Tutti
gli
organi
di
informazione
della
Bosnia
Erzegovina
(BiH)
hanno
dato
nei
giorni
scorsi
ampio
risalto
alla
decisione
della
Banca
Mondiale
di
ritirare
un
prestito
di
12
milioni
di
dollari,
per
il
rifiuto
del
Parlamento
bosniaco
di
adottare
la
legge
sulla
riforma
della
educazione
(v.
“La
BiH
perde
12
milioni
di
dollari”,
Oslobodjenje
12
maggio
‘04).
La
decisione
è
stata
comunicata
ai
giornalisti
dal
direttore
dell’ufficio
della
Banca
Mondiale
a Sarajevo,
Dirk
Reinermann.
La
legge,
sostenuta
dal
governo,
è
stata
bloccata
alla
Camera
Alta
del
Parlamento
dai
deputati
croato
bosniaci,
in
particolare
dell’HDZ
(Unione
Democratico
Croata)
che
hanno
fatto
riferimento
alla
necessità
di
proteggere
“vitali
interessi
nazionali”
(leggi:
l’Università
di
Mostar).
Secondo
i parlamentari
HDZ,
nella
legge
non
ci
sarebbero
meccanismi
di
protezione
della
lingua
e cultura
croata
nella
Federacija
BiH,
(una
delle
Entità
in
cui
la
Bosnia
è
divisa)
dove
i Bosgnacchi
(Bosniaco
Musulmani)
sono
maggioranza
rispetto
ai
Croato
Bosniaci,
sostenendo
la
necessità
di
regolare
la
questione
a livello
statale.
Questa
ipotesi
è
tuttavia
osteggiata
dalle
autorità
della
Republika
Srpska
(l’altra
Entità),
che
vogliono
mantenere
la
propria
autonomia
in
questo
settore.
Come
risultato,
la
legge
è
stata
respinta,
con
la
(prevista)
conseguenza
del
ritiro
del
prestito
garantito
dalla
Banca
Mondiale.
La
decisione
dell’organismo
internazionale
è
ancora
più
grave
se
si
considera
che
dal
primo
luglio
prossimo
la
Bosnia
perderà
lo
status
di
nazione
“post
conflitto”
e quindi
il
diritto
di
ottenere
assistenza
a condizioni
favorevoli
(dal
1996
la
Banca
Mondiale
ha
investito
in
Bosnia
circa
un
miliardo
di
dollari.)
Lo
scontro
sulla
vicenda
della
riforma
dell’educazione
–
e l’attuale
stallo
parlamentare
–
allude
alla
situazione
più
generale
in
cui
versa
la
Bosnia
di
Dayton.
Da
Dayton
a Bruxelles?
L’ultimo
intervento
di
Paddy
Ashdown,
Alto
Rappresentante
in
Bosnia
Erzegovina,
è
titolato:
“Da
Dayton
a Bruxelles”
(Ohr,
12
maggio
‘04).
Cogliendo
l’occasione
del
prossimo
secondo
anniversario
del
suo
mandato
(27
maggio),
Ashdown
ricorda
i traguardi
raggiunti:
la
libertà
di
movimento
all’interno
del
Paese,
una
valuta
stabile,
un
sistema
politico
basato
su
elezioni
libere
e democratiche,
il
ritorno
nelle
proprie
case
di
circa
un
milione
di
rifugiati
e sfollati.
L’Alto
Rappresentante
pone
l’accento
sul
lavoro
fatto
per
il
rafforzamento
dello
Stato.
Tra
le
riforme
realizzate
nel
corso
del
biennio,
Ashdown
ricorda
quella
del
sistema
doganale
(uniformato),
la
nuova
Corte
(e
Procura
dello
Stato),
il
rafforzamento
del
ruolo
del
Primo
Ministro,
la
creazione
di
un
unico
Ministero
della
Difesa
–
e quindi
la
attribuzione
allo
Stato
del
controllo
delle
forze
armate,
sottratto
alle
Entità
- e
la
unificazione
dei
servizi
di
sicurezza,
ora
sotto
il
controllo
del
Parlamento.
La
Bosnia
–
afferma
Ashdown
- resterà
sempre
uno
Stato
decentralizzato.
“Ma
i caratteri
di
un
sistema
federale
funzionante
stanno
finalmente
emergendo[…]”.
