“Maja
è grave”, un laconico messaggio ha girato il mondo
virtuale dei bosniaci sparpagliati, dopo la guerra, dall'Irlanda
alla Nuova Caledonia, dalla Norvegia all'Australia, dalla Russia
al Sud America.
Un frenetico scambio di "cosa fare e come aiutarla", dimostrava
quanto ci tenessimo a Maja F..
Chi è Maja F.?
La chiamiamo Majica, usando il diminutivo del suo nome, come si
fa con i bambini. Eppure intere generazioni di giornalisti, e non
solo, sarajevesi sono in qualche modo i figli di Maja.
È stata Maja ad insegnarci il mestiere giornalistico, l’importanza
della tenacia e l’etica nel farlo, la responsabilità
della parola pubblica. Ci guidava nella professione verso un rapporto
onesto tra noi stessi e il giornalismo. Non giudicava mai, ma l’opinione
l'aveva sempre.
Seguendo un grosso scandalo pubblico a Sarajevo, mi sentivo confusa
e troppo giovane per affrontare i personaggi importanti coinvolti;
ho chiesto a Maja F. come procedere. “Seguendo la tua coscienza
e strettamente i fatti”, mi ha detto.
Oggi può sembrare una cosa ovvia, ma in Bosnia negli anni
Settanta dove regnava un comunismo “hard”, era un approccio
coraggioso.
I giornalisti che sono cresciuti con Maja F. erano gli stessi che
durante la guerra hanno reso celebre il quotidiano di Sarajevo “Oslobodjenje”
.
Nel 1992 “Oslobodjenje” fu dichiarato il migliore quotidiano
nel mondo per l’eroismo e la professionalità dei giornalisti.
Nella mattina i giornalisti distribuivano le copie del giornale,
poi scrivevano gli articoli.
Tutto succedeva sotto le bombe (una media di 329 proiettili cadeva
su Sarajevo ogni giorno d’assedio, e nel 22 luglio 1992, addirittura
3777 granate furono sparate sulla città (UN Final report).
I giornalisti - come il resto dei sarajevesi - soffrivano di freddo,
di fame, inoltre subivano la pressione dei politici e dei criminali
per quello che, e come scrivevano, affrontavano i drammi famigliari,
la morte dei cari (vedi Tom Gelton ”Sarajevo’s daily”).
Neanche un giorno hanno cessato di produrre il giornale. È l'unico
caso nella storia del giornalismo del mondo.
Maja F. è una donna raffinata, ha un viso dolce e bello,
gli occhi grandi e uno sguardo intelligente. La sua statura minuta,
è in tagliante contrasto con il suo personaggio forte.
Nonostante il suo talento, Maja F. non ha fatto una grande carriera
giornalistica. Nell’“Oslobodjenje”, principale
quotidiano della Bosnia Erzegovina, non è andata oltre il
posto di redattore nella sezione di cronaca della città,
cioè la sezione per i principianti.
Molto delicata con gli altri, Maja F. è altrettanto riservata
con la sua storia personale. Raccogliendo i frammenti, qua e là,
ho potuto ricostruirla.
Da giovane giornalista, Maja F. prometteva tanto. Negli anni Sessanta
la sua carriera si profilava splendida. All’epoca, la Jugoslavia
appena usciva dalle rovine e dalla miseria nella quale era rimasta
dopo la Seconda Guerra Mondiale. Apparivano i primi segni di benessere.
Il controllo del regime cessava un po’ ovunque. Gli intellettuali
facevano l’avanguardia di quelli che domandavano ancora più
libertà. Maja F. faceva parte di quel gruppo.
Un membro del gruppo, Mihajlo Mihajlov, dopo la visita in Russia
ha pubblicato una serie di testi su scrittori e poeti russi-dissidenti.
Alcuni, come il poeta Bulat Okudzava, furono per la prima volta
presentati all'Occidente (v.: "Estate a Mosca 1964", Giovanni
Volpe Editore, Roma, 1966). Ma la cosa non è piaciuta a Mosca.
L’ambasciatore russo era intervenuto personalmente presso
il governo della Jugoslavia, perché fosse fermata la pubblicazione
dei testi di Mihajlov. Per salvare i rapporti tra i due paesi appena
rimessi dopo la morte di Stalin, fu Tito, in persona, che, in uno
dei suoi discorsi pubblici, accusò Mihajlov.
Mihajlo fu incolpato per “la propaganda contro-rivoluzionaria,
dichiarato "un nemico del popolo”, e condannato alla
prigione.
