Ad
Hadzici,
sobborgo
di
Sarajevo,
l’imam
locale,
Hazim
Effendi
Emso,
osserva
un
cimitero
straripante.
Lo
spazio
al
centro
della
triste
distesa
di
questa
periferia
industriale
è
costellato
di
nuove
tombe.
“Recentemente
il
numero
dei
funerali
è
aumentato.
Quasi
ogni
giorno
un
funerale”
afferma
triste.
Le
date
di
nascita
e di
morte
scolpite
sulla
lapide
mostrano
che
molti
sono
morti
nella
loro
mezz’età.
La
maggior
parte
di
loro
viveva
a Grivci,
un
quartiere
di
Hadzici.
“Un
gran
numero
di
abitanti
di
Grivci
sono
morti
di
cancro
ma
è
solo
da
un
anno
che
stiamo
registrando
e tenendo
statistiche
sui
decessi”,
continua
l’Imam.
A 64
chilometri
a nord
di
Grivici,
sulle
montagne
Romanjia,
a 1000
metri
sul
livello
del
mare,
un
altro
religioso
si
trova
ad
affrontare
gli
stessi
problemi.
Branko,
un
prete
serbo-ortodosso
a Han
Pijesak,
in
Republika
Srpska,
RS,
indica
una
cartina
appesa
ad
una
parete
dell’ufficio
del
preside
della
scuola
locale.
“Questo
è
il
villaggio
di
Japaga.
Circa
100
persone
vi
vivono
ma
nel
1996
molti
sono
morti
di
cancro”.
Ha
dichiarato
ad
IWPR.
“Il
primo
a morire
è
stata
la
cuoca
della
base
militare
che
vi
si
trova,
la
signora
Ljeposava,
poi
è
toccato
alla
signora
Todic.
Poi
è
morto
anche
Budimir
Bojat,
che
aveva
sessant’anni,
e Goran
Basteh,
che
ne
aveva
45,
entrambi
di
cancro”.
Il
prete
lascia
la
cartina
e volge
la
sua
attenzione
verso
alcuni
documenti
su
di
una
tavola.
“Ogni
anno,
a Japaga,
almeno
una
persona
giovane
muore
di
cancro”
continua
“non
è
certo
normale
in
un
villaggio
così
piccolo”.
Ad
un
primo
sguardo
le
comunità
di
Hadzici
e Han
Pijesak
sembrano
molto
differenti.
Uno
è
un
abitato
in
prevalenza
musulmano,
in
un
sobborgo
industriale,
il
secondo
è
rappresentato
da
un
insieme
di
villaggi
serbi
di
montagna,
collocati
in
uno
degli
ambienti
più
incontaminati
d’Europa.
Ma
i residenti
di
entrambe
le
località
affermano
che
soffrono
di
questo
alto
tasso
di
decessi
per
cancro
in
seguito
ai
bombardamenti
NATO
all’uranio
impoverito
avvenuti
nel
settembre
del
1995.
Uranio
impoverito,
un’eredità
della
guerra
in
Bosnia
Le
Nazioni
Unite
descrivono
l’uranio
impoverito,
DU,
come
un
residuo
del
processo
per
arricchire
l’uranio
utilizzato
nei
reattori
nucleari
e nelle
armi
nucleari.
E’
un
“metallo
instabile
e radioattivo”
che
emette
radiazioni
ionizzanti
di
tre
tipi:
alpha,
beta
e gamma.
Gli
Stati
Uniti,
assieme
agli
altri
Paesi
della
NATO,
utilizzano
il
DU
per
munizioni
perforanti
anticarro
ed
antiaeree.
Le
forze
aeree
NATO
hanno
utilizzato
l’uranio
impoverito
contro
l’esercito
serbo-bosniaco
nell’agosto
e nel
settembre
1995
per
arrivare
ad
una
conclusione
rapida
del
conflitto
nella
ex
Repubblica
jugoslava.
“L’obiettivo
era
quello
di
destrutturate
il
comando
delle
forze
serbo-bosniache
e di
indebolire
le
capacità
di
combattere
di
queste
ultime”,
ha
affermato
una
fonte
NATO
a Sarajevo.
