Da
due
mesi
una
ventina
di
tende
militari
stazionano
nei
pressi
dello
stadio
di
calcio
di
Sarajevo
in
Bosnia
Erzegovina.
Sono
gli
abitanti
di
Srebrenica
che
hanno
deciso
di
sfollare
nuovamente
dalla
città
simbolo
dell’eccidio.
I cittadini
di
nazionalità
bosgnacca,
ovvero
musulmani
di
Bosnia,
hanno
scelto
così
di
protestare
contro
la
Repubblica
Srpska,
l’entità
serba
che
compone
assieme
alla
Federazione
Croato
Musulmana,
lo
stato
della
Bosnia
Erzegovina
dopo
gli
accordi
di
Dayton.
Nel
luglio
del
1995
furono
uccisi
circa
8.000
uomini
e ragazzi
della
città
che
era
, all’epoca
, enclave
musulmana
protetta
dalle
forze
Onu
in
Bosnia.
L’11
luglio
Srebrenica
cadde
sotto
i bombardamenti
e l’attacco
delle
truppe
serbo-bosniache
comandate
dal
generale
Ratko
Mladic
(ad
oggi
ricercato
dal
Tribunale
Penale
Internazionale),
mentre
i caschi
blu
olandesi
abbandonavano
la
base
militare
di
PotocØari
nei
pressi
della
città.
Un
fiume
di
persone
fuggì
attraverso
i boschi
in
direzione
di
Tuzla
e migliaia
di
loro,
catturati,
furono
uccisi.
Attualmente
Srebrenica
è
sotto
la
giurisdizione
della
Repubblica
Srpska
ed
ha
cambiato
rovesciandola
propria
composizione
etnica.
I musulmani
erano
il
70%
prima
del
’92,
adesso
sono
il
30%.
Dopo
la
sentenza
della
Corte
Internazionale
di
Giustizia
dell’Aja,
dello
scorso
26
febbraio,
con
la
quale
l’esercito
della
Repubblica
Srprska
è
stato
dichiarato
colpevole
di
genocidio,
si
è
attivato
a Srebrenica
un
Comitato
di
iniziativa
per
lo
sgombero
della
città
che
ha
dato
vita
a questo
singolare
accampamento
che
si
raggiunge
costeggiando
lo
stadio
di
Sarajevo:
a sinistra
si
stende
l’enorme
cimitero
della
capitale,
Bare,
a destra
si
entra
in
un
accampamento
passando
sotto
ad
un
grosso
striscione
che
indica
“Campo
delle
vittime
del
genocidio
di
Srebrenica”.
“Siamo
circa
in
50
a vivere
qui
–
spiega
C´alim
Durakovic´
presidente
del
comitato
d’iniziativa
per
lo
sgombero
di
Srebrenica
–
ma
non
importa
se
siamo
4 o
40
mila
siamo
qui
per
protestare.
Il
verdetto
della
Corte
Internazionale
di
Giustizia
afferma
che
è
stato
commesso
un
genocidio
a Srebrenica
dalle
forze
militari
della
Repubblica
Srpska,
quindi
noi
non
vogliamo
stare
sotto
la
giurisdizione
di
questa
istituzione.
È
molto
chiaro,
come
se
il
Terzo
Reich
controllasse
la
popolazione
ebraica
in
Germania”.
A Srebrenica
erano
ritornati
dopo
la
guerra
900
persone
di
nazionalità
bosgnacca
anche
se
le
cifre
ufficiali
parlano
di
4000
“ritorni”.
L’assemblea
municipale
di
Srebrenica
lo
scorso
marzo
aveva
adottato
una
risoluzione
per
richiedere
uno
speciale
status
distrettuale,
ma
questa
decisione
è
stata
dichiarata
incostituzionale
sia
dalla
RS
(Repubblica
Srpska)
che
dall’Alto
rappresentante
delle
Nazioni
Unite
Christian
Shwartz-Schilling.
È
in
quei
giorni
sono
iniziati
i preparativi
per
lo
sgombero.
Il
dato
che
salta
agli
occhi,
entrando
nel
Campo
delle
vittime
del
genocidio,
è
che
non
sono
le
donne
di
Srebrenica
ad
accoglierci,
le
madri
e le
mogli
degli
uomini
uccisi
nel
luglio
di
12
anni
fa,
quelle
donne
anziane
con
i fazzoletti
sul
capo
che
ogni
11
del
mese
nella
città
bosniaca
di
Tuzla
mostrano
i fazzoletti
con
i nomi
dei
loro
cari
per
non
dimenticare.
In
questo
accampamento
sono
ragazzi
a venirci
incontro.
Quattro
giovani
che
giocano
a carte
sotto
la
tenda
principale
e due
ragazze
che
chiacchierano
tra
loro.
Sono
i figli
di
Srebenica,
quelli
sopravvissuti
ai
padri
e a
fratelli,
che
ora
hanno
vent’anni.
Selma
Sejdin
ha
23
anni
studia
sociologia
a Sarajevo.
Si
ricorda
della
fuga
a Tuzla
nel
luglio
del
1995
con
il
fratello.
Il
padre
è
stato
ucciso,
aveva
36
anni
ed
il
corpo
è
stato
ritrovato
l’anno
scorso.
La
sua
famiglia
ha
ancora
una
casa
a Srebrenica
ma
lei
non
ci
è
mai
tornata.
