La
Costituzione,
indubbiamente,
occupa
una
posizione
centrale
in
ogni
processo
di
(ri)costruzione
dello
Stato,
e questo
vale
in
modo
particolare
nello
spazio
yugoslavo,
dove
le
questioni
costituzionali
sono
sempre
state
molto
presenti
al
punto
da
giocare
un
ruolo
preponderante
nella
distruzione
dello
stesso.
Di
qui
la
sua
importanza
anche
nelle
diverse
iniziative
diplomatiche
della
comunità
internazionale:
dalla
conferenza
dell’Aja
(1991)
all’accordo
di
Ohrid
(2001),
attraversando
i diversi
piani
di
pace
(Cutilheiro
nel
1992;
Vance-Owen
nel
1993;
Owen-Stoltenberg
nel
1993-94)
e i
negoziati
(Washington
nel
1994;
Dayton
nel
1995;
Rambouillet
nel
1999),
le
riforme
o i
progetti
costituzionali
hanno
una
importanza
capitale.
Oggi
molti,
compreso
l’attuale
Alto
Rappresentante
Paddy
Ashdown,
riconoscono
che
gli
accordi
di
Dayton
hanno
avuto
certamente
il
vantaggio
di
porre
fine
alla
guerra,
ma
che
si
sono
rivelati
inadatti
alla
costruzione
di
uno
Stato.
Tra
le
molte
proposte
avanzate
per
uscire
da
questa
situazione
di
stallo,
la
nostra
attenzione
si
è
volta
sulla
recente
analisi
pubblicata
dal
gruppo
berlinese
di
ricerca
European
Stability
Initiative
(ESI)
(1)
che
sostiene
in
apertura
come
“Molti
Bosniaci
sono
intrappolati
–
insoddisfatti
dell’attuale
sistema
costituzionale,
ma
incapaci
di
concepire
una
soluzione
praticabile”
(2)
e prosegue
affermando
che
la
Bosnia
Erzegovina
ha
avuto
in
questi
ultimi
anni
pochi
dibattiti
in
materia
costituzionale
(3).
L’esortazione
kantiana
sapere
aude!
non
sarebbe
quindi
mai
stata
udita
in
Bosnia
Erzegovina,
Paese
i cui
cittadini
sarebbero
incapaci
di
servirsi
del
proprio
intelletto?
Ecco
quanto
ci
siamo
sempre
rifiutati
di
pensare.
Presupporre
che
i Bosniaci
siano
incapaci
di
portare
avanti
una
tale
riflessione
riconduce
ad
ignorare
non
solo
i numerosi
dibattiti,
ma
anche
i cambiamenti
costituzionali
operati
in
questi
ultimi
anni
nel
Paese…
E lascia
un
po’
dubbiosi
tutti
quelli
che
conoscono
il
rigore
delle
numerose
analisi
pubblicate
da
ESI
nel
passato
recente.
Ricordiamo
ugualmente,
con
brevità,
che
le
prime
modifiche
costituzionali
sono
state
intraprese
nel
1996,
allorquando
le
costituzioni
delle
entità
–
rispettivamente
quella
della
Federazione
e della
Republika
Srpska
–
sono
state
adattate
una
prima
volta
a quella
dello
Stato.
A partire
dal
1998,
con
il
sostegno
di
numerose
associazioni
civiche
bosniache,
il
Consiglio
Civico
Serbo
proponeva
con
determinazione
degli
emendamenti
costituzionali
che
postulavano
la
uguaglianza
dei
popoli
costituenti
e dei
cittadini.
Questi
sforzi
sono
stati
ricompensati
nel
luglio
del
2000
quando
la
Corte
Costituzionale
della
Bosnia
Erzegovina
ha
respinto
i paragrafi
costituzionali
in
questione
e denunciato
le
misure
discriminatorie
che
favorivano
in
ciascuna
entità
il
dominio
di
uno
o più
popoli
sull’/sugli
altro/i
e,
infine,
ha
dato
rango
costituzionale
al
principio
della
eguaglianza
dei
diversi
popoli
costituenti,
esigendo
le
necessarie
modifiche
strutturali
e istituzionali.
Il
27
marzo
2002,
i politici
bosniaci
firmano
l’Accordo
Mrakovica
Sarajevo:
questo
accordo
attribuisce
lo
stesso
status
ai
tre
popoli
costituenti
così
come
a tutti
i cittadini,
e questo
su
tutto
il
territorio;
soprattutto,
comprende
dei
meccanismi
che
assicurano
la
protezione
degli
interessi
di
ogni
comunità
così
come
la
loro
rappresentanza
negli
organi
decisionali;
infine,
obbliga
le
stesse
costituzioni
cantonali
ad
adottare
queste
modifiche
costituzionali.
Questo
accordo
testimonia
della
capacità
dei
politici
in
Bosnia
Erzegovina
di
assumersi
le
proprie
responsabilità
così
come
della
utilità
dei
meccanismi
istituzionali
presenti
per
superare
gli
accordi
di
Dayton…
Il
tutto
facendo
un
buon
utilizzo
delle
clausole
degli
stessi.
Avendo
precisato
quanto
sopra,
torniamo
alla
proposta
formulata
da
ESI.
L’idea
di
eliminare
le
entità,
di
per
sé,
è
molto
seducente:
effettivamente,
uno
Stato
costituito
unicamente
da
dei
forti
cantoni
permette
di
semplificare
e di
unificare
un
sistema
federale
non
funzionale,
di
risolvere
in
particolare
la
questione
del
distretto
di
Brcko,
ma
anche
di
razionalizzare
i costi
dell’amministrazione
così
come
del
suo
funzionamento
(4).
