“Voi
avete
tentato
di
cancellare
un
popolo
intero,
ma
ricordatevi:
non
potrete
mai
cancellare
i nostri
ricordi.
Quel
che
avete
fatto
è
il
male
più
grande
che
potevate
farci
e vi
perseguiterà
finché
nella
vostra
coscienza
ne
esisterà
anche
una
sola
traccia.
Mantenere
viva
la
memoria
del
vostro
crimine
è
un
nostro
diritto
e una
promessa
che
facciamo
a noi
stessi”,
Almedina
Dautbasic
, Srebrenica,
21
Marzo
2003.
È
un
bel
giorno
di
primavera
in
Republika
Srpska.
Kasim,
un
uomo
di
bassa
statura
dallo
sguardo
intenso,
ci
mostra
il
cimitero
dove
otto
giorni
prima
sono
stati
seppelliti
i resti
di
172
corpi
senza
nome.
Kasim
vive
nel
paese
di
Kevljani
in
una
casa
che
sembra
una
villa
messa
a confronto
con
le
case
limitrofe.
Il
mese
scorso,
ci
racconta
in
confidenza,
è
stato
arrestato
a causa
di
un
camioncino
pieno
di
cannabis.
Sulla
strada
asfaltata
proprio
in
quel
momento
si
avvicina
il
postino
su
un
motorino.
Si
ferma
ed
estrae
lentamente
dalla
borsa
una
lettera
per
Kasim.
I due
uomini
si
scambiano
qualche
parola
ed
il
postino
riprende
la
sua
strada.
Kasim
lo
segue
attentamente
con
lo
sguardo:
“Anche
lui!
Sì,
anche
lui
era
uno
dei
guardiani
ad
Omarska...
durante
la
mia
prigionia”.
“E
ora
parlate
normalmente?”
“Beh,
facciamo
come
se
niente
fosse
accaduto.
Oggi
potrei
anche
tirarlo
giù
dal
motorino,
ma
mi
rinchiuderebbero
subito...
per
quindici
anni.
In
guerra
non
ci
sono
leggi.
Adesso
sì.”
Il
cimitero
si
trova
in
un
prato
solo
un
centinaio
di
metri
più
avanti.
Qui
durante
il
2004
è
stata
scoperta
una
fossa
comune
con
456
corpi.
Prima
della
fine
della
guerra
bosniaca,
i serbi
hanno
esumato
i corpi
delle
loro
vittime
dalla
miniera
e dai
boschi
dove
li
avevano
seppelliti,
e li
hanno
poi
sparpagliati,
spesso
a pezzi,
in
tutti
i dintorni.
Qui
invece
c’è
solo
una
scritta
in
caratteri
bianchi,
“Grobnica”
(cimitero).
Nella
primavera
del
’92
la
pulizia
etnica
iniziò
qui.
Oggi
questo
territorio
appartiene
all’entità
serba
di
Bosnia
Erzegovina.
I bosgnacchi
(bosniaci
musulmani)
e i
bosniaci
croati
furono
scacciati
dalle
proprie
case
e rinchiusi
nei
campi
di
Omarska,
Trnopolje
e Keraterm.
Il
5 agosto
1992
Ed
Vulliamy,
giornalista
del
“Guardian”
e l’equipe
televisiva
dell’ITN
riuscirono
a penetrare
in
questi
posti.
Le
fotografie
del
filo
spinato
e degli
uomini
pelle
e ossa
in
quei
giorni
fecero
il
giro
del
mondo.
Qualche
settimana
più
tardi
i campi
vennero
smantellati.
Vi
erano
passate
circa
settemila
persone.
Oggi,
15
anni
dopo,
i sopravvissuti
conducono
una
dura
battaglia
con
le
autorità
locali
e col
maggior
produttore
di
ferro
al
mondo.
La
battaglia
per
l’apertura
di
un
Centro
memoriale
nel
campo
di
Omarska.
Kasim
ci
conduce
attraverso
una
strada
nascosta,
una
scorciatoia,
fino
al
gigantesco
complesso
delle
Nuove
miniere
di
Ljubija,
ad
un
"mostro"
marrone
arrugginito
risalente
ai
tempi
del
socialismo.
Nonostante
tutte
le
mail
e gli
inviti
telefonici,
non
mi
è
riuscito
ottenere
in
alcun
modo
l'autorizzazione
per
entrarvi
né
per
visitare
l'area.
Il
capo
direttore
Pedrag
sorga
mi
ha
semplicemente
informato
che
sarebbe
stato
troppo
rischioso
a causa
degli
attuali
lavori
di
riparazione.
Kasim
non
osa
avvicinarsi
al
complesso
per
più
di
centro
metri.
Non
può
andare
oltre:
“Se
ci
vedessero
- dice
- chiamerebbero
subito
la
polizia”.
Il
fotografo
Zijah
Gafic
e suo
padre,
ex
comandante
della
polizia
nell’Armija
bosniaca,
si
avvicinano
fino
alla
pozza
che
circonda
l'area.
Zijah
esce
dall’auto
e fotografa
la
Casa
bianca
che
si
trova
ai
margini
del
complesso.
Là
venivano
picchiati
e bastonati
i prigionieri.
E raramente
qualcuno
ne
usciva
vivo.
I cadaveri
venivano
portati
fuori
dall’edificio
e caricati
sui
camion.
Sugli
stessi
camion
su
cui
veniva
trasportato
anche
il
cibo
per
i prigionieri.
Un
solo
pasto
al
giorno
per
persona.