I tempi erano duri, uno poteva trovarsi nei guai soltanto per conoscere
una persona che portava un'etichetta così grave, così
pesante. La gente, per salvarsi, abbandonava gli amici, si staccava
dai famigliari, lasciava conoscenti.
Anche a Maja F. fu consigliato di lasciar perdere Mihajlov. Fu interrogata
varie volte dalla polizia segreta, il suo telefono regolarmente
intercettato, certi colleghi avevano il compito di sorvegliarla.
Ma tutto invano. Maja F. non si è lasciata intimidire. Visitava
regolarmente Mihajlov in prigione. Cosi siglò la sua carriera
giornalistica.
Lasciata la prigione, Mihajlo Mihajlov, si trasferì negli
Stati Uniti dove diventò un importante scrittore e saggista;
ha insegnato nelle più importanti università americane.
Durante l’ultima guerra in Jugoslavia, Maja F. è rimasta
a Grbavica, la parte di Sarajevo occupata dai serbi. Passarono un
paio di mesi dall'inizio della guerra, prima che mi arrivasse la
notizia che Maja F. era viva.
Quasi parallelamente, nell'agosto del 1992, Mihajlo Mihajlov scriveva
per Nasa Borba - l’unico quotidiano libero nella Serbia di
allora - l'articolo “Io sono un Sarajevese”. Difendeva
la Bosnia e Sarajevo come “multiculturale, multireligiosa
e multinazionale” e sottolineava che “sono etnicamente
pulite solo le primitive e barbare province”.
Nella cacofonia della maggioranza degli intellettuali serbi che
profilavano Sarajevo e la Bosnia come il covo del male, la dichiarazione
pubblica di Mihajlov fu come un dito in un occhio al regime di Slobodan
Milosevic.
Lamentandosi della sorte di Sarajevo, Mihajlo Mihajlov scrisse “che
purtroppo non aveva nessuna notizia di una donna eccezionale, la
persona di più elevata cultura che avesse mai incontrato
nella sua vita”, appunto Maja F.
Trovai il modo di fargli sapere che Maja F. era viva, ma che aveva
bisogno di aiuto. Iniziò cosi e durò per tutto il
periodo della guerra, la corrispondenza tra Maja F. e il resto del
mondo.
I corrieri, amici dei serbi che potevano oltrepassare il confine,
portavano le lettere di Maja, da Grbavica a Belgrado, e io tramite
i giornalisti stranieri le inviavo ai destinatari.
Una volta stabilito il contatto con Maja F., vecchi amici, colleghi,
conoscenti sono corsi ad aiutarla: Jelena, Bozana, Bjanka, Miro,
Hajdar, Kemo. Questi nomi, per chi conosce la Bosnia, dimostrano
che provenivano da tutte le nazionalità.
Così un importante ufficiale serbo portava a Maja la legna,
le arrivavano le medicine dalla Comunità Ebraica di Belgrado,
una collega che si era messa dalla parte dei serbi nazionalisti
andava a trovarla.
Purtroppo, ci giunsero le voci che Maja F., nei primi giorni dell'attacco
dei serbi, fu derubata, addirittura le avevano portato via i denti
d’oro, e che per un pelo si era salvata da un tentativo di
stupro. Aveva più di 65 anni.
Nessun cenno su questo nelle lettere di Maja. Anzi ci incoraggiava
dicendo: "presto tutto finirà e ci troveremo a bere
il caffé come una volta".
Scriveva di un circolo delle donne di Grbavica che si riunivano,
di nascosto, ogni giovedì. Ognuna portava un libro, un pezzo
di giornale strappato, una rivista e discutevano per “non
impazzire”. Mi pregava di mandarle i giornali, anche vecchi,
perché avevano bisogno di sapere cosa stava succedendo nel
mondo.
Alla fine della guerra, sono corsa da Maja F. L'ho trovata elegante,
come sempre, portava i capelli tirati su. Ho notato subito che le
mancavano gli antichi orecchini. Mentre parlava, con una mano (le
unghie, come sempre, le aveva laccate in rosso) si copriva la bocca
e mentre parlava farfugliava un po’. Sulle dita non aveva
più due anelli con i brillanti, ereditati dalla madre.
“Majice, ma è vero...”
Mi interruppe dolcemente, ma decisa: ”Anima mia, sono successe
cose terribili. Ma noi, sai, possiamo parlare e nominare solo quelli
che ci hanno aiutato”.
(autorizzazione alla riproduzione concessa) |