Il
documento
prosegue
sottolineando
che
autorità
bosniache
e comunità
internazionale
hanno
ora
obiettivi
comuni:
l’adesione
alla
Nato
–
attraverso
il
possibile
prossimo
ingresso
nel
programma
di
Partnership
per
la
Pace
- e
alla
Unione
Europea.
“C’è
chiaramente
ancora
molto
da
fare
[…].
Ma
le
prospettive
perché
la
BiH
divenga
uno
stabile
e prospero
Stato
dell’Europa
sono
in
questo
momento
migliori
che
in
ogni
altro
periodo
della
sua
storia
post
bellica.”
Dalla
SFOR
alla
EUFOR
Incontrando
gli
studenti
della
Facoltà
di
Giornalismo
di
Sarajevo
il
9 maggio
scorso,
giornata
dell’Europa,
insieme
al
collega
francese
de
Fagiani,
l’Ambasciatore
tedesco
in
BiH,
von
Kittlitz,
ha
sottolineato
l’aspetto
più
evidente
del
trasferimento
della
presenza
internazionale
nel
Paese
alle
strutture
di
Bruxelles.
Dopo
aver
ricordato
che:
“L’Alto
Rappresentante
ha
sempre
avuto
‘un
cappello
europeo
sulla
testa’,
e presto
ci
sarà
un
Alto
Rappresentante
europeo”,
von
Kittlitz
ha
parlato
del
previsto
passaggio
di
consegne
dalla
SFOR
(forza
a guida
Nato
che
presiede
al
mantenimento
della
pace
in
BiH)
ad
una
forza
militare
europea
(EUFOR),
entro
la
fine
di
quest’anno.
Per
quanto
riguarda
gli
Americani,
l’Ambasciatore
ha
ricordato
che:
“Non
è
in
programma
un
coinvolgimento
delle
forze
americane
all’interno
della
EUFOR,
ma
gli
Americani
resteranno
in
Bosnia
con
proprie
forze
all’interno
della
NATO
o sulla
base
di
accordi
bilaterali.”
(Vecernji
List,
12
mag)
Su
questo
era
stato
più
preciso
il
mese
prima
l'Alto
Rappresentante
per
la
Politica
Estera
e di
Sicurezza
dell'UE,
Javier
Solana,
dichiarando
nel
corso
di
una
conferenza
stampa
a Bruxelles
che:
“La
maggior
parte
delle
forze
sara'
europea,
sotto
il
comando
di
Eufor.
La
Nato
manterra'
circa
un
centinaio
di
uomini,
non
di
piu',
[verosimilmente]
con
due
obiettivi
principali:
la
caccia
ai
criminali
di
guerra
e l'aiuto
a preparare
le
forze
armate
bosniache
a diventare
membri
del
'Partenariato
per
la
pace'
della
Nato.”
(Ansa,
Bruxelles,
6 aprile)
Secondo
Dnevni
Avaz
(7
aprile),
il
comando
sarà
britannico,
e le
truppe
EUFOR
in
Bosnia
dovrebbero
essere
composte
da
circa
7.000
soldati.
La
fine
della
missione
SFOR
potrebbe
essere
ufficialmente
dichiarata
al
summit
Nato
di
Istanbul
del
luglio
prossimo.
In
Europa,
come?
Dopo
la
operazione
condotta
alla
ricerca
di
Radovan
Karadzic
dalla
SFOR
nell’aprile
scorso
a Pale,
nel
corso
della
quale
sono
stati
feriti
il
Pope
Starovlah
e il
figlio,
il
presidente
del
Partito
Democratico
Serbo
(SDS),
ha
dichiarato:
“La
[Republika]
Srpska
è
in
pericolo
[…]
sia
all’interno
che
all’esterno,
più
di
quanto
non
lo
sia
mai
stata
dal
momento
della
sua
costituzione
12
anni
or
sono.”
Kalinic
ha
poi
ribadito
che
l’SDS
si
è
impegnato
nel
cammino
della
Bosnia
verso
l’Europa,
ma
non
di
una
Bosnia
centralizzata.
