Uno
scontro
su
di
una
chiesa
costruita
a Konjevic
Polje,
nei
pressi
di
Bratunac,
Republika
Srpska
orientale,
minaccia
di
riaccendere
un
nuovo
conflitto
inter-etnico
e religioso
nella
regione,
mettendo
gli
uni
contro
gli
altri
la
comunità
serba
e i
rientranti
bosgnacchi
(bosniaco
musulmani,
ndt).
La
chiesa
ortodossa
è
stata
costruita
illegalmente
nel
1996
sul
terreno
di
una
bosgnacca,
Fata
Orlovic,
dopo
che
quest’ultima
–
durante
la
guerra
- era
stata
espulsa
dal
proprio
villaggio
assieme
ad
altri
bosgnacchi
locali.
Dopo
che
Fata
Orlovic
è
rientrata
ed
ha
riottenuto
la
propria
proprietà
ha
chiesto
alle
autorità
religiose
e civili
di
rimuovere
l’edificio,
costruito
proprio
di
fronte
alla
sua
casa
di
famiglia.
Il
caso
è
finito
anche
davanti
ad
una
corte
della
RS
ma
quest’ultima
ha
evitato,
sulla
questione,
di
arrivare
ad
alcuna
decisione.
Da
allora
la
questione
è
divenuta
un
“caso
celebre”
che
sta
mettendo
a dura
prova
i rapporti
tra
i serbi
ed
i rientranti
bosgnacchi
tirando
in
ballo
nel
dibattito
un
sempre
crescente
numero
di
attori
esterni.
Mentre
i partiti
ed
i media
che
rappresentano
i bosgnacchi
e la
comunità
musulmana
si
sono
fatti
paladini
delle
richieste
della
Orlovic,
affermando
che
quest’ultima
ha
il
diritto
di
gestire
i suoi
terreni
come
meglio
crede,
i partiti
politici
che
rappresentano
la
comunità
serba,
i media
della
RS
e la
chiesa
ortodossa
hanno
preso
la
posizione
opposta.
Affermano
infatti
che
la
rimozione
dell’edificio
rappresenterebbe
un
attacco
alla
libertà
di
professare
la
propria
fede
religiosa.
Una
serie
di
piccoli
incidenti
hanno
raggiunto
il
culmine
lo
scorso
12
settembre
quando
si
è
verificato
un
vero
e proprio
scontro
tra
la
Orlovic
ed
un
gruppo
di
bosgnaccih
da
una
parte
e preti
ortodossi,
civili
serbi
e la
polizia
della
RS
dall’altra.
L’atmosfera
era
così
carica
di
tensione
che
a molti
ha
ricordato
le
fasi
iniziali
della
guerra
nel
1992.
Il
settimanale
Dani,
lo
scorso
17
settembre,
ha
descritto
Bratunac
come
una
città
al
limite
dello
scoppio
di
un
conflitto,
con
serbi
e bosgnacchi
pronti
a combattere.
Lo
scontro
si
preparava
da
molti
mesi.
Dopo
un
primo,
e meno
grave
incidente
avvenuto
in
aprile,
le
autorità
della
RS
decisero
di
chiudere
temporaneamente
la
chiesa
sino
a quando
la
corte
non
si
sarebbe
espressa
in
merito
alla
questione.
Ma
le
conseguenze
di
tale
decisione
di
sono
trascinate
sino
al
12
settembre
quando
vari
preti
ortodossi
si
diressero
verso
la
chiesa
per
officiarvi
una
funzione,
accompagnati
da
una
decina
di
giovani
locali
che
intonavano
canzoni
nazionaliste.
Fata
Orlovic
andò
in
contro
alla
processione
una
volta
che
quest’ultima
era
arrivata
nel
suo
giardino.
Ma
i giovani
che
accompagnavano
i preti
ortodossi
la
spinsero
da
parte
e la
polizia
–
invece
di
intervenire
per
difenderla
–
è
accusata
di
averla
colpita
ulteriormente.
“Quando
sono
caduta
uno
dei
poliziotti
mi
ha
colpita
ad
una
gamba
ed
un
altro
al
ventre”
la
Orlovic
dichiarò
a Dani
“mi
è
mancato
il
respiro
e mi
hanno
messa
su
un
auto
della
polizia”.
Poi
Fata
perse
coscienza
e venne
portata
in
ospedale
prima
a Bratunac
e poi
a Tuzla.
Secondo
Dani
il
giorno
successivo
la
situazione
a Konjevic
Polje
si
calmò
anche
se
la
Orlovic
si
disse
ancora
determinata
nel
liberare
la
propria
terra
da
quella
chiesa.
“Voglio
che
la
mia
proprietà
mi
venga
restituita
com’era
quando
sono
stata
obbligata
a lasciarla”
affermò
a Dani
“le
autorità
ecclesiastiche
dovrebbero
spostarla”.
Secondo
i media
bosgnacchi,
il
recente
e più
violento
di
tutti
gli
scontri
avvenuti
a Konjevic
Polje,
segna
il
decimo
incidente
in
merito
alla
proprietà
della
Orlovic.
L’incidente
ha
inoltre
portato
a richieste
crescenti
nei
confronti
delle
autorità
della
RS
affinché
queste
ultime
applichino
la
legge
ed
alle
autorità
ecclesiastiche
ortodosse
affinché
risolvano
il
caso
accettando
di
ricostruire
altrove
l’edificio.
