Srebrenica,
Bosnia
Erzegovina
orientale,
poco
più
in
là
scorre
la
Drina,
naturale
linea
di
confine
con
la
Serbia.
Tra
il
'93
e il
'95
area
protetta
dall'ONU.
Enclave
musulmana
nel
territorio
conquistato
dall'esercito
serbo-bosniaco.
Luogo
di
raccolta
di
decine
di
migliaia
di
profughi
evacuati
dalle
zone
limitrofe.
Caduta
nelle
mani
dell'esercito
serbo-bosniaco
l'11luglio
del
1995,
la
storia
la
ricorderà
come
uno
dei
peggiori
e vergognosi
crimini
in
Europa
dopo
la
Seconda
guerra
mondiale.
La
Republika
Srpska,
una
delle
due
entità
della
Bosnia
Erzegovina,
solo
da
poco
ha
riconosciuto
l'uccisione
di
7.800
vittime,
mentre
le
associazioni
per
gli
scomparsi
e le
famiglie
delle
vittime
di
Srebrenica
affermano
che
sono
oltre
10.000.
Le
donne
di
Srebrenica
Per
conoscere
Srebrenica
oggi
occorre
prima
fare
tappa
a Tuzla.
Una
città
industriale
di
medie
dimensioni.
Fabbriche
ed
enormi
centrali
elettriche
ai
bordi
della
statale
che
porta
dritto
in
città.
Fino
a prima
della
guerra
degli
anni
novanta
Tuzla
era
tra
i maggiori
fornitori
di
sale
della
ex
Jugoslavia.
Qui,
a circa
3 ore
di
auto
da
Srebrenica,
abita
la
maggior
parte
delle
donne
sopravvissute
al
massacro.
L'11
luglio
del
1995
l'allora
enclave
di
Srebrenica
cadeva
in
mano
alle
forze
serbo-bosniache,
le
quali
fecero
una
carneficina.
Srebrenica
è
il
primo
crimine
qualificato
come
genocidio
da
un
tribunale
internazionale
dopo
l’Olocausto.
A parlare
oggi
sono
le
vedove
delle
migliaia
di
uomini
uccisi,
le
“Donne
di
Srebrenica”,
che
è
anche
il
nome
dell’associazione
con
sede
a Tuzla
che
per
tutto
questo
tempo
non
ha
mai
mancato
di
organizzare
la
cerimonia
di
commemorazione.
Da
quasi
dieci
anni,
ogni
11
del
mese
le
donne
di
Srebrenica
si
ritrovano
per
commemorare
quella
data
e per
ricordare
al
mondo
che
ancora
sono
in
attesa
di
sapere
che
fine
hanno
fatto
i loro
cari.
“Questo
è
il
giorno
più
triste
e noi
ci
ritroviamo
qui
ogni
11
del
mese
per
testimoniare
e per
ricordare
i nostri
scomparsi”
- racconta
Nura
attivista
dell'organizzazione
“Donne
di
Srebrenica.
Figli,
fratelli,
mariti,
che
non
sono
mai
tornati.
I cui
corpi
non
sono
ancora
stati
trovati
o non
sono
stati
identificati.
Ogni
mese,
dallo
spazio
chiamato
“Pinga”,
sfila
un
corteo
di
donne,
collegate
tra
di
loro
da
una
simbolica
catena
di
pezzi
di
stoffa
colorata.
Su
ogni
fazzoletto
sventola
il
nome
di
una
persona
scomparsa,
anno
e luogo
di
nascita:
Adil
1974,
Ibrahim
1976,
Kemal
1973,
Mujo
1966,
Mehmed
1938...
L'interminabile
catena
di
nomi
si
avvia
lungo
la
statale
che
attraversa
la
città
e termina
vicino
alla
moschea,
nella
piazza
che
tutti
conoscono
come
la
“Fontana”
(Cesma).
Qui
le
donne
si
raccolgono
in
cerchio,
pregano
con
i palmi
delle
mani
rivolti
verso
il
cielo.
Poi
il
cerchio
si
scompone,
la
manifestazione
è
finita.
Quasi
tutte
le
partecipanti
si
riuniscono
nella
sede
dell'Associazione
delle
donne
di
Srebrenica,
due
piccole
stanze
tappezzate
di
fotografie
di
gente
che
non
ha
fatto,
e mai
più
farà,
ritorno.
