La
Bosnia
Erzegovina
è
l’unico
Paese
europeo
nel
quale
i Rom
–
così
come
altre
minoranze
–
sono
esclusi
per
legge
dalla
possibilità
di
rivestire
determinate
cariche
pubbliche.
Un
bambino
Rom
bosniaco,
ad
esempio,
non
potrà
mai
aspirare
a diventare
presidente
del
proprio
Paese.
Questa
possibilità,
per
il
suo
popolo,
non
è
prevista.
Insieme
ad
altre
funzioni
di
rilievo,
la
carica
presidenziale
è
infatti
riservata
ai
membri
dei
cosiddetti
“popoli
costituenti”:
i Serbi,
i Croati
e i
Bosgnacchi
(Bosniaco
Musulmani).
Tutti
gli
altri,
appartenenti
ai
popoli
“non
costituenti”,
in
Bosnia
Erzegovina
(BiH)
sono
cittadini
di
seconda
classe
e i
loro
diritti
sono
limitati
per
legge.
Un
recente
rapporto
dello
European
Roma
Rights
Centre,
organizzazione
internazionale
basata
a Budapest,
parte
da
questo
paradosso
per
descrivere
la
situazione
dei
Rom
in
Bosnia
Erzegovina
a otto
anni
dalla
fine
della
guerra
nel
Paese.
Il
rapporto,
titolato
significativamente
“I
non
costituenti:
la
privazione
dei
diritti
dei
Rom
nella
Bosnia
Erzegovina
del
post
genocidio”,
stimola
considerazioni
interessanti
relativamente
non
soltanto
ai
Rom
bosniaci,
ma
alla
questione
più
generale
dei
diritti
nell’Europa
di
oggi.
Il
punto
di
partenza
dell’analisi
è
il
livello
di
tutela
dei
diritti
dell’uomo
nella
Bosnia
Erzegovina
oggi.
Pochi
Stati
possono
vantare
nella
propria
Carta
Costituzionale
riferimenti
così
numerosi
agli
strumenti
giuridici
internazionali
di
protezione
dei
diritti
dell’uomo.
La
Costituzione
della
BiH
afferma
che
“La
Bosnia
Erzegovina
ed
entrambe
le
Entità
assicureranno
il
livello
più
alto
dei
diritti
umani
e delle
libertà
fondamentali
internazionalmente
riconosciuti”
(Costituzione
BiH,
art.
II,
par.
1).
La
Costituzione
attribuisce
poi
alla
Convenzione
Europea
per
i Diritti
Umani
e le
Libertà
Fondamentali
–
direttamente
applicabile
- prevalenza
su
ogni
altra
legge
(art.
II,
par.
2).
La
carta
fondamentale
della
BiH
include
infine
disposizioni
anti
discriminatorie
e incorpora
una
ampia
serie
di
accordi
internazionali
sui
diritti
dell’uomo,
inclusi
alcuni
tuttora
non
ratificati
da
nessun
altro
Paese
europeo
(è
il
caso
ad
esempio
della
Convenzione
Internazionale
per
la
Protezione
dei
Diritti
dei
Lavoratori
Migranti
e delle
loro
Famiglie.)
Queste
disposizioni,
tuttavia,
contrastano
in
maniera
stridente
con
un
assetto
istituzionale,
quello
bosniaco,
tutto
basato
sui
diritti
dei
“popoli
costituenti”
e sulla
emarginazione
dei
cittadini
non
appartenenti
a queste
categorie
etniche,
cioè
coloro
che
non
sono
né
Serbi,
né
Croati,
né
Bosgnacchi,
o che
non
vogliono
essere
considerati
appartenere
a questi
gruppi.
Così
i Rom,
per
proseguire
con
l’esempio,
sono
esclusi
per
legge
dalle
maggiori
funzioni
politiche.
Tra
queste,
non
solo
la
Presidenza
(affidata
a rotazione
ad
un
membro
serbo,
uno
croato
e uno
bosgnacco),
ma
anche
la
Dom
Naroda
nazionale
(Camera
dei
Popoli,
composta
da
5 membri
per
ciascuno
dei
tre
popoli
costituenti)
e la
Dom
Naroda
della
Federacija
BiH
(la
Federazione,
una
delle
due
Entità
del
Paese).
Il
rapporto
ERRC
parte
da
questi
aspetti
per
mettere
in
luce
quanto
ne
consegue
sul
piano
dei
rapporti
sociali.
Secondo
la
organizzazione,
infatti,
lo
status
ufficiale
di
seconda
classe
goduto
dai
Rom
bosniaci
li
espone
ad
una
continua
serie
di
abusi
nella
vita
quotidiana,
segnatamente
nel
campo
dei
diritti
civili,
economici
e sociali.