Quando
gli
ultimi
detenuti
ricevettero
l’ordine
di
ripulire
la
Casa
bianca,
i muri
erano
completamente
macchiati
di
sangue.
In
auto
si
sente
forte
l'odore
di
sudore
mentre,
con
Kasim
e Elvis
il
traduttore,
guardo
verso
la
Casa
bianca.
Tra
di
loro
silenziosamente
si
lamentano
per
quel
fotografo
sfacciato
e per
i lunghi
minuti
senza
fine
in
cui
Zijah
gironzola
intorno
alla
superficie
dell’acqua
cercando
l'inquadratura
migliore.
Alla
fine
rientra
in
auto
ed
entrambe
le
vetture
tornano
indietro
oltre
la
ferrovia,
verso
quei
prati
così
pacifici.
“Foto
inutili”
mormora
Zijah,
dopo
che
abbiamo
riportato
indietro
Kasim.
Una
pozza,
un
edificio
bianco,
e una
fabbrica
neanche
molto
significativa.
Nessuno
dubita
che
questa
visita
fosse
necessaria.
Dovevamo
comunque
vedere
questo
posto.
E prendere
nota.
Il
passato
congelato
Perché
è
così
importante?
Perché
qui
l’esistenza
si
è
arrestata.
Nei
villaggi
e per
i pascoli
intorno
a Omarska
la
memoria
si
scontra
con
la
negazione,
i racconti
con
il
silenzio.
Coloro
che
negano
vogliono
andare
avanti,
coloro
che
ricordano
cercano
qualcosa
per
fermarsi
e mantenere
viva
la
memoria.
Molti
serbi
che
erano
nell’esercito
o in
polizia
nel
1992
vivono
ancora
qua.
A loro
non
serve
ritornare
con
la
mente
al
passato.
Finché
la
Republika
Srpska
esisterà,
si
possono
sentire
relativamente
sicuri.
Ma
è
necessario
che
migliori
l’economia
e la
disoccupazione
diminuisca.
Questa
è
la
loro
priorità.
Il
nuovo
premier
Milorad
Dodik
lavora
per
questo
e la
Republika
Srpska
nel
settore
è
ormai
avviata.
Rimanere
ancorati
al
passato
è
una
perdita
di
tempo.
Questo
è
il
paradosso
di
una
terra
nella
quale
criminali
e vittime
vivono
intrecciati
gli
uni
agli
altri.
Tacere
e congelare
il
passato
–
così
si
può
procedere
più
velocemente.
Parlare
troppo
del
passato
–
arresta
il
progresso.
Ma,
finché
questo
non
sarà
possibile,
finché
questi
racconti
non
verranno
ascoltati,
il
futuro
non
si
avvicinerà
neanche
di
un
metro.
Negli
ultimi
anni
sempre
più
bosgnacchi
e croati,
sopravvissuti
ai
campi,
sono
tornati
dall’estero.
Nella
vicina
cittadina
di
Kozarac,
prima
della
guerra
vivevano
oltre
ventimila
persone.
Nel
maggio
del
1992
i serbi
hanno
circondato,
attaccato
e dato
alle
fiamme
il
villaggio
e scacciato
la
popolazione.
“Adesso”
dice
Teufik
Kulasic
, membro
comunale,
“qui
vivono
nuovamente
settemila
persone.
Di
14
moschee
completamente
distrutte,
ne
abbiamo
già
ricostruite
13”.
La
strada
principale
di
questo
antico
borgo
è
tornata
di
nuovo
ad
essere
viva.
La
discoteca
Spider
è
immersa
giorno
e notte
in
una
luce
blu.
Accanto
alla
scuola
ristrutturata
si
trova
un
campo
da
pallacanestro
totalmente
rimesso
a posto.
Il
whisky
del
Caffè
Picadilly
ha
un
buon
odore
e le
case
intorno
sono
state
ricostruite
con
lo
stesso
stile
di
prima.
C’è
anche
un
internet
caffè
e Kozarac
ha
il
suo
portale
internet.
Attraverso
la
pagina
web,
che
cura
il
“ritornato”
Ervin
Blazevic
, gli
abitanti
di
Kozarac,
dal
1992
dispersi
in
ogni
angolo
del
mondo,
da
Kiev,
Amsterdam,
Berna
e Londra,
fino
all’America
del
nord
e all’Australia
si
alzano
e vanno
a dormire
leggendo
un
pettegolezzo
della
loro
cØarsija.
Kozarac
in
soli
otto
anni
si
è
risollevata
dalla
cenere.
Ma
negli
stessi
luoghi
dove
la
loro
vita
è
cambiata
per
sempre
nell’estate
del
’92,
i suoi
abitanti
non
sanno
più
cosa
cercare.
In
una
ex-fabbrica
di
piastrelle
nel
villaggio
industriale
di
Keraterm
al
margine
della
principale
città
della
regione,
Prijedor,
tra
i veicoli
del
parcheggio
si
trova
una
targa.
C’è
scritto
che
in
questo
luogo
alcuni
uomini
hanno
perso
la
vita.
Non
vi
è
alcun
numero,
alcun
nome,
alcuna
origine.
Sembra
che
la
fabbrica
di
lacca
Max
Meyer,
da
quando
ha
cambiato
proprietario,
non
vada
molto
bene.
Dietro
il
terreno
silenzioso
della
fabbrica,
sotto
gli
alberi
fioriti,
fa
la
guardia
disteso
un
cane
legato
ad
una
catena.
I muri
bianchi
della
Casa
della
Cultura
(Dom
Kulture)
di
Trnopolje
sono
ricoperti
di
fuliggine.