Ma
gli
analisti
politici
più
attenti
dubitano
che
ci
si
possa
attendere
qualcosa
dai
politici
della
RS
poiché
Konjevic
Polje
è
oramai
divenuto
una
saga
che
è
stata
inglobata
nella
campagna
elettorale
(ndr,
le
elezioni
amministrative
in
BiH
si
sono
tenute
lo
scorso
2 ottobre)
durante
la
quale
nessun
politico
serbo
desidera
apparire
debole
rispetto
agli
“interessi
nazionali
serbi”.
Una
“vittima
politica”
della
disputa
è
stato
il
Ministro
per
lo
sviluppo,
Mensur
Sehagic.
Bosgnacco,
è
stato
lui
a firmare
il
decreto
con
il
quale,
la
primavera
scorsa,
si
è
temporaneamente
bloccato
l’accesso
dei
fedeli
alla
chiesa
di
Konjevic
Polje.
Sehagic
è
stato
rimosso
dal
Primo
ministro
della
RS
Dragan
Mikerevic,
del
Partito
democratico
del
progresso
(PDP)
sostenuto
in
questo
dal
capo
del
proprio
partito,
Mladen
Ivanic,
Ministro
degli
esteri
del
governo
federale
bosniaco.
“A
Ivanic
e Mikerevic
non
interessa
se
l’edificio
rimarrà
o meno
nel
giardino
di
Fata
Orlovic”
ha
scritto
recentemente
il
quotidiano
Nezavisne
Novine
“ma
a loro
interessa,
e molto,
dimostrare
ai
propri
elettori
che
…
sono
i rappresentanti
ed
i protettori
‘degli
interessi
nazionali
serbi
su
ogni
angolo
della
terra
serba’.”
In
un’atmosfera
già
carica
di
odio
i media
della
RS
hanno
addirittura
affermato
che
la
campagna
avviata
per
rimuovere
la
chiesa
a Konjeivic
Polje
nasconde
una
segreta
intenzione
del
Partito
per
l’Azione
Democratica,
SDA,
per
rinfocolare
le
tensioni
nell’area.
Secondo
il
quotidiano
dei
serbi
di
Bosnia
Glas
Srpski
gli
atti
volti
a fermare
le
funzioni
nella
chiesa
di
Konjevic
Polje
rappresentano
“una
violazione
della
libertà
religiosa”.
Il
quotidiano
poi
si
spinge
ad
affermare
cupamente
che
l’SDA
sta
dietro
ad
un
“attacco
ai
serbi
ed
ai
credenti
ortodossi
in
quest’area
di
Podrinje.
Vogliono
distruggere
tutto
quanto
di
positivo
è
stato
fatto
in
quest’area”.
Anche
la
principale
rete
televisiva
della
RS,
Radio
Televisione
Republika
Srpska,
RTRS,
è
intervenuta
nella
vicenda
denunciando
“un
attacco
vandalico
di
un
gruppo
di
bosgnacchi
nei
confronti
di
preti
e credenti
ortodossi”.
RTRS
ha
inoltre
trasmesso
un’intervista
con
il
vescovo
locale,
Vasilije
della
diocesi
di
Zvornik-Tuzla,
che
ha
descritto
come
“genocidio”
quanto
stava
avvenendo
a Konjevic
Polje.
Il
vescovo
ha
affermato
che
i fedeli
ortodossi
in
quella
zona
sono
“stati
privati
del
diritto
di
professare
liberamente
la
propria
fede:
non
se
ne
parla
né
di
spostare
né
di
distruggere
l’edificio
in
questione”.
Mentre
i media
ed
il
clero,
da
entrambe
le
parti,
rilasciano
dichiarazioni
sempre
più
accese,
la
gente
del
posto,
che
sia
serba
o bosgnacca,
appare
sempre
più
marginalizzata.
Secondo
un
reportage
di
Radio
Free
Europe
i 700
bosgnacchi
e le
quattro
famiglie
serbe
che
vivono
a Konjevic
Polje
farebbero
probabilmente
volentieri
a meno
di
tutti
i loro
“tifosi”
esterni.
La
radio
cita
ad
esempio
un
serbo
locale,
Koviljka
Petrovic,
secondo
il
quale
non
si
sarebbe
dovuto
costruire
la
chiesa
in
quel
posto.
“Quella
era
la
terra
di
qualcun
altro”
ha
affermato
Pwetrovic
ai
microfoni
di
Radio
Free
Europe
“quello
è
il
terreno
di
Fata”.
Ranka
Madzarevic-Petkovic,
un’altra
serba,
che
ha
perso
il
marito
durante
al
guerra
1992-95,
concorda.
“La
mia
vicina
musulmana
è
meravigliosa
con
me”
ha
affermato
“dobbiamo
ricostruire
una
nuova
vita
e vivere
gli
uni
al
fianco
degli
altri”.
La
vicina
di
Ranka,
Fatima
Mehmedagic,
una
bosgnacca
che
ha
perso
i suoi
tre
figli
in
guerra
afferma:
“la
riconciliazione
sarebbe
molto
più
facile
se
tutti
fossero
come
me
e Ranka.
Ci
occupiamo
una
dell’altra.
I miei
vicini
serbi
coltivano
il
mio
pezzo
di
terra
e così
andiamo
avanti”.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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