Srebrenica
Dopo
la
conferma
all’Aja
della
condanna
del
comandante
Radislav
Krstic
per
genocidio,
in
Bosnia
la
questione
Srebrenica
pesa
sempre
di
più
nelle
dinamiche
politiche
interne,
ed
è
uno
dei
tasselli
più
sensibili
nel
delicato
mosaico
di
rapporti
tra
comunità
internazionale
e autorità
della
Republika
Srpska.
La
poderosa
mole
di
documentazione
raccolta
negli
ultimi
anni
dal
Tribunale
Internazionale,
i documenti
della
Nato,
le
testimonianze
dei
sopravvissuti
e soprattutto
le
rivelazioni
di
quegli
ufficiali
serbi
sotto
inchiesta
che
hanno
avviato
una
collaborazione
con
gli
inquirenti
(Drazen
Erdemovic,
Momir
Nikolic
e Dragan
Obrenovic),
hanno
permesso
di
conoscere
praticamente
tutto
sugli
avvenimenti
del
luglio
’95.
Quello
che
ancora
resta
da
sapere
è
perché
Srebrenica.
Una
domanda,
evidentemente,
che
non
andrebbe
rivolta
solamente
all’esercito
della
RS.
Quello
che
le
istituzioni
della
Republika
Srpska
dovrebbero
invece
chiarire
è
dove
sono
gli
scomparsi.
E’
questo
il
compito
assegnato
alla
Commissione
su
Srebrenica,
istituita
dalle
autorità
di
Banja
Luka
a seguito
delle
forti
pressioni
in
tal
senso
da
parte
della
comunità
internazionale.
La
Commissione,
nelle
ultime
settimane,
è
al
centro
del
dibattito
politico
e del
mondo
dell’informazione
bosniaco.
Nel
2003,
la
Camera
per
i Diritti
Umani
della
Bosnia
Erzegovina,
dopo
aver
ricevuto
decine
di
richieste
da
parte
di
Bosniaci
che
chiedevano
di
sapere
dove
erano
sepolti
i propri
congiunti,
scomparsi
nei
giorni
successivi
alla
caduta
di
Srebrenica,
aveva
infatti
disposto
che
fossero
le
autorità
di
Banja
Luka
a raccogliere
le
informazioni
necessarie.
Dalla
fine
della
guerra,
dalle
fosse
comuni
della
zona
di
Srebrenica,
molte
delle
quali
piu'
volte
trasferite
nell'immediato
dopoguerra
per
nascondere
le
tracce,
sono
stati
esumati
i resti
di
circa
6.000
vittime.
Di
queste,
nel
cimitero
di
Potocari,
presso
Srebrenica,
sono
sepolte
989
persone,
mentre
oltre
5.000
corpi
esumati
aspettano
ancora
i risultati
dei
test
del
Dna
per
essere
ufficialmente
identificati.
Nell'area
di
Srebrenica
finora
sono
state
trovate
ed
esumate
in
tutto
60
fosse
comuni.
(Ansa,
Sarajevo,
16,
30
aprile)
La
Commissione
Srebrenica,
tuttavia,
procede
lentamente
i propri
lavori.
Il
16
aprile
scorso,
Ashdown
ha
destituito
Cvjetko
Savic,
capo
di
stato
maggiore
delle
forze
armate
della
RS,
insieme
al
capo
dell'ufficio
governativo
per
la
collaborazione
con
il
Tribunale
internazionale
dell'Aja,
Dejan
Miletic
proprio
per
gli
ostacoli
frapposti
al
lavoro
della
Commissione
(Fena,
16
aprile).
Ashdown
ha
poi
dichiarato
che
non
concederà
proroghe
alla
scadenza
fissata
per
il
rapporto
definitivo
dell’organismo,
previsto
per
giugno.
“Chiedo
alla
Commissione
di
non
lavorare
uno,
ma
cinque
giorni
alla
settimana”,
ha
dichiarato
l’Alto
Rappresentante
ammonendo
i Ministri
dell'Interno
e della
Difesa
della
RS,
Zoran
Djeric
e Milovan
Stankovic,
ad
assicurare
piena
collaborazione
e aggiungendo
che
li
riterra'
personalmente
responsabili.
Ashdown
ha
rivolto
lo
stesso
avvertimento
anche
al
Primo
Ministro
e al
Presidente
della
Rs,
Dragan
Mikerevic
e Dragan
Cavic.
(Ansa,
Sarajevo,
16
aprile)
Il
29
aprile
(Ansa,
Sarajevo,
30
aprile),
il
nuovo
presidente
della
Commissione,
Milan
Bogdanic,
ha
annunciato
che
istituzioni
della
RS
hanno
fornito
informazioni
sui
luoghi
delle
fosse
comuni
finora
sconosciute,
senza
precisare
i dettagli.
