Nell’intervista
pubblicata
il
5 marzo
2004
da
DANI,
il
professor
Gajo
Sekulic
ha
avuto
modo
di
esprimere
il
suo
punto
di
vista
decisamente
critico
rispetto
alla
proposta
ESI.
Alla
domanda
del
direttore
del
settimanale
sul
perché
sia
riluttante
nell’accogliere
la
proposta
del
think
tank,
e i
suggerimenti
per
la
modifica
della
Costituzione
della
BiH
contenuta
nell’annesso
IV
dell’Accordo
di
Dayton,
Sekulic
risponde:
“Si
tratta
di
un
progetto
di
‘elvetizzazione’
della
BiH”
e prosegue:
“Quei
ragazzi,
cosiddetti
esperti
di
Berlino,
desiderano
addolcire
l’esistente
assetto
‘statale’
(quel
posto
vuoto
dello
Stato
BiH
senza
Stato
che
hanno
occupato
sia
i politici
locali
stranieri
sia
i veri
stranieri)
così
che
una
entità
(la
RS),
il
Distretto
di
Brcko
e tutti
gli
esistenti
cantoni
vengano
coperti
con
il
‘cantonizzante’
democratico
cioccolato
svizzero
di
molto
dubbia
qualità.
Allo
stesso
modo
in
cui
i nomi
delle
strade
sono
stati
modificati
attraverso
una
arbitraria
‘procedura’
di
conferma
della
pulizia
etnica
- ovunque
hanno
dato
nuovi
nomi,
e per
di
più
si
fa
in
modo
che
ciò
accada
velocemente
pure
a Sarajevo
- così
i nostri
onorevoli
esperti
mondiali
offrono
al
povero
popolo
della
BiH
solo
dei
nuovi
nomi
(cantonali)
per
le
Entità,
per
cercare
di
risolvere
in
questo
modo
il
paradosso
di
almeno
due
dei
progetti
bosniacoerzegovesi
per
il
futuro
della
Republika
Srpska
(RS).
Il
primo
di
questi
progetti
dall’esterno
con
tutti
i mezzi
abolirebbe
volentieri
la
RS
senza
badare
alle
conseguenze,
mentre
l’altro
dall’interno
la
immortalerebbe
in
eterno
richiamandosi
a Dayton
e alla
storia
contemporanea.
Con
ciò,
a quanto
pare,
risolverebbero
pure
la
esplosiva
situazione
nell’entità
della
Federacija
come
stato
complesso.
Si
tratta
di
una
proposta
pretenziosa
e arrogante.
Certamente
lo
‘Stato’
BiH
oggi
è
una
somma
non
funzionale
e invisibile,
composta
da
uno
Stato
semplice
come
la
RS
e uno
Stato
complesso
di
‘due
popoli’
senza
la
equiparazione
dei
diritti
dei
cittadini
(FBiH).
Questo
evidente
paradosso
non
si
risolve
però
con
il
ritocco
di
alcune
piccole
disposizioni
all’interno
delle
cosiddette
condizioni
per
l’adesione
all’Unione
europea
e ad
un
più
pericoloso
relitto
archeologico
della
guerra
fredda,
che
si
chiama
patto
della
NATO,
sotto
l’egemonia
americana.
Solo
le
cittadine
e i
cittadini
dell’intera
BiH
possono
creare
uno
stato
della
BiH
democratico
che
non
costerebbe
molto
e che
sarebbe,
in
riferimento
ai
suoi
organi
di
governo,
sotto
il
controllo
di
una
migliore
società
civile
sviluppata.”
Senad
Pec´anin,
direttore
di
DANI,
chiede
a Sekulic
in
che
modo
può
essere
modificato
l’attuale
assetto
costituzionale,
se
si
tiene
presente
che
buona
parte
dei
partiti
della
RS
ne
osteggiano
qualsiasi
cambiamento.
Sekulic
ricorda
che
“gli
attori
politici
della
RS
non
sono
solo
i partiti
politici,
ma
fra
essi
vanno
annoverate
pure
le
numerose
organizzazioni
non
governative,
le
componenti
della
forza
lavoro
distrutta
delle
industrie,
i contadini
nei
differenti
villaggi,
i giovani,
in
particolare
gli
studenti,
il
movimento
femminile
della
RS
che
ha
un
forte
potenziale
politico,
i disoccupati,
chi
prende
un
basso
stipendio,
ecc.
