All’importante
bivio
delle
strade
che
dai
Balcani
conducono
in
Europa,
il
Montenegro
si
è
trovato
davanti
al
semaforo
verde,
la
Serbia
a quello
giallo
e la
Bosnia
Erzegovina
a quello
rosso!
Appare
questa
la
decisione
scaturita
dalla
seduta
del
Consiglio
dell’Unione
europea
per
gli
affari
generali
e le
relazioni
estere
tenutasi
a Lussemburgo
lo
scorso
lunedì.
La
decisione
è
stata
presa
dopo
le
informazioni
che
Mirolasv
Lajcak,
Alto
rappresentante
della
comunità
internazionale
per
la
BiH,
ha
comunicato
ai
ministri
degli
Esteri
dei
paesi
membri
dell’UE
e agli
ambasciatori
del
Gruppo
di
contatto
per
il
sud
est
Europa.
Detto
semplicemente,
la
Bosnia
Erzegovina
non
ha
rispettato
tutte
le
condizioni
per
proseguire
sul
cammino
europeo.
La
BiH
rimane
là
dov’era
fino
ad
oggi,
mentre
tutti
gli
altri
fanno
un
passo
avanti.
Il
semaforo
verde
e il
libero
transito
hanno
reso
possibile
al
Montenegro
la
firma
dell’Accordo
di
associazione
e stabilizzazione
(SAA)
tra
questo
paese
e l’UE.
In
breve,
si
sono
aperte
la
porte
per
la
candidatura
a membro
dell’UE.
Il
semaforo
giallo,
cioè
la
temporanea
attesa
per
il
verde,
garantisce
la
possibilità
alla
Serbia
di
togliersi
di
dosso
l’ultimo
ostacolo
per
la
firma
del
SAA.
Entro
la
fine
dell’anno,
o poco
prima,
il
SAA
sarà
parafato
e firmato
infatti
solo
se
il
rapporto
sulla
collaborazione
della
Serbia
col
Tribunale
internazionale
dell’Aja
sarà
positivo.
La
condizione
potrebbe
essere
l’arresto
del
generale
Ratko
Mladic,
accusato
di
crimini
di
guerra
in
Bosnia.
Si
nomina
anche
Radovan
Karadzic
e alcuni
altri
ma,
per
essere
realisti,
la
loro
presenza
all’Aja
da
tempo
non
è
più
una
condizione
per
il
cammino
europeo
della
Serbia.
Da
tempo
questo
paese
per
strane
circostanze
è
il
favorito
dell’Europa
e non
c’è
dubbio
che
i criteri
per
la
Serbia
non
saranno
così
severi
come
per
gli
altri
paesi.
Da
tempo
a Bruxelles
è
passata
la
teoria
secondo
la
quale
la
Serbia,
come
lo
Stato
più
grande
dei
Balcani,
deve
essere
“pacificata”
ad
ogni
costo.
Per
i politici
dell’Unione
questo
Stato
è
una
questione
strategica,
mentre
gli
altri
paesi
dei
Balcani
non
godono
di
questa
considerazione.
Ed
è
del
tutto
certo
che
il
semaforo
giallo
per
Belgrado
non
durerà
a lungo.
Invece
il
rosso
per
la
Bosnia,
per
come
stanno
le
cose
adesso,
rimarrà
acceso
molto
più
a lungo
di
qualsiasi
altro.
I politici
di
questo
paese,
prima
di
tutti
gli
altri,
si
sono
preoccupati
di
fare
in
modo
che
lo
stato
rimanesse
in
fondo
agli
interessi
dei
politici
europei
e mondiali.
Il
suo
rating
non
è
mai
stato
così
basso
e le
prospettive
così
scure.
La
via
che
porta
dalla
compassione
per
la
tragedia
del
popolo
della
Bosnia
e dalla
grande
prontezza
nell’aiutarlo
fino
all’ira
e alla
delusione
è
breve
e veloce.
A questo
proposito,
eccetto
una
certa
rassegnazione
da
parte
di
alcuni
politici
europei,
nessuno
si
disturba
più
tanto.
Oggi
in
Bosnia
si
ha
l’impressione
che
molti
politici
locali
siano
in
modo
scandaloso
persino
soddisfatti
delle
conclusioni
che
giungono
da
Lussemburgo.
Come
se
avessero
tirato
un
sospiro
di
sollievo
perché
queste
“strane
pressioni”
che
hanno
subìto
negli
ultimi
mesi
e settimane
da
parte
della
comunità
internazionale
finalmente
cesseranno.
La
furbizia
perversa,
i modi
da
imbroglioni,
il
disonore
politico
e una
prontezza
mai
vista
nell’ingannare,
mentire
e manipolare
dei
leader
locali,
hanno
di
nuovo
superato
la
garbatezza
diplomatica
europea
e le
sue
minacce
inconcludenti.
Non
dovrebbe
sorprendere
se
si
venisse
a sapere
che
oggi,
così
come
durante
la
guerra,
i politici
locali
da
qualche
parte
durante
un
ricco
banchetto
festeggiano
il
fatto
che
di
nuovo
hanno
fregato
“gli
stranieri
ingenui
e noiosi”.