Secondo
la
stampa
locale,
le
fosse
sarebbero
6.
L’Alto
Rappresentante
ha
risposto
a questo
rapporto
con
un
comunicato
stampa
sostanzialmente
positivo,
sottolineando
che
apparentemente
le
autorità
della
RS
hanno
cominciato
a collaborare
efficacemente.
Dopo
il
caso
Lukic,
la
prudenza
è
d’obbligo…
Lunedì
10
maggio
(Vecernji
List,
12
maggio),
le
autorità
della
Republika
Srpska
hanno
infine
annunciato
che
la
Commissione
sta
lavorando
alla
preparazione
di
un
terzo
rapporto.
Branko
Todorovic,
presidente
del
Comitato
Helsinki
per
i Diritti
Umani
della
Republika
Srpska,
è
tuttavia
scettico
sulle
reali
possibilità
di
questo
organismo
di
portare
elementi
di
verità
sui
fatti
di
Srebrenica.
Mercoledì
(Dnevni
List,
20
maggio),
Todorovic
ha
presentato
materiale
documentale
sul
lavoro
di
“formazione
dei
testimoni”
svolto
dalle
autorità
della
RS
nei
confronti
delle
persone
che
devono
essere
interrogate
dalla
Commissione.
Todorovic
ha
chiesto
al
presidente
di
rivolgersi
chiaramente
al
pubblico
dicendo
se
la
Commissione
è
davvero
in
grado
di
scoprire
qualcosa.
Comunque
vada
a finire,
la
vicenda
della
Commissione
su
Srebrenica
ha
ormai
assunto
i caratteri
di
catalizzatore
dello
scontro
in
atto
tra
Alto
Rappresentante
e istituzioni
della
RS.
Non
sembra
possibile,
allo
stato
attuale,
una
via
d’uscita
indolore,
un
qualche
patteggiamento
o accomodamento.
O verranno
fornite
le
informazioni
sugli
scomparsi,
o Ashdown
avrà
perso
questa
battaglia.
Armi
e munizioni
L’Ansa
riporta
con
precisione
gli
aggiornamenti
sui
recenti
ritrovamenti
di
armamenti
vari
in
Bosnia.
Il
21
aprile,
un
deposito
illegale
è
stato
trovato
dalla
SFOR
a Prnjavor
(RS):
40.000
munizioni,
12
mine
da
mortaio,
178
bombe
da
fucile,
24
mine
anti
carro,
dieci
razzi
terra-aria,
in
perfetto
stato
e in
imballaggio
originale
intatto.
Il
23,
a Rogatica
(RS),
i militari
italiani
hanno
trovato
invece
un
arsenale
nella
casa
di
un
uomo
fermato
casualmente
durante
una
attività
di
controllo
del
territorio:
tre
mitragliatrici,
27
bombe
a mano,
2 kg
di
esplosivo
al
plastico,
3 fucili,
1 pistola,
2 detonatori,
3 micce,
una
quantita'
di
munizioni
e numerosi
ricambi
per
varie
tipologie
di
armi.
Il
29,
la
polizia
della
Republika
Srpska
ha
ritrovato
una
grossa
quantita'
di
armi
da
guerra
nell'area
di
Miljevina,
presso
Foca.
In
un
bosco
sono
stati
ritrovati,
tra
l'altro,
un
proiettile
calibro
76,
120
granate,
una
mitragliatrice
e relative
munizioni.
Il
5 maggio,
la
polizia
serbo
bosniaca
ha
ritrovato
presso
Pale
97
chilogrammi
di
esplosivo,
2.100
detonatori
e centinaia
di
metri
di
miccia
a lenta
combustione.
In
totale,
nel
corso
dell’operazione
condotta
dalla
SFOR
in
collaborazione
con
la
polizia
locale
nell’area
di
Prnjavor
nella
seconda
metà
di
aprile,
sono
stati
ritrovati
e sequestrati,
tra
l'altro,
208
armi
leggere,
396
bombe
a mano,
241
bombe
da
fucile,
16
mine
anti
uomo,
oltre
65.000
di
proiettili
di
vario
calibro,
32
razzi
anti
carro
e 47,5
chilogrammi
di
esplosivo.
Con
l'aiuto
della
popolazione
locale
in
una
stalla
e'
stato
scoperto
un
deposito
con
40
casse
di
armamenti.