Alle
finestre
più
alte
mancano
i vetri
e sopra
al
vecchio
palco
c’è
ancora
scritto
in
caratteri
rossi:
“Viva
il
Partito
Comunista
e il
compagno
Tito”.
Nell’edificio
e nei
prati
che
si
trovano
dietro,
i serbi
hanno
tenuto
rinchiusi
migliaia
di
persone:
“Di
notte”,
ci
racconta
una
donna
che
è
sopravvissuta,
“le
guardie
camminavano
intorno
e picchiavano
gli
uomini
o sparavano
a coloro
che
dormivano.
Oppure
entravano
nella
parte
delle
donne
e facevano
l'appello
delle
ragazze
più
giovani.
Costrette
ad
andare
con
loro,
alcune
ritornavano,
violentate
e torturate,
altre
no”.
Soltanto
la
parte
anteriore
dell’edificio
è
stata
riparata.
Il
segretario
zeljko
Karajic
fino
a due
mesi
fa
proprio
qui
possedeva
un
caffè.
Sui
tavoli
rozzamente
intagliati
ancora
oggi
ci
sono
delle
bottiglie
vuote.
Davanti
all’edificio
si
trova
un’aquila
nera
con
una
croce
ortodossa
in
ricordo
dei
militari
serbi
caduti
durante
la
guerra.
La
porta
della
miniera
di
Omarska,
dove
sono
stati
rinchiusi
alcuni
dei
bosgnacchi
e dei
croati
più
conosciuti
della
regione
di
Prijedor,
viene
aperta
soltanto
due
volte
all’anno
per
i sopravvissuti
e per
le
loro
famiglie.
Si
riuniscono
qui
il
6 agosto,
il
giorno
in
cui
il
campo
è
stato
smantellato.
Anche
Ed
Vulliamy
è
stato
qui
nel
2004.
Adesso
che
la
miniera
è
tornata
in
funzione,
sembra
che
il
suo
incubo
diventi
realtà:
“che
Omarska
come
prova
tangibile
di
quel
che
è
stato,
sparisca;
che
le
camere
nelle
quali
le
donne
sono
state
violentate,
vengano
risistemate;
che
la
mensa
dove
gli
uomini
aspettavano
in
fila
per
un
piatto
di
zuppa
insipida,
offra
ai
lavoratori
pasti
in
fretta
e furia;
che
il
cortile
in
cemento
dove
molti
uomini
furono
massacrati,
diventi
un
parcheggio
per
scintillanti
skode;
che
l’hangar
dove
gli
internati
se
ne
stavano
rannicchiati
gli
uni
contro
gli
altri,
torni
ad
essere
nuovamente
un
deposito;
che
la
Casa
bianca
e rossa,
dove
gli
uomini
sono
stati
fatti
a pezzi
e torturati
fino
alla
morte,
vengano
demoliti
o riutilizzati
come
magazzini
per
gli
attrezzi”.
I
quattro
di
Omarska
Il
tribunale
della
Bosnia
Erzegovina
si
trova
a pochi
chilometri
dal
centro
di
Sarajevo.
In
aula
dietro
al
banco
siede
un
giudice
dall’aspetto
annoiato.
Al
centro
della
stanza
davanti
al
suo
tavolo
c’è
il
plastico
del
campo
di
Omarska.
Tra
il
pubblico
siedono
sei
uomini,
di
cui
tre
stranieri.
Prima
dell’inizio
del
processo
gli
avvocati
con
la
toga
nera
chiacchierano
con
i loro
clienti,
masticando
chewing
gum.
MomcØilo
Gruban,
soprannominato
CØkalja,
un
quarantenne
col
naso
lungo
e con
le
sopracciglia
costantemente
alzate,
ci
osserva
per
vedere
se
anche
oggi
tra
di
noi
ci
sono
belle
donne.
Le
ricercatrici
del
BIRN,
ufficio
che
indaga
quotidianamente
sul
processo,
non
sanno
però
cosa
farsene
dei
suoi
continui
tentativi
di
flirt.
Gruban,
fabbro,
ad
Omarska
era
a capo
del
terzo
turno
di
guardia.
I detenuti
che
dovevano
andare
al
bagno
durante
il
suo
turno
rischiavano
pesanti
bastonate
o la
morte
immediata,
semplicemente
perché
le
guardie
volevano
avere
un
colpevole
per
il
cattivo
odore
proveniente
dai
bagni.
Dusan
Fustar
aveva
lo
stesso
lavoro
a Keraterm.
Si
tratta
del
più
anziano
dei
quattro:
calvo
con
baffi
e gli
occhi
di
traverso,
ricorda
il
dentista
del
film
Il
Maratoneta.
Lui
e i
suoi
uomini
colpivano
i prigionieri
con
mazze
da
baseball
e cavi
di
ferro,
o li
torturavano
con
lame
affilate.
Dusko
Knezevic
, uno
dei
quattro,
sembra
ancora
un
criminale.
Calvo
e tronfio,
nel
suo
abito
grigio
chiaro,
che
gli
veste
troppo
stretto
sulle
spalle,
con
occhi
che
suggeriscono
che
ci
sappia
fare
con
i bambini.
Ride
placido
a qualsiasi
battuta
dell’avvocato
di
Fustar
che
sotto
la
toga
porta
dei
jeans
e una
giacca
di
pelle.
Prima
della
guerra
faceva
il
cameriere
e ad
Omarska
non
ricopriva
alcun
incarico.
Durante
la
guerra
era
però
libero
di
entrare
dove
voleva
e fare
quel
che
più
desiderava.
