Da
tempo ormai gli abitanti della Bosnia Erzegovina dimostrano che
la capacità di valutare la propria situazione non è
esattamente il loro punto più forte. Nessun popolo dei Balcani
negli scorsi decenni ha fallito così tante volte nel comprendere
quanto stava loro accadendo e quanto era in procinto di accadere.
Se non fosse tragico sarebbe comico, basti pensare alla convinzione
con cui i cittadini di Sarajevo affermavano che la guerra in Bosnia
sicuramente non ci sarebbe stata, anche quando quella guerra già
divampava tra gli abitanti del neo-proclamato Stato. I politici
facevano a gara con le loro dichiarazioni ottimistiche, e i cittadini
sedevano nelle kafane mentre Vukovar, Dubrovnik, Zvornik e Focıa
andavano a fuoco.
L’ottimismo irreale ha continuato a diffondersi anche più
tardi, quando persino ai ciechi era chiaro quanto stava accadendo.
Gli abitanti di Sarajevo, all’inizio del più lungo
assedio della storia contemporanea, prima credevano che i “disordini”
sarebbero durati solo una o due settimane e che tutto si sarebbe
risolto tranquillamente e senza spargimento di sangue. Quelli che
uscivano dalla città portavano camicie e magliette a maniche
corte per un viaggio di 15 giorni. Per la maggior parte di loro
quel viaggio dura ormai da 16 anni. Molti non faranno mai più
ritorno. La gente poi era convinta che le Nazioni Unite avrebbero
posto fine alla guerra per vie politiche. Del resto l’ONU
serve anche per assicurare la vittoria della giustizia. In teoria
sì, in pratica no. Tutti a quel tempo erano convinti che
gli aerei americani con qualche bombardamento avrebbero scacciato
i criminali che distruggevano la città dalle montagne circostanti.
L’assedio è cominciato nell’aprile del 1992,
e gli aerei sono arrivati solo nell’inverno tra il 1995 e
il 1996. Non sono arrivati quando la Bosnia ne aveva bisogno, bensì
quando ne avevano bisogno l’America e l’Europa.
Nel frattempo, le Nazioni Unite avevano dichiarato delle “aree
protette” in Bosnia Erzegovina garantendo la sicurezza degli
abitanti di queste zone con forze armate internazionali. Tra le
suddette zone era compresa anche Srebrenica. Si sa cosa è
accaduto lì. Coloro che sono sopravvissuti alla guerra, ed
erano presenti nel 1996, erano sinceramente convinti che gli esiti
degli accordi di Dayton, condotti sotto la direzione di Richard
Holbrook, sarebbero stati la costruzione di un giusto, moderno,
contemporaneo Stato europeo costituito sulla base del diritto e
delle convenzioni internazionali.
L'accordo è stato firmato. Da un lato ha fermato la guerra,
dall'altro ha costituito uno Stato che non assomiglia a nessun altro
Stato al mondo, e che semplicemente non può funzionare: due
“entità” costitutive, tre popoli costitutivi,
due sistemi costituzionali interni completamente differenti, una
ventina di “governi” e più di 150 diversi ministeri,
due popoli con doppia cittadinanza e uno con una soltanto, i bambini
divisi in modo razzista nelle scuole in base alla nazionalità,
criminali al potere, innumerevoli leggi in assoluta contraddizione
con tutte le convenzioni sui diritti umani vigenti al mondo, un
protettorato in pratica completo ma formalmente non riconosciuto
della comunità internazionale, un’economia danneggiata
e saccheggiata... E' questa la realtà dell’attuale
Bosnia Erzegovina “di Dayton”.
Gli abitanti sono stanchi delle false promesse ma, paradossalmente,
continuano ad essere eccessivamente ingenui. Anche se consapevoli
di ciò che li circonda, in un qualche incredibile e irrazionale
modo continuano a sperare in meglio. Gli occhi sono puntati sugli
imbroglioni del luogo, sugli speculatori di guerra e sulla cosiddetta
comunità internazionale. Questa “comunità”
- riguardo alla Bosnia Erzegovina (e non solo) - non ha né
una strategia, né un’opinione, né un progetto
concreto.
