Pochi
giorni
dopo
il
riacutizzarsi
della
crisi
nel
Kosovo,
l’ennesimo
fallito
raid
della
Nato
in
Bosnia
Erzegovina
alla
ricerca
di
Radovan
Karadzic
–
con
il
grave
ferimento
del
pope
di
Pale
e del
figlio
–
ha
portato
ad
un
innalzamento
del
livello
di
tensione
nel
Paese.
Le
istituzioni
della
Republika
Srpska
- una
delle
due
Entità
che
compongono
la
Bosnia
insieme
alla
Federazione
–
sono
poste
sotto
pressione
da
parte
della
comunità
internazionale,
mentre
l’HDZ
(Unione
Democratica
Croata)
bosniaco
ufficializza
la
propria
volontà
di
dissolvere
la
Federacija
BiH,
la
seconda
Entità
del
Paese.
L’Alto
Rappresentante
internazionale
in
Bosnia
Erzegovina,
il
britannico
Paddy
Ashdown,
ha
recentemente
presentato
il
proprio
rapporto
periodico
di
fronte
al
Consiglio
di
Sicurezza
delle
Nazioni
Unite.
Una
relazione
che
si
sforza
di
essere
ottimista,
ma
dalla
quale
emerge
il
fallimento
dell’approccio
pragmatico,
basato
sul
dialogo
con
i nazionalisti
e sulla
enfasi
posta
sulle
riforme,
che
ha
caratterizzato
i primi
anni
(a
breve
il
secondo
anniversario)
del
suo
mandato.
Non
è
Pristina,
è
Sarajevo.
Anche
qui
tuttavia,
otto
anni
dopo
la
fine
della
guerra,
la
strategia
della
comunità
internazionale
sembra
mancare
di
una
prospettiva
chiara.
Soprattutto,
non
è
chiaro
fino
a quando
gli
internazionali
resteranno
in
Bosnia
Erzegovina,
e quando
il
Paese
diventerà
normale.
In
realtà,
non
è
ancora
chiaro
nemmeno
quale
sarebbe
la
normalità,
per
la
Bosnia
Erzegovina.
E in
questa
lunga
transizione,
ogni
scossone
fa
paura.
Operazione
Karadzic
“Non
lo
abbiamo
trovato”,
ha
dichiarato
il
primo
aprile
a Sarajevo
Dave
Sullivan,
il
portavoce
della
Sfor
(Stabilization
Force),
la
forza
a guida
Nato
presente
nel
Paese
con
funzioni
di
mantenimento
della
pace.
La
notte
precedente,
un
commando
di
circa
40
militari,
americani
e britannici,
aveva
circondato
la
chiesa
ortodossa
e la
vicina
canonica
nel
centro
di
Pale,
16
km
da
Sarajevo.
L’operazione
avrebbe
dovuto
portare
alla
cattura
di
Radovan
Karadzic,
ex
leader
politico
dei
Serbo
Bosniaci,
ricercato
dal
Tribunale
dell’Aja
per
genocidio
e crimini
contro
l’umanità.
Nessuna
traccia
del
superlatitante,
ma
nel
corso
dell’azione
sono
stati
gravemente
feriti
il
pope
di
Pale,
Jeremija
Stavrovlah,
e il
figlio
Aleksandar.
I due,
feriti
dalla
esplosione
utilizzata
per
abbattere
la
porta
della
canonica,
sono
ricoverati
nell’ospedale
di
Tuzla,
dove
tutt’ora
versano
in
gravi
condizioni.
La
Nato
ha
ammesso
che
la
quantità
di
esplosivo
utilizzata
era
eccessiva.
La
violenta
onda
d’urto
avrebbe
raggiunto
il
primo
piano
dell’edificio.
La
Chiesa
serbo
ortodossa
della
Bosnia
ha
reagito
con
durezza
al
fallito
blitz,
definendolo
“atto
criminale”,
accusando
la
Nato
di
terrorismo
e minacciando
di
interrompere
ogni
collaborazione
con
le
istituzioni
bosniache
ed
internazionali:
“Si
tratta
di
terrorismo,
ed
è
ancora
più
grave
perché
è
stato
commesso
da
coloro
che
si
presentano
come
i principali
oppositori
del
terrorismo.
L’obiettivo
non
era
quello
di
catturare
presunti
criminali
di
guerra,
ma
di
attaccare
l’anima
del
popolo
serbo,
cioè
la
sua
Chiesa”
–
ha
dichiarato
l’Arcivescovado
di
Bosnia
della
Chiesa
serbo
ortodossa
al
termine
di
una
riunione
cui
ha
partecipato
anche
una
delegazione
del
Santo
Sinodo
della
Chiesa
serba
ortodossa
di
Belgrado.
