La
questione
dei
possibili
collegamenti,
in
Bosnia
Erzegovina
(BiH),
tra
gruppi
o singoli
individui
e Al
Qaeda,
è
nuovamente
venuta
alla
luce
all’inizio
del
2004,
sia
all’interno
del
Paese
che
in
Occidente.
Il
motivo
di
ciò,
in
primo
luogo,
è
il
tentativo
di
dare
una
risposta
alla
attuale
domanda
circa
la
possibilità
che
in
Bosnia
Erzegovina
si
reclutino
volontari
per
la
guerra
in
Iraq,
Afghanistan
e Cecenia,
e inoltre
il
rischio
che
avvengano
attacchi
terroristici
nel
Paese.
Su
questo,
il
nuovo
Segretario
generale
della
Nato,
Jaap
de
Hoop
Scheffer,
ha
dato
una
risposta
risoluta:
“Non
abbiamo
prove
significative
che
terroristi
internazionali
operino,
addestrino
o reclutino
persone
in
Bosnia
Erzegovina
- ha
dichiarato
Scheffer
il
15
gennaio,
nel
corso
della
sua
prima
visita
in
BiH.”
Nel
periodo
della
sua
visita,
a metà
gennaio,
numerosi
rapporti
nei
media
suggerivano
che
in
Bosnia
esistesse
una
immediata
minaccia
terroristica.
La
lotta
contro
il
terrorismo
è
divenuta
un
elemento
integrante
della
missione
della
Nato
in
Bosnia
Erzegovina
a partire
dal
6 febbraio
di
quest’anno.
Una
deliberazione
in
questo
senso,
infatti,
è
stata
presa
nel
corso
della
riunione
dei
Ministri
della
Difesa
della
Nato
alla
vigilia
della
conferenza
di
Monaco.
Dopo
che,
alla
fine
di
quest’anno,
un
esercito
della
Unione
Europea
rileverà
la
missione
Nato
di
mantenimento
della
pace
in
Bosnia,
verrà
costituito
un
comando
della
Alleanza
a Sarajevo.
Il
comando
sarà
diretto
da
un
generale
americano
con
due
stellette,
e avrà
la
responsabilità
rispetto
a tre
principali
obiettivi:
la
riforma
del
sistema
di
difesa
della
BiH,
la
lotta
al
terrorismo
e la
cattura
dei
criminali
di
guerra.
In
questi
otto
anni
(dalla
fine
della
guerra
in
BiH,
ndt),
le
forze
della
Nato
hanno
condotto
una
serie
di
operazioni
antiterroristiche,
nel
quadro
del
più
ampio
mandato
relativo
al
mantenimento
della
pace
e della
sicurezza,
che
si
basa
sugli
accordi
di
Dayton.
La
più
nota
di
tali
operazioni
è
stata
condotta
il
15
febbraio
del
1996.
Si
trattava
di
un
lancio
di
paracadutisti,
effettuato
nel
campo
di
addestramento
del
Ministero
degli
Interni
della
Bosnia
Erzegovina
di
Pogorelica,
presso
Fojnica,
all’interno
del
quale
poliziotti
locali
venivano
addestrati
da
istruttori
stranieri,
in
particolare
iraniani.
La
Nato
sosteneva
che
si
trattasse
di
un
campo
per
l’addestramento
di
terroristi,
ma
il
governo
bosniaco
si
è
difeso
replicando
che
si
trattava
proprio
di
addestramento
anti-terroristico.
Così,
nella
primavera
del
2002,
è
partita
una
causa
in
tribunale
contro
sei
ufficiali
della
polizia
segreta
e in
uniforme
–
regolare
a causa
di
quel
campo.
L’inchiesta
giudiziaria
non
si
è
ancora
conclusa.
Il
rischio
terrorismo
in
Bosnia
Erzegovina
viene
messo
in
relazione
con
la
presenza
dei
volontari
stranieri
che,
durante
la
guerra,
hanno
combattuto
con
l’Armija
BiH
(l’esercito
bosniaco
musulmano,
ndr).
La
Nato
sostiene
che
una
serie
di
operazioni
condotte
nel
settembre
e ottobre
del
2001
abbiano
impedito
attacchi
terroristici
contro
l’esercito
occidentale
e contro
interessi
diplomatici
nel
Paese.
Dal
settembre
2001
ad
oggi,
la
missione
Nato
in
Bosnia
Erzegovina
ha
assunto
una
nuova
dimensione
nella
lotta
al
terrorismo.
Sono
state
effettuate
numerose
perquisizioni
di
edifici,
di
campi
estivi
giovanili
condotti
da
gruppi
islamici,
anche
di
interi
villaggi.
Sono
state
arrestate
persone
sospette
e condotte
numerose
inchieste.
