
tutto
il
processo
della
riconciliazione
di
Mostar
sono
stati
quasi
sempre
i Croati
a rappresentare
l’inciampo
per
la
comunità
internazionale.
Ricordiamo
quanto
ha
sofferto
il
primo
amministratore,
il
tedesco
Hans
Koshnik,
più
volte
attaccato
e aggredito
dai
Croati.
Alla
fine
un
certo
numero
degli
organizzatori
degli
attacchi,
che
erano
gli
stessi
organizzatori
della
pulizia
etnica,
sono
finiti
all’Aja.
Nel
frattempo
all’interno
dell’HDZ,
il
partito
nazionalista
croato,
arrivano
nuove
forze,
politici
che
durante
la
guerra
non
erano
in
primo
piano
e non
portavano
quel
peso
di
responsabilità,
ma
che
sono
riusciti
a portare
avanti
la
stessa
politica
tipicamente
nazionalista
per
l’HDZ.
Questa
volta
arrivano
con
una
politica
un
po’
più
elegante,
diciamolo,
furba.
Così,
pochi
mesi
fa,
dallo
stesso
HDZ
arriva
una
proposta
per
la
riorganizzazione
della
città.
Negli
ultimi
dieci
anni,
ricordiamo,
Mostar
era
composta
da
sei
municipi,
tre
a maggioranza
croata
(nella
parte
ovest
della
città),
e altri
tre
a maggioranza
musulmana
(parte
est).
In
questo
strano
modo,
la
divisione
della
città
era
confermata.
In
pratica,
sono
sempre
due
città
divise.
Per
non
dimenticare
c’è
il
cosiddetto
distretto,
la
zona
centrale,
dove
sono
situate
tutte
le
organizzazioni
internazionali
e quelle
della
amministrazione
di
Mostar
unita,
ma
questo
distretto
non
ha
nessun
potere,
non
è
un
municipio.
I Croati,
ora,
chiedono
un
municipio
unico.
Hanno
capito
di
essere
diventati
la
maggioranza,
e quindi
al
potere
ci
saranno
loro.
Ma
subito
reagisce
il
partito
musulmano
SDA
[Partito
dell’Azione
Democratica,
ndr],
che
si
oppone
e vuole
lo
status
quo,
quindi
sei
municipi.
Sembra
strano,
perchè
negli
otto
anni
scorsi
sono
stati
sempre
i partiti
musulmani
a parlare
di
una
città
unita,
e questa
volta
è
diverso.
Allo
stesso
tempo,
però,
un
altro
partito
musulmano,
lo
Stranka
za
BiH
[Partito
per
la
Bosnia
Erzegovina,
ndr]
fondato
da
Haris
Silajdzic,
si
mette
contro
l’SDA
e tifa
per
una
città
unita.
Adesso,
proprio,
a Mostar
non
si
capisce
più
niente.
Si
capisce
che
è
tutto
un
gioco
politico,
ma
è
difficile
spiegare
perché
alcune
mosse
vengano
fatte.
Per
calmare
la
situazione,
nella
città
finalmente
appare
Sua
Maestà
l’Alto
Rappresentante,
sir
Paddy
Ashdown.
Decide
di
formare
una
commissione
speciale
per
il
nuovo
Statuto
della
città.
La
commissione
è
composta
dai
rappresentanti
dei
vari
partiti
politici
presenti
nella
vita
mostarina
e guidata
dall’ambasciatore
Norbert
Winterstein.
Per
mesi
la
commissione
ha
lavorato
sul
nuovo
statuto,
e pochi
giorni
fa
ha
presentato
la
proposta.
Mostar
sarà
una
città
unita,
non
sarà
composta
da
sei
municipi
ma
da
sei
unità
elettorali.
Così
cambia.
Con
questo
sistema
di
voto
nessuna
nazione
in
città
potrà
avere
una
maggioranza
dominante.
Ogni
unità
elettorale
avrà
lo
stesso
numero
di
seggi
nel
Consiglio
della
città.
Le
elezioni
comunali
sono
previste
per
il
prossimo
ottobre,
e il
nuovo
statuto
dovrebbe
assicurare
una
situazione
più
stabile.
Questa
proposta
piace
ai
Musulmani,
però
non
ai
Croati.
Secondo
loro,
questo
non
è
un
atto
democratico.
E poi
domande,
perchè
Mostar
non
deve
essere
organizzata
come
le
altre
città
bosniache,
cioè
come
Sarajevo
(a
maggioranza
musulmana)
oppure
Banja
Luka
(a
maggioranza
serba)?
Ashdown
risponde
che
Mostar
è
stata
“consegnata
alla
comunità
internazionale”.
“Non
è
una
novità
questo
sistema
- spiega
l’Alto
Rappresentante
- anche
nelle
istituzioni
europee
un
Lussemburgo
con
400.000
abitanti
ha
un
voto,
come
la
Germania
con
82
milioni
di
abitanti.”
La
nuova
situazione
demografica
della
città
è
il
risultato
della
pulizia
etnica.
Quindi,
un
sistema
elettorale
normale
significherebbe
lavorare
a favore
della
stessa.
Adesso
attaccano
i Croati,
cioè
il
partito
HDZ,
che
non
ci
sta
con
la
proposta
Winterstein
e lancia
l’appello
per
un
referendum.
La
domanda
del
referendum
sarà:
“Siete
per
Mostar
organizzata
come
un
municipio
e una
unità
elettorale,
e per
lo
stesso
meccanismo
di
elezione
dei
consiglieri
così
come
nelle
altre
città
della
Bosnia
ed
Erzegovina?”
Una
domanda
di
per
sè
suggestiva,
ma…
Per
questo
motivo,
negli
ultimi
giorni
Paddy
Ashdown
è
tornato
spesso
a Mostar,
per
lanciare
un
messaggio:
“La
situazione
attuale
della
città
è
peggiore
di
quanto
sia
tollerabile.
Mostar
è
una
ferita
grave
che
sta
rovinando
la
vita
di
tutti
i suoi
cittadini.
Mostar
divisa
non
è
accettabile
né
per
i cittadini,
né
per
la
comunità
internazionale,
né
per
qualunque
politico
della
città.
Basta
con
il
sistema
parallelo,
dobbiamo
avere
una
amministrazione
unica."
Così
disse
Paddy.
Adesso,
è
tutto
da
vedere.
Intanto,
è
il
futuro
dei
sei
municipi
a non
essere
più
sicuro.
Lì
ci
sono
tanti
impiegati,
ma
tutto
questo
finora
poteva
essere
pagato
solo
grazie
alla
comunità
internazionale.
Se
Sir
Paddy
chiude
la
fonte
(i
soldini),
sarà
molto
più
difficile
andare
avanti.
E poi,
sta
per
arrivare
il
referendum
croato…
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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