Tra
le
note
teorie
internazionali
sulle
crisi
politiche
ne
esiste
una
largamente
diffusa,
secondo
la
quale
una
situazione
annosa
e irrisolta
va
portata
fino
alle
sue
estreme
conseguenze,
per
far
sì
che
si
possa
in
seguito
risolvere.
Naturalmente,
in
questi
casi
si
tratta
di
crisi
controllate
che
difficilmente
possono
essere
lasciate
al
caso.
L’attuale
situazione
in
Bosnia
Erzegovina
in
questo
momento
ha
molti
degli
elementi
di
suddetto
esempio.
La
crisi
istituzionale
è
stata
portata
fin
quasi
al
suo
apice,
ma
agli
analisti
politici
sembra
ancora
che
“la
cosa
sia
sotto
controllo”.
L’acuirsi
della
crisi,
ovviamente,
ha
il
suo
retroterra.
La
situazione
attuale
è
stata
generata
dal
fallimento
del
tentativo
di
introdurre
la
riforma
della
polizia
in
BiH.
Solo
una
delle
numerose
riforme
fallite
in
questi
anni.
Dato
lo
stallo
delle
istituzioni
locali
ci
ha
pensato
l’Alto
rappresentante
della
comunità
internazionale
in
BiH
Miroslav
Lajcak,
ovviamente
su
ordine
di
Bruxelles,
a sbloccare
i processi
politici
in
atto.
Tra
le
misure
adottate
la
modifica
del
regolamento
del
funzionamento
del
parlamento
della
BiH.
Lajcak
ha
ristretto
la
cosiddetta
“votazione
delle
entità”
in
Parlamento,
che
prevedeva
che
le
leggi
potessero
essere
adottate
solo
con
la
presenza
di
tutti
i deputati.
Questo
aveva
portato
al
boicottaggio
dei
lavori
parlamentari,
divenuto
purtroppo
una
prassi,
per
bloccare
qualsiasi
legge
di
riforma.
Il
quorum
alle
sedute
del
Parlamento
(ma
anche
al
governo),
secondo
la
misura
di
Lajcak,
dovrebbe
ora
formarsi
sulla
base
dei
presenti
alle
singole
sedute,
e non
sul
numero
assoluto
dei
deputati,
come
definito
dall'attuale
regolamento.
La
misura
di
Lajcak
è
tecnica
e non
contravviene
alla
Costituzione.
A nessuno
toglie
diritti,
basta
che
ciascuno
svolga
il
lavoro
per
cui
è
stato
eletto.
In
Republika
Srpska,
l’entità
minore
della
BiH,
la
decisione
di
Lajcak
era
attesa
col
“coltello
tra
i denti”.
La
conclusione
di
base
di
quasi
tutti
i politici
che
là
si
sono
alzati
in
piedi
è
stata
la
seguente:
“Un
colpo
meditato
con
l’intento
di
eliminare
la
Republika
Srpska”.
Lajcak
è
stato
dichiarato
“nemico
dei
serbi”,
“indesiderato
a Banja
Luka”,
ed
è
stato
apertamente
minacciato
affermando
che
alle
nuove
misure
adottate
“si
risponderà
con
una
lotta
con
tutti
i mezzi”.
Milorad
Dodik,
premier
di
questa
entità
e presidente
del
più
forte
partito
politico
di
quest'ultima,
l'SNSD,
ha
minacciato
che
i serbi
si
ritireranno
da
tutti
gli
organi
comuni
e dalla
istituzioni
politiche
della
BiH
e che
il
suo
partito
passerà
all’opposizione.
Con
toni
a lui
consueti
ha
affermato
che
la
“Republika
Srpska
è
una
categoria
durevole,
mentre
per
la
Bosnia
Erzegovina
si
vedrà!”.
Ai
membri
del
suo
partito
che
ricoprivano
funzioni
statali
in
BiH
ha
chiesto
di
preparare
le
dimissioni
“fino
alla
decisione
finale
di
Lajcak
che
per
forza
di
cose
dovrà
essere
modificata”.
La
crisi
istituzionale
ha
subito
ultimamente
un’accelerazione.
Benzina
sul
fuoco
è
stata
gettata
da
Belgrado
dal
premier
serbo
Vojislav
Kostunica
che
ha
fortemente
appoggiato
Dodik,
promettendo
che
“la
Serbia
non
permetterà”
ciò
che
la
comunità
internazionale
sta
cercando
di
realizzare
attraverso
Lajcak.
Nemmeno
la
dichiarazione
di
Zeljko
Komsic,
presidente
della
presidenza
della
BiH,
è
riuscita
a calmare
la
situazione.
Komsic
ha
invitato
la
Serbia
a “togliere
le
mani
dalla
BiH
e a
non
immischiarsi
in
questioni
interne
perché
in
caso
contrario
potrebbero
ritorcerlesi
contro”.
Nel
frattempo
dagli
Usa
il
leader
della
Comunità
islamica
della
BiH,
il
reis
Mustafa
Ceric,
si
è
immischiato
profondamente
nelle
questioni
politiche
appellandosi
al
“principio
civile
(!?):
un
uomo,
un
voto”.
Tradotto
nella
variante
bosniaco-erzegovese
questo
significa:
siamo
tutti
uguali,
solo
che
i bosgnachi
sono
un
po’
più
uguali
perché
sono
più
numerosi.
Ricordiamoci
che
Milosevic
sulla
base
di
questo
principio
iniziò
la
guerra
in
Jugoslavia.
