Srebrenica,
9 anni
dopo
Luglio
1995,
luglio
2004.
Tra
pochi
giorni
ricorre
il
nono
anniversario
della
“estate
di
morte”
di
Srebrenica,
quando
l’esercito
serbo
del
generale
Mladic,
entrato
nella
enclave
dichiarata
zona
protetta
dal
Consiglio
di
Sicurezza
delle
Nazioni
Unite,
avviò
la
strage
della
popolazione
maschile
che
invano
aveva
cercato
rifugio
presso
la
base
del
contingente
dei
caschi
blu
olandesi.
Nella
storia
europea
recente,
Srebrenica
rappresenta
insieme
il
simbolo
della
vittoria
dei
nazionalisti
e la
distruzione
della
speranza
che,
dopo
il
secondo
conflitto
mondiale,
era
stata
riposta
nella
organizzazione
delle
Nazioni
Unite
e nel
suo
possibile
ruolo
di
mantenimento
della
pace.
Dopo
che
il
Tribunale
dell’Aja
ha
scritto
definitivamente
la
parola
“genocidio”,
le
migliaia
di
vittime
di
Srebrenica
rappresentano
in
Bosnia
insieme
il
simbolo
della
tragedia
avvenuta
e un
macigno
posto
sulla
strada
di
una
possibile
riconciliazione,
alla
luce
della
continua
latitanza
di
Karadzic
e Mladic.
Centinaia
di
pagine
Dal
’95
ad
oggi
sono
state
molte
le
inchieste
che
hanno
cercato
di
appurare
perché
le
forze
internazionali
(Nazioni
Unite
e Nato)
non
sono
intervenute
a difesa
della
popolazione,
e al
tempo
stesso
di
stabilire
le
responsabilità
all’interno
dell’esercito
e della
leadership
serba.
Centinaia
sono
state
le
pagine
scritte,
ma
ogni
inchiesta
ha
affrontato
la
vicenda
secondo
un
proprio
punto
di
osservazione
e soprattutto,
fino
ad
oggi,
era
mancata
una
presa
di
posizione
ufficiale
da
parte
delle
istituzioni
della
Republika
Srpska
(RS,
una
delle
due
Entità
nelle
quali
la
Bosnia
è
divisa).
Per
il
governo
olandese,
in
particolare,
i fatti
di
Srebrenica
hanno
rappresentato
quello
che
i media
locali
hanno
definito
“un
decennio
di
maledizione”:
dopo
una
prima
inchiesta
governativa
(1996),
l’Istituto
olandese
per
la
documentazione
di
guerra
(NIOD)
ha
pubblicato
nel
2002
una
voluminosa
inchiesta
che
ha
portato
alle
dimissioni
dell’allora
premier
Wim
Kok,
aprendo
poi
la
strada
ad
una
nuova
inchiesta
condotta
a livello
parlamentare.
Anche
il
Parlamento
francese
(francesi
erano
sia
il
generale
Unprofor
Morillon
–
la
cui
iniziativa
nella
primavera
del
’93
aveva
portato
alla
creazione
della
area
protetta
- che
il
capo
delle
forze
Onu
in
ex
Jugoslavia,
Janvier)
ha
indagato
le
vicende
del
luglio
1995,
arrivando
a pubblicare
nel
novembre
2001
un
lungo
rapporto.
Il
Tribunale
internazionale
dell’Aja
ha
processato
e condannato
per
genocidio
(sentenza
confermata
in
appello)
il
generale
serbo
Radislav
Krstic.
Mentre
restano
latitanti
rispettivamente
il
capo
politico
e quello
militare
dei
Serbi
di
Bosnia
nel
1995,
Radoslav
Karadzic
e Ratko
Mladic
–
ricercati
anche
per
Srebrenica
–
nel
dicembre
scorso
sono
stati
condannati
Momir
Nikolic
(a
27
anni)
e Dragan
Obrenovic
(a
17
anni),
mentre
sono
ancora
in
corso
i processi
nei
confronti
di
Vidoje
Blagojevic
e Dragan
Jokic,
tutti
ufficiali
dell’esercito
serbo
coinvolti
a vario
titolo
nelle
operazioni
in
Bosnia
dell’est
nell’estate
del
’95.
