Radovan
Karadzic
ancora
in
libertà;
28
ricercati
dal
Tribunale
dell’Aja
catturati
e tre
morti
nel
tentativo
di
arresto;
40.000
chilogrammi
di
esplosivo,
180.000
granate
e 16
milioni
di
pallottole
sequestrate
nella
raccolta
delle
armi
rimaste
in
circolazione;
una
guerra
segreta
contro
il
terrorismo
e Al
Qaeda;
il
coinvolgimento
di
alcuni
dei
loro
nel
trafficking
di
donne;
centinaia
di
incidenti
stradali;
la
scoperta
della
rete
di
sostegno
ai
criminali
di
guerra;
la
riforma
delle
forze
armate
interne;
mezzo
milione
di
soldati
che
in
nove
anni
hanno
lavorato
per
garantire
la
pace
e un
ambiente
sicuro…
E’
questo
il
risultato
della
missione
della
SFOR
in
Bosnia
Erzegovina,
da
poco
conclusa.
Come
è
iniziato
il
tutto
Due
giorni
dopo
la
firma
solenne
dell’Accordo
Fondamentale
di
Pace
a Parigi
il
14
dicembre
1995,
la
NATO
ha
dato
il
via
alla
sua
più
grande
operazione,
denominata
Joint
Endeavour
(Impegno
Comune).
Una
forza
multinazionale,
la
IFOR
(Implementation
Force),
ha
iniziato
il
proprio
mandato
il
20
dicembre
1995.
Compito
principale
era
quello
di
tradurre
in
pratica
la
parte
militare
degli
accordi
di
pace,
che
riguardava
il
ritiro
degli
eserciti
all’interno
delle
linee
etniche,
lunghe
1.400
chilometri.
La
IFOR,
in
quel
primo
anno
del
dopoguerra,
contava
60.000
soldati.
Dopo
le
prime
elezioni
del
dopoguerra,
nel
settembre
del
1996,
la
missione
della
IFOR
era
conclusa,
e dopo
il
termine
del
primo
anno
di
mandato,
il
20
dicembre
1996
ha
avuto
inizio
il
mandato
della
Forza
di
Stabilizzazione,
la
SFOR,
sottoposta
al
comando
del
Consiglio
di
Sicurezza
delle
Nazioni
Unite.
I compiti
specifici
della
SFOR
erano:
impedire
la
escalation
delle
ostilità
o nuove
minacce
alla
pace,
assicurare
un
clima
necessario
alla
continuazione
del
processo
di
pace,
appoggiare
le
strutture
della
amministrazione
civile
secondo
le
possibilità.
Rispetto
alla
IFOR,
il
numero
delle
truppe
veniva
quasi
dimezzato:
nel
1996,
circa
32.000
soldati
indossavano
la
uniforme
della
SFOR.
Nel
corso
degli
anni
successivi,
il
numero
delle
truppe
diminuiva
sempre
di
più:
nel
1999
erano
ancora
32.000
i militari
SFOR
a pattugliare
la
Bosnia
Erzegovina,
ma
nel
2002
il
numero
è
diminuito
a 16.000,
mentre
alla
fine
del
mandato,
a metà
del
2004,
il
numero
è
ulteriormente
sceso
a 7.000
soldati
in
tutto,
divisi
in
tre
zone
di
responsabilità,
con
centri
a Banja
Luka,
Mostar
e Tuzla
e il
comando
principale
presso
la
base
Butmir,
a Sarajevo.
La
cattura
di
Radovan
Karadzic
e la
scoperta
della
sua
rete
di
sostegno
La
progressiva
riduzione
nel
numero
delle
truppe
era
collegata
al
miglioramento
generale
dello
stato
della
sicurezza
in
Bosnia
Erzegovina,
ma
non
si
è
mai
omesso
di
sottolineare
che
le
truppe
della
SFOR
erano
mobili
e molto
reattive,
in
grado
di
reagire
ad
ogni
tipo
di
minaccia
nei
confronti
della
propria
missione,
così
come
ad
ogni
informazione
relativa
alla
ubicazione
dei
più
ricercati
tra
i sospettati
per
crimini
di
guerra.
Il
fatto
che
il
leader
di
guerra
dei
Serbo
Bosniaci
sia
ancora
in
libertà,
rappresenta
la
maggiore
macchia
nella
pluriennale
missione
della
SFOR
in
Bosnia
Erzegovina.