“Non
abbiamo
provato
a distruggere
l’esercito”.
Secondo
la
NATO,
dal
5 all’11
settembre
del
1995,
i propri
aerei
hanno
sparato
5,800
proiettili
all’uranio
impoverito
presso
Han
Pijesak
e Hadzici.
Più
del
90%
di
tutte
le
munizioni
sparate
sulla
Bosnia
Erzegovina
durante
gli
attacchi
aerei
caddero
su
quelle
due
località.
La
NATO
afferma
che
circa
2400
volte
gli
aerei
hanno
sparato
proiettili
verso
la
base
militare
di
Han
Pijesak,
nei
pressi
del
villaggio
di
Japaga.
Altre
1500
volte
verso
il
deposito-rifugio
per
carro
armati
di
Hadzci,
nei
pressi
di
Grivci.
Scienziati
dell’
United
Nation
Environmental
Programme,
UNEP,
hanno
rilevato
contaminazione
nei
campioni
d’aria,
d’acqua
e di
terreno
di
Hadzici
e Han
Pijesak
raccolti
nell’ottobre
2002.
“Abbiamo
trovato
ancora
munizioni
all’uranio
impoverito
sul
terreno
e polvere
di
uranio
impoverito
in
edifici
trasformati
poi
ad
Hadzici
in
negozi”,
ha
affermato
ad
IWPR
Pekko
Haavisto,
a capo
della
missione
UNEP.
“Ad
Hadzici
abbiamo
anche
trovato
due
pozzi
la
cui
acqua
presentava
tracce
di
uranio
impoverito,
ad
otto
anni
dalla
fine
del
conflitto”.
“Alla
base
militare
di
Han
Pijesak
abbiamo
trovato
polvere
di
uranio
impoverito
nei
vari
edifici,
nei
carri
armati
ed
altro
equipaggiamento
ed
eravamo
preoccupati
che
i militari
di
leva
utilizzandoli
potessero
risultare
contaminati”.
Ciononostante
l’UNEP
non
concorda
sul
fatto
che
questi
ritrovamenti
confermino
le
paure
bosniache
che
l’alto
tasso
di
decessi
per
cancro
sia
legato
ai
bombardamenti
NATO.
“La
bassa
esposizione
identificata
dalla
missione
indica
che
è
poco
probabile
che
l’uranio
impoverito
possa
essere
associato
in
alcun
modo
a conseguenze
per
la
salute”
si
afferma
in
un
suo
rapporto
del
2003.
Ma
la
gente
di
Han
Pijesak
e Hadzici
non
concorda
con
queste
conclusioni.
Insiste
infatti
sul
fatto
che
la
contaminazione
da
uranio
impoverito
deve
essere
responsabile
per
quelli
che
definiscono
alti
ed
anomali
tassi
di
decesso
per
cancro.
Nessun
fondo
per
la
decontaminazione
Nonostante
l’UNEP
nel
suo
rapporto
indicasse
che
gli
edifici
colpiti
con
proiettili
all’uranio
impoverito
dovessero
essere
decontaminati,
poco
o nulla
è
stato
fatto.
Lo
ha
dimostrato
un’inchiesta
di
IWPR.
Quando
IWPR
ha
visitato
la
base
militare
di
Han
Pijesak,
colpita
anni
prima
dalla
NATO,
abbiamo
trovato
un
carro
armato
T62
lasciato
ad
arrugginire
presso
il
recinto
che
delimita
il
perimetro
della
base.
Le
sentinelle
che
ci
hanno
invitato
a non
camminare
oltre
hanno
affermato
che,
per
quanto
ne
sapessero,
i siti
colpiti
con
DU
non
sono
mai
stati
decontaminati.
“Camminiamo
spesso
su
quei
terreni
ma
nessuno
ci
ha
avvertito
di
alcun
pericolo”,
ha
aggiunto
una
sentinella
preoccupata.
In
Federazione
le
lamentele
sono
simili.
“Siamo
rientrati
nel
1997,
due
anni
dopo
il
bombardamento”
afferma
Suljo
Drina,
di
Grivci,
“ma
il
terreno
non
è
stato
mai
decontaminato.
Adesso
mio
padre
ha
un
cancro
alla
gola”.