La
collaborazione
dei
primi
due
(Nikolic
e Obrenovic)
con
il
Tribunale
Internazionale
ha
permesso
di
acquisire
elementi
fondamentali
su
come
l’intera
operazione
era
stata
condotta
e pianificata.
Anche
Slobodan
Milosevic,
che
il
5 luglio
prossimo
inizierà
la
propria
difesa
all’Aja,
dovrà
rispondere
per
i fatti
di
Srebrenica,
qualora
venga
provata
dalla
Procura
il
collegamento
tra
la
leadership
serbo
bosniaca
e quella
della
Serbia
propria,
e la
partecipazione
di
forze
dell’esercito
e/o
della
polizia
di
Belgrado
nelle
operazioni.
Banja
Luka
IL
15
dicembre
dello
scorso
anno
il
governo
della
Repubblica
Serba
di
Bosnia
(RS)
ha
istituito
la
“Commissione
di
indagine
sugli
eventi
accaduti
a Srebrenica
e nei
dintorni
tra
il
10
e il
19
luglio
del
1995.”
Significativamente,
nelle
motivazioni
che
sostengono
la
decisione
di
creare
la
Commissione,
si
legge
che
i suoi
obiettivi
–
oltre
a quello
di
indagare
sui
fatti
di
luglio
–
sono
di
“contribuire
alla
creazione
di
una
pace
duratura
e alla
costruzione
di
fiducia
in
BiH”.
La
comunità
internazionale
in
Bosnia
Erzegovina
(BiH)
ha
svolto
naturalmente
un
ruolo
importante
nello
stimolare
la
costituzione
di
questo
organismo.
Due
dei
sette
membri
della
Commissione
sono
stati
infatti
indicati
dall’Alto
Rappresentante:
Gordon
Bacon,
in
rappresentanza
della
stessa
comunità
internazionale,
e Smail
Cekic,
in
rappresentanza
delle
famiglie
degli
scomparsi.
Proprio
le
famiglie
si
erano
rivolte
alla
Camera
per
i Diritti
Umani
della
BiH
per
avere
notizie
sulla
sorte
dei
loro
congiunti,
scomparsi
a Srebrenica
nel
luglio
di
9 anni
fa.
La
Camera,
dopo
aver
accolto
49
istanze,
in
rappresentanza
di
altre
1.800,
si
era
poi
rivolta
al
governo
della
RS
(con
decisione
3 marzo
2003)
chiedendo
di
fornire
tutte
le
informazioni
“relative
alla
sorte
degli
scomparsi”,
rivelare
“tutte
le
informazioni
relative
alla
ubicazione
delle
fosse
comuni”
e di
condurre
una
indagine
completa
relativamente
alle
violazioni
dei
diritti
umani
avvenute
nel
periodo
in
questione
per
poter
informare
il
pubblico
e i
sopravvissuti
sul
“ruolo
della
RS
negli
eventi
relativi
al
massacro
di
Srebrenica
del
luglio
1995
e gli
sforzi
successivi
svolti
per
nascondere
quegli
eventi.”
La
Commissione
in
questi
mesi
ha
potuto
lavorare
su
documentazione
fornita
dalle
istituzioni
della
RS
(Ministero
della
Difesa,
Comando
Generale
dell’Esercito,
Comando
del
Primo
e Quinto
corpo
d’armata,
Ministero
degli
Interni)
dal
Ministero
della
Difesa
della
Federazione
e da
alcune
istituzioni
internazionali.
Le
iniziali
difficoltà
nel
rapporto
con
le
istituzioni
della
RS
sono
state
risolte
dopo
due
decisi
interventi
da
parte
dell’Alto
Rappresentante
Ashdown
(11
marzo
e 25
aprile)
e il
cambiamento
del
presidente
della
Commissione
stessa.
Il
rapporto
della
Commissione
della
RS
Il
risultato
di
questi
mesi
di
indagine
è
contenuto
in
un
rapporto
di
42
pagine,
che
fornisce
informazioni
dettagliate
sulle
unità
della
polizia
e dell’esercito
serbo
che
erano
presenti,
e dà
le
coordinate
relative
alla
ubicazione
di
32
fosse
comuni
finora
ignote
agli
organismi
di
ricerca
delle
persone
scomparse.