Quindi,
io
come
cittadino,
filosofo
politico
e sociologo,
guardo
la
RS
in
modo
molto
più
complesso
e più
sobrio,
perché
fino
a ieri
la
gente
normale
in
BiH,
già
dal
1989,
si
è
confrontata
con
un
Grande
Avversario:
gli
avvelenatori
etnocratici
e nazionalisti
ai
quali
non
hanno
saputo
e ancora
oggi
non
sanno
opporsi”.
Sekulic
prosegue
ribadendo
che
“i
soggetti
dei
cambiamenti
sono
le
élites,
il
settore
non
governativo,
le
istituzioni
e i
cittadini
come
individui
sovrani”.
Secondo
il
filosofo
bosniaco,
“si
dovrebbe
aprire
quanto
prima
un
dialogo
con
la
reciproca
presenza
di
tutti
quelli
che
hanno
partecipato
ai
numerosi
suggerimenti
sui
cambiamenti
costituzionali.
Quindi
si
dovrebbero
definire
in
modo
più
preciso
i soggetti
e i
procedimenti
democratici
dei
cambiamenti.
Personalmente
lavoro
alla
preparazione
dell’ultimo
modello
di
modifica
con
un’enorme
fiducia
nel
fatto
che
i cambiamenti
o ancora
meglio
la
nuova
costituzione
democratica
della
BiH
possa
essere
realizzata
solo
dai
cittadini
e dalle
cittadine
della
BiH,
attraverso
un
dialogo
di
massa
e non
solo
elitario,
che
sia
in
grado
di
incominciare
a modificare
l’attuale
paralisi
politica,
morale
e psicologica
che
aleggia
in
BiH
e preparare
le
condizioni
per
lo
svolgimento
di
elezioni
anticipate
per
un
Parlamento
costituzionale
(in
grado
di
adottare
una
costituzione,
ndt)
della
BiH,
presso
il
quale
i deputati
voterebbero
in
modo
differente
e migliore
per
la
nuova
Costituzione”.
Pec´anin
rivolgendosi
a Sekulic
afferma
“non
so
se
vorrà
essere
d’accordo
su
questo,
ma
a me
sembra
che
dall’inizio
della
guerra
in
BiH
non
sia
mai
esistita
una
situazione
politica
senza
speranza
come
questa
che
dura
dalle
ultime
elezioni”.
Sekulic
risponde:
“concordo
sulla
tua
percezione
della
situazione.
La
coalizione
al
potere
di
tre
movimenti
populistici
che
si
autodefiniscono
in
modo
pretenzioso
partiti,
già
dalle
prime
elezioni
del
1990,
non
ha
fatto
nulla
di
importante
nell’ottica
delle
soluzioni
politiche,
sociali,
economiche,
culturali
e delle
questioni
morali
o della
crisi.
Essa
oggi
può
riconoscere
solo
ciò
che
fa
sotto
la
pressione
della
comunità
internazionale,
e il
modo
e la
logica
di
un
riconoscimento
forzato
è
la
nostra
realtà
attuale.
È
vero
che
l’SDP
non
si
è
ancora
‘ristabilito’,
se
mai
un
tempo
sia
stato
politicamente
‘sano’”.
In
riferimento
ai
due
anni
di
governo
dell’Alleanza
per
i cambiamenti
e alla
guida
dell’SDP
di
Zlatko
Lagumdzija,
appoggiato
da
Sekulic,
quest’ultimo
fa
notare
che
“non
bisogna
dimenticare
che
quei
due
anni
di
governo
dell’Alleanza
sono
stati
gli
unici
nei
quattordici
anni
di
massacro
prepolitico
della
gente
della
BiH
da
parte
dei
tre
citati
soggetti
populistici.
Ciò
che
di
meglio
hanno
fatto
è
senz’altro
la
dignitosa
instaurazione
di
relazioni
di
partenariato
con
la
comunità
internazionale
e l’aver
rivolto
l’attenzione
sul
fatto
che
nel
quadro
esistente
delle
relazioni
politiche
interne
ed
esterne
non
è
possibile
risolvere
nemmeno
l’organizzazione
politico
statale,
né
realizzare
in
modo
pressoché
convincente
una
piattaforma
per
soluzioni
di
lungo
corso
della
povertà
sociale
attraverso
la
via
di
una
buona
economia
in
tutta
la
BiH”.
