Larray
Kamel
bin
Alì,
noto
come
Abu
Hamza,
sta
scontando
una
condanna
a sette
anni
di
carcere
nel
penitenziario
di
Zenica
per
l'omicidio
di
una
persona
di
nazionalità
araba
non
identificata
con
certezza,
ma
conosciuta
come
Abu
Velid.
L'Italia
ha
chiesto
la
sua
estradizione
nel
2002
per
«associazione
sovversiva
con
la
finalità
di
terrorismo»,
ma
il
governo
bosniaco
ha
respinto
la
richiesta.
L'Italia
aveva
richiesto,
precedentemente
a questo
caso,
la
estradizione
di
almeno
15
persone
di
nazionalità
araba
e bosniaca,
per
la
stessa
imputazione
–
associazione
in
organizzazione
criminale
–
a Bologna.
I tribunali
cantonali
di
Travnik
e Sarajevo
hanno
respinto
nel
1999
la
richiesta
di
estradizione
per
Salih
N.
Nidal
e Khalil
Jarray,
in
base
alla
motivazione
che
non
era
possibile
estradare
un
cittadino
bosniaco.
Karray,
Jarray
e Nidal
sono
tra
le
centinaia
di
Arabi
giunti
in
Bosnia
durante
la
guerra
tra
il
1992
e il
1995,
per
aiutare
i Musulmani
bosniaci
a difendersi
dal
genocidio.
Nel
1992
Karray
lavorava
a Torino,
alla
Fiat,
in
attesa
di
un
permesso
di
soggiorno
permanente.
«Un
giorno,
mentre
facevamo
le
preghiere
del
mezzogiorno,
l'Imam
ha
chiesto
di
tornare
nel
pomeriggio,
per
la
preghiera
pomeridiana,
per
ascoltare,
se
lo
volevamo,
la
conferenza
di
uno
sceicco
che
ritornava
dalla
Bosnia.
Un
uomo
anziano
ci
ha
raccontato
quello
che
stava
accadendo
ai
Musulmani
in
Bosnia,
e piangeva.
Io
ho
cominciato
a piangere
con
lui.
Non
ho
mai
sofferto
tanto
nella
mia
vita
come
quel
giorno.
Abbiamo
guardato
una
video
cassetta
in
cui
si
vedevano
ragazze
violentate,
vecchi
assassinati,
moschee
e case
date
alle
fiamme
in
Bosnia...
Non
sono
potuto
stare
fermo.
Già
tre
giorni
dopo
ero
a Spalato,
diretto
a Travnik.
Lì
mi
hanno
messo
con
alcuni
Arabi
nel
villaggio
di
Mehurici.
Dopo
due,
tre
settimane
di
addestramento,
sono
stato
inviato
sul
campo
di
battaglia.
Sono
stato
ferito
tre
volte
in
combattimenti
contro
i Serbi
e i
Croati
- racconta
Abu
Hamza.”
Nel
gennaio
del
1997,
di
fronte
al
centro
islamico
“Balkan”,
a Zenica,
fondato
da
tre
Arabi
provenienti
da
Milano,
Abu
Hamza
ha
assassinato
un
altro
Arabo,
soprannominato
Abu
Velid.
Sfuggito
alla
polizia,
avrebbe
presumibilmente
soggiornato
in
Italia
e Germania,
da
dove
è
stato
infine
estradato
in
Bosnia
Erzegovina
nel
settembre
del
2000.
In
questo
periodo,
Abu
Hamza
è
stato
interrogato
in
carcere
dalla
polizia
bosniaca
e tedesca.
Afferma
che
tutte
le
accusa
contro
di
lui
sono
false
e inventate,
e che
a Zenica
lui
ha
ucciso
solo
per
legittima
difesa.
Come
Abu
Hamza,
nella
Bosnia
centrale
sono
giunti
numerosi
volontari
islamici
stranieri
dalle
città
dell'Europa
occidentale
e del
nord
America,
così
come
dall'Arabia
Saudita
e da
altri
Paesi
del
Golfo
Persico,
dal
Pakistan,
dall'Afghanistan.
All'inizio
combattevano
in
gruppi
più
piccoli,
nei
pressi
di
città
come
Bugojno,
Travnik,
Zenica,
Tesanj
e Zavidovici.