La
Commissione
ha
presentato
il
rapporto
finale
a Banja
Luka
l’11
giugno
scorso.
Il
documento
si
articola
in
diversi
capitoli:
- la
sorte
dei
Bosniaco
Musulmani
a Srebrenica
e nei
dintorni
tra
il
10
e il
19
luglio
del
1995:
a Potocari;
nella
“colonna
mista”
- le
fosse
comuni
- la
sorte
degli
scomparsi
- lista
e identità
delle
vittime
la
cui
richiesta
è
stata
presentata
alla
Camera
per
i Diritti
Umani.
“La
creazione
della
Commissione
e il
suo
lavoro
- si
legge
nella
introduzione
- rappresentano
la
prova
della
maturità
del
popolo
serbo
e della
RS,
e la
sua
disponibilità
ad
affrontare
se
stessi,
la
storia
e gli
Altri.”
La
parti
del
rapporto
rese
note
confermano
che
le
forze
serbe
hanno
assassinato
sistematicamente
i prigionieri
fatti
dopo
la
caduta
dell’enclave,
cercando
poi
di
occultare
i cadaveri.
Gran
parte
delle
informazioni
non
sono
nuove,
ma
la
importanza
del
rapporto
risiede
evidentemente
nell’essere
stato
prodotto
con
informazioni
provenienti
direttamente
dagli
archivi
dell’esercito
serbo.
Il
rapporto,
nella
parte
finale,
ribadisce
i punti
fondamentali
che
emergono
dalla
lettura
del
documento.
In
primo
luogo,
la
Commissione
della
RS
stabilisce
che
tra
il
10
e il
19
luglio
del
’95
diverse
migliaia
di
Bosniaco
Musulmani
sono
stati
uccisi
violando
le
Convenzioni
Umanitarie
Internazionali
e che
chi
ha
commesso
i crimini
ha
operato
per
cercare
di
occultare
quanto
avvenuto
trasferendo
i cadaveri.
Ribadisce
l’importanza
della
collaborazione
del
governo
della
RS
nel
localizzare
32
fosse
comuni,
fornisce
nuovi
dettagli
sulla
identificazione
delle
forze
militari
e di
polizia
presenti
a Srebrenica,
sugli
eventi
di
Potocari
e della
“colonna
mista”,
promuove
una
banca
dati
per
raccogliere
informazioni
sugli
scomparsi.
Potocari
La
descrizione
degli
eventi
a Potocari
–
presso
e nei
dintorni
della
base
Unprofor,
dove
la
popolazione
disperata
aveva
cercato
rifugio
- ricalca
quanto
già
noto:
violenze,
assassinii,
suicidi,
la
divisione
delle
donne
dagli
uomini
“in
età
militare”.
Un
passaggio
importante
chiarisce
che,
mentre
anche
minori
e persone
non
“in
età
militare”
venivano
tratte
dalla
fila
per
essere
poi
condotte
alle
esecuzioni,
tutti
i loro
documenti
e oggetti
personali
venivano
dati
alle
fiamme
in
un
grande
falò,
a testimonianza
che
le
parole
di
Mladic
al
comandante
Unprofor
Karremans
secondo
cui
la
separazione
era
fatta
per
individuare
eventuali
criminali
di
guerra
era
senza
alcun
senso.
Gli
Olandesi
peraltro,
dopo
aver
potuto
in
un
primo
tempo
supervisionare
sulla
organizzazione
dei
convogli
per
la
evacuazione
dei
profughi,
venivano
estromessi.
Il
rapporto
menziona
tutte
le
unità
dell’esercito
e della
polizia
serbe
impegnate
nelle
operazioni
a Potocari.
Secondo
le
testimonianze
raccolte
dalla
Commissione,
dentro
e intorno
la
base
olandese
a Potocari
c’erano
circa
30.000
persone,
mentre
circa
altri
8.000
cercavano
da
Gornji
Potocari
di
raggiungere
la
base
Unprofor.
Tra
di
loro,
si
legge
nel
rapporto,
non
c’era
neppure
un
soldato
armato
dell’esercito
bosniaco.