Anche
se
a più
riprese
la
SFOR
ha
affermato
che
l’arresto
dei
criminali
di
guerra
è
responsabilità
soprattutto
delle
autorità
locali,
nessuno
ha
mai
seriamente
creduto
che
Karadzic
potesse
andare
all’Aja
attraverso
il
Ministero
degli
interni
della
Republika
Srpska.
Gli
analisti
militari
francesi
hanno
contato
in
tutto
9 operazioni
di
arresto
di
Karadzic,
fallite
a causa
della
sofisticata
rete
di
sostegno
e della
impreparazione
delle
forze
dei
Paesi
incaricati
dell’arresto.
Il
fatto
è
che,
con
l’aumentare
della
preparazione
della
SFOR
per
arrivare
all’arresto
di
Karadzic,
cresceva
anche
la
capacità
del
latitante
di
nascondere
le
proprie
tracce,
soprattutto
dopo
la
caduta
e l’arresto
di
Slobodan
Milosevic.
Se
nel
1996
e 1997
Radovan
andava
a passeggio
quasi
liberamente
nelle
parti
orientali
della
Bosnia
Erzegovina,
trattava
con
vari
inviati
esteri
la
sua
possibile
apparizione
di
fronte
alla
giustizia,
passava
nel
nativo
Montenegro
con
il
biglietto
di
ritorno
in
tasca,
oggi
è
molto
più
cospirativo.
Dei
cinque
milioni
di
dollari
messi
a disposizione
per
ottenere
informazioni
su
Radovan
Karadzic
e Ratko
Mladic,
si
dice
che
siano
stati
spese
solo
alcune
centinaia
di
dollari,
che
hanno
avuto
come
risultato
l’arresto
e le
indagini
condotte
nei
confronti
dei
complici
di
Karadzic,
in
primo
luogo
Bogdan
Subotic,
Dusan
Tesic
Bato,
Zeljko
Jankovic
Luna
e Milovana
Cicka
Bjelice.
Tuttavia,
la
SFOR
ha
lasciato
ai
propri
eredi
della
EUFOR
la
ricerca
del
più
importante
tra
i latitanti
dell’Aja,
e il
peso
di
numerosi
insuccessi,
tra
i quali
l’ultimo,
all’inizio
di
aprile
di
quest’anno,
è
stato
anche
il
più
tragico.
Nell’aprile
del
1998
si
segnala
il
primo
tentativo
di
arresto
a Pale,
nel
corso
dell’azione
“Stella
mattutina”,
nel
quale
sono
stati
coinvolti
militari
tedeschi,
italiani
e francesi
con
elicotteri
e mezzi
di
trasporto.
Nell’estate
del
2001
veniva
dato
il
via
alla
operazione
“Cervello”,
nel
corso
della
quale
sembrava
che
la
SFOR
finalmente
avesse
deciso
di
mettere
il
sale
sulla
coda
dell’uccellino
dell’Aja.
L’anno
scorso,
il
primo
marzo,
[la
SFOR]
ha
compiuto
un
raid
nel
villaggio
di
celebici
non
lontano
da
Foca,
del
quale
si
ricorda
soprattutto
la
rabbia
e la
derisione
della
popolazione
locale.
In
estate,
la
SFOR
è
ritornata
in
quel
villaggio,
ma
passando
al
setaccio
anche
il
più
vasto
territorio
di
Visegrad,
Foca
e Trebinje.
Tuttavia,
il
primo
di
aprile
non
c’è
stato
più
niente
da
ridere
quando
nel
corso
dell’azione
a Pale
sono
stati
feriti
gravemente
il
prete
ortodosso
locale,
Jeremiah
Starovlah,
e il
suo
figlio
Aleksandar.
Questa
volta
non
c’è
stata
la
derisione
per
l’insuccesso,
è
rimasta
solamente
la
rabbia.
Fortunatamente,
il
prete
e suo
figlio
sono
rimasti
in
vita.
E’
andata
diversamente
per
tre
Serbo
Bosniaci:
Simo
Drljaca,
Dragan
Gagovic
e Janko
Janjic.