Rompeva
le
ginocchia
degli
internati
a colpi
di
mazza
da
baseball.
Utilizzò
un
bastone
con
la
punta
metallica
per
colpire
padre
e figlio,
per
poi
costringerli
a leccare
il
proprio
sangue
dalle
mattonelle.
Il
giorno
successivo
entrambi
morirono
per
le
ferite
riportate.
Questi
sono
soltanto
alcuni
episodi
di
una
lunga
serie
di
fatti
sanguinari
di
cui
prende
nota
il
procuratore
australiano
durante
le
testimonianze.
Dal
suo
ufficio,
a sinistra
dell’aula
di
tribunale,
i testimoni
per
la
prima
volta
guardano
negli
occhi
i loro
carnefici.
I quattro
accusati
ascoltano
appena
quello
che
viene
riportato,
lasciando
il
compito
ai
loro
avvocati
che
a volte
si
alzano
e contestano
le
domande
considerate
troppo
emotivamente
toccanti.
Nella
pausa
gli
avvocati,
nei
loro
abiti
slacciati,
si
accendono
una
sigaretta
davanti
all’edificio,
ridacchiando
cinicamente
sotto
il
sole
primaverile.
L'ultimo
dei
quattro
è
zeljko
Mejakic
. Prima
della
guerra
faceva
il
poliziotto
e in
guerra
è
diventato
comandante
del
campo
di
Omarska.
È
di
bassa
statura
e coi
capelli
rossicci.
Il
suo
viso
inflessibile
e il
modo
in
cui
sta
a sedere
durante
le
testimonianze
–
gli
altri
spesso
si
stirano
sulle
sedie
–
gli
dà
ancora
una
certa
autorità.
Quando
infine,
nell’agosto
del
1992,
i giornalisti
stranieri
scoprirono
l’esistenza
del
campo,
mentre
i giornalisti
interrogavano
egli
rimaneva
accanto
agli
internati.
“Dopo
lo
smantellamento
del
campo,
rimase
un
solo
gruppo
di
circa
centosettanta
persone.
Ci
ordinarono
di
descrivere
ai
giornalisti
le
condizioni
del
campo
di
Omarska
così
come
in
quel
momento
si
presentava”
racconta
Satko
Mujagic
. “Il
12
luglio
alcuni
uomini
ancora
vivi
furono
gettati
su
dei
copertoni
in
fiamme.
Un
uomo
fu
costretto
ad
addentare
i testicoli
di
un
altro
internato.
Dal
6 agosto,
quando
fuoriuscì
la
notizia
al
pubblico
che
esistevano
i campi,
da
subito
iniziammo
a ricevere
due
pasti
al
giorno
e dei
letti
sui
quali
dormire.
Anch’io
mentii
ai
giornalisti
dicendo
che
Omarska
non
era
un
campo.
“Perché
allora
sei
così
magro”
mi
domandò
uno.
Prima
della
guerra
infatti
pesavo
77
chili,
in
tre
mesi
ne
avevo
persi
almeno
trenta
e riuscivo
a malapena
a stare
in
piedi”.
Poi
con
un
sorriso
amaro
conclude
: “Ho
risposto
che
ero
sempre
stato
così
magro”.
La
Casa
della
pace
Mujagic
era
uno
dei
cinque
uomini
che
hanno
dovuto
ripulire
la
Casa
bianca.
Cresciuto
a Kozarac,
all’inizio
della
guerra
venne
richiamato
in
servizio
nell’esercito.
Ha
combattuto
con
la
JNA
(Armata
Popolare
Jugoslava)
sul
fronte
in
Croazia,
da
cui
ha
poi
disertato.
Nel
maggio
del
1992,
dopo
l’attacco
e “la
pulizia”
di
Kozarac,
insieme
col
padre
è
stato
rinchiuso
nel
campo
di
Omarska.
In
agosto
è
stato
mandato
a ManjacØa
nel
campo
militare
locale.
Alla
fine,
grazie
all’UNHCR
ha
raggiunto
l’Olanda.
Si
è
laureato
in
diritto
ed
al
momento
lavora
nel
Servizio
per
l’immigrazione
(IND)
per
il
quale
valuta
il
livello
di
servizi
di
frontiera
degli
Stati
dell’Unione
europea.
Parla
l’olandese
veloce
e senza
accento
e dà
l’impressione
di
non
permettere
al
passato
di
sovrastarlo.
È
sopravvissuto
a tre
pulizie
etniche:
“alla
prima
indesiderata,
come
occupatore
nell’esercito
jugoslavo
in
Croazia,
poi
come
vittima
e internato
ad
Omarska
e alla
fine
come
‘salvatore’
insieme
all’IND
quando
nel
1999
durante
la
guerra
in
Kosovo,
hanno
effettuato
un
trasferimento
da
un
campo
profughi
in
Macedonia
di
oltre
mille
albanesi
kosovari
in
fuga
verso
l’Olanda”.
È
tornato
a Kozarac
per
la
prima
volta
nel
1998,
per
il
funerale
di
un
suo
parente
ritrovato
in
una
fossa
comune.
“In
quel
momento
ho
pianto
di
fronte
alle
rovine
della
nostra
casa”.
Oggi
dall’Olanda,
con
l’organizzazione
Optimisti
2004
che
ha
fondato
con
Ervina
Blazevic
, si
occupa
di
raccogliere
offerte
per
panche,
terreni
sportivi,
per
il
club
di
calcio
e per
gli
orfani
di
Kozarac.
“Il
Comune
di
Prijedor
tratta
Kozarac
come
la
pecora
nera,
perciò
dobbiamo
fare
per
conto
nostro”.