Nel
luglio
del
1993,
poi,
un
decreto
dello
Stato
Maggiore
dell’Armija
BiH
(l’esercito
bosniaco
musulmano,
ndr)
ordinò
la
costituzione
del
reparto
“El
Mudzahedin”,
all’interno
del
quale
questi
gruppi
furono
riuniti
sotto
uno
stesso
comando.
Questa
unità
dell’esercito
contava
all’incirca
1.800
volontari,
tra
Bosniaci
e stranieri.
Le
battaglie
più
importanti
condotte
da
questo
reparto
sono
state
nei
territori
di
Zavidovici
e Maglaj,
nel
maggio
e nel
settembre
del
1995.
Il
giorno
della
firma
degli
accordi
di
Dayton,
il
14
dicembre
del
1995,
in
un
incidente
sulla
strada
tra
Zenica
e Maglaj,
vicino
a Zepce,
reparti
speciali
croati
hanno
ucciso
5 comandanti
del
reparto
“El
Mudzahedin”.
La
persona
più
conosciuta
tra
i cinque
era
l’egiziano
Anwar
Shaban,
già
direttore
del
centro
culturale
islamico
di
Milano.
Lo
sceicco
Shaban
era
la
personalità
principale,
dal
punto
di
vista
religioso,
all’interno
di
questa
unità.
I servizi
di
sicurezza
egiziani,
americani
e italiani
erano
sulle
sue
tracce,
mentre
il
governo
bosniaco
riteneva
che
lui
non
fosse
nel
Paese.
Alla
fine
della
guerra,
i gruppi
di
volontari
locali
e stranieri
si
sono
stabiliti
con
le
loro
famiglie
in
case
di
profughi
serbi
nel
villaggio
di
Donje
Bocinje,
sulla
strada
regionale
tra
Maglaj
e Zavidovici.
Nel
villaggio
vivevano
circa
160
famiglie.
L’ambasciata
americana
a Sarajevo
ha
avvisato
per
la
prima
volta
nel
settembre
1996
i cittadini
americani
rispetto
a minacce
per
la
loro
sicurezza
in
quella
zona.
Nel
novembre
del
1995,
la
polizia
bosniaca
ha
aperto
nel
villaggio
una
propria
stazione.
Il
territorio
era
tenuto
sotto
controllo
sia
dalla
brigata
Polo
Nord
dell’esercito
Sfor
(la
forza
presente
in
Bosnia
sotto
egida
Nato,
ndr),
sia
dalla
polizia
internazionale
dell’Iptf,
che
faceva
base
a Zavidovici.
Sono
stati
sollevati
molti
sospetti
sul
fatto
che
in
quel
villaggio
esistesse
un
campo
di
addestramento
terroristico,
ma
questi
dubbi
non
hanno
mai
trovato
un
riscontro.
Tra
la
fine
del
1999
e l’inizio
del
2000
si
sono
registrati
una
serie
di
incidenti
tra
Sfor
e mujaheddini
nel
villaggio
di
Bocinje
presso
Maglaj.
Nel
corso
di
una
ispezione
nel
villaggio,
il
26
dicembre
del
1999,
un
generale
norvegese
è
stato
aggredito,
per
aver
condannato
un
Sudanese.
Nell’agosto
del
2000,
il
comune
di
Maglaj
ha
cominciato
a sgomberare
gli
occupanti
abusivi,
per
permettere
il
ritorno
dei
profughi
serbi.
Nel
corso
del
2001,
131
famiglie
sono
state
sloggiate.
Nel
frattempo,
7 proprietari
hanno
venduto
le
loro
case
a Bosniaco
Musulmani.
“Nel
villaggio
oggi
vivono
15
famiglie
di
Bosniaco
Musulmani
e 70
di
Serbi
- ci
dice
Semin
Rizvic,
che
ha
sostituito
alla
guida
di
questa
comunità
locale
Abu
Hamza,
un
Palestinese
che
era
arrivato
nella
ex
Jugoslavia
prima
della
guerra
come
studente.
Tutte
le
case
del
paese,
serbe
e bosgnacche,
sono
state
perquisite
alcuni
giorni
fa,
il
16
febbraio,
dai
soldati
turchi
in
forza
alla
Sfor.