Simo
Drljaca,
capo
della
polizia
di
Prijedor
durante
la
guerra,
è
stato
ucciso
durante
il
tentativo
di
arresto
del
10
luglio
1997.
Gagovic
è
stato
ucciso
il
9 gennaio
del
1999,
dopo
che
dal
proprio
veicolo,
nel
quale
si
trovava
anche
il
figlio
minorenne,
ha
sparato
contro
i soldati
della
SFOR.
Janjic,
nel
corso
della
operazione
di
arresto
il
10
ottobre
del
2000,
ha
attivato
una
bomba,
uccidendosi
nel
proprio
appartamento
a Foca
e ferendo
anche
4 soldati
del
contingente
tedesco
della
SFOR.
Diversamente
da
questi
tre
episodi,
la
SFOR
ha
arrestato
e mandato
nelle
prigioni
dell’Aja
28
ricercati
per
crimini
di
guerra,
tra
i quali
Momcilo
Krajisnik
(che
i soldati
della
SFOR
hanno
tirato
fuori
di
casa
letteralmente
in
pigiama,
senza
lasciargli
il
tempo
di
cambiarsi),
Radoslav
Br?anin,
Stanislav
Galic,
Radislav
Krstic,
Naser
Oric
ecc.
L’opinione
pubblica
bosniaca
ha
reagito
duramente
all’arresto
del
comandante
di
guerra
di
Srebrenica,
ritenendo
che
non
era
necessario
utilizzare
la
forza
nel
corso
dell’azione
del
10
aprile
2003,
dato
che
Oric
si
sarebbe
consegnato
da
solo.
La
guerra
contro
il
terrorismo
La
pressione
dell’opinione
pubblica
e dei
media
si
è
fatta
sentire
anche
nel
caso
di
Sabahudin
Fiuljanin,
l’unico
arrestato
per
il
quale
gli
uomini
della
SFOR,
solitamente
riservati,
hanno
affermato
pubblicamente
di
aver
dimostrato
senza
alcun
dubbio
che
si
trattava
di
un
uomo
di
Al
Qaeda
in
Bosnia
Erzegovina!
Fiuljanin
è
stato
rinchiuso
nella
base
della
SFOR
a Tuzla,
dopo
che
il
26
ottobre
del
2002
il
personale
della
base
aveva
notato
i movimenti
sospetti
di
Fiuljanin
intorno
all’edificio.
Senza
prove
consistenti,
l’arrestato
ha
passato
tre
mesi
in
carcere,
fino
all’11
gennaio
del
2003.
Le
controversie
maggiori
erano
state
sollevate
dalla
lettera
d’addio
nella
quale
Fiuljanin,
vero
musulmano,
dichiarava
ai
genitori
che
stava
andando
“a
fare
un
lavoro”
[lett.:
“u
trgovinu”,
a commerciare,
ndt]
per
il
quale
“Allah
lo
avrebbe
premiato
con
la
Dzenneta”,
che
molti
hanno
interpretato
come
un
passo
verso
la
morte
nella
strada
di
Dio.
Fiuljanin
è
stato
interrogato
su
Al
Qaeda,
sulla
Twra,
organizzazione
umanitaria
che
si
dice
legata
al
terrorismo
islamico,
sul
viaggio
che
aveva
intenzione
di
compiere
in
Iran
ecc.
Oltre
al
mai
dimostrato
terrorista
Fiuljanin,
la
SFOR
in
Bosnia
Erzegovina
si
è
occupata
in
maniera
ancora
più
consistente
dei
mezzi
finanziari
del
terrorismo,
e numerose
organizzazioni
umanitarie
di
carattere
islamico
sono
state
oggetto
delle
loro
indagini,
come
Al-Furqhan,
Al-Haramein
e altre.
La
morte
del
presidente
macedone
Presumibilmente
all’inizio
si
è
pensato
ad
un
atto
terroristico,
quando
il
26
febbraio
2004
si
è
diffusa
nella
regione
la
notizia
che
il
presidente
macedone
Boris
Trajkovski
era
morto
in
un
incidente
aereo
presso
Bitunja,
vicino
a Stoca.
Subito
dopo
l’incidente,
le
autorità
locali
e le
istituzioni
straniere
hanno
dimostrato
una
mancanza
di
coordinamento
che
ha
causato
confusione
anche
nei
giorni
seguenti
(fino
alla
ubicazione
dei
resti
dell’aereo
e al
ritrovamento
dei
corpi).