Non
è
stata
rinvenuta
alcuna
prova
che
in
Bosnia
Erzegovina
ci
siano
campi
di
addestramento
di
terroristi,
né
che
in
Bosnia
si
reclutino
persone
da
inviare
a combattere
in
Cecenia,
Iraq
o Afghanistan.
L’ultimo
esempio
di
un
trasferimento
di
questo
tipo
si
è
registrato
tra
il
1999
e il
2000,
quando
un
piccolo
gruppo
di
Bosniaco
Musulmani,
ex
combattenti
della
brigata
“El
Mudzahedin”,
sono
partiti
per
andare
a combattere
in
Cecenia.
Oltre
a questo,
ci
sono
rapporti
dei
servizi
informativi
di
Paesi
occidentali
relativamente
alla
circostanza
che
giovani
bosniaci
sarebbero
partiti
per
il
teatro
di
guerra
iracheno.
August
Hanning,
capo
dei
servizi
informativi
tedeschi,
ha
confermato
l’esistenza
di
tali
rapporti
in
novembre,
e un
suo
consigliere
lo
ha
ribadito
nel
gennaio
di
quest’anno.
Il
Procuratore
Generale
della
BiH,
Marinko
Jurcevic,
ha
però
affermato
che
il
suo
ufficio
non
era
in
possesso
di
alcun
dato
rispetto
all’esistenza
di
campi
terroristici,
e di
non
aver
ricevuto
alcuna
denuncia
penale
per
terrorismo.
Un
secondo
motivo
per
cui
riemerge
la
questione
della
presenza
di
Al
Qaeda
in
Bosnia
Erzegovina
riguarda
esclusivamente
le
indagini
straniere
in
cui
si
rivela
che
i veterani
della
guerra
bosniaca
sono
nella
lista
dei
terroristi
più
ricercati
al
mondo.
Gli
esempi
sono
numerosi
e vanno
dalla
Arabia
Saudita,
Yemen,
Turchia,
fino
all’Italia,
Francia,
Canada
e Stati
Uniti.
Generalmente
si
tratta
di
volontari
islamici
stranieri
che
durante
la
guerra
dal
1992
al
1995
hanno
combattuto
dalla
parte
dell’Armija
BiH,
e in
seguito
si
sono
trasferiti
in
Occidente
o nei
Paesi
Arabi.
Tra
questi
gruppi,
il
più
conosciuto
è
quello
noto
in
tutte
le
inchieste
internazionali
come
la
“Rubeska
banda”
(la
gang
di
Roubaix,
in
Francia).
Due
gruppi
di
ex
mujaheddini
francesi
sono
stati
infatti
sottoposti
a giudizio
negli
anni
scorsi
a Roubaix
per
attività
criminali
e brigantaggio,
e per
terrorismo
a Parigi.
Nel
gruppo
di
quelli
che
sono
stati
giudicati
per
brigantaggio,
il
più
noto
era
l’evaso
francese
convertito
all’Islam
Lionel
Dumont,
condannato
a Zenica
e a
Lille,
e ricercato
dalla
Procura
della
Repubblica
di
Bologna.
Dopo
la
fuga
dal
carcere
di
Sarajevo,
nel
maggio
del
1999,
Dumont
è
stato
catturato
a Monaco
di
Baviera
intorno
alla
metà
di
dicembre
del
2003.
Sia
la
Francia
che
la
Bosnia
Erzegovina
hanno
richiesto
la
sua
estradizione.
Almeno
due
veterani
della
guerra
in
Bosnia
hanno
inoltre
preso
parte
agli
attacchi
terroristici
dell’11
settembre
del
2001
a Washington
e New
York.
In
Bosnia
Erzegovina,
invece,
non
ci
sono
mai
stati
attacchi
terroristici
nei
confronti
degli
eserciti
occidentali
o contro
obiettivi
diplomatici
nel
corso
degli
ultimi
otto
anni.
Solo
una
sentenza
è
stata
pronunciata
per
terrorismo,
nei
confronti
di
un
gruppo
di
Arabi,
condannati
per
la
esplosione
di
una
autobomba
a Mostar
nel
settembre
del
1997.
Il
governo
bosniaco
guidato
dalla
“Alleanza
per
il
cambiamento”
(formato
dai
socialdemocratici
della
Sdp,
dal
Partito
per
la
Bosnia
Erzegovina
SBiH
e da
altri
partiti
politici
di
ispirazione
moderata),
nell’autunno
del
2001
aveva
eseguito
una
serie
di
deportazioni
di
persone
indiziate,
ricercate
da
Francia
ed
Egitto.
Questo
ha
portato
ad
un
conflitto
–
di
minore
entità
- tra
polizia
e gruppi
islamici
nel
gennaio
del
2002,
in
occasione
del
caso
del
cosiddetto
“gruppo
degli
Algerini”,
deportati
nel
campo
di
reclusione
americano
di
Guantanamo
Bay,
a Cuba.
