"Genocidio
è
il
nome
giusto
per
il
massacro
di
Srebrenica”.
L'apertura
di
prima
pagina
di
questa
mattina,
su
quattro
colonne,
del
sarajevese
Oslobodjenje,
colpisce
come
un
pugno
nello
stomaco.
Genocidio,
in
Europa,
era
una
parola
che
non
veniva
più
utilizzata
dal
tempo
della
seconda
guerra
mondiale.
I giudici
del
Tribunale
Internazionale
dell’Aja
per
la
ex
Jugoslavia,
tuttavia,
ieri
non
hanno
avuto
dubbi
nel
pronunciare
la
sentenza
di
appello
nei
confronti
di
Radislav
Krstic.
Era
lui
quello
che
comandava
le
truppe
serbo
bosniache
a Srebrenica
nel
luglio
del
1995.
La
Corte
–
ha
dichiarato
il
giudice
Theodor
Meron
–
ha
deciso
all’unanimità.
Quanto
avvenuto
a Srebrenica
è
stato
un
genocidio,
non
pulizia
etnica,
come
avevano
sostenuto
i legali
del
generale.
La
Convenzione
per
la
prevenzione
e la
repressione
del
delitto
di
genocidio,
adottata
dalla
Assemblea
Generale
delle
Nazioni
Unite
il
9 dicembre
del
1948,
definisce
il
genocidio
come
“ciascuno
degli
atti
commessi
con
l'intenzione
di
distruggere,
in
tutto
o in
parte,
un
gruppo
nazionale,
etnico,
razziale
o religioso,
in
quanto
tale”
(art.
II).
Da
quel
giorno,
questa
espressione
è
divenuta
parte
del
linguaggio
corrente,
a significare
il
male
assoluto,
l’orrore
estremo
delle
stragi
di
popolazioni
civili
inermi.
I suoi
molteplici
usi
esprimono
la
necessità
di
ricorrere
a un
termine
di
portata
universale
per
designare
il
fenomeno
dell’annientamento
di
popolazioni
civili,
che
nel
XX
secolo
ha
assunto
proporzioni
massicce.
(v.
Jacques
Semelin,
«Studiando
il
genocidio»,
Le
Monde
Diplomatique,
Aprile
‘04)
La
sentenza
pronunciata
ieri
è
considerata
di
valore
storico,
destinata
a fare
giurisprudenza
e a
condizionare
il
giudizio
su
casi
simili.
Fino
a ieri,
la
nozione
di
genocidio
veniva
utilizzata
per
qualificare
crimini
commessi
nei
confronti
di
una
popolazione
intera
(uomini,
donne,
bambini).
Tra
i 7.412
morti
di
Srebrenica
(dati
della
Croce
Rossa),
10.701
secondo
le
liste
compilate
dalle
donne
sopravvissute,
non
c’erano
donne.
Secondo
i giudici
quindi,
anche
i crimini
commessi
contro
la
sola
popolazione
maschile
rientrano
in
questa
fattispecie.
Dal
punto
di
vista
processuale,
la
sentenza
segna
un
punto
a favore
della
Procuratrice
capo
del
Tribunale,
Carla
Del
Ponte,
che
sostiene
l’accusa
di
genocidio
non
solamente
nei
confronti
di
Ratko
Mladic
e Radovan
Karadzic,
i dirigenti
serbo
bosniaci
responsabili
per
i fatti
di
Srebrenica
rispettivamente
dal
punto
di
vista
militare
e politico,
ma
anche
contro
Slobodan
Milosevic.
Dal
punto
di
vista
storico,
su
Srebrenica
oggi
sappiamo
quasi
tutto.
Da
quando
due
ufficiali
serbo
bosniaci,
Momir
Nikolic
e Dragan
Obrenovic,
hanno
deciso
di
rompere
il
silenzio
e hanno
cominciato
a raccontare
nel
dettaglio
ai
giudici
come
migliaia
di
persone
sono
state
uccise
nei
giorni
tra
l’11
e il
19
luglio
e sepolte
in
fosse
comuni,
la
macabra
logistica
del
massacro
è
nota.
I (pochi)
sopravvissuti
hanno
testimoniato
di
fronte
ai
giudici
come,
feriti,
si
sono
finti
morti
sui
campi
delle
esecuzioni
di
massa
approfittando
poi
per
dileguarsi
della
stanchezza
dei
soldati,
che
per
tutto
il
giorno
avevano
mitragliato
i loro
compagni.
