Nella
guerra
bosniaca,
dove
profughi
impazziti
cantano
nei
boschi
canzoni
allucinate,
per
convincersi
che
è
ancora
il
1990,
prima
dell’inizio
della
fine,
il
soggetto
è
la
verità.
La
colonna
sonora,
incessante,
i suoni
della
guerra.
Così
le
immagini:
case
incendiate,
assalti
ai
treni,
conferenze
stampa
improvvisate
nelle
casematte,
matrimoni
con
la
morte.
Un
giornalista
italiano
(Vincent
Riotta),
cui
si
unisce
un
giovane
collega
belga
(Fabrizio
Rongione),
deve
raggiungere
il
comandante
Jako.
Per
una
volta,
però,
la
figura
centrale
della
narrazione
è
l’interprete
(Zan
Marolt),
vero
muro
di
gomma
che
traduce
e rimanda
ai
giornalisti
stranieri
quello
che
immagina
vogliano
sentirsi
dire.
Tanto
non
importa,
e poi:
“Qui
pensiamo
tutti
lo
stesso.”
Quindi,
le
risposte
le
può
dare
chiunque.
Insieme
a una
ragazza,
Labina
Mitevska,
i tre
devono
entrare
nella
cittadina
assediata
di
Vaku.
Le
notizie
che
i giornalisti
inviano
alle
redazioni
sono
inventate,
ma
il
gioco
non
è
a senso
unico
e anche
i manipolatori
sono
manipolati.
Nessuno
è
innocente,
e alla
fine
il
circo
dei
media
vive
di
vita
propria.
Anzi,
combatte
insieme
agli
eserciti.
La
verità
è
la
prima
vittima
della
guerra,
uno
dei
passaggi
centrali
della
sceneggiatura.
E in
questo
racconto,
proprio
a nessuno
interessa
resuscitarla.
L’importante
è
avere
una
storia.
Domani,
nessuno
se
ne
ricorderà.
Fin
qui,
niente
di
nuovo.
Interessante
però
la
trasformazione
delle
comparse
del
dramma
–
i giornalisti.
Sia
quello
maturo,
e rotto
a tutte
le
esperienze,
che
il
giovane
idealista,
non
hanno
vita
propria,
né
possono
averla.
La
loro
incapacità
di
raccontare
non
è
casuale,
ma
strutturale.
L’etica
individuale
(professionale?)
–
quand’anche
presente
- viene
triturata
all’interno
di
un
sistema
dell’informazione
indifferente
alla
verità,
basato
sulla
velocità
di
una
competizione
che
premia
chi
racconta
–
per
primo
- la
storia
più
scioccante.
Su
questa
base
sistemica
si
innesta
poi
il
narcisismo
dei
protagonisti/comparse:
“Perché
l'uomo
non
vede
le
cose?
Perché
vi
ha
interposto
se
stesso:
egli
nasconde
le
cose.”
La
citazione
nietzschiana,
frapposta
alle
molte
altre
digressioni
sulla
verità
che
compaiono
sul
sito
di
presentazione
del
film,
ci
rammenta
infatti
la
seconda
chiave
di
lettura
della
narrazione,
la
inarrestabile
volontà
di
interferire
di
chi
quei
fatti
dovrebbe
solo
raccontarli,
così
come
accadono.
La
impossibilità
di
capire,
sistemica,
si
mescola
così
al
protagonismo
individuale
e alla
necessità/volontà
di
capire
- e
raccontare
- per
forza.
Il
mix
è
letale,
descrive
bene
l’attuale
stato
dell’informazione.
Il
meccanismo,
infine,
si
autoalimenta,
e alimenta
il
conflitto.
In
chiusura,
il
giovane
giornalista
(ex
idealista?)
ha
bisogno
di
un’altra
guerra.
Sanja,
la
giovane
protagonista
(Zamira
in
“Prima
della
pioggia”
di
Milcho
Manchevski),
no.
Le
è
bastata
la
sua.
Giancarlo
Bocchi,
regista,
autore
di
diversi
documentari
sui
conflitti
(Afghanistan,
Irlanda
del
Nord,
Messico,
Palestina,
Tajikistan),
ha
già
realizzato
sui
Balcani
“Morte
di
un
pacifista”,
dedicato
alla
vicenda
di
Gabriele
Moreno
Locatelli,
"Mille
giorni
di
Sarajevo",
"Sarajevo
Terzo
Millennio"
e "Fuga
dal
Kosovo".
Nema
problema
è
il
suo
primo
lungometraggio,
sceneggiato
insieme
a Gigi
Riva.
L’esperimento
è
interessante,
sia
per
il
(difficile)
tema
trattato
che
per
la
capacità
di
riunire
in
una
unica
produzione
esperienze
e provenienze
europee
e dei
Paesi
dell’area
balcanica.
Girato
nella
zona
di
Usora-Tesanj-Doboj,
tra
Federacija
BiH
e Republika
Srpska,
a ridosso
della
surreale
“zona
di
separazione”
che
divide
le
due
Entità
bosniache,
la
location
del
film
è
pressappoco
la
stessa
del
recente
“Gori
Vatra”
(Al
fuoco!,
di
Pjer
Zalica),
girato
proprio
a Tesanj.
Il
paragone
si
interrompe
qui.
La
forza
del
nuovo
cinema
(ex)
jugoslavo,
in
questo
scorcio
di
nuovo
millennio,
sembra
ancora
irraggiungibile
dalle
produzioni
italiane,
troppo
serie,
concentrate
su
storie
deboli,
senza
la
freschezza
delle
invenzioni,
l’autoironia
(soprattutto),
lo
humour
nero
balcanico.
In
Nema
Problema
non
si
ride
neanche
una
volta.
Ovvio,
non
c’è
niente
da
ridere.
Il
registro
narrativo
monocorde,
tuttavia,
ingessa
il
risultato
finale.
Merito
del
regista
quello
di
essere
riuscito
a riaprire
la
riflessione
su
tematiche
centrali
in
questi
sciagurati
anni
di
guerre,
a partire
da
quella
del
rapporto
tra
informazione
e conflitto
che,
ovviamente,
non
si
esaurisce
con
i Balcani.
Basta
considerare
il
caso
iracheno,
dove
la
battaglia
in
corso
per
il
controllo
del
territorio
si
accompagna
a quella
(globale)
per
il
controllo
della
informazione
su
quella
battaglia.
Problema,
ima.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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