Nel
2002
il
governo
della
Federazione
ha
destinato
138.000
marchi
convertibili
per
decontaminare
i siti
di
Hadzici
ed
alle
autorità
cantonali
di
Sarajevo
era
stato
chiesto
di
contribuire
con
ulteriori
123.000
marchi,
ma
sino
ad
ora
nulla
è
stato
fatto.
I soldi,
emerge,
non
hanno
mai
raggiunto
i beneficiari.
“Semplicemente
non
abbiamo
le
risorse”
afferma
Mustafa
Kovac,
a capo
della
protezione
civile
del
cantone
di
Sarajevo
“abbiamo
bisogno
di
strumentazione
per
misurare
le
radiazioni,
equipaggiamento
per
proteggere
il
nostro
personale
e per
l’addestramento
ma,
ripeto,
non
ci
sono
fondi
a disposizione”.
Pekko
Haavisto,
dell’UNEP,
ha
dichiarato
ad
IWPR
che
l’Unione
Europea
ha
già
offerto
di
finanziare
la
bonifica
ma
i fondi
non
sono
stati
richiesti
dalle
autorità
locali.
“L’UNEP
ha
anche
detto
alle
autorità
della
Republika
Srpska
e della
Federazione,
durante
un
seminario
di
formazione,
che
avrebbe
potuto
offrire
consulenza
sul
campo
presso
i siti
da
decontaminare”
ha
affermato
“ma
nessuno
ha
presentato
alcuna
richiesta”.
Il
buco
nero
dell’informazione
alimenta
le
paure
I medici
bosniaci
affermano
che
la
mancanza
di
ricerca
degli
effetti
sulla
salute
dell’uranio
impoverito
ha
creato
un
clima
di
sfiducia.
“La
cosa
che
mi
confonde
è
che
il
rapporto
dell’UNEP
afferma
che
il
livello
di
radiazioni
nelle
aree
contaminate
non
è
rischioso”
ricorda
ad
IWPR
Zehra
Dizdarevic,
assessore
alla
salute
di
Sarajevo.
“Ma,
dall’altro
lato
erano
inserite
nel
rapporto
24
raccomandazioni
su
come
ci
si
dovrebbe
tutelare
e su
come
decontaminare
le
aree
in
questione”.
“E’
difficile
stabilire
se
qualcuno
si
sia
ammalato
di
cancro
perché
viveva
o vive
vicino
ad
aree
contaminate.
Comunque
senza
indagini
specifiche
nessuno
è
in
grado
nemmeno
di
confutare
quest’eventualità”.
“Il
rapporto
dell’UNEP
afferma
come
sia
necessario
altro
lavoro
di
indagine
scientifica.
Questo
non
è
ancora
successo”.
Lejla
Saracevic,
direttrice
dell’Istituto
di
radiologia
di
Sarajevo,
concorda
sul
fatto
che
manchino
statistiche
ed
informazioni
affidabili
e che
questo
è
un
grave
problema.
“Non
ci
è
mai
stata
alcuna
ricerca
seria
su
questa
questione”,
ha
affermato.
“Anche
se
il
governo
della
Federazione
ha
istituito
un
gruppo
di
esperti,
del
quale
io
faccio
parte,
mancano
i fondi
e l’interesse
generale
per
far
luce
sulla
vicenda.
E questi
significa
che
ad
ora
nulla
è
stato
fatto”.
Anche
i dottori
della
RS
condividono
ampiamente
queste
preoccupazioni
in
merito
alla
mancanza
di
informazioni.
“C’è
stato
un
sensibile
incremento
di
malattie
legate
a tumori
a Han
Pijesak
a partire
dalla
guerra,
ma
senza
una
ricerca
seria
in
merito
non
si
può
sapere
se
siano
legate
all’uranio
impoverito”
afferma
Ljuboje
Sapic,
specialista
di
malattie
ai
polmoni
presso
il
centro
sanitario
di
Han
Pijesak.
“La
poca
ricerca
che
è
stata
fatta
sull’uranio
impoverito
è
ancora
legata
a supposizioni
e congetture”
ha
aggiunto
Sapic
“abbiamo
bisogno
di
statistiche
e fatti
concreti”.