Il
governo
della
Republika
Srpska
(RS)
ha
accusato
la
Sfor
di
aver
“oltrepassato
i limiti
del
proprio
mandato”.
Nel
pomeriggio
di
giovedì,
centinaia
di
persone
hanno
manifestato
a Pale
contro
l’azione
della
Sfor.
Una
ventina
di
manifestanti
portavano
immagini
di
Karadzic.
Il
membro
serbo
della
Presidenza
collegiale
bosniaca,
Borislav
Paravac,
ha
criticato
l’accaduto
stigmatizzando
la
violenza
nei
confronti
del
religioso
e della
sua
famiglia.
Dragan
Cavic,
presidente
della
Republika
Srpska,
ha
affermato
che
secondo
i medici
i due
sarebbero
stati
picchiati
con
oggetti
contundenti
nel
corso
della
operazione,
circostanza
negata
dalla
Sfor
che
ha
invece
dichiarato
di
aver
immediatamente
soccorso
i feriti.
La
Presidenza
collegiale
bosniaca
ha
chiesto
un
rapporto
sui
fatti
di
Pale
al
Ministero
della
Sicurezza,
in
collaborazione
con
Sfor
e missione
di
polizia
della
Unione
Europea
(Eupm).
Quanto
avvenuto
a Pale
è
stato
largamente
commentato
non
solo
dai
media
della
RS,
ma
anche
da
quelli
serbi.
Alcuni
giornali,
particolarmente
attenti
alle
posizioni
serbe,
hanno
accolto
la
versione
del
pestaggio.
Il
belgradese
Vecernje
Novosti,
nella
edizione
del
6 aprile,
ha
titolato
‘Sono
stati
brutalmente
picchiati’.
Così
anche
Nacional,
quotidiano
di
Balgrado,
che
nello
stesso
giorno
ha
titolato
sulla
vicenda:
‘I
crimini
di
sadici
malati’.
Il
religioso
ferito,
Jeremija
Stavrovlah,
era
noto
per
dichiarazioni
vicine
all’ex
leader
dei
Serbi
di
Bosnia.
In
una
intervista,
rilasciata
il
mese
scorso
ad
un
giornale
montenegrino,
aveva
dichiarato
che
“è
dovere
di
ogni
Serbo
difendere
Karadzic.”
Operazione
Pale
Una
fonte
del
Tribunale
Internazionale
dell’Aja,
citata
dai
giornalisti
dell’Institute
for
War
and
Peace
Reporting
(IWPR)
Nerma
Jelacic
e Hugh
Griffiths,
ha
fortemente
criticato
la
strategia
utilizzata
dalla
Sfor,
e in
particolare
il
valore
delle
informazioni
raccolte
dalla
intelligence:
“Nessuno
crede
che
Karadzic
sia
a Pale.
Perché
dovrebbe
essere
lì,
quando
la
Sfor
vi
ha
condotto
almeno
un
raid
al
mese
dall’inizio
dell’anno?”.
Recentemente,
la
comunità
internazionale
sembrava
aver
avviato
una
nuova
strategia
per
catturare
Karadzic:
colpire
la
sua
rete
di
protezione.
In
gennaio,
la
Sfor
aveva
arrestato
due
ex
guardie
del
corpo
del
leader
serbo
bosniaco,
Dusan
“Bato”
Tesic
e Zeljko
“Luna”
Jankovic.
In
febbraio
erano
state
emesse
–
sia
dagli
Usa
che
dalla
UE
- liste
di
proscrizione
nei
confronti
di
persone
considerate
vicine
al
latitante,
erano
stati
bloccati
conti
correnti
e destituiti
uomini
politici
della
RS,
tra
i quali
il
vice
presidente
del
Partito
Democratico
Serbo
(SDS),
Mirko
Sarovic.
I recenti
fatti,
tuttavia,
sembrano
suggerire
che
la
Sfor
abbia
ripreso
a colpire
luoghi
simbolici
(in
particolare
Pale,
ex
roccaforte
dei
Serbo
Bosniaci)
o perlomeno
che
ci
siano
opinioni
diverse
sulle
strategie
da
adottare.
Anche
la
strada
avviata
in
febbraio,
per
il
momento,
non
ha
prodotto
risultati
di
rilievo.
Le
due
ex
guardie
del
corpo
arrestate,
Tesic
e Jankovic,
sono
state
rilasciate
senza
accuse.
Il
fattore
tempo
l tempo
a disposizione
sta
per
scadere.