La
Commissione
descrive
la
situazione
impossibile
creatasi
a Potocari
sotto
il
profilo
umanitario
per
le
violenze,
il
terrore
e la
mancanza
di
acqua
e cibo,
e la
visita
di
Mladic
nel
pomeriggio
del
12
luglio.
Mladic,
insieme
ad
alcuni
operatori
televisivi,
distribuisce
caramelle
ai
bambini
e promette
ai
profughi
che
sarebbero
stati
trasportati
dove
volevano.
Contemporaneamente,
e durante
la
notte,
persone
venivano
prese
dal
gruppo
e assassinate
(dietro
la
fabbrica
di
zinco,
nei
pressi
del
ruscello
e dietro
la
“casa
bianca”).
Diversi
civili
sceglievano
di
suicidarsi
impiccandosi.
La
Commissione
conferma
che
alcuni
soldati
olandesi
videro
gli
assassinii,
e che
le
separazioni
continuarono
anche
dopo
la
formazione
dei
convogli
(ai
soldati
olandesi
fu
permesso
di
scortare
solamente
il
primo),
fermati
in
diverse
località
prima
di
giungere
a Tisci,
dove
i sopravvissuti
continuavano
a piedi
attraverso
la
terra
di
nessuno
in
direzione
di
Kladanj
e Tuzla.
Anche
a Tisci
avvenivano
le
separazioni.
La
“evacuazione”
dei
civili
da
Potocari,
afferma
il
rapporto,
terminò
il
13
luglio
alle
20.00.
La
colonna
mista
Il
rapporto
descrive
nel
dettaglio
la
odissea
della
cosiddetta
“colonna
mista”
(di
militari
e civili).
Tra
le
10.000
e le
15.000
persone
cercarono
di
fuggire
da
Srebrenica
per
raggiungere
il
territorio
controllato
dai
Bosniaco
Musulmani.
Circa
un
terzo
degli
uomini
–
secondo
la
Commissione
–
erano
membri
della
ventottesima
divisione
dell’esercito
bosniaco,
non
tutti
erano
armati.
In
testa
alla
colonna
le
autorità
del
Comune.
L’esercito
serbo
bombardava
la
colonna
da
diverse
posizioni,
considerandola
“obiettivo
militare
legittimo”.
La
colonna
si
divise
in
vari
tronconi,
attaccata
da
reparti
dell’esercito
serbo.
Il
rapporto
della
Commissione
conferma
quanto
già
da
tempo
noto,
cioè
l’utilizzo
da
parte
dei
Serbi
di
mezzi
e equipaggiamento
dell’Unprofor
e della
Croce
Rossa.
Travestiti,
i soldati
promettevano
protezione
e il
trasporto
verso
Tuzla.
Molte
delle
persone
catturate
venivano
uccise
sul
posto,
altri
inviati
verso
centri
di
raccolta
o fucilazioni
di
massa
in
altre
località.
Il
rapporto
si
sofferma
con
precisione
sulle
vicende
allucinanti
del
cammino
della
“colonna
mista”:
i bombardamenti,
l’attraversamento
di
fiumi
(alcuni
annegarono
cercando
di
attraversare
la
Drina
per
raggiungere
la
Serbia)
e campi
minati,
i suicidi,
la
morte
per
stenti.
Serbia,
Krajna
La
Commissione
afferma
di
aver
raccolto
documentazione
(ordini)
relativi
alla
presenza
di
unità
di
polizia
della
Repubblica
Serba
di
Krajna
(Croazia)
e della
Serbia,
ma
dichiara
la
impossibilità
di
confermare
in
modo
definitivo
la
partecipazione
di
queste
unità
agli
eventi
tra
il
10
e il
19
luglio.
Una
tale
circostanza,
se
provata,
potrebbe
avere
una
importanza
decisiva
non
solo
nel
processo
Milosevic,
ma
anche
nella
accusa
di
genocidio
presentata
dalla
BiH
nei
confronti
della
Serbia
di
fronte
alla
Corte
Internazionale
di
Giustizia.
Gli
scomparsi
La
Commissione
riporta
poi,
come
ricordato,
i dati
relativi
alla
ubicazione
di
32
fosse
comuni.