Senad
Pec´anin
ricorda
sul
finire
dell’intervista
che
Gajo
Sekulic
è
uno
dei
più
severi
critici
dell’attuale
Alto
rappresentante
e gli
chiede
“Cosa
rimprovera
di
più
a Paddy
Ashdown?”.
E Sekulic
risponde:
“Sulla
base
di
letture
che
durano
da
anni
di
Kant,
Hegel,
Marx
e Heidegger,
tento
un
concetto
di
critica,
come
procedimento
per
discernere
il
vero
dal
falso,
il
male
dal
bene
ecc.
Diciamo
che
da
Hegel
ho
imparato
che
la
critica
o la
dimensione
critica
del
suo
concetto
di
cambiamento
del
vecchio
col
nuovo
non
è
solo
la
negazionedi
quest’ultimo,
ma
il
mantenere
gli
elementi
del
vecchio
e portarli
ad
un
livello
più
alto.
Ecco
perché
mi
considero
un
amante
della
verità
critico
della
politica
di
potere
di
Ashdown
e del
suo
ruolo
in
BiH.
Egli
è
sovrano…
Ma
per
questo
suo
ruolo
sono
colpevoli
i nostri
falsi
democratici
che
si
spacciano
in
BiH
come
salvatori
dei
propri
popoli.
Ashdown
dovrebbe,
già
da
oggi,
instaurare
molto
più
seriamente
un
dialogo
e una
collaborazione
con
l’opposizione
e le
istituzioni
della
popolazione
civile
e democratica”.
“Qual
è
il
potenziale
di
ciò
che
chiamiamo
‘settore
civile’
in
BiH?”,
chiede
infine
Pecanin.
“Enorme
- risponde
Sekulic
- ma
non
è
ancora
articolato,
né
quello
civile,
né
tanto
meno
quello
sindacale”.
Il
16
gennaio
il
settimanale
DANI
aveva
pubblicato
una
prima
intervista
con
un’altro
degli
intellettuali
più
noti
dell’ambiente
culturale
bosniaco.
Si
tratta
di
Zdravko
Grebo,
professore
di
Diritto
alla
Università
di
Sarajevo
e direttore
del
Centro
per
gli
studi
interdisciplinari.
L’intervista,
come
la
precedente,
tocca
i punti
nevralgici
della
pessima
situazione
in
cui
versa
la
BiH
e l’ultima
domanda
che
viene
rivolta
a Grebo
riguarda
la
proposta
dell’ESI.
Partiamo
da
quest’ultima
domanda,
per
poi
risalire
il
testo
dell’intervista.
Emir
Suljagic´,
giornalista
di
DANI
noto
pure
per
i suoi
reports
dal
Tribunale
dell’Aja
per
alcune
testate
internazionali,
chiede
al
professor
Grebo
come
vede
la
proposta
dell’Iniziativa
europea
per
la
stabilità
(ESI).
Grebo
risponde
affermando
che
“questa
iniziativa
è
buona
perché
smuove
le
cose
da
un
punto
morto.
Tutta
la
storia
dei
12
cantoni
mette
la
federazione
in
difficoltà,
perché
avrete
di
nuovo
quanto
meno
la
tendenza
che
i cantoni
si
profilino
su
base
nazionale,
e questo
sarebbe
già
un
passo
verso
la
terza
entità.
Per
quanto
riguarda
la
Republika
Srpska,
che
cesserà
di
essere
un’entità,
essa
rimarrà
intatta,
ma
tutta
la
prima
classe
di
politici
della
RS
ha
detto
che
questo
non
va
bene,
anche
se
alla
fine
sanno
tutti
che
l’importante
è
che
non
venga
toccato
il
nome.
Un
tale
progetto
in
prima
battuta
non
è
certo
la
soluzione
più
felice,
ma
come,
primo
e serio,
inizio
di
fondazione
dello
stato
è
buono.
La
nuova
realtà
e le
nuove
tendenze
indicano
che
lo
stato
può
essere
molto
decentralizzato
e lasciare
il
potere
alle
regioni,
che
in
BiH
sono
sempre
esistite.
Se
doveste
chiedere
ad
un
Bosniaco,
che
non
si
sia
completamento
smarrito
nella
mitomania
nazionale,
vi
direbbe
che
esiste
la
Podrinje,
la
Bosnia
centrale,
la
Kraijna,
la
Posavina
e l’Erzegovina.