Entro
la
fine
dell’anno,
la
Nato
passerà
le
proprie
consegne
in
Bosnia
Erzegovina
ad
una
forza
dell’Unione
Europea,
la
cui
composizione
sarà
verosimilmente
ridotta
rispetto
ai
militari
internazionali
oggi
presenti
nel
Paese
(circa
12.000
uomini).
Andarsene,
con
il
ricercato
numero
1 ancora
in
libertà,
contribuirebbe
a gettare
una
ombra
di
fallimento
sulla
intera
missione.
Anche
il
Tribunale
Internazionale
dell’Aja
(TPI)
ha
una
data
di
scadenza,
stabilita
nell’agosto
scorso:
il
2010.
In
una
intervista
per
«Le
Courrier
des
Balkans»
(J.
Arnault
Dérens,
21.01.04),
la
Procuratrice
capo
del
Tribunale,
Carla
Del
Ponte,
precisa
i termini
della
questione:
“Dobbiamo
aver
terminato
le
nostre
inchieste
e avviato
tutte
le
imputazioni
entro
la
fine
del
2004.
Secondo
la
Risoluzione
1503
del
Consiglio
di
Sicurezza,
i processi
di
primo
grado
devono
essere
terminati
entro
il
2008,
e le
procedure
di
appello
entro
il
2010.
Detto
questo,
va
da
sé
che
non
possiamo
mettere
un
termine
ai
lavori
del
Tribunale
prima
di
aver
arrestato
Karadzic,
Mladic
e il
generale
croato
Gotovina…”
Nonostante
la
posizione
della
Procura,
è
indubbio
che
il
fattore
tempo
inizi
a giocare
un
ruolo
sempre
più
importante
anche
nei
casi
dei
tre
super
latitanti,
e che
in
particolare
nel
caso
Karadzic
la
prossima
dipartita
delle
truppe
Nato
dalla
Bosnia
rappresenti
un
ulteriore
elemento,
stante
la
indisponibilità
sinora
dimostrata
dalle
autorità
locali
(la
Republika
Srpska)
nel
consegnare
i ricercati.
Carla
Del
Ponte
si
è
recata
matredì
a Sarajevo,
proprio
per
discutere
con
i dirigenti
bosniaci
della
mancata
collaborazione
della
Republika
Srpska
con
il
Tribunale.
Nel
corso
della
visita
la
procuratrice
ha
incontrato
anche
il
comandante
della
Sfor,
il
generale
americano
Virgil
Packett.
Alcuni
osservatori
si
sono
spinti
ad
immaginare
una
agenda
“politica”,
che
determinerebbe
i tempi
della
cattura
di
Karadzic:
in
tempo
per
le
prossime
elezioni
americane
o,
addirittura,
prima
del
summit
Nato
a Istanbul
del
giugno
prossimo,
così
da
facilitare
la
accessione
della
Bosnia
Erzegovina
al
programma
di
Partnership
per
la
Pace.
Ma
si
entra
nel
dominio
delle
speculazioni…
Lo
scenario,
però,
è
complicato.
Secondo
James
Lyon,
direttore
dell’International
Crisis
Group
per
Bosnia,
Serbia
e Montenegro:
“Il
motivo
per
cui
la
Sfor
non
riesce
a catturare
Karadzic
è
che
non
dispone
di
adeguati
servizi
di
intelligence;
in
secondo
luogo,
mancano
nei
Balcani
il
tipo
e la
quantità
di
truppe
specializzate
che
servirebbero
per
tali
operazioni;
in
terzo
luogo,
manca
la
volontà
politica
ai
livelli
più
alti.”
(citato
in
“Neanche
vicino:
il
raid
contro
Karadzic”,
IWPR,
02.04.04)
Il
terzo
fattore
citato
da
Lyon
è
il
più
interessante.
Il
primo
piano
per
la
cattura
di
Karadzic
risale
all'estate
del
1997,
ma
la
causa
del
suo
fallimento
si
conoscerà
solo
nel
2002
quando
un
ufficiale
francese,
Herve'
Gourmelon,
viene
accusato
di
aver
avvertito
il
ricercato.
A vuoto
anche
tutti
i tentativi
successivi.
Dopo
il
raid
condotto
a Pale
nel
gennaio
di
quest’anno
da
truppe
americane,
britanniche
e italiane,
la
moglie
di
Karadzic,
Lijliana,
ha
dichiarato
che
nel
1996
c'era
stato
un
patto
con
gli
Americani:
''Mio
marito
si
e'
ritirato
dalla
vita
pubblica
su
insistenza
di
Richard
Holbrooke
- ha
detto
- c'era
un
gentlemen’s
agreement,
il
suo
ritiro
in
cambio
dell'impegno
che
non
lo
avrebbero
perseguito.”