Ma
Mujagic
è
anche
uno
dei
promotori
dell’iniziativa
per
il
Centro
memoriale
di
Omarska.
“Se
il
centro
non
apre
e Omarska
non
viene
in
qualche
modo
riconosciuta,
perdiamo
tutti”
dice
Emsuda
Mujagic
, sua
zia,
una
serena
signora
bionda
che
a Kozarac
ha
aperto
la
Casa
della
pace
per
le
donne
che
hanno
perso
i mariti,
perché
scomparsi
o deceduti
in
guerra.
“Così
tutto
ciò
che
è
successo
in
questi
luoghi,
scomparirebbe
nella
nebbia.
Per
il
momento
ci
permettono
di
entrare
soltanto
due
volte
l’anno,
nel
giorno
in
cui
Kozarac
è
caduta,
il
24
maggio,
e nel
giorno
della
chiusura
del
campo,
il
6 agosto.
Gli
altri
giorni
stando
alle
regole
poste
non
abbiamo
diritto
all’accesso”.
Nel
caffè
di
fronte
alla
Casa
della
pace
siede
Edin
Ramulic
(37)
con
alcuni
fogli
ben
sistemati.
Izvor
(Fonte),
l’organizzazione
che
ha
fondato
nel
1996,
pubblicherà
presto
la
terza
edizione
del
libro
sugli
scomparsi
e i
deceduti
del
territorio
del
comune
di
Prijedor.
“3.524
sono
stati
fino
ad
adesso
gli
scomparsi
registrati
per
la
regione
di
Prijedor.
Mille
e duecento
uomini
non
sono
stati
ancora
ritrovati.”
Ramulic
parla
volentieri,
con
il
suo
sguardo
vivo.
“Omarska
viene
ignorata.
Se
proprio
non
devi,
là
non
ci
vai.
La
sua
popolazione
è
al
cento
per
cento
serba.
Per
quanto
mi
riguarda
non
dovrebbero
toccare
niente:
né
la
Casa
bianca,
né
la
‘pista’
[spazio
all’aperto,
ndt],
né
la
mensa.
In
una
società
normale
un
luogo
dove
si
è
dato
inizio
ad
un
genocidio,
dovrebbe
essere
lasciato
tale
e quale
come
è.
Anche
il
diritto
a visitarlo
è
ormai
da
tempo
regolamentato.
Ma
questo
non
è
un
mondo
normale”.
Prima
di
continuare
la
campagna
per
il
Centro
memoriale
ad
Omarska,
Satko,
Emsuda
e Edin
aspettano
che
l’Associazione
degli
internati
di
Prijedor
ottenga
la
registrazione
formale.
Presidente
dell’associazione
è
Mirsad
Duratovic
(33),
un
uomo
dalla
voce
fioca,
dai
capelli
diventati
precocemente
bianchi
e con
occhi
verdi
chiaro.
Aveva
17
anni
quando
è
stato
rinchiuso
ad
Omarska.
Da
Omarska
suo
fratello
minore
non
ne
è
mai
più
uscito
vivo.
Ha
perso
ben
16
parenti.
“Qui
ho
passato
una
bella
giovinezza.
Per
questo
motivo
sono
tornato
dalla
Germania.
Non
avrò
pace
finché
tutti
i corpi
non
verranno
ritrovati.
La
nostra
associazione
vuole
che
i veri
internati
vengano
riconosciuti.
La
richiesta
per
la
registrazione
formale
è
stata
consegnata
e adesso
aspettiamo
il
permesso”
(l’Associazione
degli
internati
Prijedor
’92
è
stata
nel
frattempo
formalmente
registrata).
Alla
domanda
se
esiste
il
diritto
ad
un
sostegno
sociale
per
gli
ex-internati,
melanconicamente
sorride:
“Se
vivessi
in
Federazione
forse
potrei
averne
diritto.
Ma
qui
in
Republika
Srpska,
no.
Stiamo
intrattenendo
dei
colloqui
col
premier
Dodik
a proposito
di
una
qualche
forma
di
compensazione
per
gli
ex-internati.
Un
uomo
soltanto
a Banja
Luka
è
riuscito
a ricevere
una
forma
di
indennità:
5 euro
al
mese.
Non
è
una
questione
di
denaro,
quanto
piuttosto
di
riconoscimento”.
Il
compito
del
sindaco
Marko
Pavic
La
Bosnia
Erzegovina
è
ufficialmente
uno
Stato.
Ma
nella
pratica,
i governi
di
Sarajevo
e di
Banja
Luka
raramente
collaborano,
nonostante
i tanti
anni
di
pressione
internazionale.
In
particolare
per
quanto
riguarda
le
storie
della
guerra.
Da
diverse
persone
ho
saputo
che
il
governo
di
Sarajevo
non
sostiene
i bosgnacchi
nella
Republika
Srpska,
perché
significherebbe
aiutare
anche
le
vittime
serbe
in
Federazione.
Ogni
passo
a favore
della
memoria
o del
riconoscimento
per
le
vittime
dell’altra
parte
sembra
anche
un
riconoscimento
delle
proprie
colpe.
Nel
frattempo
i monumenti
fanno
sempre
riferimento
al
racconto
della
guerra.
Una
parte
del
racconto.
Questa
parte
del
racconto
è
ben
visibile
perché
viene
posta
in
vista.
L’altra
è
ancora
sommersa.
Ogni
targa
commemorativa
che
viene
messa,
o semplicemente
non
messa,
dice
qualcosa
dell'accesa
lotta
sulla
memoria.