Nikola
Spiric,
premier
della
BiH
e membro
del
partito
di
Milorad
Dodik,
ha
presentato
le
sue
dimissioni
alla
Presidenza
della
BiH.
Il
parlamento
della
RS
ha
appoggiato
le
sue
dimissioni
e ha
proclamato
una
“seduta
permanente”.
Con
le
dimissioni
di
Spiric
si
è
bloccato
l’intero
governo
centrale,
ossia
il
Consiglio
dei
ministri
della
BiH.
Dalla
scorsa
settimana,
dopo
le
dimissioni
di
Spiric,
il
governo
centrale
funziona
su
“mandato
tecnico”.
Nella
realtà
bosniaco-erzegovese
ciò
significa
che
non
funziona
per
niente.
La
Presidenza
della
BiH
come
reazione
iniziale
alle
dimissioni
aveva
deciso,
prima
di
discutere,
di
“chiamare
Spiric
per
un
colloquio”
ma
alla
fine
non
è
stato
fatto.
Spiric
se
ne
è
ritornato
a Banja
Luka
e a
Sarajevo
per
il
“colloquio”
non
è
ancora
stato
chiamato.
Nel
frattempo
Haris
Silajdzic,
membro
della
Presidenza
della
BiH,
è
andato
in
America
e tutti
si
domandano
come
possa
tenersi
il
famoso
colloquio
con
Spiric
senza
che
la
Presidenza
sia
al
completo.
Un
aspetto
particolare
di
questa
crisi
è
il
tentativo
di
Dodik
e dei
suoi
collaboratori
a Banja
Luka
di
organizzare
ciò
che
un
tempo,
nel
periodo
dell’espansione
di
Milosevic
in
Jugoslavia,
si
chiamava
“evento
del
popolo”
[desØavanje
naroda].
Per
le
vie
di
alcune
città
della
Republika
Srpska
sono
scesi
cittadini
con
cartelloni
in
mano
per
dare
“pieno
appoggio
alla
difesa
della
Republika
Srpska”.
Questi
cittadini
che
sono
andati
per
le
strade,
apparentemente
sotto
l’organizzazione
di
ONG
locali,
erano
molti
di
meno
di
quelli
che
ci
si
aspettava
e meno
di
quelli
che
la
polizia
ha
comunicato
come
presenti.
I “meeting”
perlopiù
con
la
presenza
di
studenti,
portati
via
dalle
lezioni
scolastiche,
e dei
noti
eterni
dimostranti,
sono
durate
circa
quindici
minuti,
e agli
studenti
sono
stati
distribuiti
dei
cartelloni
con
messaggi
contro
la
BiH
e contro
l’Europa!
E persino
gigantografie
di
Vladimir
Putin!
Chiaro
e trasparente.
I fatti
in
questo
momento
sono
chiari
e inequivocabilmente
dicono
quanto
segue:
la
comunità
internazionale,
compresa
l’UE
e gli
Stati
uniti,
col
proprio
rappresentante
Miroslav
Lajcak,
ha
appena
iniziato
la
grande
operazione
riformatrice
di
“pulizia”
della
BiH
e a
quanto
pare
questa
volta
non
si
fermeranno.
Mai
nei
dieci
anni
dopo
la
guerra
Bruxelles
e Washington
sono
stati
così
uniti
sulla
questione
delle
riforme
in
BiH.
In
questo
senso
è
stato
inviato
un
messaggio
del
tutto
chiaro
ed
aperto
a Belgrado.
La
BiH
non
può
più
essere
ostaggio
dei
negoziati
sul
Kosovo.
Non
è
più
possibile
collegare
le
“due
crisi”
con
l’intento
di
assicurare
una
migliore
posizione
negoziale
di
Belgrado
alla
vigilia
della
fase
conclusiva
dei
negoziati
sul
Kosovo.
Oggi
l’Europa
in
BiH
difende
i propri
interessi,
principi
e futuro.
Le
immagini
dei
meeting
a Banja
Luka
hanno
chiaramente
suggerito
che
tipo
di
gioco
si
è
iniziato
a giocare
con
quel
futuro,
da
Mosca
a Belgrado
attraverso
Banja
Luka.
Il
pericolo
di
una
“falla
strategica”
attraverso
l’Europa
sud
orientale
fino
ai
mari
caldi
ha
innervosito
tanto
la
NATO
quanto
l’UE
nella
misura
in
cui
la
situazione
in
BiH
non
è
più
un
problema
a sé
stante.
Detto
con
franchezza,
niente
di
ciò
che
accade
su
un
ampio
spazio
attorno
alla
BiH
è
casuale
e senza
pericolo.
Questa
è
la
base
per
poter
credere
che
questa
volta
l’Europa
si
spingerà
là
dove
per
oltre
un
decennio
non
ha
avuto
né
la
forza
né
la
ragione
per
arrivare:
il
mostruoso
impianto
costituzionale
di
Dayton
inizia
a minacciare
la
stabilità
della
regione
ed
oltre.
In
tutta
questa
storia
Dodik,
ma
anche
i suoi
simili
in
altre
parti
della
regione,
non
sono
che
piccoli
esecutori
sul
campo.
Loro,
però,
non
sono
un
problema
strategico.
Ecco
perché
si
può
tranquillamente
credere
che
la
recente
crisi,
benché
seria,
sia
ancora
sotto
controllo.
Essa
si
risolve
in
altri
luoghi,
e non
a Sarajevo
e non
di
certo
a Banja
Luka.
(autorizzazione
alla
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concessa) |