(cit.
in
Ansa
Balcani,
01.04.04)
Se
la
volontà
politica
della
comunità
internazionale,
“ai
livelli
più
alti”,
non
è
chiara,
otto
anni
dopo
la
fine
della
guerra
è
difficile
dire
quale
sia
il
grado
di
sostegno
di
cui
Karadzic
continui
a godere
tra
i Serbi
di
Bosnia.
Dopo
ogni
fallita
operazione
ci
sono
manifestazioni
di
protesta,
come
l’altro
giorno
a Pale.
Dopo
il
raid
di
gennaio,
avvenuto
sempre
a Pale,
sui
muri
della
RS
erano
apparsi
molti
manifesti
con
la
faccia
del
latitante
e la
scritta
“Siamo
sempre
con
te.”
Questi
episodi,
tuttavia,
così
come
i gadgets
e le
magliette
con
le
immagini
di
Karadzic
e Mladic
che
si
possono
trovare
a Banja
Luka
così
come
sulla
Knez
Mihailova
a Belgrado,
sono
forse
più
indicativi
dello
stato
d’animo
della
stretta
cerchia
dei
supporters
che
non
della
maggioranza
della
popolazione.
Quello
che
è
certo
è
che
il
partito
fondato
da
Karadzic,
il
Partito
Democratico
Serbo
(SDS),
continua
a godere
del
favore
della
maggioranza
degli
elettori,
e che
le
autorità
della
RS
non
sembrano
prendere
in
seria
considerazione
le
minacce
di
una
comunità
internazionale
frustrata
per
la
scarsa
collaborazione
con
il
TPI.
Pressioni
sulla
Republika
Srpska
L’Ambasciatore
americano
per
i crimini
di
guerra,
Richard
Prosper,
ha
minacciato
il
mese
scorso
la
RS
di
sanzioni
politiche
ed
economiche
se
i suoi
dirigenti
non
assumeranno
le
proprie
responsabilità
sulla
questione
dei
ricercati.
All’interno
della
RS,
e dello
stesso
SDS,
diverse
correnti
sembrano
affrontarsi.
Dopo
le
dimissioni
di
Mirko
Sarovic
dal
collegio
di
presidenza
bosniaco
in
seguito
allo
scandalo
Orao
(armi
all’Iraq)
e alle
accuse
di
spionaggio
da
parte
dei
servizi
serbo
bosniaci
nei
confronti
delle
istituzioni
internazionali
(Aprile
2003),
la
carica
vacante
era
stata
assunta
da
un
altro
esponente
dell’SDS,
Borislav
Paravac.
Ex
sindaco
di
Doboj
durante
la
guerra,
considerato
un
nazionalista
“della
vecchia
scuola”
e secondo
alcuni
addirittura
sulla
lista
del
Tribunale
dell’Aja,
ha
reagito
fuori
dal
coro
al
recente
ferimento
del
pope
e di
suo
figlio
nel
corso
del
raid
di
Pale.
Paravac
ha
infatti
indicato
nel
ministero
dell’Interno
della
RS
il
principale
responsabile
dell’accaduto:
“Se
avessero
fatto
il
loro
dovere,
arrestare
i ricercati,
questo
non
sarebbe
accaduto
- ha
dichiarato
Paravac
(Ansa
Balcani,
02.04.04).”
Verso
una
messa
al
bando
dell’SDS?
Sabato
scorso,
Paddy
Ashdown
ha
ordinato
il
congelamento
degli
aiuti
finanziari
accordati
all’SDS.
Lo
sblocco
dei
fondi,
ha
dichiarato
Ashdown
in
un
comunicato,
avverrà
quando
le
autorità
avranno
dato
prove
convincenti
di
collaborazione
con
il
Tribunale
dell’Aja.
Ashdown
ha
poi
chiesto
al
presidente
del
partito,
Dragan
Kalinic,
di
fornirgli
entro
la
data
del
19
aprile
un
rapporto
sulle
attività
finanziarie
dell’SDS:
“Dragan
Kalinic
è
il
Presidente
dell’SDS,
e quindi
la
persona
responsabile
di
garantire
che
sia
stato
interrotto
ogni
legame
tra
il
partito
e le
persone
accusate
di
crimini
di
guerra.
E’
stato
sostenuto
che
l’SDS
stia
ancora
finanziando
e sostenendo
alcuni
indiziati,
io
mi
auguro
che
il
signor
Kalinic
mi
convinca
del
contrario
- ha
detto
Ashdown.”
Il
5 aprile,
l’Alto
Rappresentante
era
a Banja
Luka.