Selma
racconta
anche
che
è
fidanzata
con
un
ragazzo,
anche
lui
di
Srebrenica,
emigrato
in
Svezia
e che
spera
di
raggiungerlo
presto.
Hassaba
ha
16
anni,
andava
a scuola
a Srebrenica
ma
ora
vive
all’accampamento,
spiega
che
in
genere
ci
sono
anche
i bambini
più
piccoli,
ma
a quest’ora
sono
a scuola.
Il
fratello
di
Hassaba,
Hairudin
ha
20
anni.
Lui
e i
suoi
amici
parlano
più
volentieri
della
situazione
economica
e lavorativa
piuttosto
che
del
genocidio.
Hairudin
non
ha
lavoro,
il
suo
amico
Selim
invece
lavorava
in
un
ristorante
di
un
villaggio
vicino
Srebrenica
“mi
davano
duecento
euro
al
mese
–
spiega
–
che
cosa
ci
faccio
con
quei
soldi?”.
Anche
C´alim
Durakovic´,
che
è
portavoce
del
campo
ed
ha
solo
28
anni,
è
un
figlio
di
Srebrenica.
Quando
gli
chiediamo
cosa
ne
pensa
dei
piani
si
sviluppo
della
RS
per
l’area
di
Srebrenica
afferma:
“Le
promesse
economiche
servono
a farti
scordare
i diritti
umani
- afferma
- Fino
ad
adesso
le
autorità
della
RS
sono
state
abituate
ad
avere
a che
fare
con
una
popolazione
non
educata
in
quel
territorio.
Ma
io
ho
vissuto
nel
mondo,
mi
sono
costruito
un’istruzione
e so
cosa
sto
facendo.
E come
me
molti
altri.
Hanno
ucciso
la
classe
più
colta
e hanno
lasciato
solo
la
popolazione
rurale
che
non
aveva
le
capacità
di
combattere.
E li
hanno
manipolati,
li
hanno
umiliati.
Ma
ora
i tempi
stanno
cambiando,
abbiamo
professori,
dottoresse
e saremo
un
problema
per
loro”.
“Io
avevo
15
anni
quando
è
stato
commesso
il
genocidio
e sono
sopravvissuto
a tutto
–
racconta
Durakovic´
- sono
scappato
attraverso
le
montagne
fino
a Tuzla,
sono
stato
colpito
due
volte.
So
bene
cosa
è
successo
in
quei
giorni.
E ora
ho
un’istruzione
e non
lascerò
che
nessuno
ci
prenda
in
giro”.
“Noi
siamo
le
vittime
sopravvissute
ad
un
genocidio
–
conclude
- e
staremo
fermi
sulle
nostre
richieste
poiché
dietro
le
nostra
richiesta
c’è
il
verdetto
della
Corte
di
Giustizia
Internazionale
e dietro
la
Corte
di
Giustizia
Internazionale
c’è
la
Legge”.
Ma
se
i figli
di
Srebrenica
sono
determinati,
continuano
la
loro
battaglia
anche
le
madri.
Lo
scorso
4 giugno
sono
state
depositate,
presso
un
tribunale
distrettuale
dell’Aja,
le
denunce
contro
le
Nazioni
Unite
e lo
stato
olandese
per
il
massacro
del
luglio
del
1995.
La
citazione
in
giudizio,
presentata
dagli
avvocati
che
rappresentano
i 6000
sopravvissuti
riuniti
nell'associazione
delle
Madri
di
Srebrenica,
afferma
che
il
governo
olandese
rifiutò
di
offrire
copertura
aerea
alle
sue
truppe
inviate
sotto
il
mandato
dell'Onu
a protezione
dell'enclave
musulmana
di
Srebrenica.
Le
Madri
di
Srebrenica
chiedono
“soltanto
il
riconoscimento
della
responsabilità”
dello
stato
olandese
e delle
Nazioni
unite.
L’11
giugno
scorso
gli
abitanti
dell’accampamento
sono
scesi
di
fronte
al
parlamento
bosniaco
chiedendo
di
non
dimenticare
e per
reclamare
uno
statuto
speciale
per
l’ex
enclave.
Queste
istanze
sono
diventate,
dopo
il
verdetto
dell’Aja,
una
bandiera
nazionalista
sventolata
dagli
stessi
leader
politici.
Haris
Silajdzic
membro
bosgnacco
della
presidenza
del
paese
ha
affermato
che
“la
Comunità
internazionale
e i
membri
delle
Nazioni
Unite
non
possono,
secondo
la
legge
internazionale,
legittimare
i risultati
del
genocidio
e devono
lavorare
per
rimuoverne
le
conseguenze”.
Un
messaggio
che
può
essere
letto
come
la
richiesta
dell’abolizione
delle
due
entità.
Messaggio
pienamente
ricevuto
dal
premier
della
repubblica
Srpska
Milorad
Dodik
che,
pur
approvando
piani
speciali
per
lo
sviluppo
dell’area
della
città
di
Srebrenica,
grida
al
complotto
di
chi
vuole
abolire
l’entità
dei
serbi
di
Bosnia.
In
realtà
lo
status
di
Srebrenica
potrebbe
cambiare
solo
nell’ambito
di
una
riforma
costituzionale,
che
viene
bloccata
ormai
da
un
anno
a causa
dei
disaccordi
tra
politici
serbi
e bosgnacchi.
Ma
quando
la
trattativa
ripartirà
non
si
potrà
non
tenere
conto
dei
figli
di
Srebenica.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa) |