L’11
maggio,
i carabinieri
dell'Msu
(Unita'
multinazionale
specializzata)
hanno
scoperto
una
ingente
quantita'
di
esplosivo
tra
cui
21
chili
a forma
di
ciotoli
nell'area
di
Kiseljak.
Ieri,
infine,
polizia
locale
e SFOR
hanno
ritrovato
un
grande
quantitativo
di
armi
illegali,
mine
da
mortaio
(10.000
casse)
e bombe
da
fucile
(3.000,
il
conteggio
non
è
ancora
concluso),
senza
carica
esplosiva,
in
una
fabbrica
di
filo
di
ferro
a Cazin,
nel
nord-ovest
del
paese
(Fena,
Ansa,
20
maggio)
Secondo
un
rapporto
del
Programma
di
sviluppo
delle
Nazioni
unite
(Undp)
sul
controllo
delle
armi
leggere
nel
Sud-est
europeo,
presentato
a Sarajevo
alla
fine
di
aprile,
il
numero
di
armi
leggere
in
possesso
dei
civili
prima
della
guerra,
340.000,
sarebbe
raddoppiato
durante
il
conflitto.
Nel
1999
le
armi
leggere
detenute
invece
dalle
forze
armate
erano
540.000,
ridotte
nel
2003
a 210.000.
Dal
1998
ad
oggi
la
Forza
di
stabilizzazione
della
Nato
in
Bosnia
(Sfor)
ha
raccolto,
e distrutto,
circa
22.600
armi
leggere
e 4
milioni
di
munizioni
di
vario
calibro.
Insomma,
in
giro
c’è
parecchia
roba.
La
riconciliazione
fa
passi
da
gigante
Un
editoriale
del
sarajevese
Oslobodjenje,
il
13
aprile
scorso
(a
firma
Zija
Dizdarevic),
passa
in
rassegna
ruolo
e funzioni
delle
tre
principali
comunità
religiose
del
Paese,
alla
luce
delle
polemiche
sorte
dopo
il
ferimento
del
pope
di
Pale
Starovlah,
e di
suo
figlio,
nel
noto
raid
della
SFOR.
L’articolo,
quanto
a tono
e contenuti,
è
piuttosto
deciso.
Secondo
l’autore,
la
Chiesa
Ortodossa
Serba
è
stata
uno
dei
pilastri
della
politica
che
ha
portato
alla
aggressione
e al
genocidio
e,
dopo
gli
ingiustificabili
fatti
di
Pale,
ha
mandato
nuovi
segnali
che
la
distanziano
dalla
Bosnia
Erzegovina
e dal
processo
di
pace.
Per
quanto
riguarda
la
Chiesa
Cattolica,
secondo
l’opinionista
essa
“prende
spesso
il
ruolo
dell’HDZ”,
e ha
sostenuto
questo
partito
anche
in
progetti
come
quello
della
istituzione
di
un
autogoverno
croato
in
BiH.
Per
quanto
riguarda
infine
la
comunità
islamica,
non
fa
che
insistere
sulla
tesi
dei
“Bosgnacchi
in
quanto
maggioranza
che
deve
avere
uno
status
speciale,
che
ha
sofferto
il
genocidio
e anche
oggi
è
minacciata”,
e il
suo
leader,
Mustafa
Ceric,
sarebbe
il
manager
delle
politiche
dell’SDA.
Le
comunità
religiose
in
BiH,
conclude
Oslobodjenje,
equiparano
la
nazionalità
alla
fede,
la
religione
all’ideologia,
e su
questa
base
affermano
il
proprio
ruolo
di
organizzazioni
parapolitiche,
autoproclamate
in
nome
del
popolo.
I partiti
che
[loro]
sostengono
sono
sotto
pressione
da
un
punto
di
vista
costituzionale
e legale,
sotto
il
monitoraggio
politico
e dei
media,
ma
le
élites
religiose
sono
praticamente
intoccabili.”
La
cronaca
degli
ultimi
avvenimenti,
sotto
questo
profilo,
non
lascia
in
effetti
molto
spazio
all’ottimismo.
Il
9 marzo
scorso
il
Consiglio
Episcopale
della
Chiesa
Ortodossa
di
Bosnia
Erzegovina
ha
deciso
di
ritirarsi
dal
Consiglio
interreligioso
della
BiH,
pubblicando
una
requisitoria
nei
confronti
degli
altri
(Cattolici,
Musulmani
ed
Ebrei),
accusati
di
“non
aver
mai
preso
in
considerazione
i crimini
commessi
contro
i nostri.”