L’intervista
si
conclude
con
un
laconico
commento
alla
proposta
–
avanzata
nelle
settimane
scorse
- di
cambiare
il
nome
della
Republika
Srpska:
“Tihic
(leader
del
Partito
dell’Azione
Democratica
SDA,
ndr)
sta
giocando
col
fuoco,
e con
le
sue
dichiarazioni
mette
a rischio
tutto
quello
che
è
stato
raggiunto
nel
periodo
post
bellico…
Nessuno
è
autorizzato
a pensare
che
i Serbi
in
RS
siano
pronti
ad
accettare
in
silenzio
e pacificamente
di
ritornare
al
1992.”(Blic,
11-12
aprile)
Sinisa
Markovic,
della
Alleanza
Popolare
Serba
(SNS),
si
è
spinto
oltre.
Secondo
il
politico
(Blic,
19
aprile),
l’unica
opzione
rimasta
ai
Serbi
in
Bosnia
sarebbe
quella
di
porre
la
questione
della
indipendenza
della
RS
dalla
Bosnia
Erzegovina,
della
sua
separazione
e annessione
alla
Serbia.
Obiettivo
di
Ashdown
–
viene
riportato
all’interno
dell’articolo
di
Blic
–
sarebbe
quello
di
raggiungere
gli
obiettivi
di
guerra
di
Alija
Izetbegovic.
Le
dichiarazioni
di
Markovic
sono
riprese
anche
da
Dnevni
List
(19
aprile):
“Ashdown
si
comporta
come
un
dittatore.
La
occupazione
della
RS,
abilmente
mascherata
fino
ad
ora,
sta
diventando
una
forma
di
occupazione
esplicita
e diretta.”
L’Alto
Rappresentante
non
ha
potere
sulla
pioggia
Anche
a prescindere
da
questo
tipo
di
retorica,
tuttavia,
non
sembra
che
Ashdown
(la
comunità
internazionale?)
goda
in
questo
momento
di
un
grande
favore
nel
Paese.
Vecernji
List,
alla
fine
di
aprile,
ha
riportato
i risultati
di
un
sondaggio
condotto
dall’Istituto
per
gli
Studi
Medio
Orientali
e Balcanici
di
Ljubljana
(IFIMES).
Secondo
il
sondaggio,
condotto
su
2.101
cittadini
bosniaci,
oltre
il
70%
della
popolazione
non
ha
fiducia
in
Ashdown
e nella
politica
che
quest’ultimo
porta
avanti
in
BiH.
Critiche
arrivano
anche
da
posizioni
più
autorevoli.
Alla
Assemblea
annuale
della
sezione
bosniaca
del
Comitato
Helsinki
per
i Diritti
Umani,
il
presidente,
Srdjan
Dizdarevic,
ha
sottolineato
(Oslobodjenje,
29
aprile)
che
l’Alto
Rappresentante
continua
a perseverare
nella
pratica
di
imporre
ordini,
dimenticando
la
necessità
di
rafforzare
istituzioni
democratiche.
Dizdarevic
ha
poi
aggiunto
che
la
comunità
internazionale
ha
poteri
enormi
ma
non
risponde
a nessuno
quando
viola
le
leggi
e i
diritti
umani,
come
nel
caso
dei
raids
della
SFOR
[…]
La
posizione
della
comunità
internazionale
–
ha
concluso
- dovrebbe
essere
ridefinita
e portata
al
livello
di
una
relazione
di
partenariato.
In
una
intervista
apparsa
su
Vecernje
Novosti
qualche
giorno
prima,
il
28
aprile,
anche
il
presidente
della
Republika
Srpska,
Dragan
Cavic,
era
intervenuto
sulla
questione
dei
poteri
dell’Alto
Rappresentante,
commentando:
“Gli
manca
solo
il
potere
sugli
eventi
naturali,
come
la
neve
o la
pioggia,
le
colline
e le
vallate.”
Secondo
Cavic,
la
comunità
internazionale
sta
solamente
cercando
una
via
d’uscita
dalla
Bosnia,
che
sia
anche
una
via
d’uscita
per
la
Bosnia,
e questa
è
la
sintesi
di
tutto
quanto
sta
avvenendo
in
questo
momento
nel
Paese.
Rispetto
alle
iniziative
avanzate
per
la
revisione
degli
accordi
di
Dayton,
Cavic
ha
affermato:
“Si
tratta
di
iniziative
ridicole.
Questo
non
può
avvenire
senza
il
consenso
dei
Serbi.
Non
mi
aspetto
nessun
cambiamento
forzato
di
Dayton.”