Tutt'oggi
la
loro
è
una
vita
di
attesa,
viva
testimonianza
del
desiderio,
quando
non
della
necessità
psicologica,
di
poter
elaborare
il
lutto,
di
poter
chiudere
un
capitolo
del
tragico
passato.
Ce
lo
spiega
Irfanka
Pasagic,
psichiatra
dell’Associazione
Tuzlanska
Amica,
che
dal
1992
lavora
con
le
vittime
della
guerra
e dei
lager,
in
prevalenza
donne
e minorenni.
“In
BiH
ci
sono
circa
un
milione
e mezzo
di
persone
che
soffrono
di
problemi
psichici
dovuti
alla
guerra,
il
cosiddetto
PTSD
(Posttraumatic
Stress
Disorder)….
Per
poter
fare
in
modo
che
le
vittime
metabolizzino
il
loro
vissuto
cerchiamo
di
trovare
il
modo
di
dialogare
con
loro,
di
far
emergere
quanto
è
accaduto,
ma
la
difficoltà
è
enorme,
soprattutto
con
le
famiglie
di
Srebrenica.
Non
riusciremo
a risolvere
i loro
traumi,
finché
l’esumazione
e l’identificazione
dei
corpi
non
sarà
effettuata”.
L'identificazione
delle
vittime
Del
faticoso
e imponente
lavoro
di
identificazione
degli
scomparsi
se
ne
occupa
la
Commissione
internazionale
per
le
persone
scomparse
(ICMP),
che
a Tuzla
ha
un
suo
laboratorio,
dove
vengono
eseguite
le
analisi
sui
resti
delle
vittime
di
Srebrenica
e che
alla
fine
di
un
lungo
processo
di
identificazione,
coordinato
con
altri
laboratori,
stende
il
certificato
di
morte
della
persona
trovata.
Più
ci
si
avvicina
all'edificio,
più
l'odore
intenso
e dolciastro
del
carbone
che
riscalda
le
case,
commisto
a quello
solforoso
della
fabbrica
di
sale,
lascia
il
posto
ad
un
puzzo
acre,
stomachevole.
Il
laboratorio
ospita
in
una
stanza
di
250
mq,
oltre
4.000
sacchi.
Come
spiega
Zlatan
Sabanovic,
responsabile
del
progetto,
in
alto
sulle
scaffalature
sono
ben
ordinati
i sacchi
di
carta
contenenti
effetti
personali,
mentre
più
sotto
in
grossi
sacchi
bianchi
sono
contenuti
i resti
umani
da
analizzare.
Nella
stanza
accanto,
un'antropologa
canadese
cerca
a fatica
di
ricomporre
i resti
ossei
di
ciò
che
dovrebbe
essere
un
corpo
umano.
Sparpaglia
il
sacco
di
ossa
sul
tavolo
d'acciaio.
L'odore
delle
ossa
è
umido
e penetrante,
fa
venire
la
nausea.
Con
pazienza
e dovizia
la
dottoressa
Laura
Yazedjian,
come
in
un
puzzle,
cerca
di
ridare
forma
all'ammasso
di
resti
umani,
inanellando
una
ad
una
svariate
ossa
di
colore
brunastro.
Zlatan
ci
spiega
molto
dettagliatamente
il
lavoro
che
qui
si
svolge
e i
progressi
in
corso.
“Questo
progetto
è
iniziato
nel
1997
ed
era
basato
sul
riconoscimento
visivo
delle
vittime.
Poi
si
è
passati
ad
un
tipo
di
identificazione
cosiddetta
del
mitocondrio,
che
ci
permetteva
di
risalire
solo
lungo
l'asse
ereditario
materno.
Ma
questo
sistema
era
limitato,
dovevamo
spedire
i materiali
in
America
o in
Polonia
e aspettare
un
anno
per
i risultati.
Ora
le
analisi
le
possiamo
fare
molto
velocemente
e qui
in
Bosnia.
Nel
2001
le
identificazioni
riuscite
erano
52.
Da
quando
si
è
passati
all'esame
del
DNA
il
numero
è
sensibilmente
aumentato.
Già
a partire
dal
2002
il
numero
annuo
delle
identificazioni
è
aumentato
di
dieci
volte.
