Il
mese dei godimenti festivi, degli auguri, delle dichiarazioni ottimistiche,
dei brindisi allegri e della chiusura degli occhi davanti ai problemi
è terminato. Quest’anno, come raramente capita, i vari
calendari sono coincisi al punto che tutte le festività sono
cadute nel periodo che va dalla metà di dicembre alla metà
di gennaio. Le persone inclini alle barzellette hanno enumerato
nel seguente modo le occasioni di celebrazione di questo periodo:
il Bajram musulmano, il Natale cattolico e quello ortodosso, il
Capodanno e la parafa dell’Accordo di associazione e stabilizzazione…
La famosa “parafa” di suddetto Accordo, che di per sé,
in senso prettamente tecnico, non significa proprio nulla, è
stata oggetto da parte dei media e dei politici di un'attenzione
di gran lunga superiore a quella rivolta a tutte le altre feste
messe insieme. Ovviamente non va dimenticato che con questo “grande
passo della BiH verso l’UE” sia a Bruxelles che a Sarajevo
sono stati tutti ugualmente contenti. Chi non è abbastanza
addentro al reale stato delle cose potrebbe pensare che in base
all’entusiasmo mostrato per la parafa dell’accordo la
sfortunata Bosnia sia stata quasi accolta nell'Unione europea.
Le speculazioni sul fatto che l’Accordo sarà firmato
“già in gennaio”, che la riforma della polizia
si concluderà “entro marzo” e che la nuova costituzione
vedrà la luce “subito dopo”, sono state ripetute
innumerevoli volte dai media locali. Secondo questo scenario euforico
la BiH già entro la fine di quest’anno potrebbe diventare
candidato dell’Unione europea?!
Nei Balcani, però, la via che porta dalle promesse verbali
fino al loro rispetto è sempre incomparabilmente più
lunga di quanto ci si aspetti quando si fanno suddette promesse.
Dopo le feste la prima doccia fredda per gli irriducibili ottimisti
della Bosnia è giunta dalla Slovenia. Janez Jansa, premier
dello stato che dal primo gennaio ha assunto la presidenza dell’Unione,
apertamente, in una delle prime uscite a nome dell’Europa,
ha avvertito che in questo momento “la Bosnia Erzegovina è
un problema maggiore del Kosovo”. Il suo messaggio è
che “il futuro della BiH, divisa in due entità, rappresenta
una seria minaccia per la stabilità dei Balcani…”.
Le reazioni alla dichiarazione di Jansa sono tonanti. Alcuni hanno
visto nella dichiarazione di Jansa quasi un complotto contro la
Bosnia per la quale “di tanto in tanto c’è sempre
qualcuno che tira fuori le maliziose idee sull'insostenibilità
e lo sfacelo”. I più razionali ma anche i più
diplomaticamente saggi hanno letto la dichiarazione del premier
sloveno come la prova che l’UE è cosciente del fatto
che “la Bosnia con l’Accordo di Dayton e le due entità
non ha alcuna prospettiva e per questo appoggiano un cambiamento
immediato e radicale della costituzione di Dayton a vantaggio della
creazione di uno Stato più efficente”.
L’intera vicenda sulla dichiarazione di Jansa evidentemente
è un “riscaldamento della situazione” alla vigilia
del dibattito che seguirà e che è condizione per l’ulteriore
spostamento della BiH dal suo punto morto. Sulla base delle promesse
di dicembre che Sarajevo ha fatto all’Europa è chiaro
che nel più breve tempo possibile devono essere risolte almeno
due cose: la prima riguarda il portare a termine la riforma della
polizia e subito dopo scartare il pacchetto più doloroso,
la Costituzione.
In entrambi i casi si tratta della necessità di cambiare
le fondamenta dell’attuale ambiente politico della Bosnia.
All’oligarchia di governo, però, sembra che vada a
genio lo status quo, benché affermino il contrario. Lo stato
attuale è il paradiso per le ruberie, la criminalità,
la corruzione che regnano tuttora. La transizione economica del
paese non è ancora terminata, e la privatizzazione criminale
pure. È difficile credere che i politici si affretteranno
a creare istituzioni democratiche sulla base della legge e del diritto.