Anche
la
Chiesa
Cattolica
ha
annunciato
la
propria
decisione
di
ritirarsi
dal
Consiglio
Interreligioso
della
BiH,
organismo
creato
nel
1998
per
promuovere
la
comprensione
e la
cooperazione
tra
le
diverse
comunità
religiose.
Nel
Consiglio
restano
solamente
i rappresentanti
ebrei
e musulmani
(Associazione
Sarajevo,
13
aprile
2004).
Nel
frattempo,
la
comunità
islamica
bosniaca
ha
avviato
una
azione
legale
contro
le
autorità
della
Republika
Srpska
(Oslobodjenje,
16
aprile),
per
la
distruzione
di
circa
1.200
moschee
nel
corso
della
guerra
1992-1995.
Il
vice
Reis-ul-ulema,
Ismet
Effendi
Spahic,
ha
dichiarato
ai
giornalisti
che
la
documentazione
è
in
corso
di
preparazione:
“Le
moschee
dovrebbero
essere
ricostruite
da
quelli
che
le
hanno
distrutte.
Ad
esempio,
a Banja
Luka
non
c’è
stata
la
guerra,
ma
anche
lì
le
moschee
sono
state
distrutte
[…]
Questo
processo
potrebbe
durare
un
anno,
il
tempo
necessario
per
raccogliere
la
documentazione.”
Centri
collettivi,
fosse
comuni
I periodici
ritrovamenti
di
fosse
comuni,
di
cui
la
stampa
dà
notizia,
sono
probabilmente
l’indicatore
più
efficace
–
e drammatico
- del
cammino
immobile
della
Bosnia
Erzegovina.
Durante
le
operazioni
per
esumare
i corpi
da
una
delle
ultime
fosse
ritrovate,
presso
il
villaggio
di
Zaklopca
in
Republika
Srpska,
che
conterrebbe
i corpi
di
circa
70
persone
tra
cui
quelli
di
10
donne
e 16
bambini,
gli
abitanti
hanno
aggredito
verbalmente
gli
esperti
al
lavoro.
L'intervento
della
polizia
ha
evitato
che
la
situazione
degenerasse
(Ansa,
Sarajevo,
8 maggio).
Alcuni
giorni
più
tardi,
l’11
maggio,
è
stata
invece
scoperta
la
fossa
n.
45
a Prijedor,
nel
villaggio
di
Hambarine
(Fena,
11
maggio).
Le
fosse
comuni
individuate
in
Bosnia
dalla
fine
della
guerra
sono
circa
300,
ma
sono
ancora
circa
16
mila
le
persone
che
risultano
scomparse
(Ansa,
8 maggio).
La
sorte
di
quanti,
profughi,
dopo
dieci
anni
ancora
vivono
in
centri
collettivi,
è
il
secondo
indicatore
di
un
passato
che
non
passa.
A Sarajevo,
il
Ministro
per
i Rifugiati
e gli
Sfollati
della
Federacija
BH
(Fena,
13
maggio)
ha
dichiarato
che
intende
chiedere
alle
istituzioni
dello
Stato
e alle
ong
sostegno
finanziario
per
la
ricostruzione
delle
case
di
quanti
ancora
vivono
nei
56
centri
collettivi
dell’Entità.
Secondo
il
Ministro,
Sulejman
Alijagic,
sono
necessari
circa
40
milioni
di
marchi
convertibili
per
la
chiusura
di
questi
centri,
e se
la
raccolta
fondi
continua
in
questo
modo,
saranno
necessari
altri
12
anni.
Sono
7.600,
compresi
900
bambini
in
età
scolastica,
le
persone
che
vivono
ancora
in
centri
collettivi
nella
Federazione.
Leggermente
migliore
sembra
invece
la
situazione
in
Republika
Srpska.
Il
Consigliere
al
Ministro
per
i Rifugiati
e Sfollati
dell’Entità,
Branko
Vukadinovic,
ha
dichiarato
ai
giornalisti
che
in
RS
non
ci
sono
più
centri
collettivi,
e che
questo
problema
è
stato
definitivamente
risolto
con
il
ritorno
dei
profughi
nelle
proprie
case
e con
la
costruzione
di
appartamenti
per
gli
ex
abitanti
dei
centri
(1.300
in
totale
gli
appartamenti
costruiti
in
21
municipalità
della
RS).
Dalla
Ljubija
a Zenica?
In
tutto
questo,
la
Bosnia
avanza
speditamente
sulla
strada
della
globalizzazione.
In
aprile,
la
Borsa
Valori
di
Sarajevo
(SASE)
ha
festeggiato
il
proprio
secondo
anno
di
attività.
Lo
scambio
giornaliero
ha
raggiunto
un
volume
di
600.000
marchi
convertibili
(circa
300.000
€).