Quest'anno
sono
già
state
identificate
260
persone,
che
verranno
sepolte
nel
memoriale
di
Potocari,
a luglio,
quando
sarà
celebrato
il
decennale
della
tragedia
di
Srebrenica”.
Potocari:
il
Memoriale
e l'ex
sede
dei
caschi
blu
dell'ONU
Potocari
è
una
piccola
frazione
poco
fuori
Srebrenica.
Ci
sono
ancora
i resti
del
complesso
industriale
dove
stazionavano
i caschi
blu
dell'ONU.
All'interno
degli
edifici
i muri
sono
ricoperti
di
scritte
lasciate
dai
soldati
delle
Nazioni
Unite.
In
inglese,
olandese,
persino
in
bosniaco.
Alcune
mettono
davvero
a disagio:
“No
teeth?
mustache?
smell
like
shit?
Bosnian
girl!”,
“My
ass
is
like
a 'local'
it's
got
the
same
smell!”.
In
un
ampio
salone
all'interno
della
fabbrica
di
accumulatori
compare
ancora
in
bella
vista
una
scritta
in
rosso
a caratteri
cubitali
“Druze
Tito
mi
ti
se
kunemo”
(Giuriamo
su
di
te
compagno
Tito),
ormai
nulla
più
che
un
segno
della
propaganda
di
altri
tempi.
Una
parte
di
questo
edificio
diroccato
sarà
adibita
a museo
dove
saranno
esposti
anche
i numerosi
effetti
personali
che
abbiamo
visto
al
laboratorio
di
Tuzla.
Sul
lato
opposto
della
strada,
un
vasto
memoriale
sorge
dove
prima
c'era
un
campo
di
grano.
Qui
furono
massacrate
centinaia
di
vittime
innocenti.
Il
memoriale
di
Potocari
è
stato
inaugurato
ufficialmente
il
20
settembre
2003,
quando
l’ex
presidente
USA
Bill
Clinton
incontrò
i membri
delle
associazioni
che
si
occupano
degli
scomparsi.
Oggi
il
memoriale
ospita
le
salme
di
1327
di
persone,
su
un
totale
di
circa
7.000
esumazioni,
di
resti
umani,
ossia
quei
sacchi
che
abbiamo
visto
al
laboratorio
di
Tuzla.
Hanija,
donna
di
Srebrenica,
che
ci
ha
accompagnato
fin
qua,
intrattenendoci
durante
il
viaggio
con
la
sua
ironia,
ora
si
abbandona
al
racconto.
Con
la
mano
indica
il
luogo
della
tragedia,
implora
e scoppia
in
lacrime.
“Io
ho
perso
due
fratelli,
un
figlio
e mio
marito.
Non
mi
hanno
ancora
detto
se
sono
stati
trovati
o se
sono
stati
identificati.
Il
mio
desiderio
maggiore,
oggi,
dopo
tutto
ciò
che
è
successo,
è
di
trovare
i miei
cari
scomparsi
e di
seppellirli.
Quello
che
vedete
qui
è
stato
fatto
da
Mladic,
Karadzic,
Milosevic
e molti
altri,
che
ancora
oggi
sono
in
libertà.
Noi
tutt'oggi
ci
sentiamo
come
vittime,
la
mia
anima
sarà
in
pace
solo
quando
li
vedrò
in
prigione.
Come
facciamo
a riconciliarci
con
quelli
che
ci
hanno
ucciso
i fratelli?
Con
quelli
che
ci
hanno
ucciso
i genitori?
Con
quelli
che
mi
hanno
lasciata
da
sola?
Con
tutti
questi
non
possiamo
riconciliarci.
Possiamo
farlo
con
quelli
che
non
hanno
partecipato
al
crimine,
con
loro
possiamo
vivere
insieme.
Perché
dobbiamo
dimenticare
tutto
questo,
perché
dobbiamo
vivere,
i vivi
devono
vivere”.
Una
città
fantasma
Pochi
chilometri
e siamo
a Srebrenica.
Dieci
anni
dopo
il
massacro,
davanti
agli
occhi
si
staglia
una
città
fantasma,
un
enorme
buco
nero
tra
le
montagne
della
Bosnia
orientale.
C’è
poca
gente
per
le
strade
e pochi
negozi.