Una
tale
ordinamento
della
BiH
potrebbe
risolvere
le
questioni
della
collaborazione
con
le
regioni
confinanti,
negli
stati
confinanti,
i quali
affrancherebbero
le
‘patrie
di
riserva’
dalle
preoccupazioni
per
determinati
segmenti
della
popolazione
della
BiH,
mentre
il
loro
più
grosso
dispiacere
sarebbe
quello
di
non
vivere
lì.
Perché
esiste
pure
una
terza
variante,
che
sento
sempre
più
spesso:
se
i Serbi
e i
Croati
si
considerano
tali
in
senso
politico,
non
riconoscono
la
BiH,
oppure
con
ardore,
pensano
che
un
giorno
si
uniranno
alla
Serbia
o alla
Croazia,
i Bosniaci,
e questo
le
sento
sempre
più
spesso,
li
lasceranno
andare,
ma
‘non
gli
lasceranno
portare
via
la
terra’.
Quella
zolla
di
terra
appartiene
a noi
e a
loro,
e noi
in
modo
forte
e chiaro
dobbiamo
riconoscere
quello
stato
come
quello
sul
quale
abbiamo
un
comune
diritto,
perché
ci
aspettiamo
che
un
domani
in
questo
stato
ci
possa
andare
bene”.
Grebo
vede
che
“L’unica
strada
che
la
BiH
può
percorrere
per
fare
in
modo
che
un
giorno
divenga
un
bel
posto
in
cui
vivere
è
l’incoraggiamento
delle
vere
forze
proeuropee
affinché
facciano
sentire
la
loro
voce
europea
in
modo
deciso.
Dall’altra
parte
l’Europa
di
quelli
che
tengono
le
dita
incrociate
sotto
la
sedia
quando
dicono
che
vogliono
entrare
in
Europa,
devono
impegnarsi
a mantenere
tali
promesse.
Finché
ci
tengono
con
un
guinzaglio
corto,
ci
sarà
dell’instabilità,
non
si
realizzeranno
vere
cooperazioni
tra
i soggetti
politici
nemmeno
in
BiH,
né
nelle
immediate
vicinanze.
Temo
che
un
giorno
anche
noi
in
BiH
si
inizi
a produrre
dei
sentimenti
anti
europei”.
Suljagic´:
“Sarebbe
un
suicidio”.
Grebo:
“Non
abbiamo
altra
scelta.
Tutte
le
altre
possibilità
le
abbiamo
abbandonate
da
tempo,
e sono
pure
compromesse
alla
base,
ma
in
questo
la
BiH
ne
ha
la
minima
colpa.
Assolutamente
è
impensabile
lo
spettro
dei
crimini
di
guerra
che
qui
sono
stati
commessi.
Però,
se
come
gente
pragmatica
pensiamo
a ciò,
probabilmente
ci
porremmo
la
domanda
‘perché
ci
siamo
dovuti
distruggere
così
crudamente,
per
chiedere
poi
tutti
di
nuovo
di
ritornare
uniti?’.
Ovviamente
non
in
un
quadro
di
una
qualche
Jugoslava,
ma
prima
di
tutto
come
Balcani
occidentali,
e poi,
tutti
nel
pacchetto
delle
integrazioni
euroatlantiche.
Finché
non
costruiremo
un
forte
consenso
politico
e una
coerente
decisione
politica,
presso
quelle
persone
che
decidono
su
ciò,
le
iniziative
di
Bruxelles
dovrebbero
inviare
segnali
più
chiari,
nei
quali
dovrebbero
essere
compresi,
la
collaborazione
tecnologica,
la
collaborazione
sulla
scuola
superiore,
l’incoraggiamento
degli
investimenti
e,
naturalmente,
tutti
quegli
aspetti
che
comprendono
la
libertà
di
movimento
del
capitale,
dei
servizi
e delle
persone.
Se
in
Bosnia
ed
Erzegovina
non
lasciate
che
si
parta,
che
si
collabori,
che
ci
si
prepari
e si
faccia
di
questo
paese
uno
stato
normale,
che
non
induca
sospetto,
allora
fate
in
modo
che
questa
gente
sia
anti
europea
o,
eventualmente,
che
vada
a cercare
la
sua
possibilità
di
vita
al
di
fuori
della
BiH”.