Tutti
i medici
intervistati
da
IWPR
hanno
affermato
che
la
mancanza
di
dati
statistici
è
uno
dei
principali
ostacoli
nello
stabilire
le
correlazioni
tra
i bombardamenti
NATO
e la
mortalità
per
cancro.
L’assenza
di
tali
statistiche
implica
sia
difficile
stabilire
il
tasso
di
incremento
di
tumori
nel
dopoguerra
bosniaco.
“Posso
affermare
che
abbiamo
avuto
un
incremento
dei
casi
di
tumori
ma
non
posso
né
confermare
né
smentire
un
collegamento
con
l’uranio
impoverito”
ha
affermato
Bozidar
Djokic,
direttore
del
centro
sanitario
di
Han
Pijsak
“non
abbiamo
dati
statistici
e quindi
non
possiamo
fare
comparazioni
con
il
passato”.
I colleghi
della
Federazione
affermano
la
stessa
cosa.
“Quando
diciamo
che
c’è
stato
un
incremento
di
persone
ammalate
di
tumore
non
significa
nulla”
afferma
il
dottor
Saracevic
“come
facciamo
a quantificare
quest’incremento
se
non
sappiamo
quanti
sono
gli
ammalati
attualmente
e quanti
erano
negli
anni
scorsi?”.
“Inoltre
molti
di
coloro
i quali
vivevano
ad
Hadzici
durante
il
bombardamento
vivono
ora
nell’Entità
serba.
Dovrebbero
essere
esaminati
anche
loro,
se
vogliamo
arrivare
ad
una
conclusione
in
questa
storia”.
Gli
Accordi
di
Dayton
che
nel
1995
hanno
posto
fine
alla
guerra
ha
riconosciuto
Hadzici
come
parte
della
Federazione,
molti
dei
serbi
che
vi
risiedevano
se
ne
andarono
a vivere
in
Republika
Srpska.
Molti
di
loro
vivono
ora
nella
piccola
città
di
Bratunac,
nella
Bosnia
orientale.
IWPR
si
è
recata
a Bratunac.
Anche
se
anche
qui
non
erano
a disposizioni
statistiche
che
testimoniassero
l’incremento
dei
casi
di
tumore
i medici
del
posto
hanno
riportato
molte
evidenze
aneddotiche.
Secondo
Svetlana
Jovanovic,
medico
presso
l’ospedale
di
Bratunac,
dal
1996
circa
650
dei
7.000
sfollati
originari
di
Hadzici,
sono
morti
e sono
stati
seppelliti
nel
cimitero
della
città,
che
è
andato
presto
riempiendosi.
Secondo
la
Jovanovic,
dopo
aver
esaminato
i corpi,
almeno
40
di
questi
650
erano
deceduti
per
cancro
o leucemia.
“Se
circa
7.000
persone
si
sono
trasferite
da
Hadzici,
possiamo
stimare
che
il
tasso
di
tumori
sia
inusualmente
alto
comparandolo
con
i tassi
dell’intero
Paese”,
ha
affermato
la
Jovanovic.
“Ma
non
abbiamo
statistiche
rilevanti
da
altri
posti
per
fare
confronti
ufficiali
ed
arrivare
a qualche
conclusione”.
Quello
che
è
fuor
di
dubbio
è
che
il
tasso
di
mortalità
a Bratunac
è
molto
superiore,
nel
complesso,
a quello
della
Bosnia
Erzegovina.
Nel
2002
il
tasso
di
mortalità
era
di
7.9
ogni
mille
abitanti.
A Bratunac,
nel
periodo
che
va
dal
1996
al
2003,
era
di
11.9.
Più
persone
muoiono
a Bratunac
che
nel
resto
della
Bosnia
Erzegovina.
La
domanda
è
perché.
Lo
scetticismo
sui
rischi
derivanti
dall’uranio
impoverito
Il
rapporto
UNEP
del
2003
non
entra
nel
merito
sul
rapporto
tra
DU
e casi
di
tumore.