Si
avverte
un
forte
senso
di
depressione.
Srebrenica
oggi
è
una
città
dimenticata,
una
città
ostaggio,
vittima
essa
stessa
del
proprio
passato,
di
ciò
che
è
stata
e di
ciò
che
ancora
rappresenta.
Con
la
guerra
ha
subito
un
vero
collasso
demografico,
oggi
vi
abitano
circa
10.000
persone,
molto
meno
della
metà
di
quelle
che
vi
vivevano
negli
anni
prima
della
guerra.
Il
60%
è
di
nazionalità
serba
mentre
il
40%
è
di
nazionalità
bosniaco-musulmana.
Siamo
di
fronte
ad
un
vero
esempio
di
urbanità
ibernata.
Guerra
e devastazione
sono
tutt'oggi
le
note
architettoniche
più
evidenti
di
uno
dei
simboli
negativi
della
guerra
nella
ex
Jugoslavia.
Le
case
diroccate
lungo
la
strada
principale,
gli
edifici
della
piazza
principale,
l'Energoinvest
e la
Robna
kuca,
è
come
se
fossero
stati
distrutti
ieri
l'altro.
Stanno
lì,
sventrati
e anneriti,
a segnare
una
tetra
consuetudine
per
gli
abitanti
di
Srebrenica,
testimoni
immobili
di
una
guerra
che
si
stenta
a credere
sia
terminata
dieci
anni
fa.
Solo
la
neve
caduta
di
recente
nasconde
a fatica
il
degrado
e lo
stato
di
abbandono.
Fanno
eccezione
in
modo
singolare
i luoghi
delle
due
maggiori
istituzioni
religiose,
la
chiesa
ortodossa
e la
moschea
bianca.
Ortodossi
e musulmani
Zeljko
Teofilovic
parroco
della
chiesa
ortodossa
di
Srebrenica,
è
piuttosto
riluttante
ad
incontrarci,
subito
si
difende
dicendo
che
siamo
pieni
di
pregiudizi
e che
vogliamo
ascoltare
una
sola
verità.
“Niente
telecamere
né
registratori,
prima
cerchiamo
di
conoscerci”,
ci
avverte.
Dopo
vari
convenevoli
e alcuni
bicchieri
di
grappa
fatta
in
casa,
anche
il
pope
di
Srebrenica
si
apre
al
dialogo,
ma
non
vuole
parlare
di
politica
né
di
come
è
Srebrenica
oggi,
per
questo
ci
rimanda
a chi
è
più
competente
di
lui.
Padre
Teofilovic
vuole
parlare
della
sua
chiesa,
che
durante
la
guerra
era
stata
bruciata,
distrutta
e trasformata
in
stalla,
di
come
è
stata
restaurata
nel
corso
di
9 anni
(1995-2004).
Gli
chiediamo
cosa
faranno
per
il
decennale
di
Srebrenica,
e lui
ci
spiega
che
la
comunità
ortodossa
si
ritroverà,
come
ogni
anno,
il
12
luglio,
nel
giorno
dei
Santi
Pietro
e Paolo,
per
commemorare
le
vittime
serbe.
Parla
di
3.500
vittime
tra
il
1992
al
1995.
Questa,
secondo
il
pope,
è
l'altra
verità
su
Srebrenica
che
nessuno
vuole
riconoscere.
Il
numero
delle
vittime
viene
però
drasticamente
ridimensionato
dal
segretario
dell'Organizzazione
dei
combattenti
di
Srebrenica,
Milos
Milovanovic.
Incontrato
subito
dopo
il
pope
ortodosso,
Milovanovic
parla
di
2.500
morti
e ci
invita
a visitare
il
cimitero
militare
di
Bratunac,
appena
fuori
Srebrenica,
per
poter
verificare
quanto
sta
dicendo.
Milovanovic
dice
che
“poco
si
parla
dei
serbi
uccisi
negli
anni
'92,
'93
e '94,
nelle
zone
di
Srebrenica,
Bratunac
e Milic”.
E aggiunge:
“Anche
oggi
i Serbi
sono
danneggiati.
Su
quindici
case
ricostruite
dei
bosgnacchi
se
ne
costruisce
una
sola
per
i serbi”.