Altri,
tra
quelli
che
sono
riusciti
a sfondare
le
linee
serbo
bosniache
e a
raggiungere
Tuzla
attraverso
i boschi,
hanno
raccontato
la
loro
parte.
La
documentazione
raccolta
in
questi
anni
nelle
numerose
inchieste
ha
completato
il
quadro.
Quello
che
resta
da
sapere
su
Srebrenica
è
la
verità
politica:
perché
le
forze
internazionali
(caschi
blu)
presenti
non
hanno
combattuto;
perché
la
Nato
non
li
ha
sostenuti
con
i raid
aerei;
perché
i quadri
dell’esercito
bosniaco
(Armija
BiH)
che
erano
lì
sono
stati
richiamati
pochi
giorni
prima
della
caduta
dell’enclave.
Per
questo,
però,
non
serve
il
Tribunale
dell’Aja,
né
le
inchieste
del
governo
olandese
o del
parlamento
francese.
Non
servirà
neppure
la
Commissione
del
governo
della
Republika
Srpska
di
Bosnia,
la
terza,
il
cui
lento
procedere
ha
causato
nei
giorni
scorsi
l’intervento
dell’Alto
Rappresentante
Paddy
Ashdown.
Da
loro
ci
si
attende
di
sapere
dove
sono
gli
scomparsi.
Per
capire
perchè,
servirebbe
una
ampia
inchiesta
internazionale,
che
facesse
testimoniare
(non
a porte
chiuse)
l’allora
inviato
dell’Onu
Akashi
e il
comandante
dei
caschi
blu,
Janvier,
occorrerebbe
la
apertura
degli
archivi
a Sarajevo,
a Belgrado,
a Bruxelles.
Questo
potrebbe
spiegarci
perché
Srebrenica,
un
genocidio
le
cui
responsabilità
non
sono
solamente
di
Krstic
e dei
suoi
mandanti.
Perché
Srebrenica?
Come
altre
stragi
non
rivendicate
(il
governo
serbo
bosniaco
non
ammette
la
responsabilità
di
quanto
avvenuto),
come
le
stragi
che
abbiamo
conosciuto
in
Italia
durante
la
strategia
della
tensione,
il
ragionamento
sui
mandanti
può
essere
svolto
solamente
a partire
dalle
conseguenze.
Nel
caso
di
Srebrenica,
questa
sono
state
fondamentalmente
due:
la
brutale
affermazione,
allo
scadere
della
guerra,
della
vittoria
dei
nazionalisti;
l'umiliazione
e sconfitta
delle
Nazioni
Unite
e in
generale
delle
istanze
multilaterali
di
gestione
delle
crisi.
Da
allora
in
poi,
la
affermazione
che
“la
convivenza
è
impossibile”
si
è
sempre
più
fatta
largo
anche
nelle
nostre
società.
Dopo
l’11
settembre,
alla
luce
del
disastro
iracheno
e della
retorica
sui
mondi
in
conflitto,
a proposito
della
guerra
in
Bosnia
–
e di
Srebrenica
in
particolare
- oggi
si
fa
strada
una
ulteriore
ipotesi:
fu
scontro
di
civiltà.
La
tesi
è
suggestiva.
I Balcani
hanno
tradizionalmente
svolto
un
ruolo
anticipatore
nei
confronti
di
tensioni
e conflitti
che
nel
resto
del
Continente
erano
ancora
sotterranei.
Fu
scontro,
certo,
ma
le
civiltà
non
c’entravano,
come
del
resto
neppure
oggi.
Le
forze
in
campo
erano
diverse,
con
interessi
contrapposti
anche
all’interno
dei
rispettivi
campi.
Gli
Stati
Uniti,
ad
esempio,
collaboravano
allora
all’addestramento
dell’esercito
bosniaco
(dopo
gli
accordi
di
Washington
del
1994),
e chiudevano
un
occhio
anche
sui
mujaheddini
stranieri
inquadrati
nell’Armija.
Nel
2001,
alla
inaugurazione
del
memoriale
di
Potocari
per
le
vittime
di
Srebrenica,
Bill
Clinton
fu
uno
dei
pochi
ospiti
stranieri.
Ciò
non
toglie
che,
per
una
parte
del
mondo
musulmano,
Srebrenica
abbia
rappresentato
la
summa
del
cinismo
e della
indifferenza
delle
cancellerie
occidentali
nei
loro
confronti.
Una
delle
rivendicazioni
dell’attentato
del
19
agosto
scorso
alla
sede
Onu,
a Baghdad,
accusava
le
Nazioni
Unite
proprio
per
il
massacro
di
Srebrenica.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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