Alla
fine
della
scorsa
settimana
nella
maggior
parte
dei
centri
commerciali
di
Sarajevo
era
difficile
trovare
una
bottiglia
di
olio
o un
chilogrammo
di
farina
e di
zucchero!
I cittadini
all’improvviso
si
sono
lanciati
in
vero
e proprio
piccolo
assalto
ai
negozi,
con
l’intento
di
riempire
le
case
di
scorte
di
generi
alimentari
di
base.
Molti
affermano
che
ciò
sia
stato
causato
da
un
inatteso
aumento
incontrollato
dei
prezzi
di
questi
prodotti.
Tuttavia,
non
sono
pochi
quelli
che
affermano
che
sia
tutto
parte
di
un
“pacchetto
collegato”:
la
paura
della
guerra
ha
innescato
la
catena
di
aumenti,
e il
presentimento
di
un
ulteriore
aumento
ha
costretto
la
gente
ad
acquisti
incontrollati.
Ad
ogni
modo,
oggi
a Sarajevo
l’olio
ha
già
raggiunto
il
doppio
del
prezzo
che
ha
in
Germania
ma
anche
a questa
cifra
non
se
ne
trova
più.
Non
si
rammenta
una
situazione
del
genere
dalla
guerra
ad
oggi.
Allo
stesso
tempo,
il
noto
e carismatico
professore
della
Facoltà
di
diritto
di
Sarajevo,
Zdravko
Grebo,
in
una
lunga
intervista
rilasciata
per
il
settimanale
“Dani”,
spiega
cosa
pensava
quando
di
recente
ha
dichiarato
che
la
“Bosnia
Erzegovina
sta
contando
i suoi
ultimi
giorni”.
In
modo
dettagliato
ha
spiegato
anche
la
possibilità
che
accada
una
nuova
guerra.
Attraverso
le
numerose
trasmissioni
politiche
sui
vari
canali
televisivi
della
BiH,
nonché
in
molti
commenti
dei
quotidiani
e dei
settimanali
in
vario
modo
si
considera
la
(ir)realtà
di
una
nuova
guerra.
Gli
argomenti
pro
o contro
sono
molti
ma
indiscutibile
è
il
fatto
che
la
guerra
in
BiH
sia
improvvisamente
diventato
il
tema
di
cui
ancora
si
parla.
I media
esteri,
oltre
al
resto,
riportano
la
notizia
che
Milorad
Dodik,
premier
della
Republika
Srpska,
già
da
tempo
si
sta
informando
sui
costi
di
stampa
delle
schede
per
votare
al
referendum
sull’indipendenza
della
RS.
Il
referendum
non
potrebbe
passare
tranquillamente.
Mediante
gli
stessi
canali
è
filtrata
anche
la
notizia
secondo
la
quale
in
BiH
oggi
ci
sono
“30.000
tonnellate
di
armi
in
eccedenza
e che
in
mano
ai
privati
si
trova
un
enorme
numero
di
fucili
e pistole”.
Questa,
naturalmente,
è
solo
una
piccola
porzione
dell’atmosfera
generale
che
regna
in
BiH.
Sono
sempre
di
più
quelli
che
ripetono
un
vecchio
detto
popolare:
“Chi
è
stato
morso
dai
serpenti
ha
paura
anche
delle
lucertole”.
Realisticamente,
la
situazione
è
molto
più
seria
di
quanto
si
possa
interpretare
dai
detti
popolari.
Questa
situazione
ha
il
suo
caposaldo,
le
sue
radici
e i
suoi
riflessi
sia
a livello
locale
che
all’estero.
A livello
locale
l’irrequietezza
totale
dei
cittadini
è
stata
accesa
dalla
discussione
di
tre
giorni
all’interno
delle
due
camere
del
parlamento
della
BiH.
Se
qualcuno
fino
ad
oggi
aveva
coltivato
un
minimo
di
speranza
che
i deputati
nel
più
alto
organo
legislativo
dello
stato
potessero
esseri
in
grado
a fare
i conti
in
modo
responsabile
con
la
crisi
evidente
che
imperversa
nel
paese,
si
è
sbagliato
di
grosso.
Una
tale
incapacità,
irresponsabilità,
arroganza
e un
comportamento
scandaloso
rispetto
ai
propri
elettori
si
sono
visti
raramente.
Dopo
tre
giorni
di
risse
e di
incapacità
nel
raggiungere
una
qualsiasi
conclusione
comune
su
come
orientarsi
verso
il
futuro,
il
parlamento
si
è
sciolto
lasciando
ad
un
certo
“gruppo
di
lavoro”
il
compito
di
formulare
quelle
conclusioni
che
non
esistono.
Se
queste
conclusioni
dovessero
mai
esserci,
è
certo
che
su
di
esse
lo
stesso
parlamento
non
si
troverà
d’accordo.
Il
premier
della
BiH
Nikola
Spiric
ha
dato
le
dimissioni
su
richiesta
del
suo
capo
di
partito
Milorad
Dodik
dopodiché
ha
fatto
le
valigie
ed
è
andato
a New
York
a tenere
un
discorso
davanti
al
Consiglio
di
sicurezza
dell’ONU.
L’obiettivo
delle
dimissioni
e l’obiettivo
del
discorso
davanti
all’ONU
era
di
rinforzare
la
tesi
secondo
la
quale
la
crisi
in
BiH
è
stata
innescata
da
Miroslav
Lajcak,
l’Alto
rappresentante
della
comunità
internazionale,
col
suo
insistere
sulle
misure
per
sbloccare
il
processo
delle
riforme
in
BiH.