Ovviamente, non bisogna dimenticare nemmeno il blocco totale creato
dalla irrisolta questione del Kosovo. L’Europa è in
una posizione delicata rispetto alla Serbia, le posizioni all’interno
di essa rispetto alla situazione in quel paese non sono unitarie,
e la Bosnia Erzegovina è già da anni, con molti altri
paesi circostanti, ostaggio di questa situazione.
A dispetto delle euforiche e reciproche promesse che Bruxelles e
Sarajevo si sono scambiati in modo euforico alla vigilia di Natale,
la situazione è la seguente: la riforma della polizia molto
ma molto difficilmente sarà realizzata nei tempi previsti,
anzi. La Republika Srpska non rinuncia alle sue intenzioni di mantenere
ad ogni costo la propria struttura poliziesca all’interno
della polizia statale. Loro vedono la polizia come elemento di statalità
della propria entità e su questo non cedono. L’esercito
delle entità se ne è già “andato”
con l’unificazione a livello statale, quindi la polizia è
rimasta come unico “custode del territorio statale”.
Essa, pertanto, va mantenuta ad ogni costo. Agli altri cittadini
della BiH questa intenzione è chiara e per questo motivo
non possono accettare questa condizione di Banja Luka. I leader
della Republika Srpska hanno saggiamente stimato che in questo momento
non verrà esercitata su di loro una grande pressione dall’esterno.
Tanto per la debolezza dell’Europa verso la Serbia nel momento
del chiarimento della questione del Kosovo, quanto anche per le
drammatiche elezioni presidenziali a Belgrado e l’influenza
della Russia in tutta questa storia.
Con la Costituzione la situazione è ancora più chiara.
I politici locali hanno unitariamente promesso all’Europa
“una immediata ed efficace riforma della Costituzione”
e con questa promessa a dicembre hanno salvato la testa a se stessi
e anche all’Alto rappresentante della comunità internazionale,
Miroslav Lajcak. Dopo di che tutti hanno potuto tranquillamente
andare a sciare. Ma la cosa riguardo la Costituzione è la
seguente: sia i bosgnacchi che i serbi che i croati hanno più
o meno posizioni diametralmente opposte sulla futura organizzazione
dello stato.
A Banja Luka sono pronti “ad ogni variante di Dayton che non
tocchi né organizzativamente né territorialmente la
Republika Srpska”. Apertamente dicono che la Republika Srpska
è una categoria durevole, e che la “BiH non deve esserlo”.
I croati sono a favore di una terza entità, più il
distretto di Sarajevo. Ciò, con qualsiasi variante, mette
in questione il territorio dell’attuale Republika Srpska,
cosa che i politici di Banja Luka non vogliono nemmeno sentire.
Dicono: che facciano della seconda entità che si chiama Federacija
due nuove entità, e la RS rimane là dove è
con le attuali frontiere. Infine, i bosgnacchi sono a favore di
uno stato composto da più regioni che sarebbe fondato su
criteri multietnici, economici, geografici, storici e su altri criteri
rilevanti. Essi sono tutti fermamente contrari ad ogni tipo di concessione
su questo punto.
In questo momento, quindi, non esiste un solo argomento che indichi
che la situazione tra gli attuali oligarchi nazionali sia diversa
rispetto a tre mesi fa, quando sul paese volteggiava la grande crisi
creata artificialmente. Tutti concordano che “nel più
breve tempo possibile firmeranno l’Accordo di associazione
e stabilizzazione”. Ovviamente, sanno che la condizione per
suddetta firma è la riforma della polizia e la riforma della
Costituzione. E tutti insieme sono arrabbiati per la dichiarazione
di Jansa il quale “non ha il diritto di mettere in questione
il futuro della BiH”.
Per un semplice osservatore dell’intera situazione questa
storia potrebbe essere definita come la “quadratura del cerchio”.
Nessuno sa chi e come sarà risolta. L’unica consolazione,
dicono i cinici, è che non si sa nemmeno come verrà
risolta la questione del Kosovo, ciò nonostante in molti
sono ottimisti. Questa è la Bosnia dopo le feste e alla vigilia
di una nuova bufera che, sicuramente, è l’unica certezza.
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