Alla
domanda
se
avesse
intenzione
di
mettere
al
bando
l’SDS,
Ashdown
ha
risposto:
“La
mia
azione
negli
ultimi
due
giorni
è
stata
volta
a dare
una
possibilità
ai
membri
dell’SDS,
piuttosto
che
a mettere
al
bando
il
partito”,
aggiungendo
che
la
palla
era
ora
nel
campo
dell’SDS,
e che
restava
da
vedere
come
il
partito
avrebbe
risposto.
(Fena,
05.04.04)
Il
presidente
del
Partito
Socialdemocratico
Indipendente
della
RS
(SNSD),
Milorad
Dodik,
ha
una
opinione
diversa
dello
scontro
in
atto
tra
SDS
e comunità
internazionale.
Secondo
Dodik,
la
decisione
dell’Alto
Rappresentante
di
bloccare
i conti
correnti
dell’SDS
avrà
come
unico
effetto
quello
di
far
giocare
a questo
partito
il
ruolo
della
vittima.
“Se
questa
misura
fosse
portata
nei
nostri
confronti
non
potremmo
più
lavorare,
ma
per
l’SDS
non
vuol
dire
niente,
perché
i loro
soldi
non
sono
su
quei
conti.
Credo
che
ci
sia
un
accordo
tra
l’SDS
e Ashdown,
per
la
soluzione
di
questa
questione.”
(BHTV,
05.04.04)
Operazione
Pale
Una
fonte
del
Tribunale
Internazionale
dell’Aja,
citata
dai
giornalisti
dell’Institute
for
War
and
Peace
Reporting
(IWPR)
Nerma
Jelacic
e Hugh
Griffiths,
ha
fortemente
criticato
la
strategia
utilizzata
dalla
Sfor,
e in
particolare
il
valore
delle
informazioni
raccolte
dalla
intelligence:
“Nessuno
crede
che
Karadzic
sia
a Pale.
Perché
dovrebbe
essere
lì,
quando
la
Sfor
vi
ha
condotto
almeno
un
raid
al
mese
dall’inizio
dell’anno?”.
Recentemente,
la
comunità
internazionale
sembrava
aver
avviato
una
nuova
strategia
per
catturare
Karadzic:
colpire
la
sua
rete
di
protezione.
In
gennaio,
la
Sfor
aveva
arrestato
due
ex
guardie
del
corpo
del
leader
serbo
bosniaco,
Dusan
“Bato”
Tesic
e Zeljko
“Luna”
Jankovic.
In
febbraio
erano
state
emesse
–
sia
dagli
Usa
che
dalla
UE
- liste
di
proscrizione
nei
confronti
di
persone
considerate
vicine
al
latitante,
erano
stati
bloccati
conti
correnti
e destituiti
uomini
politici
della
RS,
tra
i quali
il
vice
presidente
del
Partito
Democratico
Serbo
(SDS),
Mirko
Sarovic.
I recenti
fatti,
tuttavia,
sembrano
suggerire
che
la
Sfor
abbia
ripreso
a colpire
luoghi
simbolici
(in
particolare
Pale,
ex
roccaforte
dei
Serbo
Bosniaci)
o perlomeno
che
ci
siano
opinioni
diverse
sulle
strategie
da
adottare.
Anche
la
strada
avviata
in
febbraio,
per
il
momento,
non
ha
prodotto
risultati
di
rilievo.
Le
due
ex
guardie
del
corpo
arrestate,
Tesic
e Jankovic,
sono
state
rilasciate
senza
accuse.
“Serbo”,
Repubblica
“Serba”
Il
26
marzo
scorso,
la
Corte
Costituzionale
bosniaca
ha
ordinato
alle
autorità
serbo
bosniache
di
cambiare
il
nome
di
tutte
le
città
cui
è
stato
apposto
il
prefisso
“srpski”
(Association
Sarajevo,
31.03.04).
La
decisione
si
riferisce
a 13
città
della
RS,
ribattezzate
nel
corso
della
guerra
1992-1995.
“La
Costituzione
della
BiH
garantisce
eguali
diritti
per
tutti
i gruppi
etnici,
la
Corte
ha
valutato
che
questi
nomi
avevano
un
carattere
discriminatorio
nei
confronti
della
popolazione
non
serba
–
ha
dichiarato
in
conferenza
stampa
il
presidente
della
Corte,
Mato
Tadic.”
L’Assemblea
della
RS
ha
tre
mesi
di
tempo
per
rinominare
le
città
o restituire
loro
i nomi
che
avevano
prima
della
guerra.