Nel
novembre
del
'97,
nella
zona
del
monte
Ozren
presso
Vozuca,
è
stata
scoperta
una
fossa
comune
con
17
cadaveri,
la
maggior
parte
dei
quali
in
uniforme
militare
e con
la
testa
mozzata.
I morti
sono
stati
identificati
come
soldati
serbi
che
erano
stati
fatti
prigionieri.
Ad
oggi,
nessuno
è
stato
accusato
per
questo
crimine.
Per
la
responsabilità
di
comando
in
altri
e simili
delitti
commessi
contro
civili
nella
Bosnia
centrale,
è
stato
incriminato
dal
Tribunale
dell’Aja
il
generale
Enver
Hadzihasanovic,
ex
comandante
del
terzo
corpo
d’armata
dell’Armija
BiH
a Zenica.
I crimini
avvenuti
nell’area
di
Zavidovici
e Maglaj
nel
corso
del
1995
devono
ancora
essere
indagati.
I volontari
e i
missionari
islamici
stranieri
hanno
avuto
numerosi
scontri
con
la
popolazione
locale
e con
le
locali
comunità
islamiche.
Già
nel
1993,
l’egiziano
Imad
Al
Misry
ha
pubblicato
un
libretto
programmatico,
“Le
opinioni
che
dobbiamo
correggere”,
nel
quale
si
citano
i presunti
“errori”
dell’Islam
bosniaco.
Tra
questi
errori
ci
sono,
ad
esempio,
l’accettazione
del
nazionalismo
e della
democrazia.
Questi
tentativi
di
revisione
dell’Islam
bosniaco,
tuttavia,
non
hanno
avuto
successo.
Ciò
nonostante,
nel
corso
dell'addestramento
militare
durante
la
guerra
e della
educazione
islamica
dopo
la
guerra,
più
di
un
migliaio
di
giovani
bosniaci,
ragazzi
e ragazze,
sono
passati
all'insegnamento
religioso
condotto
o ideato
da
questo
Egiziano.
Imad
Al
Misry
era
subentrato
nel
ruolo
che
già
era
dello
sceicco
Shaban,
come
principale
leader
religioso
del
movimento.
E’
stato
tuttavia
arrestato
e deportato
in
Egitto
nell’ottobre
del
2001,
dove
doveva
scontare
una
pena
che
gli
era
stata
inflitta
in
quel
Paese
prima
del
suo
arrivo
in
Bosnia.
Le
forze
della
Nato
presenti
in
Bosnia
Erzegovina
hanno
condotto
nel
corso
degli
anni
una
serie
di
operazioni
preventive
di
antiterrorismo,
il
cui
obiettivo
era
quello
di
impedire
la
possibilità
di
attacchi
terroristici.
Lo
scioglimento
del
reparto
militare
dei
mujaheddini
rappresentava
una
delle
condizioni
per
l’aiuto
economico
e militare
americano.
Già
negli
accordi
di
Dayton
era
stabilito
l’obbligo
di
ritiro
dal
territorio
bosniaco
entro
un
termine
di
30
giorni
di
tutte
le
forze
straniere,
e in
particolar
modo
dei
consiglieri,
volontari
e addestratori.
Gli
aiuti
non
sono
stati
approvati
fino
a quando
il
presidente
americano
Clinton
non
ha
confermato,
con
una
propria
lettera
al
Congresso
del
26
giugno
1996,
che
tutte
le
forze
straniere
avevano
lasciato
la
Bosnia
Erzegovina
e che
la
collaborazione
a livello
militare
e di
scambio
di
informazioni
con
l’Iran
era
stata
interrotta.
“Malgrado
alcuni
individui
si
siano
integrati
nella
società
bosniaca
e abbiano
assunto
abiti
civili,
non
ci
sono
prove
che
sia
rimasta
una
qualsivoglia
unità
organizzata
di
mujaheddini”,
scriveva
allora
Clinton.
Dopo
la
guerra,
in
Bosnia
Erzegovina,
sono
state
condotte
numerose
indagini
antiterroristiche
a livello
nazionale
e internazionale,
ma
questo
giudizio
di
Clinton
non
è
stato
messo
in
discussione.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
|