Molti
Rom
–
segnala
ERRC
- sono
ancora
nella
condizione
di
non
avere
neppure
documenti
di
identità,
il
che
preclude
loro
l’accesso
a diritti
fondamentali
quali
la
sanità
di
base,
l’educazione,
i servizi
sociali,
e ad
esempio
a tutte
le
procedure
volte
a riottenere
le
proprietà
di
cui
disponevano
prima
del
1992,
data
di
inizio
del
conflitto
nel
Paese.
Anche
per
i Rom,
infatti,
il
periodo
bellico
(1992-95)
ha
rappresentato
una
catastrofe
che
ha
finito
per
modificare
profondamente
la
stessa
composizione
di
questo
popolo.
La
maggioranza
di
loro
–
ricorda
il
Centro
Europeo
per
i diritti
dei
Rom
- viveva
nell’est
del
Paese,
in
località
corrispondenti
alla
attuale
Republika
Srpska
(una
delle
due
Entità),
mentre
oggi
per
lo
più
i Rom
abitano
nella
Federazione,
soprattutto
nel
nord
est
(cantone
di
Tuzla)
o nella
Bosnia
centrale
(cantoni
di
Zenica
e Sarajevo).
Molte
migliaia
di
loro,
fuggiti
all’estero
durante
la
guerra,
non
hanno
fatto
ritorno.
Secondo
dati
dell’ERRC,
le
comunità
Rom
più
colpite
in
questo
periodo
sono
state
quelle
che
vivevano
a Prijedor
e nei
villaggi
vicini
di
Kozarac,
Hambarine,
Tukovi
e Rizvanovici.
Atrocità
sono
state
commesse
nei
confronti
dei
Rom
di
Vlasenica,
Rogatica
e Zvornik
e dei
villaggi
circostanti,
mentre
almeno
70
sono
stati
i Rom
uccisi
nella
strage
di
Srebrenica
del
1995.
Il
sistema
istituzionale
creato
a Dayton
nel
1995,
che
conferma
un
assetto
basato
sulla
vittoria
dei
nazionalisti
dei
tre
gruppi
affrontatisi
in
armi
nel
corso
della
guerra,
ha
in
definitiva
consegnato
il
Paese
alle
comunità
nazionali
(e
alla
comunità
internazionale),
perdendo
di
vista
i diritti
di
cittadinanza,
che
dovrebbero
appartenere
a tutti
indipendentemente
dal
gruppo
etnico
di
riferimento.
Nel
tentativo
di
rappresentare
burocraticamente
gli
equilibri
etnici
del
Paese,
creando
organi
a rotazione
e seguendo
la
regola
aurea
della
divisione
per
tre
delle
poltrone
nelle
varie
istituzioni,
si
è
così
dato
vita
ad
un
sistema
escludente
che
presenta
elementi
di
vero
e proprio
razzismo
istituzionale.
Questo
recente
rapporto,
che
prende
in
esame
la
situazione
del
popolo
Rom,
ricorda
implicitamente
che
in
democrazia
ogni
cittadino
dovrebbe
essere
titolare
degli
stessi
diritti
e doveri,
indipendentemente
dalla
propria
appartenenza
religiosa
o nazionale.
Il
che,
nella
Bosnia
di
Dayton,
non
avviene.
Purtroppo,
nei
Paesi
nati
dalla
ex
Jugoslavia,
la
Bosnia
non
rappresenta
un
caso
isolato.
Prendiamo
in
considerazione
ad
esempio
la
vicenda
dei
cosiddetti
“cancellati”,
persone
–
prevalentemente
di
altri
Paesi
della
ex
Jugoslavia
- che
vivevano
in
Slovenia
e che,
dal
momento
della
proclamazione
dell’indipendenza,
hanno
progressivamente
perso
ogni
diritto
entrando
in
una
sorta
di
limbo
giuridico
non
essendo
di
nazionalità
slovena.
La
triste
e ancora
irrisolta
vicenda,
che
recentemente
ha
visto
l’affermazione
delle
posizioni
della
destra
xenofoba
in
un
referendum
convocato
appositamente,
per
quanto
di
carattere
consultivo
e scarsamente
partecipato,
conferma
una
tendenza
preoccupante.
Il
virus
invisibile
che
declina
in
maniera
diversa
i diritti
dei
cittadini,
non
più
persone
con
eguali
diritti
ma
razze,
religioni
e nazionalità
con
maggiori
o minori
tutele,
entra
così
dalla
ex
Jugoslavia
anche
–
il
prossimo
primo
maggio
–
nell’Europa
dell’Unione,
già
alle
prese
con
svarioni
di
uguale
tenore
relativamente
alla
posizione
dei
migranti
(che
oggi,
in
alcuni
Paesi,
hanno
il
privilegio
di
avere
delle
carceri
ad
personam).
Il
rapporto
dello
European
Roma
Rights
Centre
invoca
una
serie
di
raccomandazioni
–
a partire
dal
livello
istituzionale
- per
porre
fine
a questa
situazione
di
discriminazione.
E’
possibile
invertire
la
tendenza,
ripartendo
dai
Balcani?
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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