Le
due
principali
eredità
del
periodo
in
cui
questa
terra
si
chiamava
Jugoslavia,
danno
ad
entrambe
le
parti
–
a quelli
che
ricordano
e a
quelli
che
negano
–
gli
argomenti
da
estrarre
dalle
proprie
maniche
per
dimostrare
che
qualcosa
si
potrebbe
anche
cambiare.
Questa
terra
una
volta
era
ricoperta
di
monumenti.
Dappertutto
c’era
qualcosa
che
ricordava
la
lotta
comune
contro
il
fascismo.
Ma
quei
monumenti
erano
anche
un
capolavoro
di
equilibrismo:
non
potevano
mettere
in
cattiva
luce
nessun
gruppo
etnico
in
relazione
all’altro.
Il
"bratstvo
i jednstvo"
(Fratellanza
e unità)
di
Tito
era
sacrosanto.
Anche
per
questo
oggi
coloro
che
ricordano
non
si
stancheranno
finché
i luoghi
simbolo
dei
crimini
commessi
non
verranno
caratterizzati,
finché
non
verrà
posta
una
targa
commemorativa
alla
Casa
bianca.
Anche
per
questo
coloro
che
negano,
soprattutto
là
dove
sono
in
maggioranza,
non
vogliono
monumenti
che
contestino
il
loro
racconto.
E così,
Prijedor
e dintorni
sono
pieni
di
monumenti.
I generali
e i
soldati
che
sono
caduti
per
“una
Srpska
libera”
vengono
ricordati
su
cemento
e marmo
nero
nella
città
dove
nel
1992
bosgnacchi
e croati
vennero
condotti
nei
campi
e le
loro
proprietà
saccheggiate
e distrutte.
Il
sindaco
del
periodo
bellico
Stakic
e alcuni
suoi
collaboratori
sono
già
stati
giudicati
all’Aia,
ma
a Prijedor
non
esiste
senso
di
colpa.
Davanti
all’edificio
amministrativo
della
miniera
si
trova
il
busto
dello
psichiatra
Raskovic
, uno
dei
fondatori
del
partito
nazionalista
SDS.
Le
vittime
della
pulizia
etnica
del
1992,
invece,
devono
accontentarsi
di
una
targa
senza
nomi
dietro
il
parcheggio
di
Keraterm
e di
un
cartello
in
legno
piantato
nell’erba
a Kevljani.
Chi
raddrizzerà
questa
ingiustizia?
È
arrivato
il
momento
di
parlare
con
l’attuale
sindaco.
Marko
Pavic
porta
avanti
entrambe
le
interpretazioni
ereditate
dall’ex
Stato.
È
lui
che
ha
inaugurato
i monumenti
che
sono
stati
eretti.
“Noi
ci
preoccupiamo
dei
nostri
veterani,
così
come
i poteri
di
Sarajevo
dei
loro.
E il
monumento
ad
Omasrka?
In
questo
caso
è
troppo
presto.
Io
non
lo
sostengo.
Perché
dovrebbe
essere
fatto
qui
per
le
vittime
musulmane
e croate
e non
in
Federazione
per
quelle
serbe?”
È
anche
il
prototipo
della
terza
tradizione:
direttori,
sindaci,
ministri
nei
Balcani
appartengono
quasi
sempre
alla
tipologia
di
cinquantenni
ostili
e persistenti.
Se
si
tratta
del
progresso
economico
di
Prijedor
e del
soddisfacimento
dei
differenti
criteri
dell’UE,
Pavic
parla
con
sicurezza,
con
fervore
quasi
educato.
Non
appena
gli
chiedo
perché
è
stata
posta
una
croce
ortodossa
per
i caduti
serbi
nel
campo
dei
bosgnacchi
e dei
croati,
si
irrigidisce.
La
sua
rabbia
fredda
dall’altra
parte
del
tavolo
diventa
subito
minacciosa.
“Ieri
ho
pensato
tutto
il
giorno
se
accoglierla.
Ora
so
di
aver
preso
una
decisione
sbagliata.
Non
avete
il
diritto
di
pormi
certe
domande.
Né
Lei
né
io
sappiamo
cosa
è
successo
ad
Omarska
e a
Trnopolje.
Io
là
non
ci
sono
stato,
e neanche
Lei.
I sospettati
sono
per
il
momento
in
tribunale.
Finché
non
verrà
accertato
chi
sono
stati
i propugnatori
e chi
le
vittime,
le
persone
di
Omarska
non
vorranno
un
centro
memoriale.
Solo
quando
si
accerterà
la
storia,
il
luogo
potrà
avere
un
riconoscimento”.
Durante
la
guerra,
Pavic
era
direttore
delle
poste
di
Prijedor.
In
un
rapporto
del
1997
i ricercatori
dell’ONU
si
sono
accertati
che
la
posta
locale
è
stata
utilizzata
per
il
riciclaggio
di
denaro
durante
e dopo
gli
espropri
a Prijedor
da
parte
dei
serbi,
ma
non
ci
sono
prove
che
sia
mai
entrato
nel
campo.
Mi
accompagna
all'uscita
dandomi
un
consiglio:
“Domandi
ad
altri
perché
ad
Omarska
bisognerebbe
fare
un
Centro
memoriale
se
a Sarajevo
non
possiamo
avere
il
permesso
per
un
monumento
alle
vittime
serbe?”
La
mattina
seguente
mi
incontro
con
Muharem
Murselovic
. È
la
versione
bosniaca
di
Jan
Pronk
(ex-ministro
olandese):
idealista
che
camuffa
il
suo
lungo
impegno
nella
“realpolitik”
con
esposizioni
dettagliate,
movimenti
fieri
e con
sorrisi
fiacchi
mentre
smaschera
la
vera
immagine
dei
suoi
oppositori.