Risiko
Curiosamente,
un
cambiamento
dell’assetto
istituzionale
bosniaco
che
potrebbe
non
essere
inviso
a Cavic
è
stato
proposto
proprio
da
un
funzionario
internazionale.
Erich
Reiter,
del
Ministero
della
Difesa
austriaco,
avrebbe
dichiarato
(Glas
Srpske,
12
maggio)
che
la
soluzione
del
problema
del
Kosovo
non
dovrebbe
escludere
la
possibilità
di
modificare
i confini
nella
regione
balcanica:
“Bisognerebbe
considerare
l’indipendenza
del
Kosovo
offrendo
la
possibilità
alla
parte
settentrionale
della
provincia
di
unirsi
alla
Serbia.
Si
potrebbe
anche
tenere
un
referendum
in
Republika
Srpska
sulla
unificazione
con
la
Serbia.”
Sul
piano
istituzionale,
dalla
regione
arrivano
segnali
di
maggiore
cautela.
Il
21
aprile
si
è
tenuto
proprio
a Sarajevo
il
settimo
summit
del
South
East
Europe
Cooperation
Process
(SEECP).
I nove
capi
di
Stato
e di
governo
della
regione,
che
hanno
partecipato
alla
conferenza,
hanno
adottato
una
Dichiarazione
finale
che,
oltre
a enfatizzare
l’importanza
della
cooperazione
regionale,
della
integrazione
euro
atlantica,
della
stabilità
e della
pace,
afferma
esplicitamente
(Dnevni
List,
22
aprile)
che
“i
confini
nella
regione
devono
rimanere
quelli
attuali.”
La
Associazione
“Bosnia
Erzegovina
2005”
ha
raccolto
intorno
a sé
autorevoli
esponenti
del
mondo
politico
e culturale
bosniaco,
e della
comunità
internazionale,
proprio
per
avviare
un
percorso
di
riflessione
sul
futuro
istituzionale
del
Paese.
All’inizio
di
maggio,
l’ex
Alto
Rappresentante
Wolfgang
Petritsch
ha
partecipato
a Sarajevo
ad
uno
dei
seminari
che
costituiscono
le
tappe
del
cammino
proposto
dalla
Associazione.
Petritsch
ha
dichiarato
(BHTV
1,
7 maggio)
che
“La
Bosnia
non
ha
raggiunto
molto
10
anni
dopo
Dayton”,
e che
le
autorità
bosniache
devono
muoversi
verso
l’Europa
da
sole.
Nelle
sue
conclusioni,
il
seminario
(FTV,
7 maggio)
ha
affermato
che
la
Bosnia
deve
rivedere
il
proprio
assetto
costituzionale,
dato
che
quello
attuale
presenta
ostacoli
allo
sviluppo
futuro
del
Paese,
e le
Entità
rappresentano
un
ostacolo
a che
la
BiH
divenga
membro
della
Unione
Europea…
Milan
Lukic,
Novica
Lukic
Dopo
mesi
di
aspre
polemiche
tra
comunità
internazionale
e autorità
della
Republika
Srpska
(RS)
sulla
non
collaborazione
di
queste
ultime
con
il
Tribunale
dell’Aja,
la
polizia
della
RS
ha
condotto
una
prima
azione
per
arrestare
un
ricercato.
Il
18
aprile
scorso,
pochi
giorni
dopo
la
decisione
dell’Alto
Rappresentante
di
bloccare
i fondi
dell’SDS
–
il
partito
è
sospettato
di
non
aver
interrotto
i legami
con
il
suo
fondatore
ed
ex
leader,
Radovan
Karadzic
- forze
speciali
della
Polizia
della
RS
sono
intervenute
a Visegrad
per
arrestare
gli
indiziati
Milan
e Sredoje
Lukic.
Milan,
37
anni,
era
comandante
del
gruppo
paramilitare
delle
Aquile
Bianche,
cui
apparteneva
anche
il
cugino
Sredoje,
43
anni.
Dal
1998
erano
entrambi
ricercati
dal
Tribunale
dell’Aja
per
i crimini
commessi
ai
danni
della
popolazione
bosniaco
musulmana
nella
zona
di
Visegrad,
tra
l’aprile
’92
e l’ottobre
’94,
crimini
che
includevano
l’omicidio,
la
tortura,
il
saccheggio,
la
distruzione
di
proprietà.
