Le
elezioni che si sono recentemente tenute in Kosovo hanno dato una
vittoria “di minoranza” al Partito Democratico del Kosovo,
guidato da Hashim Thaci, il generale dell’Esercito di Liberazione
del Kosovo trasformatosi in uomo politico. Il PDK ha conquistato
infatti circa il 34% dei voti espressi dal 43% della popolazione
kosovara, cioè dalla minoranza che ha votato. In altre parole,
ha ricevuto il consenso di solamente il 15% della popolazione. Guidando
il partito di maggioranza relativa Thaci guiderà quindi anche
il Governo. Dovrà dimostrare, peraltro, di essere un uomo
di stato, rappresentando la volontà di tutti i cittadini
del Kosovo, con particolare attenzione a quelli di origine serba.
La troika delle Nazioni Unite (composta da Unione Europea, Russia
e Stati Uniti) ha negoziato con Kosovo e Serbia per cercare di raggiungere
un accordo che consenta di riconoscere l’indipendenza del
Kosovo e di stabilire tutte le intese necessarie a proteggere le
minoranze e a far funzionare il rapporto tra i due paesi, così
come è già avvenuto, molto pacificamente, tra la Serbia
ed il Montenegro. La proposta del rappresentante della Unione Europea,
il diplomatico tedesco Wolfgang Ischinger, mirava a regolare i loro
rapporti come fecero nel 1972 le due Germanie, stabilendo tutto
il necessario per il funzionamento del rapporto bilaterale, senza
peraltro definire lo “status”, che rimase invariato.
Naturalmente, la troika avrebbe dovuto garantire che, se l’accordo
fosse stato concluso, non vi sarebbe stata una dichiarazione unilaterale
di indipendenza o se essa fosse stata resa (essendo unilaterale),
né gli Stati Uniti, né tanto meno gli Stati che fanno
parte dell’Unione Europea, la avrebbero riconosciuta. Il Consiglio
Affari Generali e Relazioni Esterne della Unione Europea (composto
dai 27 ministri degli Esteri) si è già mosso in questa
direzione, invitando l’istituendo governo del Kosovo a non
dichiarare unilateralmente l’indipendenza del paese.
Se ciò dovesse invece accadere, è quasi certo che
una Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza (UDI) sarebbe resa
dalla metà serba della città di Mitrovica e probabilmente
anche dalla regione serba della Bosnia, la Repubblica Srpska, come
già annunciato da entrambe. Si inizierebbe, quindi, una serie
di dichiarazioni di indipendenza unilaterale che metterà
a rischio la stabilità dei Balcani e che potrebbe anche destabilizzare
la Moldavia (con il riconoscimento russo dell’indipendenza
della Transnistria) la Georgia, con il riconoscimento russo delle
UDI rese, a suo tempo, dalla Abkhazia e dall’Ossetia del sud.
Quest’ultima crisi potrebbe vedere a confronto truppe georgiane
e truppe russe, già in Abkhazia e nell’Ossetia del
sud sotto il cappello CIS, appoggiate quest’ultime da significative
manovre di forze russe, anche pesanti, che si possono spostare liberamente
sino al confine, avendo perso efficacia il Trattato sulle Forze
Convenzionali in Europa (CFE). La tensione regionale diventerebbe,
quindi, una crisi internazionale, fortemente aggravata se all’UDI
del Kosovo seguisse sollecitamente il riconoscimento degli Stati
Uniti ( purtroppo, già impegnati a farlo) e poi, quello dei
maggiori Stati europei, che stanno ancora discutendo.
Un cambiamento di “status”, cioè una misura di
riconoscimento formale per un Kosovo che già è di
fatto indipendente e protetto da un forte contingente di truppe
della NATO (che dovrebbero diventare solamente europee), verrebbe
a innescare “alla balcanica” una forte crisi internazionale,
che se fossimo agli inizi del secolo scorso potrebbe creare i presupposti,
addirittura, per l’inizio di un conflitto mondiale.