I controllori
di
volo
della
SFOR
hanno
dichiarato
dall’aeroporto
di
Mostar
che
l’aereo,
con
il
presidente
macedone
e altri
nove
membri
dell’equipaggio
e viaggiatori,
era
scomparso
dai
radar
intorno
alle
8.15
del
mattino.
Il
giorno
stesso,
il
Primo
Ministro
Adnan
Terzic
ha
proclamato
un
giorno
di
lutto,
citando
le
informazioni
della
SFOR
secondo
le
quali
era
stato
ritrovato
l’aereo
con
i resti
di
4 corpi,
cosa
in
seguito
smentita.
I primi
giorni,
secondo
Terzic
e le
inchieste
ed
articoli
dei
media,
le
istituzioni
locali
[bosniache,
ndt]
erano
state
estromesse
dalle
indagini
che
erano
condotte
esclusivamente
dalla
SFOR,
cosa
invece
smentita
dalla
forza
di
Stabilizzazione,
che
si
è
giustificata
per
il
complicato
processo
di
coordinamento.
Il
corpo
è
stato
trovato
dopo
25
ore
di
ricerca.
Al
termine
di
una
inchiesta
indipendente,
è
stato
accertato
che
il
motivo
della
sciagura
risiedeva
in
un
guasto
all’aereo,
e non
in
un
errore
umano.
Allo
stesso
tempo,
si
è
accertato
che
gli
alti
responsabili
della
SFOR
non
avevano
nessuna
fiducia
nelle
istituzioni
locali,
come
neppure
nel
livello
di
professionalità
e nei
risultati
della
loro
inchiesta.
Come
del
resto
neppure
una
buona
parte
dei
cittadini.
I comandanti
e i
militari
della
SFOR
sono
stati
attivamente
coinvolti
nella
trasformazione
delle
forze
militari
della
Bosnia
Erzegovina,
ciò
che
rappresenta
una
delle
precondizioni
per
l’ingresso
del
nostro
Paese
nel
programma
di
Partnership
per
la
Pace,
collegato
al
successivo
ingresso
nella
Nato:
oggi
esiste
un
comando
unico
sulle
forze
armate
della
Bosnia
Erzegovina,
che
contano
12.000
effettivi,
un
numero
cinque
volte
superiore
rispetto
al
1995.
La
SFOR
ha
svolto
un
ruolo
attivo
nell’impedire
la
“rivoluzione
di
velluto”
stabilita
dall’autogoverno
croato,
in
relazione
alla
terza
entità.
Nel
processo
di
sminamento
della
Bosnia
Erzegovina,
la
SFOR
ha
svolto
un
ruolo
attivo
nella
formazione
dei
quadri
locali.
La
costruzione
di
acquedotti,
di
impianti
per
il
gas,
elettrodotti,
l’aiuto
ai
ritornanti
per
la
ricostruzione
delle
case,
le
strade
per
raggiungere
villaggi
isolati,
la
ricostruzione
dei
ponti
distrutti…
Sono
tutte
cose
che
la
SFOR
ha
fatto
lontano
dalla
attenzione
dei
media
e dai
principali
avvenimenti
socio-politici.
Quando
le
truppe
armate
della
IFOR
sono
arrivate
in
Bosnia
Erzegovina,
nel
1995,
i cittadini
li
hanno
accolti
con
un
sorriso
sul
volto,
almeno
nella
parte
del
Paese
sotto
il
controllo
dell’Esercito
della
Repubblica
BiH.
Eravamo
ancora
troppo
felici
per
la
fine
della
guerra
per
essere
disillusi
dalla
pace.
Oggi
che
la
SFOR
se
ne
va,
se
ne
va
silenziosamente,
senza
entusiasmi
né
rimpianti
da
parte
dei
Bosniaci.
Ci
siamo
già
abbastanza
abituati
alle
ingiustizie
e agli
insuccessi
della
pace,
e così
ci
siamo
dimenticati
di
aver
un
tempo
voluto
la
SFOR,
i soldati
armati
della
NATO
e degli
altri
Paesi,
resta
solo
quello
che
aveva
sognato
l’autore
di
un
graffito
a Gorazde:
SFOR
–
Stay
FORever.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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