Se
si
confrontano
tuttavia
i dati
sulle
esumazioni
condotte
ad
oggi
dal
Tribunale
dell’Aja
e dalla
Commissione
federale
per
gli
scomparsi,
il
numero
delle
persone
identificate
(1.332,
di
cui
980
sepolte
nel
memoriale
di
Potocari),
con
le
statistiche
sulle
persone
scomparse,
emerge
(come
confermato
dal
rapporto)
che
un
numero
enorme
di
fosse
comuni
deve
ancora
essere
scoperto.
Infine,
la
Commissione
aveva
come
mandato
quello
di
creare
una
lista
con
i nominativi
di
tutte
le
persone
scomparse
tra
il
10
e il
19
luglio
’95,
cercando
di
stabilire
la
loro
sorte
con
una
attenzione
speciale
nei
confronti
delle
1849
persone
elencate
nella
decisione
della
Camera
per
i Diritti
Umani.
Secondo
quanto
si
legge
nel
rapporto,
la
lista
più
accurata
esistente
è
quella
in
possesso
dell’ICMP
(Commissione
Internazionale
sulle
Persone
Scomparse),
che
ha
creato
un
progetto
di
identificazione
basato
sul
dna.
Il
progetto
dell’ICMP,
tuttavia,
non
è
ancora
concluso.
Ad
oggi
la
lista
comprende
7.779
persone.
Le
informazioni
finali
raccolte
dalla
Commissione
in
questo
campo
verranno
rese
note
in
forma
di
Allegato
al
rapporto
finale
entro
la
metà
di
luglio.
Una
pagina
nera
nella
storia
del
popolo
serbo
La
conclusione
del
rapporto
recita:
“Accettare
e affrontare
il
fatto
che
alcuni
membri
del
popolo
serbo
hanno
commesso
crimini
a Srebrenica
nel
luglio
1995
può
influenzare
favorevolmente
la
creazione
delle
condizioni
per
le
indagini
su
tutti
gli
altri
crimini
commessi
in
BiH
e per
la
punizione
dei
colpevoli.”
Il
presidente
della
RS,
Dragan
Cavic,
in
un
discorso
teletrasmesso,
ha
affermato
che
il
massacro
di
Srebrenica
“rappresenta
una
pagina
nera
nella
storia
del
popolo
serbo”,
e che
i dati
raccolti
sono
“uno
scioccante
confronto
con
la
verità
su
una
tragedia
umana
di
dimensioni
enormi”
(Ansa,
23
giugno).
Le
dichiarazioni
di
Cavic,
e il
sostegno
espresso
al
lavoro
della
Commissione
anche
dal
Primo
Ministro
della
RS
Mikerevic,
assumono
una
importanza
fondamentale
alla
luce
dei
nove
anni
di
silenzi
e omissioni.
Un
segno,
forse,
che
qualcosa
sta
cambiando.
I commenti
a queste
prese
di
posizione,
tuttavia,
sono
stati
diversi.
Secondo
alcuni,
il
riconoscimento
dei
crimini,
avvenuto
dopo
nove
anni
di
silenzi
e depistaggi,
sarebbe
avvenuto
solo
per
le
forti
pressioni
internazionali.
Milorad
Dodik,
leader
del
Partito
Socialdemocratico
Indipendente
Serbo
(SNSD),
all’opposizione
in
RS,
ha
parlato
nel
corso
di
una
conferenza
stampa
a Banja
Luka,
il
23
giugno
scorso,
dell’atteggiamento
“paranoico
con
il
quale
le
autorità
competono
nell’esprimere
la
loro
volontà
di
cooperare
con
l’Aja.
In
linea
di
principio
tali
gesti
sono
da
accogliersi
positivamente
–
ha
affermato
Dodik
–
ma
considerando
che
sono
un
ovvio
risultato
della
paura
di
sanzioni,
possono
solo
scatenare
reazioni
negative
da
parte
della
gente.”
Anche
Branko
Todorovic,
presidente
del
Comitato
Helsinki
per
i Diritti
Umani
della
RS,
ha
affermato
che:
“Nonostante
tutte
le
attività
del
governo
e le
dichiarazioni
drammatiche
sulla
necessità
di
affrontare
le
conseguenze
della
guerra,
il
messaggio
che
arriva
alla
gente
è
che
tutto
questo
viene
fatto
solo
per
la
paura
di
sanzioni.”