Citando
la
mancanza
di
informazione
adeguata
conclude
infatti
che
“a
causa
della
mancanza
di
registri
dei
tumori
in
Bosnia
le
affermazioni
in
merito
ad
un
aumento
dei
casi
di
tumore
legato
all’uranio
impoverito
non
possono
essere
sostanziate”.
Anche
gli
scienziati
dell’Organizzazione
Mondiale
per
la
Sanità,
OMS,
sono
scettici
sul
fatto
che
l’uranio
impoverito
rappresenti
un
rischio
per
la
popolazione
bosniaca.
“Dalle
informazioni
che
abbiamo
al
momento
non
crediamo
che
i civili
siano
in
pericolo”
ha
affermato
Mike
Repacholi,
coordinatore
del
programma
sulle
radiazioni
con
base
a Ginevra
dell’OMS.
Ha
ammesso,
ciononostante,
che
la
mancanza
di
ricerca
rende
in
ogni
caso
difficile
trarre
conclusioni.
“Vi
sono
dei
gap
nella
nostra
conoscenza
e necessitiamo
di
ricerca
specifica
per
fare
una
valutazione
migliore
dei
rischi
per
la
salute”,
ha
affermato.
L’Autorità
Internazionale
sull’Energia
Atomica,
IAEA,
ha
adottato
una
linea
molto
simile.
Tiberio
Cabianca,
del
dipartimento
sulla
pubblica
sicurezza
dell’IAEA,
ha
preso
parte
alla
missione
investigativa
di
dieci
giorni
dell’UNEP,
nel
2002.
“Da
un
punto
di
vista
radiologico
la
IAEA
non
considera
l’uranio
impoverito
una
minaccia
per
la
salute
della
popolazione
civile
in
Bosnia
Erzegovina”,
afferma.
“Dai
nostri
campioni
abbiamo
rilevato
come
le
munizioni
all’uranio
impoverito
abbiano
contaminato
le
scorte
d’acqua
ed
abbiamo
trovato
particelle
di
polvere
d’uranio
impoverito
sospese
in
aria.
Ciononostante
i livelli
di
contaminazione
erano
molto
bassi
e non
rappresentavano
alcun
rischio
radioattivo
diretto”.
In
ogni
caso
Pekko
Haavisto,
dell’UNEP,
tara
queste
conclusioni
ricordando
il
relativamente
lungo
lasso
di
tempo
intercorso
dal
momento
dei
bombardamenti,
quando
la
contaminazione
ha
toccato
il
suo
apice,
al
momento
di
quest’indagine
scientifica.
“Quando
abbiamo
effettuato
il
nostro
studio
di
dieci
giorni
gli
esperti
non
hanno
rilevato
alcun
rischio
di
impatto
diretto
sulla
salute
pubblica.
Ma
questo
è
avvenuto
nel
2002,
e così
non
siamo
in
grado
di
dire
quale
sia
stato
l’impatto
sulla
salute
negli
anni
precedenti”
ha
affermato.
“Non
abbiamo
effettuato
alcun
test
se
non
ad
otto
anni
dal
bombardamento”.
“Il
rapporto
dell’UNEP
è
basato
su
una
teoria
che
va
per
la
maggiore
che
afferma
che
l’uranio
impoverito
ha
un
impatto
limitato
sulla
salute
al
di
fuori
dell’area
specifica
di
contaminazione.
Ma
c’è
un
gruppo
di
esperti
che
ritiene
che
anche
bassi
livelli
di
radiazioni
di
uranio
impoverito
possono
avere
gravi
effetti,
e per
questo
hanno
criticato
il
nostro
rapporto”.
In
disaccordo
su
come
misurare
la
contaminazione
Alcuni
scienziati
affermano
che
il
problema
sta
tutto
nel
metodo
di
misurazione.
Uno
tra
chi
ritiene
che
l’uranio
impoverito
sia
molto
più
pericoloso
di
quanto
si
sia
supposto
è
Chris
Busby,
del
comitato
del
Ministero
della
difesa
britannico
istituito
per
monitorare
le
questioni
legate
all’uranio
impoverito.
Il
dottor
Busby
ha
condotto
i propri
studi
in
un'altra
area
dove
è
stato
utilizzato
il
DU,
il
Kossovo.