Da
festeggiare,
in
realtà,
non
c’è
molto.
Il
tasso
di
disoccupazione
nel
Paese
è
intorno
al
44%.
La
produzione
langue:
l’export
continua
a diminuire,
l’import
ad
aumentare.
In
un
articolo
del
13
aprile
scorso,
il
sarajevese
Dnevni
Avaz
riporta
alcune
statistiche:
in
febbraio
2004
l’export
è
diminuito
del
2,5%
rispetto
al
mese
precedente,
mentre
l’import
nei
mesi
di
gennaio
e febbraio
2004
è
cresciuto
del
6,5%
rispetto
allo
stesso
periodo
del
2003.
La
strada
delle
privatizzazioni,
imboccata
dal
governo,
non
sembra
emozionare
i sindacati:
secondo
le
organizzazioni
dei
lavoratori,
la
nuova
legge
varata
dal
Parlamento
sui
fallimenti
delle
aziende
porterà
130.000
persone
a perdere
il
proprio
impiego,
e il
programma
di
sostegno
sociale
preparato
dal
governo
per
alleviare
le
conseguenze
della
privatizzazione,
fallimenti
e riorganizzazione
delle
aziende,
è
inadeguato.
I sindacati
minacciano
uno
sciopero
generale
e la
richiesta
di
dimissioni
del
governo
in
giugno,
se
le
loro
richieste
non
saranno
prese
in
considerazione
(Ansa,
Sarajevo,
29
aprile).
Il
quadro,
fosco,
è
però
illuminato
in
questo
periodo
da
una
notizia
cui
viene
attribuito
un
significato
largamente
positivo:
l’acquisto
da
parte
della
holding
britannico
indiana
“LNM
group”
del
51%
della
miniera
di
ferro
di
Ljubija,
presso
Prijedor,
ferma
dall’inizio
della
guerra
(Fena,
20
aprile
2004).
In
Bosnia,
la
Ljubija
costituiva
un
sistema
integrato
con
le
acciaierie
di
Zenica.
Dopo
la
guerra,
i due
colossi
si
trovano
nelle
due
diverse
Entità
del
Paese.
La
“LNM”
sarebbe
interessata
a ricostituire
il
gruppo,
ed
ha
presentato
una
offerta
al
governo
della
Federacija
BiH
per
acquisire
il
pacchetto
di
maggioranza
della
“BH
Steel”,
di
Zenica.
Nella
corsa
al
controllo
delle
acciaierie,
la
“LNM”
è
in
competizione
con
il
gruppo
“ISPAT”,
di
Bombay.
La
decisione,
secondo
il
primo
ministro
della
Federacija,
Ahmet
Hadzipasic,
dovrà
essere
condivisa
con
la
compagnia
kuwaitiana
che
attualmente
detiene
il
50%
della
“BH
Steel”
(BHTV
1,
4 maggio).
Secondo
Dragan
Cavic,
presidente
della
RS,
e Dragan
Mikerevic,
Primo
Ministro
della
RS,
la
acquisizione
della
Ljubija
rappresenta
il
ritorno
alla
vita
della
regione
di
Prijedor.
Verranno
creati
posti
di
lavoro
per
oltre
5.000
persone,
con
conseguenze
per
l’intero
Paese.
La
holding
anglo
indiana
si
è
impegnata
ad
investire
nella
produzione
25
milioni
di
marchi
convertibili
per
il
primo
anno,
a corrispondere
le
assicurazioni
sociali
e pensionistiche
per
i lavoratori,
e a
pagare
i salari
arretrati
degli
ultimi
tre
anni
(RTRS,
30
aprile
2004).
Sempre
più
vicini,
sempre
più
lontani
Quello
che
invece
la
globalizzazione
non
gradisce,
e anche
da
queste
parti
lo
si
è
cominciato
a capire,
è
la
libera
circolazione
delle
persone.
Nei
giorni
scorsi,
la
Bosnia
Erzegovina
ha
firmato
un
accordo
con
il
governo
italiano
per
il
rimpatrio
dall’Italia
degli
immigrati
clandestini.
L’accordo
è
stato
siglato
a Sarajevo
il
12
maggio
dal
Ministro
per
la
Sicurezza
bosniaco,
Barisa
Colak,
e dal
Vice
Ministro
degli
Esteri
italiano,
Roberto
Antonione,
che
ha
ricordato
nell’occasione
come
la
immigrazione
illegale
sia
una
delle
questioni
che
più
preoccupano
l’Italia
e l’Unione
Europea
(Fena,
12
maggio).
Fossero
queste
le
preoccupazioni…
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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