Suljagic´
a questo
punto
afferma:
“La
comunità
internazionale,
ossia
il
suo
‘esecutivo’
in
BiH,
è
diventata,
invece,
la
parte
peggiore
del
folklore
politico
di
questo
paese,
ed
è
finita
in
simbiosi
con
i partiti
nazionalisti…”
Al
che
Grebo
ribatte:
“La
maggior
parte
dei
rappresentanti
della
comunità
internazionale
si
comporta
in
modo
più
o meno
arrogante,
maleducato,
non
conoscono
né
la
tradizione,
né
il
potenziale
intellettuale
di
questo
paese.
Dall’altra
parte
avrete
sempre
a che
fare
con
la
domanda
‘ma
loro
cosa
ci
fanno
qui?’.
Loro
sono
qui
su
mandato
internazionale
e ogni
fortunato
che
si
è
seduto
su
quella
posizione
di
sovranità,
ha
prolungato
il
proprio
mandato:
quello
che
c’è
adesso
è
signore
assoluto
della
BiH,
ha
un’autorità
sovracostituzionale.
Questo
tipo
di
governo
presenta
due
aspetti:
un
falso
e pubblicamente
manifesto
desiderio
di
benessere
del
popolo
della
BiH,
che
si
manifesta
con
un’enorme
accettazione
dell’OHR,
SFOR,
OSCE
e dei
tribunali
stranieri
nei
nostri
tribunali,
che
è
una
considerevole
umiliazione.
Dall’altra
parte,
gli
imbroglioni
al
potere
evidentemente
non
pensano
di
fare
qualcosa.
Loro,
naturalmente,
esistono
per
non
fare
nulla,
il
loro
interesse
è
coalizzarsi
per
rimanere
al
potere.
Il
loro
desiderio
nascosto,
considerando
che
così
costituiti
non
possono
fare
niente,
anche
se
pensano
di
farlo,
è
che
domani
si
sveglieranno
e ciò
che
non
sono
stati
in
grado
di
fare
lo
farà
l’Alto
rappresentante
al
posto
loro.
Con
queste
mantenete
due
cose:
la
base
delle
promesse
elettorali
fatte
al
proprio
popolo,
e dall’altra
parte
scaricate
su
qualcun
altro
la
responsabilità
di
risolvere
al
vostro
posto
le
questioni.
L’uscita,
quando
sarà
possibile
costituirla,
sta
nella
creazione
di
una
massa
critica,
che
in
modo
un
po’
impreciso
possiamo
definire
società
civile,
o nella
creazione
di
condizioni
tali
che
i prossimi
tre
anni
trascorrano
nella
creazione
di
un
cambiamento
della
coscienza
politica,
che
alle
elezioni
conduca
alla
vittoria
delle
forze
pro
bosniache.
Quando
dico
questo
penso
alle
forze
che
come
loro
priorità
hanno
lo
stato
BiH,
a prescindere
da
quale
sia
il
successivo
sulla
lista
dei
valori.
Dobbiamo
essere
consapevoli
che
la
responsabilità
è
sia
delle
élite
politiche
ed
economiche
incompetenti,
ignoranti,
ma
anche
nostra,
della
gente
che
ha
votato
per
questo
governo.
Se
testate
l’opinione
pubblica,
vedrete
che
esiste
un
generale
disaccordo:
la
gente
comune
non
ha
alcuna
buona
parola
per
il
governo,
ma
nessuno
si
chiede
chi
lo
abbia
eletto”.
Suljagic´
chiede
se
non
sia
il
momento
di
dire
agli
stranieri
di
andarsene
via,
e Grebo
risponde:
“Qui
bisogna
discutere
su
tre
cose
in
parallelo:
se
non
abbiamo
nemmeno
una
vaga
speranza
che
un
giorno
amministreremo
lo
stato,
allora
esso
non
deve
nemmeno
esistere.
Quindi,
se
pensate
di
rimanere
qui
a lungo,
rimanete:
ma
allora
sarebbe
stato
più
onesto,
subito
dopo
Dayton,
introdurre
un
vero
protettorato
in
cinque
anni
e fare
in
modo
che
in
quei
cinque
anni
si
creassero
le
condizioni
per
farci
amministrare
quello
stato.