(v.
“I
Serbo
Bosniaci
‘costretti’
ad
ammettere
le
atrocità”,
e “Il
‘rincrescimento’
su
Srebrenica
dei
Serbo
Bosniaci”,
Gordana
Katana,
IWPR,
18
e 25
giugno
2004)
Fuori
dalla
Nato,
fuori
dalla
UE
In
ogni
caso,
il
lavoro
su
Srebrenica
non
è
stato
sufficiente.
La
persistente
assenza
di
collaborazione
tra
le
istituzioni
della
RS
e il
Tribunale
dell’Aja,
in
particolare
la
latitanza
di
Karadzic
–
come
noto
–
ha
causato
la
esclusione
della
BiH
dal
programma
Nato
di
Partnership
per
la
Pace,
decretata
nel
corso
del
recente
vertice
di
Istanbul.
La
questione
–
come
chiarito
dai
rappresentanti
della
Commissione
Europea
–
è
ormai
imprescindibile
anche
per
il
percorso
di
avvicinamento
della
Bosnia
alla
UE.
L’Alto
Rappresentante
Ashdown
ha
reagito
a questa
situazione
di
stallo
con
la
azione
più
dura
mai
intrapresa
nel
corso
del
suo
mandato.
Mercoledì
scorso,
30
giugno,
ha
disposto
la
rimozione
di
60
tra
politici
e funzionari
della
RS,
responsabili
di
aver
ostruito
la
collaborazione
con
l’Aja.
Tra
di
loro
ci
sono
Dragan
Kalinic
(presidente
del
Parlamento
della
RS
e presidente
dell’SDS,
rimosso
definitivamente),
Zoran
Djeric
(Ministro
degli
Interni),
Milan
Bogicevic
(Ministro
dell’Economia).
13
persone
sono
inoltre
state
poste
sulla
lista
nera
della
UE
(esclusione
dai
visti).
Moltissime
le
reazioni
alla
“purga”
(Blic,
1 luglio
2004)
di
Ashdown.
Il
clima
inaugurato
dal
rapporto
della
Commissione
su
Srebrenica
è
rapidamente
mutato.
Il
presidente
Cavic
ha
dichiarato
(Srna,
1 luglio
2004)
che:
“La
comunità
internazionale
deve
sapere
che
la
nostra
dignità
umana
e nazionale
rappresenta
una
soglia
che
non
potrà
superare
dal
momento
che
il
popolo
serbo
ha
pagato
un
prezzo
troppo
alto
per
la
creazione
e l’esistenza
della
RS.”
Karadzic
è
protetto
dagli
angeli?
Le
dichiarazioni
del
rimosso
presidente
dell’SDS,
Kalinic,
sono
state
riprese
ieri
da
tutti
gli
organi
di
informazione
locali.
Dopo
essersi
rivolto
direttamente
e Ashdown
e Bond
(Ambasciatore
Usa
a Sarajevo):
“Vi
perdono
per
questa
rimozione,
fatta
al
di
fuori
delle
leggi
e della
Costituzione,
in
uno
stile
coloniale,
come
cowboys
e colonialisti”,
ha
dichiarato
che
“si
tratta
della
più
brutale
operazione
di
pulizia
della
classe
politica
condotta
in
RS
fino
ad
oggi.
Molti
sono
impotenti
di
fronte
al
fatto
che
Radovan
Karadzic,
probabilmente,
è
protetto
da
Dio
e dagli
angeli,
e questa
è
la
sola
verità.”
Più
laicamente,
nella
stessa
giornata,
il
maggior
quotidiano
bosniaco,
Dnevni
Avaz,
citando
una
fonte
molto
vicina
alla
comunità
internazionale,
ha
titolato:
“Sono
in
corso
negoziati
per
la
resa
di
Karadzic?”
Mentre
si
ripetono
sempre
più
frequenti
le
voci
su
di
una
possibile
prossima
cattura
del
superlatitante,
appare
sempre
più
chiaro
che,
nove
anni
dopo
la
estate
di
morte
del
’95,
la
Bosnia
è
al
bivio.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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