Il
filosofo greco Eraclito sosteneva che il cambiamento sia l'unica
costante, e sarei incline ad essere d'accordo, perlomeno avendo
presente i recenti sviluppi politici in Bosnia Erzegovina, se non
fosse per la preoccupazione della natura di questi cambiamenti che
avvengono in un contesto dove niente sembra in realtà mutato.
Se le dinamiche sociali sono un processo circolare che ci porta,
in continuazione, al punto di partenza la frustrazione è
alle porte. In quel caso sarebbe forse meglio dimenticare tutti
i tentativi di riflettere su queste dinamiche sociali e di rivolgere
gli studi all'unità mistica della natura che ci circonda
o, eventualmente, riflettere sul fatto che la collina poco distante
dalla propria casa è, in realtà, un'antica piramide.
Ieri eravamo nel bel mezzo di un'insormontabile crisi politica,
seguita da una risvegliata paranoia collettiva della guerra con
i prezzi degli alimenti base che schizzavano alle stelle, mentre
oggi noi (Tu? Loro?) avviamo il processo per la firma dell'Accordo
di stabilizzazione e associazione.
Alti funzionari lodano il governo della BiH e il suo approccio responsabile
rispetto all'integrazione europea e un futuro che, secondo l'agenzia
stampa Fena amplificata poi da altri media, è luminoso. Si
può trattare dello stesso futuro che nelle scorse settimane
sembrava così scuro e incerto, come sostenevano i media internazionali
e la stessa Fena?
La discrepanza tra le due situazioni del tutto opposte che mutano
continuamente come se si trattasse di un film di Holliwood lascia
dei vuoti con i quali non si potrebbe vivere se non esistesse un
termine inventato dopo la guerra (la guerra è, tra l'altro,
la prinmcipale misura del tempo qui, dividento il tempo in un “prima”
e in un “dopo”), un mantra, che va ben oltre il suo
specifico significato, l'unica sola risposta a questo universale
sbigottimento nei confronti della vita. La parola magica in Bosnia
Erzegovina è “normala”, seguita, regolamente,
da uno scrollare di spalle.
“Normala” è la unica e più comune reazione
ad ogni situazione. Si dice “normala” se il tuo migliore
amico rimane infognato nell'eroina; è “normala”
avere in città “3000” tossicodipendenti; è
“normala” che i parlamentari percepiscano il proprio
salario per fare capricci, che non ci sia nessun cinema, di lavorare
sul mercato nero e anche l'inizializzazione dell'SAA. Sarebbe “normala”,
inoltre, anche se non lo avessero inizializzato. “Normala”
ci protegge da ogni follia.
Vorrei, ciononostante, saltar dentro in questa follia e chiedere
come sia possibile che si abbia una crisi politica così grave,
accompagnata da paure di una nuova guerra e prezzi che schizzano
alle stelle, e poi, il giorno dopo, fare ampi passi verso l'UE.
Posso essere confuso, ma questo non significa che io voglia essere
fottuto da dei pazzi (per definire in modo politically correct altre
parole impronunciabili). D'altro canto, se devo essere quello fregato,
vorrei almeno capire chi e perché crea queste tempeste prima
della calma e ci accompagna in questo viaggio circolare.
Queste tempeste politiche sono responsabilità dei politici
locali per distogliere l'opinione pubblica dalla loro partecipazione
nei crimini di transizione-privatizzazione e dei milioni di marchi
convertibili aspirati dalle nostre tasche? Sono per caso questi
periodi di calma iniziative forzate dai funzionari internazionali
per impedire e bloccare eventuali problemi che potrebbero ridisegnare
gli assetti regionali? Cosa rappresentiamo noi cittadini su questa
strada spazzata dai venti? La calma sopraggiunta porterà
pace, vera pace sociale e sicurezza, o rappresenta esclusivamente
l'accettazione dell'agonia e dello sprofondare sempre più
in basso? Potrebbe largamente dipendere da noi, tenendo a mente
che “sulla superfice delle espressioni di tempo pseudo-ciclico,
la suprema cifra dei nostri tempi risiede ancora solo dove, seppur
nascosta, risiede l'ovvia necessità di rivoluzionare le regole”.
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