Murselovic
dopo
la
guerra
è
stato
presidente
del
Consiglio
comunale
di
Prijedor,
ma
si
è
dimesso
dalla
carica
quando
il
Consiglio
ha
deciso
di
non
cambiare
lo
stemma
della
città
con
le
4C
(simbolo
nazionalista
serbo,
ndt.)
al
posto
del
precedente
stemma
con
il
sole
sopra
il
fiume
Sana.
Anche
lui
è
stato
rinchiuso
a Omarska
e a
Trnopolje,
Oggi
guida
il
partito
d’opposizione
Stranka
za
BiH
[Partito
per
la
Bosnia
Erzegovina,
ndt].
Domando
a lui,
allora,
perché
ad
Omarska
dovrebbe
essere
sistemato
un
memoriale,
se
a Sarajevo
non
viene
eretto
un
monumento
per
le
vittime
serbe.
“Aha!”,
esclama.
“È
stato
in
visita
da
Marko
Pavic
! Questa
è
la
sua
solita
replica.
Lui
e gli
altri
criminali
del
Comune,
gli
stessi
uomini
che
hanno
deciso
chi
sarebbe
dovuto
morire
e chi
sarebbe
potuto
sopravvivere
a Prijedor,
vogliono
equiparare
tutte
le
uccisioni
di
massa.
Sì,
ci
sono
stati
dei
massacri
anche
in
Federazione,
ma
i campi
no,
neanche
secondo
i dati
dell’Onu.
Dicono
che
a Sarajevo
sono
stati
uccisi
diecimila
serbi,
ma
dove
sono
le
prove?
Delle
oltre
undicimila
vittime,
principalmente
uccisi
da
granate
serbe,
la
maggior
parte
erano
bosgnacchi.
Se
i serbi
a Sarajevo
vogliono
un
monumento,
si
possono
anche
indirizzare
a me
e io
li
aiuterò!
Se
laggiù
sono
stati
uccisi
dei
serbi,
io
non
mi
opporrò.
Ma
per
un
monumento
bisogna
prima
trovare
il
luogo
della
sofferenza
e identificare
le
vittime.
E non
si
può
confrontare
con
Omarska”.
Da
che
parte
sta
la
Mittal?
Oggi
quindici
anni
dopo
lo
smantellamento
del
campo,
la
Casa
bianca
diventerà
un
luogo
riconosciuto
per
i sopravvissuti
e i
membri
delle
famiglie
delle
vittime?
Questa
decisione
non
verrà
presa
né
a Prijedor,
né
a Sarajevo,
né
da
quelli
che
conservano
la
memoria,
né
da
quelli
che
la
negano,
ma
a Lussemburgo.
Là
si
trova
infatti
l’ufficio
centrale
di
Arcelor
Mittal,
il
più
grande
produttore
al
mondo
di
acciaio
e,
dall’ottobre
del
2004,
il
proprietario
della
miniera
di
Omarska.
Lakshmi
Mittal,
il
cittadino
più
ricco
d’Inghilterra,
e suo
figlio
Adita
hanno
creato
un
intero
impero
comprando
e riqualificando
vecchie
miniere
di
ferro.
“Quando
hanno
comprato
Omarska”,
dice
Satko
Mujagic
, “
non
hanno
capito
che
stavano
entrando
in
un
paese
nel
quale
la
discussione
su
cosa
sia
un
crimine
di
guerra
e cosa
una
semplice
conseguenza
della
guerra
è
ancora
viva.
D'altronde,
non
possono
stare
dalla
parte
dei
criminali,
chiunque
sia
il
colpevole”.
Nel
gennaio
2005
Mujagic
è
stato
a colloquio
col
presidente
della
Mittal.
“Ci
hanno
promesso
allora
che
la
Casa
bianca
sarebbe
rimasta
nello
stato
in
cui
si
trovava
e che
sarebbe
stato
possibile
entrare
nel
campo.
Neanche
un
anno
più
tardi,
il
primo
dicembre
2005,
alla
conferenza
stampa
a Banja
Luka,
la
Mittal
ha
dichiarato
che
avrebbe
eretto
un
Centro
memoriale
per
la
Casa
bianca
finanziato
dalla
miniera
stessa.
Nel
frattempo,
dal
febbraio
2006,
anche
la
Mittal
ha
smesso
di
fare
dichiarazioni
e negli
ultimi
tempi
non
rispondono.
Se
non
si
può
dare
ad
Omarska
un
riconoscimento,
che
si
può
fare?
Ci
stiamo
avviando
velocemente
verso
un
futuro
del
genere,
se
continuiamo
a negare
orrori
e crimini
del
vicino
passato”
Nel
frattempo
la
miniera
ha
riaperto
i battenti
e dà
lavoro
a circa
ottocento
persone.
Per
il
mercato
del
lavoro
di
questa
regione,
la
Mittal
è
una
manna
dal
cielo.
Ma
l’incubo
di
Ed
Vulliamy
si
avvicina,
così
come
anche
uno
scandalo
per
la
ditta.
Gli
edifici
intorno
alla
Casa
bianca
sono
stati
riverniciati
e chissà
quante
prove
e tracce
del
’92
sono
scomparse
con
le
risistemazioni
a causa
delle
quali,
come
mi
è
stato
detto,
sarebbe
stato
troppo
pericoloso
che
visitassi
lo
spazio.