Nel
settembre
2003,
anche
un
Tribunale
serbo
aveva
condannato
(in
contumacia)
Milan
Lukic
a 20
anni
di
carcere
per
il
rapimento
e l’assassinio
di
16
persone,
avvenuto
nel
1993.
Un
autobus
di
linea
serbo
era
entrato
in
Bosnia
per
percorrere
una
parte
del
proprio
tragitto.
I paramilitari
lo
avevano
fermato,
avevano
fatto
scendere
i passeggeri
identificati
come
Mulsulmani
e li
avevano
assassinati.
Un
passeggero
(serbo)
di
quel
pullman
era
riuscito
a salvare
un
ragazzino
(musulmano)
dicendo
che
era
suo
nipote.
Il
ragazzo
aveva
poi
potuto
testimoniare
nel
corso
del
processo.
La
vicenda
è
conosciuta
come
il
“caso
Sjeverin”.
Il
mese
scorso,
la
polizia
della
Republika
Srpska
si
è
infine
presentata
a casa
di
Milan
Lukic,
a Visegrad,
per
arrestarlo.
L’operazione
non
è
andata
come
previsto.
Milan
non
era
in
casa
al
momento
del
raid.
C’era
il
fratello,
Novica,
ucciso
dai
poliziotti
nel
corso
dell’irruzione.
La
fallita
operazione
è
stata
accolta
come
il
primo
atto
concreto
che
dimostrava
una
concreta
volontà
di
collaborare
delle
forze
della
RS
con
la
comunità
internazionale,
e con
il
Tribunale
dell’Aja.
L’Alto
Rappresentante,
Ashdown,
ha
dichiarato
che
la
polizia
della
RS
aveva
agito
correttamente,
e che
finalmente
le
autorità
dell’Entità
avevano
cominciato
ad
assumersi
le
proprie
responsabilità
nei
confronti
dell’Aja.
In
Republika
Srpska,
però,
l’uccisione
di
Novica
Lukic
ha
scatenato
reazioni
diverse.
Più
di
5.000
persone
hanno
partecipato
ai
suoi
funerali,
il
20
aprile,
e altre
10.000
hanno
manifestato
a Visegrad
lo
stesso
giorno
in
protesta.
Il
comandante
delle
forze
speciali
della
polizia
della
RS,
Dragan
Lukac,
a capo
dell’operazione,
forse
in
un
tono
un
po’
naive
ha
dichiarato:
“Mi
avevano
dato
i nomi
di
tre
criminali
di
guerra,
che
dovevano
essere
arrestati
prima
del
primo
maggio
di
modo
che
i politici
potessero
conservare
i propri
posti
e la
BiH
potesse
entrare
nella
Partnership
per
la
Pace
della
Nato.
La
Corte
distrettuale
di
Srpsko
Sarajevo
ci
aveva
ordinato
di
perquisire
la
casa
e arrestare
Milan
e Sredoje
Lukic.
Tutte
le
nostre
informazioni
su
Milan
Lukic
indicavano
che
dovevamo
sorprenderlo
per
avere
successo,
dato
che
è
armato
e pericoloso.”
(Nezavisne
Novine,
23
aprile
2004)
Nei
giorni
successivi
al
raid,
tuttavia,
una
inchiesta
indipendente
dell’Institute
for
War
and
Peace
Reporting
(“Bosnia,
la
polizia
serba
colpisce
informatore”,
di
Nerma
Jelacic,
Tanja
Matic
e Hugh
Griffiths),
ha
raccontato
una
storia
diversa.
Invece
di
una
operazione
volta
alla
cattura
dei
due
indiziati,
si
sarebbe
trattato
di
una
esecuzione
a freddo.
Secondo
l’inchiesta,
infatti,
Milan
Lukic,
pressato
da
più
parti,
era
nel
frattempo
diventato
un
collaboratore
del
Tribunale
dell’Aja,
che
passava
alla
Procura
Internazionale
informazioni
sul
latitante
n.1,
Radovan
Karadzic.
Proprio
il
giorno
del
raid,
avrebbe
dovuto
incontrare
un
agente
del
Tribunale
per
fornirgli
documentazione
relativa
ad
una
estesa
rete
di
narcotraffico,
che
andava
a sostegno
della
latitanza
di
Karadzic,
coinvolgendo
anche
la
polizia
della
RS.