A suo
tempo
ho
inventato
una
barzelletta
sul
fatto
che
si
dovrebbe
introdurre
un
protettorato
e che
come
protettori
si
assumano,
diciamo,
i giapponesi:
così
che
per
strada
possiamo
distinguere
anche
per
la
razza
chi
è
il
padrone
e chi
lo
schiavo.
Dobbiamo
dire:
noi
possiamo,
se
possiamo,
amministrare
questo
stato!
Ciò
creerebbe
lo
spazio
per
quella
gente
che
lo
può
fare,
affinché
lo
faccia.
Chi
non
può
fare
niente,
che
se
ne
vada,
si
faccia
da
parte.
Inoltre,
terza
cosa,
dobbiamo
tenere
presente
l’aiuto
regionale,
e l’integrazione
europea,
nel
senso
che
le
tensioni
in
BiH
esisteranno
finché
nei
due
paesi
confinanti
che
hanno
esercitato
un’aggressione
su
questo
stato,
non
avremo
dei
governi
che
riconosceranno
che
la
BiH
è
uno
paese
sovrano
e che
la
storia
sulla
proprietà
di
sue
parti
è
impossibile.
In
questo
modo
la
comunità
internazionale
concorrerà
alla
stabilità
di
questo
paese,
ma
non
nell’immischiarsi
negli
affari
quotidiani
che
alcune
volte
terminano
in
banalità.
Sì,
dovrebbero
lentamente
fare
i bagagli.
Ci
siamo
noi
che
li
aiuteremo
anche
a portagli
le
valigie”.
Interrogato
da
Suljagic´
sul
ruolo
dei
circoli
accademici
nel
dopoguerra,
Grebo
rileva
come
ci
sia
una
sorta
di
vuoto
di
interesse,
di
mancanza
di
critica
e di
pensiero.
Dove
ci
sono
i presupposti
per
ciò
si
è
scelto
il
conformismo
e quando
si
ha
qualcosa
da
dire
si
tacciono
i problemi…
Ma
ciò
che
c’è
di
peggio
è
che
la
maggior
parte
delle
élite
politica
appartiene
all’ambiente
accademico,
sicché
–secondo
Grebo
- hanno
perso
la
possibilità
di
esprimersi
in
modo
critico
sulla
situazione
sociale.
Per
Grebo,
“una
comunità
accademica
in
senso
accademico
non
esiste
e figurarsi
nel
senso
della
produzione
di
idee.
Una
piccola
speranza
è
rappresentata
dai
giovani
che
hanno
una
buona
educazione
unita
ad
una
sensibilità
assolutamente
morale
e moderna”.
Suljagic´
chiede
poi
al
professore
di
Sarajevo
come
mai
i giovani
hanno
così
paura
di
occuparsi
di
politica.
Così
risponde
Grebo:
“Per
prima
cosa,
né
la
classe
media,
se
ne
esiste
una,
né
i nuovi
ricchi
e i
magnati,
né
la
popolazione
femminile,
né
i giovani
sono
un
gruppo
omogeneo.
Probabilmente
troverete
fra
i giovani
dei
buoni
nazionalisti
ed
estremisti,
forse
anche
migliori
di
quelli
vecchi
perché
meglio
istruiti.
Dopo
la
caduta
del
comunismo,
alla
quale
è
seguita
la
guerra,
esiste
un
senso
di
impotenza,
di
apatia
che
porta
alla
frustrazione…
L’enorme
numero
di
astensioni
alle
scorse
elezioni,
credo
che
abbia
empiricamente
dimostrato
che
si
tratti
dei
giovani
e della
popolazione
urbana.
Il
non
andare
a votare
è
diventato
persino
un
modo
di
fare,
fra
gli
studenti
è
venuto
di
moda
il
non
votare,
come
se
fosse
la
più
alta
virtù
morale.
Però
potete
chiedervi
di
nuovo
se
è
la
mancanza
di
prospettiva
il
motivo
di
ciò,
perché
la
maggior
parte
di
loro
desidera
andarsene
da
qui!”.
Un
ulteriore
elemento
che
occorre
tenere
in
considerazione
secondo
Grebo
è
il
fatto
che
“a
parte
forse
la
Slovenia,
da
nessuna
parte
esiste
uno
spettro
politico
definito.
Se
qualcuno
vi
dicesse
che
è
socialdemocratico,
non
significa
che
sappia
che
cosa
sia
la
socialdemocrazia
e di
cosa
prevede
il
suo
programma”.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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