Il
nostro
interlocutore
sostiene
che
la
commemorazione
delle
vittime
che
si
terrà
l'11
luglio
di
quest'anno
ha
un
significato
prettamente
politico
“i
loro
eventi
sono
di
carattere
politico,
sono
manipolati.
Il
numero
delle
vittime
di
Potocari
è
manipolato.
Noi
l'11
luglio
avremo
i preparativi,
perché
celebriamo
il
12
luglio
del
1992,
quando
furono
uccisi
i serbi,
quando
furono
incendiati
tre
dei
nostri
villaggi,
quando
furono
uccisi
i nostri
eroi”.
Non
lontano
dalla
chiesa
ortodossa
c'è
la
moschea
bianca
e la
casa
del
rappresentante
della
fede
musulmana.
L'imam
di
Srebrenica
è
qui
da
oltre
un
anno.
Entriamo
nel
suo
ufficio
e gli
chiediamo
innanzitutto
come
e se
collaborano
con
le
altre
comunità
religiose.
Ci
spiega
che
collaborano
senza
problemi
con
la
piccola
comunità
cattolica,
forse
meno
di
cento
persone,
che
qui
ha
la
sua
cappella.
“Ma
con
la
comunità
ortodossa
non
collaboriamo
concretamente.
Ci
sono
idee,
progetti
di
dialogo
inter-religioso,
se
ne
è
parlato
per
oltre
un
mese,
ma
non
è
stato
trovato
un
modo
per
far
partire
il
progetto.
L'obiettivo
principale
è
quello
di
diminuire
la
tensione
tra
le
due
comunità”.
“Noi
siamo
qui
e siamo
pronti
a realizzare
una
vita
comune
con
tutti,
ma
vorrei
che
ciò
lo
facessero
pubblicamente
anche
i rappresentanti
della
fede
ortodossa,
che
escano
in
pubblico
e dicano
che
vogliono
partecipare
a questi
progetti”.
“Fino
alla
guerra
in
città
c'erano
5 moschee,
e una
ventina
nella
zona
del
comune
di
Srebrenica.
Oggi
ce
ne
è
una
sola
in
città,
più
un'altra
in
un
villaggio
qui
vicino.
Di
27.500
bosgnacchi
che
vivevano
prima
della
guerra
oggi
ce
ne
sono
circa
4.500,
ecco
questo
è
lo
stato
di
Srebrenica
oggi”.
Tornare
a Srebrenica
Tornare
oggi
a Srebrenica
è
una
scommessa,
un
punto
di
domanda.
“Le
difficoltà
maggiori
che
ostacolano
il
ritorno
riguardano
la
sicurezza
e gli
aspetti
economici.
Le
ricchezze
della
Srebrenica
prima
della
guerra,
le
fonti
termali,
le
miniere
di
argento,
d'oro,
di
bauxite
e vari
altri
minerali,
le
fabbriche
che
un
tempo
impiegavano
parecchie
persone,
sono
bloccate,
non
c'è
niente
che
funzioni,
le
chiavi
di
questo
sviluppo,
secondo
il
sindaco
di
Srebrenica
sono
in
mano
alla
Republika
Srpska.
Allo
stesso
tempo
viene
spontaneo
chiedere
al
sindaco
Abdurahman
Malkic
che
fine
hanno
fatto
i finanziamenti
su
Srebrenica:
“Molti
parlano
e dicono
di
voler
aiutare,
ma
tutto
questo
non
è
sufficiente.
C'è
una
differenza
tra
ciò
che
si
dice
e ciò
che
si
fa
in
concreto”.
La
pensa
diversamente
l’UNDP
di
Srebrenica
molti
soldi
sono
finiti
nelle
infrastrutture,
nella
ricostruzione
dei
villaggi
limitrofi.
Spesso
i rientranti
devono
scegliere:
o la
campagna
o la
città.
Non
si
possono
avere
entrambe
le
soluzioni.
Vero
è
che
chi
sta
in
campagna,
perlomeno
ha
del
lavoro
da
sbrigare,
può
avere
del
bestiame
da
allevare.
Mentre
chi
è
in
città
è
alla
deriva.
L'occupazione
è
una
rarità,
soprattutto
per
chi
ritorna.
Ciononostante
alcuni
ce
l'hanno
fatta.