La visita dell’“architetto di Dayton” Richard
Holbrooke, nei giorni scorsi, ha mostrato in modo paradigmatico
tutta l’impreparazione del mondo a cogliere il nocciolo di
questa questione. Anche se il suddetto signore non rappresenta oggi
un fattore essenziale per decidere cosa ne sarà della Bosnia,
il suo comportamento durante il soggiorno a Sarajevo e Banja Luka
è un’immagine perfetta di ciò che qui si sostiene.
L’americano, prima di tutto, non è disposto a riconoscere
il totale fallimento della propria opera nemmeno di fronte alle
innumerevoli prove dell’effetto catastrofico degli accordi
di Dayton sulla vita della Bosnia Erzegovina. La vanagloria, l’egoismo
e l’arroganza politica sono molto più importanti per
la maggior parte di queste persone del “grande mondo”
rispetto al destino di qualche piccolo popolo o piccolo Stato. Questo
destino diventa interessante per loro soltanto nel momento in cui
minaccia qualche loro “grande” interesse. Questo, ovviamente,
non è niente di nuovo nella politica mondiale, me è
affascinante quanto continui a passare ancora tra i poveri bosniaci.
Tredici anni dopo l’inizio del fallito esperimento chiamato
“Bosnia Erzegovina di Dayton”, Holbrooke continua a
giustificare la sua idea: uno Stato multinazionale costituito esclusivamente
su base etnica.
Il culmine del cinismo nelle dichiarazioni di Holbrooke è
la sua preoccupazione per il rispetto della completa divisione nazionale
nelle scuole in cui si imparano tre diverse e del tutto contrapposte
versioni della storia di questo Stato. Addirittura, ingenuamente,
pone l’attenzione su come gli autori di tale sistema “non
capiscano che un tale metodo di educazione dei bambini creerà
le condizioni per un nuovo conflitto tra 20 anni...”
Dal momento che questo sistema è prodotto sulla logica della
sua idea di Dayton, è davvero ironico stupirsi e chiedersi
da dove provenga questo sistema scolastico in Bosnia Erzegovina.
Decisamente molto più ironico, addirittura impudente, sarebbe
non vedere che in questo caso non si tratta dell’incomprensione
del fautore del segregazionismo nelle scuole, ma del progetto mirato
dei nazionalisti e politici locali instaurati con Dayton.
L’obiettivo è produrre un’ultima divisione non
solo fisica, ma anche mentale, fino al livello di assoluto odio
e incomprensione tra le diverse nazioni. Questa produzione di odio
è la condizione per il progetto di una futura divisione dello
Stato e, se necessario, anche per il reclutamento di nuova carne
da macello. È segreto pubblico che più del 90% dei
bambini di oggi che vivono a Sarajevo non sono mai stati a Banja
Luka, e viceversa. La cosa peggiore è il fatto che la stragrande
maggioranza di loro non vuole percorrere quei 200 km, un po’
per odio, un po’ per paura.
Il problema della Bosnia Erzegovina oggi è nella consapevole,
organizzata e pianificata distruzione del tessuto sociale e nella
educazione forzata delle nuove generazioni allo spirito di un nazionalismo
avanzato che porta al fascismo. Il progetto è quello di un
danneggiamento a lungo termine della memoria di tutto quanto da
sempre è comune. I principali esecutori dei lavori di questo
progetto sono i politici corrotti e i criminali che l’idea-Dayton
di Holbrooke ha amnistiato e che oggi, nello sgretolato regno dell’anarchia,
vedono il paradiso per la propria delinquenza. Sono comprese anche
le comunità religiose, politicizzate in modo isterico, che
non si occupano affatto del cielo, ma soprattutto degli appetiti
di questa terra, degli interessi e degli affari. Sono compresi,
in modo significativo, anche i mezzi di comunicazione manipolati
e controllati dagli attori precedentemente nominati.
Il signor Holbrooke e i suoi simili non vogliono vedere tutto questo,
perchè non si accorda con l'idea del grande “successo”
di Dayton. Il dramma della Bosnia Erzegovina, invece, non si trova
in questo. Sta nel fatto che coloro che lo vedono, soprattutto coloro
che ne sono interessati da vicino, gli abitanti del povero Stato,
stanno zitti. In Bosnia va di moda stare zitti e sopportare. Quindi,
nessuno sa nulla.
(autorizzazione alla riproduzione concessa) |