La
Mittal
ha
capito
i pericoli
e nel
2005
ha
cercato
una
soluzione
rivolgendosi
all’organizzazione
Dusa
Evrope
(Anima
dell’Europa)
e al
reverendo
Donald
Reeves.
Quest’ultimo
ha
proposto
un
piano
nel
quale
il
Centro
memoriale
sarebbe
diventato
allo
stesso
tempo
anche
un
Centro
per
la
riconciliazione,
con
Dodik
e i
rappresentanti
del
Comune
inclusi
nel
Consiglio
direttivo.
Le
organizzazione
dei
sopravvissuti,
tra
le
quali
Izvor,
si
sono
opposte
a questo
progetto.
Anche
il
sindaco
Pavic
si
è
dimostrato
radicalmente
contrario.
Dal
maggio
2006
la
Mittal
non
si
è
più
incontrata
con
Mujagic
, Duratovic
e i
rimanenti
promotori
del
centro
memoriale.
“La
Mittal
vuole
tenersi
in
disparte”,
dice
Emsuda
Mujagic
, “fanno
ricadere
la
colpa
del
congelamento
del
progetto
sugli
ex-internati
e sugli
ex-combattenti.
Noi
saremmo
i primi
a voler
giungere
ad
un
accordo,
e ormai
da
tempo
sappiamo
esattamente
ciò
che
vogliamo.
Nel
frattempo
danno
il
loro
sostegno
all’amministrazione
serba”.
Anche
per
quanto
riguarda
la
selezione
della
forza
lavoro
sembra
che
la
Mittal
sostenga
la
parte
serba.
“Degli
ottocento
impiegati,
soltanto
tre
sono
bosgnacchi”,
dice
Muharem
Murselovic
, “la
Mittal
ha
rimesso
insieme
una
lista
di
criteri
per
la
selezione
dei
nuovi
lavoratori.
I primi
tre
posti
sono
per:
candidati
di
Omarska,
figli
di
ex-minatori
e di
soldati
morti
della
parte
serba.
Al
nono
posto
ci
sono
i bosgnacchi
e i
croati”.
L’anno
scorso
Amnesty
International
ha
pubblicato
un
rapporto
di
condanna
sulla
conduzione
di
lavoro
del
gigante
dell’acciaio
a Prijedor.
Edin
Ramulic
sostiene
che
anche
gli
ex-membri
della
direzione
sono
nuovamente
in
carica.
“Slobodan
Balaban
e Ostava
Marjanovic
, sono
le
stesse
persone
che
hanno
concepito
il
piano
di
dislocamento
del
campo
ad
Omarska
e che
prima
della
guerra
hanno
cacciato
tutti
i lavoratori
di
nazionalità
non
serba.
Ostava
ha
dato
l’ordine
di
far
sparire
alcune
persone
e di
nasconderne
i resti
umani.
Logicamente
non
accetteranno
mai
bosgnacchi
in
servizio”.
Non
molto
distante
da
Omarska
si
trovano
le
colline
boscose
di
Ljubija
e la
corrispondente
miniera
di
ferro.
Anche
questa
è
oggi
di
proprietà
della
Mittal
e territorio
inaccessibile.
Ma
Kemo
conosce
la
strada.
Enorme
cow
boy
dal
comportamento
brutale
e con
più
racconti
di
guerra
dell’intero
paese
minerario.
Con
un
amico
per
l’intera
guerra
si
è
nascosto
dalle
truppe
serbe
nei
boschi
circostanti.
Ha
perduto
ben
72
membri
della
propria
famiglia.
Non
ha
detto
quante
persone
porta
sulla
coscienza.
Con
lunghi
passi
si
fa
largo
nella
galleria,
camminando
sulla
terra
rossa
di
ferro.
Si
ferma
davanti
ad
un
capannone
con
le
pareti
di
lamiera
e le
finestre
distrutte.
“In
questa
macchina
spacca
pietre,
destinata
a separare
il
minerale
dalla
pietra,
hanno
gettato
dei
cadaveri”.
Un
po’
più
tardi
ci
fermiamo
sul
bordo
del
lago
artificiale
mentre
la
superficie
dell’acqua
specchia
i raggi
dell’ultimo
sole.
“E
giacciono
anche
qui…”
La
commissione
per
la
ricerca
delle
persone
scomparse
valuta
che
su
questo
territorio
si
trovino
i resti
di
circa
settecento
persone.
La
Mittal
in
questi
anni
ha
pianificato
che
anche
qui
inizieranno
gli
scavi
per
rifornire
di
minerali
la
zeljezara,
l’industria
ferriera
di
Zenica.
Per
coloro
che
coltivano
la
memoria
il
tempo
diventa
sempre
meno.
Sull'altra
sponda,
su
un
piccolo
sentiero
pedonale
che
esce
dal
bosco
con
lo
sguardo
scorgiamo
un’auto
ferma
lungo
il
bordo
del
lago.
Tre
ragazzi
escono
dal
veicolo
e si
sistemano
sulla
“spiaggia”
con
le
riserve
di
birra.
Attraverso
il
finestrino
dell’automobile
la
musica
dei
Deep
Puple
si
diffonde
oltre
la
superficie
calma
dell’acqua.
Smoke
on
the
water.
A favore
del
Centro
memoriale
nell'ex
campo
di
Omarska
su
internet
è
possibile
sottoscrivere
la
petizione
iniziata
da
Lee
Bryant
e Kemal
Pervanic
, ex-
internati
di
Omarska
e autore
del
libro
The
killing
days;
http://www.headgroups.com/hg/display/om/Online+Petition’
(
autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)