“L’UNEP
afferma
che
piccole
quantità
di
uranio
impoverito
nell’aria
non
sono
pericolose,
ma
non
è
il
caso
del
Kossovo”
ha
affermato
ad
IWPR
aggiungendo
che
secondo
lui
“hanno
utilizzato
i modelli
di
rischio
sbagliati”.
“Il
modello
convenzionale
di
rischio
è
basato
sul
rapporto
tra
l’intero
organismo
ed
una
particella
di
uranio
impoverito”
ha
spiegato.
“Ma
quando
la
particella
di
uranio
impoverito
viene
inalata
accade
che
viene
esposto
a quest’ultima
solo
una
minima
parte
di
tessuto.
Non
sull’intero
organismo
dovremmo
calcolare
i suoi
effetti
ma
solo
sulle
cellule
direttamente
colpite”.
Malcolm
Hooper,
professore
emerito
di
chimica
presso
l’università
di
Sunderlan
concorda
come
questo
sia
un
metodo
migliore
per
misurare
la
forza
della
contaminazione.
“L’uranio
impoverito
è
un
rischio
per
la
salute
della
popolazione
civile
perché
le
particelle
di
DU
finiscono
inizialmente
nelle
acque.
Poi,
con
il
sole,
la
luce
ed
il
caldo
stimola
nuovamente
le
particelle
che
vengono
sospese
nuovamente
nell’aria”,
ha
detto
ad
IWPR.
“Il
rapporto
dell’UNEP
è
poco
credibile.
Sono
arrivati
con
sette
anni
di
ritardo
ed
i siti
bombardati,
quanto
vi
si
sono
recati,
erano
già
stati
parzialmente
decontaminati:
i veicoli
distrutti
e la
maggior
parte
delle
munizioni
erano
state
rimosse”.
Infine
il
professor
Hooper
ha
ricordato
la
controversia
che
riguarda
i militari
italiani
che
sono
stati
in
missione
sia
in
Bosnia
che
in
Kossovo.
Le
prime
ipotesi
di
un
collegamento
tra
le
morti
per
cancro
e l’uranio
impoverito
sono
emerse
proprio
in
seguito
alle
morti
misteriose
di
giovani
soldati
italiani
che
erano
stati
di
servizio
in
quelle
terre.
La
TV
italiana
l’ha
subito
chiamata
la
“sindrome
dei
Balcani”
e la
stampa
straniera
ha
ripreso
la
storia.
Le
paure
sull’uranio
impoverito
in
Bosnia
sono
emerse
quindi
per
la
prima
volta
nel
dicembre
del
2000,
con
la
morte
per
cancro
di
Salvatore
Carbonaro,
di
24
anni.
Carbonaro
era
il
sesto
veterano
dei
Balcani
a morire
di
cancro
e si
differenziava
dai
cinque
precedenti
perché
era
stato
solo
in
Bosnia
e non
in
Kossovo.
Sino
ad
allora
la
NATO
non
aveva
mai
nemmeno
ammesso
di
aver
utilizzato
proiettili
all’uranio
impoverito
in
Bosnia.
Ma
nel
dicembre
del
2000
il
Ministro
alla
difesa
italiano,
Sergio
Mattarella,
ha
ammesso
che
l’Alleanza
li
aveva
usati,
aggiungendo
di
esserne
stato
solo
allora
informato.
Mattarella
ha
poi
ordinato
un’inchiesta,
guidata
dal
professor
Franco
Mandelli,
per
investigare
il
potenziale
collegamento
tra
l’incidenza
di
tumori
nell’esercito
e l’uranio
impoverito.
Uno
dei
membri
del
gruppo
di
Mandelli,
il
dottor
Martino
Grandolfo,
ha
affermato
ad
IWPR
di
aver
riscontrato
un
eccesso
statistico
di
linfomi
di
Hodgkin,
una
forma
di
leucemia.
“La
percentuale
di
casi
di
linfoma
di
Hodgkin
tra
le
truppe
italiane
che
sono
state
in
Bosnia
e Kossovo
è
più
del
doppio
di
quelli
riscontrati
tra
i soldati
che
sono
rimasti
in
Italia”,
ha
affermato
ad
IWPR
“ma
al
momento
non
sappiamo
perché
questo
avvenga”.