Novica,
scambiato
per
il
fratello
Milan,
sarebbe
stato
ucciso
senza
troppi
complimenti,
pagando
le
conseguenze
della
collaborazione
del
fratello.
La
lapidaria
testimonianza
sulle
circostanze
dell’operazione
fornita
a IWPR
dalla
moglie
di
Novica,
Ruzica,
sembra
confermare
l’ipotesi:
“Siamo
stati
svegliati
alle
7 dal
rumore
della
porta
di
casa
che
veniva
abbattuta.
Novica
si
è
alzato
dal
letto,
ancora
in
pigiama,
ha
fatto
due
passi
dal
letto
alla
porta
della
camera,
ha
aperto
la
porta
ed
è
stato
immediatamente
colpito
dall’ingresso.”
Dopo
essere
stato
ferito,
ormai
a terra,
Novica
sarebbe
stato
finito
con
alcuni
colpi
sparati
a bruciapelo.
La
traiettoria
dei
proiettili
rilevata
dai
reporters
confermerebbe
la
storia.
La
stampa
bosniaca
ha
ripreso
la
inchiesta
IWPR,
spingendosi
oltre
nella
valutazione
del
suo
reale
significato.
Secondo
Dnevni
Avaz,
le
forze
speciali
non
avrebbero
ucciso
Novica
scambiandolo
per
Milan,
presunto
collaboratore
dell’Aja.
Il
testimone
scomodo
sarebbe
stato
proprio
Novica.
Dnevni
Avaz
(7
maggio)
ha
infatti
titolato:
“Novica
Lukic
aveva
dato
delle
informazioni
all’Aja
e per
questo
la
polizia
speciale
della
RS
lo
ha
ammazzato.”
Secondo
il
quotidiano
sarajevese,
che
cita
una
“ben
informata
fonte
di
intelligence
nel
Paese”,
il
vero
scopo
della
polizia
di
Visegrad
era
quello
di
uccidere
Novica
Lukic,
in
quanto
informatore
del
Tribunale
dell’Aja,
e non
il
fratello
Milan.
Secondo
la
fonte,
“l’ala
estremista
dell’SDS
era
a conoscenza
del
ruolo
di
Novica
Lukic
e aveva
deciso
di
rimuovere
un
testimone
scomodo
che
avrebbe
anche
potuto
rivelare
particolari
su
affari
che
vedrebbero
coinvolti
oltre
a forze
mafiose
anche
una
parte
della
polizia
della
RS.”
Mirijana
Trbojevic´
Pochi
giorni
più
tardi,
un
altro
caso
poco
chiaro,
sempre
in
Republika
Srpska.
Il
9 maggio,
la
giudice
Mirijana
Trbojevic´
è
morta
nel
proprio
appartamento
di
Banja
Luka
per
l’esplosione
di
una
bomba
a mano.
La
morte,
liquidata
frettolosamente
all’inizio
come
un
caso
di
suicidio,
sulla
base
dell’inchiesta
in
corso
assomiglia
sempre
più
ad
un
omicidio.
Vecernji
List,
il
12
maggio,
ha
titolato
“Non
è
chiaro
se
il
giudice
si
sia
ucciso”,
citando
diversi
particolari
dell’inchiesta.
Danas
ha
pubblicato
il
12
maggio
scorso
una
breve
nota
biografica
sulla
giudice.
Secondo
gli
amici,
Mirjana
Trbojevic´,
“aveva
avuto
successo
sia
come
donna
che
lavorava
che
come
madre
[…]
e non
aveva
alcun
motivo
per
togliersi
la
vita.”
Voci
riportate
dal
quotidiano
belgradese
riferiscono
che
la
Trbojevic´
era
entrata
in
un
processo
delicato
relativo
al
cosiddetto
caso
"Hajducke
vode".
Durante
una
azione
di
polizia,
il
20
agosto
dello
scorso
anno,
presso
Teslic,
un
uomo,
Predrag
Bijelic´
–
secondo
l’accusa
disarmato
e che
non
stava
resistendo
all’operazione
- era
stato
ucciso,
14
poliziotti
della
RS
erano
stati
sospesi.
Al
Tribunale
di
Banja
Luka
hanno
tuttavia
detto
che
si
tratta
solo
di
voci
negando
ogni
collegamento
tra
le
vicende.
(
autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)