Senza
voler
qui
discutere
se
si
tratti
di
un
ritorno
al
piano
Vance-Owen
(1993),
si
possono
legittimamente
nutrire
dei
dubbi
sulla
sua
fattibilità,
tanto
più
che
ESI
si
guarda
bene
dal
precisare
il
processo
effettivo
delle
riforme
costituzionali
da
intraprendere
–
a meno
di
non
doversi
immaginare
una
adesione
e realizzazione
automatica.
Inoltre,
il
riferimento
fatto
al
quadro
costituzionale
svizzero
dimentica
di
sottolineare
la
circostanza
essenziale
che
le
suddivisioni
politiche
di
questo
Paese
non
corrispondono
affatto
ad
una
ripartizione
linguistica
e culturale;
mentre
in
Bosnia
Erzegovina
c’è
il
rischio
concreto
di
assistere
al
trasferimento
della
etnificazione
dello
spazio
politico
dal
livello
delle
entità
a quello
dei
cantoni.
Se
si
volesse
applicare
in
qualche
modo
il
modello
elvetico
alla
Bosnia
Erzegovina,
converrebbe
allora
prendere
in
considerazione
una
nuova
strutturazione
geopolitica
e una
diversa
suddivisione
dei
cantoni
–
soluzione
scartata
da
ESI.
Nell’affermare
che
spetta
agli
eletti
bosniaci
la
negoziazione
di
un
nuovo
cambiamento
costituzionale
(5),
la
proposta
ESI
ha
come
effetto
paradossale
quello
di
rafforzare
la
sindrome
di
dipendenza
–
secondo
la
quale
i Bosniaci
aspettano
dalla
comunità
internazionale
che
essa
risolva
le
questioni
ancora
pendenti;
sindrome
menzionata
del
resto
dal
medesimo
rapporto
(6).
Di
conseguenza
è
a ragione
che
l’attuale
Alto
Rappresentante
insiste
sulla
necessità
di
riforme
costituzionali
endogene:
“[…]
solo
i cittadini
di
questo
Paese
possono
cambiare
Dayton.
[…]
Le
riforme
avranno
come
effetto
di
cambiare
Dayton,
non
abbiamo
bisogno
di
un
principe
azzurro
(7).”
Ci
sembra
in
effetti
inappropriato
proporre
una
soluzione
–
per
quanto
possa
essere
interessante
–
dall’esterno,
con
l’illusione
che
un
modello
esogeno
–
fosse
pure
di
ispirazione
svizzera!
–
possa
essere
adeguato
per
la
Bosnia
Erzegovina.
La
coincidenza
tra
la
pubblicazione
di
questa
proposta
e l’iniziativa
di
eurodeputati
che
richiedono
una
revisione
degli
accordi
di
Dayton
nel
quadro
della
ennesima
conferenza
internazionale
governativa,
non
è
evidentemente
casuale
(8).
Da
parte
nostra,
piuttosto
che
immaginare
su
di
una
tale
base
una
nuova
conferenza
internazionale
–
sul
modello
delle
conferenze
internazionali
del
secolo
XIX
che,
ricordiamolo,
sono
alla
base
di
molti
dei
conflitti
nei
Balcani
- pensiamo
sia
più
appropriato
seguire
la
via
delle
riforme
endogene,
le
uniche
in
definitiva
in
grado
di
superare
progressivamente
le
contraddizioni
e le
insufficienze
degli
accordi
di
Dayton.
Una
conferenza
internazionale
di
tipo
diverso
potrebbe
permettere
di
prendere
le
misure
di
questo
processo,
e di
formulare
una
ottimalizzazione
dei
cambiamenti
in
corso,
in
modo
particolare
nel
settore
del
trasferimento
progressivo
alle
autorità
bosniache
delle
competenze
e responsabilità
assunte
ancor
oggi
dai
diversi
attori
della
comunità
internazionale
presenti
nel
Paese
(9).
Il
valore
aggiunto
di
un
tale
approccio
è
di
misura:
il
processo
di
riforma
e di
trasferimento
implicano
un
partenariato
e favoriscono
un
processo
di
appropriazione
da
parte
degli
attori
bosniaci
–
elemento
che
ci
sembra
assolutamente
fondamentale
al
fine
di
rompere
la
logica
della
dipendenza
e di
favorire
una
sovranità
non
importata
ma
con
una
propria
legittimazione
interna.
Certo,
molte
trasformazioni
e riforme
sono
state
intraprese
sotto
la
coercizione
e/o
lo
stimolo
da
parte
della
comunità
internazionale;
la
Bosnia
Erzegovina
deve
ora
farle
proprie
adattandole.
Evidentemente
altre
grandi
iniziative
restano
ancora
da
intraprendere,
in
particolare
lo
sviluppo
di
uno
Stato
federale
moderno
e la
soluzione
di
problemi
economici
lancinanti.
L’integrazione
europea
peraltro
–
processo
avviato
con
l’ingresso
della
Bosnia
Erzegovina
nel
Consiglio
d’Europa
nell’aprile
del
2002
–
rappresenta
certamente
una
leva
per
provocare
le
riforme
necessarie,
rappresenta
de
facto
il
denominatore
comune
di
tutti
i Bosniaci
e,
in
conclusione,
rappresenta
non
l’utopia
ma
l’orizzonte
di
questo
Paese.
(
autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)