Il
massimo
del
cinismo
riguardo
a ciò
lo
si
è
sentito
nei
giorni
scorsi
quando
gli
uomini
di
Dodik
al
parlamento
della
BiH
hanno
iniziato
a dichiarare:
“se
non
ci
fossero
state
le
misure
di
Lajcak,
non
ci
sarebbe
stata
nemmeno
la
crisi
in
BiH”.
Le
misure
di
Lajcak,
invece,
erano
rivolte
a sbloccare
l’annoso
e pesante
blocco
dell’assurdo
e inefficacie
sistema
in
BiH
che
ha
portato
alla
crisi.
Un’illustrazione
delle
attuali
relazioni
all’interno
dello
stato
è
la
storia
sulla
lettera
che
il
presidente
della
Presidenza
della
BiH
(quindi
nominalmente
il
capo
dello
stato)
Zeljko
Komsic
ha
inviato
a Spiric
a New
York,
all’indirizzo
del
Consiglio
di
sicurezza
dell’ONU.
In
quella
lettera
Komsic
dice
che
la
visita
di
Spiric
è
“illegale”
e che
lui
in
quel
luogo
non
può
parlare
a nome
della
BiH.
Spiric,
infatti,
ha
dato
le
dimissioni
dalla
funzione
di
premier
e la
Presidenza
le
ha
accettate.
Lui
ritirerebbe
le
dimissioni,
come
sostengono
sia
lui
che
il
suo
capo
Dodik,
se
Lajcak
cancellasse
o cambiasse
radicalmente
le
sue
misure.
L’altro
motivo
di
Komsic
per
la
lettera
inviata
era
che
un
discorso
di
un
premier
dimissionario
non
è
stato
accordato
dalla
Presidenza
della
BiH,
mentre
il
capo
di
stato
collettivo
è
l’unico
incaricato
della
politica
estera
e di
rappresentare
il
Paese
all’estero.
Nikola
Spiric,
invece,
ha
tenuto
il
suo
discorso
al
Consiglio
di
sicurezza
e le
informazioni
che
sono
giunte
a Sarajevo
dicono
che
il
suo
diritto
a parlare
è
stato
sostenuto
dall’ambasciatore
russo
all’ONU?!
Ma
che
coincidenza,
l’intera
vicenda
è
accaduta
mentre
il
ministro
degli
Affari
Esteri
russo
Sergej
Lavrov
rilasciava
una
dichiarazione
ai
media
nel
suo
Paese.
Lavrov,
fra
l’altro,
ha
detto
che
le
recenti
misure
dell’Alto
rappresentante
Lajcak
sono
“incaute
e non
meditate”.
Lavrov
con
ciò,
commentando
l’insolito
lavoro
diplomatico
dell’Alto
rappresentante,
ha
ripetuto
la
tesi
sui
motivi
della
crisi
in
BiH,
ripetendo
quanto
detto
da
Dodik
e dai
suoi
uomini:
“Speriamo
che
la
crisi
innescata
dalle
attività
poco
meditate
e incaute
dell’Alto
rappresentante
Lajcak
venga
superata…”.
Secondo
l’interpretazione
russa,
la
crisi
in
BiH
è
il
frutto
dell’attività
dell’UE
in
BiH
perché
tutti
i paesi
dell’UE
hanno
dato
il
pieno
appoggio
al
lavoro
di
Lajcak
in
questo
Paese.
Il
giorno
stesso
è
giunta
con
sorpresa
la
severa
risposta
da
Bruxelles.
Il
Commissario
europeo
per
l’allargamento
Olli
Rehn
ha
invitato
i politici
in
BiH
“a
non
ascoltare
le
voci
che
provengono
da
Belgrado
e da
Mosca!”.
Con
ciò
Rehn
ha
avvertito
in
tono
molto
severo
Belgrado
che
“la
Serbia
non
sarà
in
grado
di
compiere
il
suo
percorso
europeo
se
continuerà
a immischiarsi
negli
affari
interni
della
BiH”.
L’avvertimento
è
giunto
solo
pochi
giorni
dopo
che
Bruxelles
e Belgrado
avevano
parafato
l’Accordo
di
associazione
e stabilizzazione.
Detto
molto
semplicemente,
non
si
può
più
giocare
a nascondino:
l’UE
in
un
modo
mai
visto
fino
ad
ora
si
è
opposta
al
fronte
che
sta
seguendo
Mosca
nella
politica
regionale,
con
le
sue
filiali
a Belgrado
e a
Banjaluka.
L’ombra
di
una
“soluzione
strategica”,
che
mette
nello
stesso
pacchetto
il
Kosovo
e la
Republika
Srpska,
si
è
trasferita
dal
terreno
dei
disaccordi
tattico-politici
al
terreno
dei
problemi
strategici.
La
paura
di
una
nuova
guerra,
però,
non
è
solo
questione
dei
summenzionati
detti
popolari
sui
serpenti
e le
lucertole.
La
cosa
si
è
fatta
seria
e per
far
sì
che
finisca
in
bene,
evidentemente,
serve
che
si
attivino
le
forze
politiche
e le
altre
forze
che
sanno
andare
oltre
i modelli
della
Bosnia
Erzegovina.
Fino
ad
allora,
il
problema
dell’olio,
della
farina
e dello
zucchero
è
il
problema
minore
che
ai
bosniaci
possa
accadere.
Se
ci
si
limiterà
a questo,
dicono
qui,
andrebbe
benissimo!
(autorizzazione
alla
riproduzione
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