Le
città
in
questione
sono
Srpsko
Sarajevo,
Srpska
Derventa,
Srpski
Mostar,
Srpski
Sanski
Most,
Srpsko
Gorazde,
Srbinje,
Srpski
Kljuc,
Srpska
Kostajnica,
Srpski
Brod,
Srpska
Ilidza,
Srpsko
Novo
Sarajevo,
Srpski
Stari
Grad
e Srpsko
Orasje.
La
maggioranza
dei
deputati
della
RS
(Nezavisne
Novine,
02.04.04)
si
è
invece
risolutamente
opposta,
con
dichiarazione
adottata
il
31
marzo
scorso,
alla
iniziativa
di
legge
- portata
avanti
da
Sulejman
Tihic,
presidente
dell’SDA
(Partito
dell’Azione
Democratica,
Bosniaco
Musulmano),
e da
Haris
Silajdzic,
fondatore
del
Partito
per
la
Bosnia
Erzegovina
(Stranka
za
BiH)
- che
contesta
il
fondamento
costituzionale
del
nome
di
“Republika
Srpska”.
Dragan
Kalinic,
presidente
del
Parlamento
della
RS
(e
presidente
dell’SDS),
ha
dichiarato
che
questa
iniziativa
rimette
in
discussione
la
stessa
esistenza
della
BiH,
aggiungendo
che
“i
Serbi
non
minacceranno
nessuno
in
Bosnia
Erzegovina
fino
a quando
non
saranno
loro
stessi
minacciati.”
I commenti
più
arguti
sulla
vicenda,
che
ha
attraversato
velocemente
la
stampa
bosniaca,
sono
stati
quelli
di
due
deputati
socialdemocratici
della
RS.
Dimitrije
Ivanic,
del
Partito
Socialdemocratico
Indipendente
(SNSD),
ha
dichiarato
che
l’SDS
e l’SDA
si
mantengono
al
potere
secondo
il
sistema
dei
vasi
comunicanti.
Slobodan
Popovic,
altro
rappresentante
socialdemocratico,
ha
affermato
invece
che
SDS,
SDA
e HDZ
(Unione
Democratica
Croata)
si
mantengono
al
potere
vicendevolmente
grazie
alle
loro
iniziative
sugli
”interessi
nazionali
minacciati.”
Croatian
Airlines,
da
Zagabria
a Scheveningen
Martedì,
all’aeroporto
internazionale
di
Amsterdam,
insieme
agli
altri
passeggeri
del
volo
di
linea
proveniente
da
Zagabria
c’erano
6 Croato
Bosniaci,
diretti
all’Aja.
La
polizia
olandese
li
ha
presi
in
custodia
e fatti
proseguire
per
la
unità
detentiva
di
Scheveningen,
il
centro
di
detenzione
del
Tribunale
Internazionale
per
la
ex
Jugoslavia.
Si
tratta
di
Jadranko
Prlic,
Bruno
Stojic,
Milivoj
Petkovic,
Slobodan
Praljak,
Valentin
Coric
e Berislav
Pusic.
Sono
accusati
di
crimini
contro
l’umanità,
violazioni
delle
leggi
e delle
usanze
di
guerra,
persecuzioni,
stupri,
torture
di
Musulmani
Bosniaci,
della
creazione
di
campi
di
concentramento
e dei
massacri
avvenuti
nei
villaggi
di
Ahmici
e Stupni
Dol.
Il
generale
Praljak
è
ritenuto
responsabile
della
distruzione
dello
Stari
Most,
il
Vecchio
Ponte
di
Mostar,
abbattuto
da
reparti
dell’esercito
croato
bosniaco
nel
1993.
Il
personaggio
di
più
alto
profilo
tra
i sei
è
Jadranko
Prlic,
ex
Ministro
degli
Esteri
della
BiH
nel
dopoguerra
e ex
premier
della
“Herceg
Bosna”,
la
Repubblica
proclamata
dai
Croati
in
Bosnia
nel
1992.
Insieme
a loro,
il
Tribunale
dell’Aja
ha
messo
in
stato
d’accusa
la
politica
portata
avanti
in
quegli
anni
da
Zagabria.
Nelle
carte
del
Tribunale,
dopo
la
“Grande
Serbia”,
si
comincia
infatti
oggi
a parlare
anche
della
“Grande
Croazia”.
L’accusa
ai
sei
–
oltre
ai
fatti
specifici
–
è
quella
di
aver
condotto
insieme
al
defunto
presidente
croato
Tudjman
e al
suo
Ministro
della
Difesa,
Gojko
Susak,
un
piano
criminale
il
cui
obiettivo
era
quello
di
pulire
etnicamente
la
Erzegovina
per
poi
annetterla
al
territorio
croato
e dare
vita
così
ad
una
“Grande
Croazia”.