I gruppi
islamici
si
sono
trovati
di
fronte
ad
un
bivio,
cioè
arrivare
ad
uno
scontro
con
il
governo
bosniaco
oppure
continuare
con
pazienza
il
proprio
lavoro
di
proselitismo.
Questi
episodi
sono
stati
motivo
di
aspre
critiche
nei
confronti
del
governo,
sia
a causa
della
violazione
dei
diritti
umani
sia
a causa
della
consegna
di
veterani
di
guerra
e missionari
islamici.
Al
governo
è
poi
ritornata
la
coalizione
dei
tre
maggiori
partiti
nazionalisti,
tra
i quali
il
bosniaco
musulmano
SDA.
Questo
ha
causato
una
reazione
negativa
da
parte
dei
funzionari
americani:
“Sembra
che
le
critiche
svolte
dai
politici
nazionalisti
bosniaco
musulmani,
in
modo
particolare
alla
vigilia
delle
elezioni
amministrative
dell’ottobre
2002,
abbiano
influito
affinché
alcuni
funzionari
indugiassero
nel
condurre
questa
e altre
importanti
inchieste
contro
il
terrorismo.
La
formazione
di
governi
nazionalisti
a livello
statale,
delle
Entità
e cantonale
può
avere
effetti
negativi
per
la
futura
collaborazione
nella
lotta
contro
il
terrorismo”
- si
afferma
nell’ultimo
rapporto
del
Dipartimento
di
Stato
sul
terrorismo
globale.
La
aggressiva
campagna
antiterroristica
condotta
dalla
Nato
in
Bosnia
Erzegovina,
alla
fine
del
2003
e all’inizio
del
2004,
attraverso
la
perquisizione
di
una
serie
di
villaggi,
come
quello
di
Serici
presso
Zenica,
ha
rinnovato
la
possibilità
di
uno
scontro.
“Faccio
sapere
al
nostro
governo,
che
se
non
vuole
difendere
questa
gente,
se
loro
non
vogliono
e non
possono
difendere
il
popolo,
allora
che
dicano
alla
gente
di
difendersi
come
può
- ha
affermato
uno
degli
abitanti
di
Serici,
il
cui
genero
ha
avuto
la
casa
perquisita,
dopo
che
l’11
dicembre
uomini
della
Nato
avevano
bloccato
questo
villaggio
di
montagna
presso
Zenica.”
Al
centro
delle
inchieste
antiterroristiche
internazionali,
tuttavia,
c’è
Travnik.
A Travnik
e nei
dintorni,
negli
ultimi
anni,
sono
cominciate
una
serie
di
aggressioni
e di
omicidi
che
possono
essere
in
qualche
modo
collegati
al
terrorismo.
Forze
della
Sfor
hanno
arrestato
in
questa
città,
alla
metà
del
mese
di
dicembre
dello
scorso
anno,
Muhamed
Zitounija
Perenda
e,
dopo
due
giorni
di
interrogatori,
lo
hanno
consegnato
alla
polizia
locale.
A seguito
di
una
azione
congiunta
di
Americani
e Sauditi,
è
stata
poi
iscritta
nella
lista
delle
Nazioni
Unite,
tra
i sostenitori
e gli
“operatori”
del
terrorismo
a livello
globale,
la
Associazione
“Vezir”,
all’interno
della
quale
svolgevano
la
propria
attività
ex
impiegati
di
una
organizzazione
precedentemente
messa
fuorilegge,
la
“Al
Haramain”.
In
questa
lista
dell’Onu
c’è
anche
il
nome
di
Safet
Durgutij,
vice
direttore
e precettore
nel
centro
islamico
(medresa)
di
Travnik.
Le
inchieste
condotte
localmente
a Travnik
su
questo
e altri
casi
non
hanno
però
condotto
a processi
di
alcun
tipo.
In
generale,
fino
a quando
i politici
bosniaco
musulmani
continueranno
a negare
qualsivoglia
collegamento
di
questi
gruppi
con
il
terrorismo,
i politici
serbi
e croati
cercheranno
di
trarre
vantaggio
dalla
guerra
globale
contro
il
terrorismo
per
i propri
fini.
I rappresentanti
internazionali
come
l’ambasciatore
americano
Clifford
Bond
e l’Alto
Rappresentante
Paddy
Ashdown
cercheranno
invece
di
rafforzare
i meccanismi
di
controllo
dello
Stato
per
fare
in
modo
che
la
Bosnia
Erzegovina
sia
in
condizione
di
condurre
da
sola
la
lotta
contro
il
terrorismo
e le
altre
maggiori
forme
di
organizzazioni
criminali.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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