Nel
luglio
del
2004
erano
arrivati
a 27
i veterani
italiani
dai
Balcani
morti
per
cancro
ma
chi
si
batte
per
i loro
diritti
afferma
che
la
cifra
è
addirittura
più
alta.
“Ci
si
aggira
sui
32
o 33,
ed
il
numero
di
veterani
ammalati
di
cancro
è
sul
centinaio”
ha
affermato
ad
IWPR
Falco
Accame,
ex
ufficiale
della
marina
e ricercatore
militare,
che
presiede
l’Anavafaf,
associazione
di
veterani.
Le
reazioni
sdegnate
dell’opinione
pubblica
ha
obbligato
il
governo
a creare
una
commissione
parlamentare
presso
il
Senato
sull’uranio
impoverito
che
dovrà
compiere
ulteriori
indagini.
Ma
Accame
ha
affermato
ad
IWPR
che
lo
Stato,
nonostante
abbia
pagato
un
indennizzo
alle
famiglie
dei
militari
morti,
non
ha
riconosciuto
alcun
legame
tra
queste
morti
e l’uranio
impoverito.
“Come
accade
nel
caso
dei
problemi
di
salute
legati
alle
sigarette
o all’amianto,
anche
con
l’uranio
impoverito
non
possiamo
essere
certi
che
ci
sia
correlazione
con
la
morte
dei
soldati”
ha
aggiunto
Accame
“quello
con
cui
abbiamo
a che
fare
qui
sono
solo
probabilità”.
Ciononostante
la
non
volontà
di
riconoscere
ufficialmente
alcun
legame
tra
DU
e cancro
potrebbe
cambiare.
In
una
sentenza
molto
significativa,
nel
luglio
2004,
una
corte
di
Roma
ha
ordinato
al
ministero
per
la
difesa
di
risarcire
con
500.000
euro
la
famiglia
di
Stefano
Melone,
un
veterano
dei
Balcani
morto
di
cancro
nel
2001.
La
corte
ha
dichiarato
che
Melone
è
morto
“in
seguito
all’esposizione
a sostanze
radioattive
e cancerogene”
ed
ha
elencato
l’uranio
impoverito
tra
queste.
La
vedova
del
soldato
deceduto,
Paola
Melone,
ha
affermato
ad
IWPR
che
quest’ultimo
è
stato
“un
caso
storico”
aggiungendo
che
una
corte
civile
ha
ora
“riconosciuto
che
l’uranio
impoverito
è
un
agente
cancerogeno
l’ha
elencato
in
una
lista
di
possibili
cause”
della
morte
di
suo
marito.
“Questo
caso
costituisce
un
precedente
e stiamo
organizzando
una
conferenza
qui
in
Italia,
a favore
di
altre
famiglie
di
veterani
o deceduti,
per
aiutarle
nei
casi
giudiziari
che
hanno
in
corso”,
ha
aggiunto.
In
Bosnia,
si
continua
a morire
Ritornando
in
Bosnia
non
si
parla
di
casi
giudiziari,
commissioni
parlamentari
e bonifiche.
Mentre
il
dibattito
divampa
in
Italia
su
cause
ed
effetti,
la
gente
locale
in
Bosnia
continua
ad
affermare
che
molte
persone
muoiono
inspiegabilmente.
Ahmed
Fazlic-Ivan,
vice-presidente
del
distretto
di
Grivci,
vive
a 300
metri
dal
deposito
per
carri
armati
bombardato.
“Siamo
venuti
a conoscenza
dell’uranio
impoverito
nel
2002,
quando
sono
arrivati
qui
gli
ispettori
dell’ONU”,
ha
affermato
ad
IWPR.
“Mio
padre
è
morto
di
un
tumore
ai
polmoni
nel
marzo
di
quest’anno.
Vi
sono
700
persone
che
vivono
a Grivci
e 56
di
questi
sono
morti
negli
ultimi
due
anni,
molti
dei
quali
di
cancro
o diabete”.
“Qui
diciamo
spesso
che
Aezrael,
l’angelo
della
morte,
è
venuto
a Grivci
e che
porterà
via
tutti”.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
|