La
partenza
dei
6,
peraltro,
arriva
in
un
momento
particolare
per
i Croati
di
Bosnia.
L’HDZ
bosniaco
(Association
Sarajevo,
30.03.04)
ha
infatti
depositato
ufficialmente
un
progetto
di
legge
chiedendo
lo
scioglimento
della
Federacija
BiH
e il
trasferimento
delle
sue
competenze
ai
Cantoni
e allo
Stato.
La
decisione,
presa
nel
gennaio
di
quest’anno,
è
stata
confermata
il
24
marzo
scorso.
Federalismo
convinto,
nel
solco
della
discussione
sulla
necessità
di
un
superamento
di
Dayton
(ESI:
“Permettere
al
federalismo
di
funzionare”,
gennaio
‘04),
o ritorno
alla
(grande)
Croazia?
Secondo
un
commento
del
sarajevese
Oslobodjenje,
la
iniziativa
si
iscrive
più
semplicemente
nella
logica
separatista
dell’HDZ,
coerentemente
con
la
campagna
contro
la
unificazione
di
Mostar
e la
riforma
dell’educazione
portata
avanti
dall’Alto
Rappresentante.
Ashdown,
due
anni
da
Alto
Rappresentante
Ricorre
tra
breve
il
secondo
anniversario
del
mandato
del
politico
britannico
Paddy
Ashdown,
subentrato
all’austriaco
Wolfgang
Petritsch
nel
maggio
2002
nella
carica
di
Alto
Rappresentante
per
la
Bosnia
Erzegovina.
Nell’ottobre
di
quello
stesso
anno,
dopo
le
elezioni
vinte
dai
tre
partiti
monoetnici
HDZ,
SDA
e SDS,
stupì
tutti
dichiarando
che
non
si
era
trattato
di
un
voto
nazionalista,
ma
di
una
richiesta
di
velocizzare
il
processo
di
riforma
nel
Paese
(Financial
Times,
11.10.02).
Il
suo
approccio
definito
“pragmatico”
nei
confronti
dei
nazionalisti,
col
tempo,
gli
ha
alienato
il
favore
della
stampa
liberale
e dei
partiti
moderati
(v.
“Ashdown
celebra
l’anniversario
in
solitudine”,
di
Mirsad
Bajtarevic
e Nerma
Jelacic,
IWPR
02.04.04)
Una
delle
sue
frasi
più
citate
è
la
seguente:
“Quello
di
cui
ha
bisogno
la
Bosnia
Erzegovina
non
è
la
politica,
ma
le
riforme,
e in
particolare
le
riforme
economiche.
Ogni
mattina,
ogni
Ministro
in
ogni
governo
di
questo
Paese
dovrebbe
rivolgersi
la
seguente
domanda:
cosa
posso
fare
io
oggi
per
fare
in
modo
che
la
Bosnia
Erzegovina
diventi
un
posto
migliore
per
il
business?”
Di
fronte
ai
parlamentari
bosniaci
ha
affermato:
“Più
voi
porterete
avanti
le
riforme,
meno
dovrò
farlo
io.
Meno
voi
riformerete,
più
dovrò
farlo
io.”
(cit.
in
“I
travagli
di
una
raja
imperiale”,
ESI,
2003).
Nonostante
il
lavoro
della
Commissione
Buldozzer,
creata
da
Ashdown
per
coordinare
gli
sforzi
di
politici
e imprenditori
ed
avviare
riforme
economiche,
la
notizia
più
recente
in
questo
campo
(Transitions
On
Line,
02.04.04)
è
che
la
Volkswagen
Sarajevo
minaccia
di
trasferire
i propri
impianti
fuori
dal
Paese
per
la
incertezza
del
quadro
amministrativo
bosniaco,
in
particolare
per
i problemi
causati
da
leggi
doganali
contraddittorie.
Nel
discorso
del
3 marzo,
di
fronte
al
Consiglio
di
Sicurezza
delle
Nazioni
Unite,
Ashdown
ha
in
certa
misura
cambiato
prospettiva
sui
politici
locali
attaccando
le
pratiche
di
“vittimismo
competitivo
che
offrono,
specialmente
ai
partiti
nazionalisti,
la
opportunità
migliore
per
fare
il
pieno
di
voti.”
Il
discorso
di
Ashdown
ribadisce
quale
obiettivo
principale
della
azione
dell’Alto
Rappresentante
la
piena
sovranità
della
BiH
e la
sua
adesione
alla
UE.