Per nostra fortuna viviamo in questo secolo e, forse, siamo anche
più razionali. L’Europa, in particolare, nel corso
dell’ultimo Consiglio dei Ministri degli Esteri, come già
detto, ha rivolto al Kosovo un forte invito a non procedere unilateralmente,
facendo sprofondare i Balcani, e non solo questi, in una profonda
crisi. L’aspettativa è che tutti i cittadini del Kosovo
riflettano sull’opportunità, o meno, di strillare che
sono indipendenti, quando già lo sono da tempo e lo saranno
per sempre, se lo vorranno, con la garanzia delle truppe ora della
NATO e poi dell’Unione Europea. Rendiamo piuttosto non controverso
questo periodo di transizione dalla tutela euro- atlantica a quella
strettamente europea, che può avvenire solamente in un quadro
giuridico stabile, cioè riconosciuto da tutti come tale.
L’Unione Europea ha già deciso di attivare al massimo
i negoziati necessari per l’ingresso del Kosovo e della Serbia
nella Unione stessa ed in tale contesto negoziale potranno essere
chiariti e definiti tutti gli elementi necessari a soddisfare ragionevolmente
ogni esigenza che sarà rappresentata dai serbi, dai kosovari
e da ogni minoranza che abbia il desiderio di chiedere qualcosa.
Non vi è alcun dubbio che alla fine del percorso negoziale
il Kosovo arriverà in Europa con uno Stato organizzato ed
efficiente, in grado di gestire il paese che sarà anche formalmente
indipendente, avendo regolato i rapporti con la Serbia e con tutte
le minoranze, tenendo attentamente conto dei loro interessi politici,
economici, sociali e culturali, nonché salvaguardando i siti
che ricordano il loro contributo alla storia del paese. L’Europa
vuole un Kosovo sviluppato e civile e non un altro “fallimento
balcanico”!
Per la stabilizzazione della regione è, infine, auspicabile
che la Bosnia Erzegovina, avendo superato le recenti difficoltà,
si decida a proseguire attivamente il negoziato per l’adesione
all’Unione Europea. In tale contesto, tutto potrà essere
discusso e concordato, anche l’evoluzione dell’attuale
struttura “quasi federale” della Bosnia Erzegovina,
che riconosca maggiori margini di libertà d’azione
alla Repubblika Srpska e più capacità operativa al
Governo centrale, purché tale evoluzione sia consensuale
e perseguita nei tempi necessari.
Alla fine, si dovrà convenire un pacchetto di misure di transizione
che includa una revisione del trattato di Dayton, se necessaria,
e una dichiarazione di indipendenza del Kosovo, consensualmente
concordata e, pertanto, non unilaterale. Per il pacchetto di misure
non vi dovrebbe essere l’opposizione della Serbia, né
tanto meno quella della Russia. L’integrità del trattato
di Dayton, poi, non potrà essere al centro delle valutazioni
di sicurezza nazionale degli Stati europei, né tanto meno
di quelle degli Stati Uniti, geograficamente lontani. Tutti, quindi,
dovrebbero essere in grado di esprimersi in favore dell’adozione
da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di una risoluzione
che riconosca la dichiarazione di indipendenza del Kosovo e, se
necessario, la eventuale modifica del trattato di Dayton.
Nell’Unione Europea, infine, verrebbero quindi a trovarsi
il Kosovo, quale Stato indipendente, oltre alla Serbia e ad una
Bosnia Erzegovina, ancora più federale, che già sono
Stati indipendenti, ma ciò che più conta vi si troveranno
le popolazioni di questi paesi, meglio amministrate con norme europee,
economicamente più agiate e libere, come mai hanno sperimentato
in vita loro.
Guardate il percorso svolto da Irlanda, Portogallo e Spagna, da
quando sono entrati nell’Unione Europea sino ad oggi, e iniziate
a percorrere la stessa strada, gli europei saranno lì ad
aiutarvi, nella misura del nostro e del vostro interesse.
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