Durante
i sanguinosi
anni
della
guerra,
i comandanti
e i
politici
centinaia
di
volte
hanno
firmato
di
fronte
agli
stranieri
svariati
piani
di
pace,
decisioni
per
sospendere
il
fuoco
o hanno
fatto
varie
promesse.
Ma
poco
dopo
i festeggiamenti
per
la
firma
di
importanti
accordi
tutto
ritornava
come
prima.
A tal
proposito
i ministri
degli
Esteri
dell’UE
hanno
constatato
un
fatto
incredibile.
Hanno
detto
che
i “leader
locali
non
hanno
rispettato
le
attese
dei
cittadini
della
BiH
e i
loro
desideri
di
avvicinamento
all’Unione
europea?!”.
Ma
dalla
guerra
ad
oggi
in
nessuna
delle
loro
azioni
lo
hanno
mai
fatto.
Perché
non
vogliono
farlo
e non
perché
non
posso
farlo.
L’ingresso
nell’Europa
o addirittura
il
solo
avvicinamento
significa
vivere
secondo
quegli
standard
che
loro
non
desiderano.
Questi
standard
non
gli
consentirebbero
di
governare
questo
sfortunato
stato
con
quell’arroganza
e profitto
che
hanno
impiegato
fino
ad
ora.
Per
la
maggior
parte
dei
politici
locali
il
non-ingresso
nell’Unione
europea
non
è
il
frutto
di
incapacità.
Si
tratta
piuttosto
di
un
meditato
progetto
politico.
Finché
non
si
guarderà
a tutta
questa
questione
in
questo
modo,
è
poco
serio
e irresponsabile
da
parte
degli
organi
importanti
comunicare
delle
conclusioni
come
la
precedente.
Il
controllore
internazionale
per
l’implementazione
dell’Accordo
di
Dayton
in
BiH,
Miroslav
Lajcak,
a seguito
della
seduta
a Lussemburgo,
ha
dichiarato:
“L’UE
e la
comunità
internazionale
non
abbandoneranno
il
destino
della
Bosnia
Erzegovina
alle
intenzioni
dei
politici
locali…”.
Purtroppo,
solo
un
uomo
politicamente
cieco
non
vede
che
ormai
da
tempo
questo
è
già
stato
fatto.
L’Europa,
di
contro,
non
ha
meccanismi
sufficienti
per
contrastare
le
manipolazioni
politiche
dei
leader
locali,
per
la
BiH
non
solo
non
ha
una
concezione
né
un
piano
che
sia
stabile,
non
ha
nemmeno
il
desiderio
e la
comprensione
per
la
mentalità
e la
specificità
politica
locale.
Infine,
l’Europa
in
modo
dottrinale
non
sa
cosa
fare
con
realtà
multinazionali
e multireligiose
come
la
BiH,
perché
è
solo
un
insieme
di
stati
nazionali
e di
società.
I manipolatori
locali
questo
lo
sanno
bene,
così
come
sanno
bene
che
l’attuale
minaccia
di
Bruxelles
si
perde
nel
vuoto.
Almeno
per
quel
che
riguarda
il
loro
status.
Riguardo
alla
gente
da
tempo
a loro
non
importa
più
nulla.
La
comunità
internazionale,
con
l’intenzione
di
aiutare
la
Bosnia
nel
dopoguerra,
ha
introdotto
dei
meccanismi
in
cui
nessuno
è
più
responsabile.
I parlamenti
non
rispondono
ai
cittadini,
i governi
non
rispondo
ai
parlamenti,
la
Presidenza
dello
stato
non
risponde
a nessuno.
Il
vero
potere
sta
solo
nei
vertici
dei
partiti
politici
nazionalisti
che
si
sono
formati
attraverso
elezioni
formalmente
democratiche
in
cui
ha
votato
un
popolo
completamente
manipolato
dai
media
e spaventato
dalla
guerra.
E qui
il
cerchio
si
chiude.
L’Europa
cerca
di
spingere
la
realtà
bosniaca
verso
le
sue
cornici
democratiche,
i suoi
standard
e i
suoi
principi
che
con
quella
realtà
non
sono
compatibili.
Questa
volta
il
motivo
per
il
“semaforo
rosso”
sulla
strada
della
BiH
verso
l’Europa
è
stato
acceso
dall’insuccesso
della
riforma
della
polizia.
Paradossalmente
non
si
vede
che
nemmeno
quella
riforma,
nel
caso
fosse
passata,
sarebbe
riuscita
a portare
molti
cambiamenti.
Il
problema
si
sarebbe
mostrato
subito
riguardo
un’altra
questione.
La
cosiddetta
Costituzione
di
Dayton
è
la
cornice
ideale
per
ogni
tipo
di
immobilità.
Essa
assolutamente
non
consente
alcuno
sblocco.
La
soluzione
per
questo
paese
sfortunato
si
trova
in
due
domande:
Come
“svegliare”
la
gente
dall’incubo
in
cui
è
stata
spinta
dai
partiti
nazionali?
e come
cambiare
la
Costituzione
che
garantisce
a questi
partiti
terreno
libero
per
le
loro
azioni?
Tutto
il
resto
è
un
mero
sparare
con
un
fucile
scarico.
E i
furbi
politici
locali
sanno
bene
che
il
fucile
con
cui
li
si
minaccia
è
scarico.
(autorizzazione
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