I successi
ricordati
sono
la
unificazione
delle
forze
armate,
la
imposizione
di
un
sistema
nazionale
di
tassazione
indiretta
(con
il
trasferimento
delle
competenze
in
questa
materia
dalle
Entità
allo
Stato);
la
collaborazione
del
governo
della
RS
con
la
Camera
per
i Diritti
dell’Uomo
della
BiH
su
Srebrenica
(versamento
di
indennizzi
e trasferimento
di
informazioni
sugli
scomparsi
e la
ubicazione
delle
fosse
comuni).
Per
quanto
riguarda
il
processo
di
ritorno,
dopo
aver
ricordato
che
alla
fine
del
2003
è
stato
chiuso
il
tavolo
cosiddetto
“Reconstruction
Return
Task
Force”,
e le
sua
competenze
trasferite
alle
istituzioni
locali,
e che
entro
il
2004
si
prevede
la
fine
del
processo
di
restituzione
delle
proprietà,
l’Alto
Rappresentante
sottolinea
che
circa
un
milione
di
persone
sono
tornate
nelle
proprie
case
(poco
meno
della
metà
di
tutti
i rifugiati
e sfollati
bosniaci).
Bicchiere
mezzo
pieno
o mezzo
vuoto?
Mostar
Il
15
Marzo
Ashdown
ha
proclamato
ufficialmente
la
unificazione
amministrativa
di
Mostar.
La
unificazione
è
avvenuta
sulla
base
del
nuovo
statuto
della
città,
imposto
lo
scorso
gennaio
dall’Alto
Rappresentante,
che
prevede
la
abrogazione
dei
sei
comuni
della
città
(tre
a maggioranza
croata
e tre
a maggioranza
bosgnacca),
che
resteranno
solo
delle
circoscrizioni
elettorali.
La
città
avrà
quindi
un
unico
sindaco,
un
budget
e una
amministrazione
unificata.
Il
nuovo
ordinamento
entrerà
pienamente
in
vigore
dopo
le
elezioni
locali
del
prossimo
2 ottobre.
Nel
consiglio
comunale
siederanno
15
Bosgnacchi,
15
Croati
e 4
Serbi.
I Croati
non
sono
molto
soddisfatti
della
soluzione
imposta
dagli
internazionali.
Mostar,
che
oggi
conta
circa
110.000
abitanti
e che
fino
al
1998
è
stata
amministrata
dalla
Unione
Europea,
ha
subito
un
drammatico
cambiamento
nella
composizione
della
propria
popolazione.
Prima
della
guerra,
in
un
contesto
fortemente
mescolato
e multietnico,
coloro
che
si
dichiaravano
Musulmani
erano
il
35%,
i Croati
il
33%.
Oggi
invece
i Croati
sono
diventati
maggioranza
(circa
il
60%)
e allo
stesso
tempo
sostenitori
di
un
unico
collegio
elettorale,
lamentando
che
la
nuova
definizione
amministrativa
(basata
sulle
sei
circoscrizioni)
consegnerà
loro
solo
il
42%
del
potere.
Mostar
resta
luogo
simbolo
e punto
di
osservazione
privilegiato
per
capire
la
evoluzione
della
situazione
in
Bosnia
Erzegovina.
In
luglio
verrà
(infine)
inaugurato
lo
Stari
Most,
il
Vecchio
Ponte,
monumento
simbolo
dell’incontro
tra
Oriente
e Occidente
distrutto
dall’esercito
croato
nel
corso
della
recente
guerra.
Per
quella
occasione,
tutta
la
diaspora
mostarina,
quelli
che
non
potendo
o non
volendosi
schierare
hanno
scelto
la
via
dell’esilio,
dalla
Scandinavia
agli
Stati
Uniti,
dall’Australia
all’Italia,
si
sono
dati
appuntamento
a Mostar.
Per
qualche
giorno,
forse
la
città
ritornerà
davvero
una.
Anche
l’aeroporto
internazionale
di
Mostar
dovrebbe
essere
pronto
per
l’occasione.
Il
22
marzo
scorso
(Sfor,
25.03.04)
la
Sfor
ha
infatti
trasferito
alle
autorità
bosniache
la
gestione
del
traffico
aereo
della
cittadina.
Dopo
Banja
Luka,
Tuzla
e Sarajevo,
Mostar
è
dunque
l’ultimo
dei
4 aeroporti
bosniaci
a passare
sotto
il
controllo
delle
autorità
locali,
dopo
un
lungo
periodo
di
gestione
Sfor.
Dopo
il
tragico
incidente
che
ha
causato
la
morte
del
presidente
macedone
Trajkovski
e del
suo
equipaggio,
speriamo
che
sia
di
buon
auspicio.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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