Abdulah
Purkovic,
che
tutti
meglio
conoscono
come
Dule,
è
stato
uno
dei
primi
a ritornare
nel
2000,
e in
qualche
modo
si
sente
soddisfatto
del
suo
albergo
ristorante
Misirlije,
poco
fuori
dal
centro.
“Come
sempre
all'inizio
è
stato
molto
difficile,
ma
ora
va
un
po'
meglio.
Sono
stato
tra
i primi
a tornare,
e non
era
per
niente
facile,
molti
erano
dubbiosi
sul
rientro,
mi
dicevano
che
ero
matto
a tornare
qui,
ma
ecco,
come
vedete
ci
sono
riuscito”.
Dieci
anni
dopo,
c'è
ancora
chi
vive
nei
container
Oggi
a Srebrenica
i Serbi
rappresentano
la
maggioranza,
ma
tra
questa
maggioranza
ci
sono
anche
le
decine
di
profughi
che
vivono
all'hotel
Domavia,
un
vecchio
edificio
fessurato,
dove
al
secondo
e al
terzo
piano
vivono
i cosiddetti
IDPs
(Internally
displaced
persons),
una
trentina
circa
di
famiglie.
Altri
profughi
sono
alloggiati
nelle
baracche
di
“Baratova”,
sulla
strada
che
entra
in
città,
accanto
al
distributore
di
benzina.
È
povera
gente,
famiglie,
anziani,
bambini
figli
della
guerra.
Costretti
in
camere
d'albergo
i primi,
abbarbicati
nei
container
i secondi.
La
maggior
parte
di
loro
proviene
dal
comune
di
Sarajevo
e da
Gornji
Vakuf.
Entriamo
in
un
alloggio.
Un'enorme
forma
di
pane,
tonda
e profumata,
appena
tolta
dal
forno,
è
pronta
sul
ripiano
della
cucina.
La
disperazione
di
questa
gente
è
pari
alla
loro
ospitalità.
Non
esitano
a raccontare
la
loro
inquietante
storia.
Ciò
che
doveva
essere
un
alloggio
di
fortuna,
temporaneo,
si
è
trasformato
in
un
angusto
monolocale
in
cui
vive
un'intera
famiglia.
Djurdjo
Trifkovic,
sua
moglie
e i
due
figli,
profughi
da
12
anni,
hanno
vagato
in
lungo
e in
largo
per
la
Bosnia,
da
Vares
a Sarajevo,
poi
a Potocari.
Oggi
abitano
in
una
delle
piccole
stanze
dell'Hotel
Domavia.
“Da
quasi
3 anni
siamo
qui,
lavoro
in
una
falegnameria,
i figli
di
4 e
7 anni
vanno
a scuola,
mentre
mia
moglie,
diplomata
in
economia
si
occupa
della
'casa'
e dei
bambini”,
racconta
Djurdjo.
Tutti
i rientranti
temono,
hanno
paura,
non
si
sentono
sicuri,
ma
i profughi
intrappolati
a Srebrenica
sentono
ancora
di
più
la
miseria
e l'aberrazione
della
loro
situazione.
Vasilije
Draskic
e sua
moglie
vivono
da
quasi
un
anno
nelle
baracche
di
Baratova,
container
TG4
di
fabbricazione
tedesca,
corrosi
e ingialliti
dal
tempo.
Vasilije
ha
78
anni,
un
uomo
esile
e tremolante,
dorme
sul
divano
della
stanza,
ricavata
nel
container.
Si
alza
e ci
viene
incontro,
subito
si
premura
di
farci
notare
il
tetto
fradicio
dalle
infiltrazioni.
Gli
spieghiamo
che
siamo
giornalisti,
che
siamo
venuti
a documentare
come
vivono
i profughi
a Srebrenica.
Allora
estrae
da
un
cassetto
alcune
carte,
dei
ritagli
di
giornale,
tutto
quanto
possa
documentare
il
suo
passato.
Al
tempo
di
Tito
era
un
agricoltore,
premiato
con
la
medaglia
d'argento
al
lavoro,
un
eroe
della
patria
socialista.
Oggi
lui
e la
moglie
Pauna,
vivono
da
soli
con
un
aiuto
sociale
di
40
centesimi
di
euro
al
giorno.
Oggi
questi
profughi
sono
anche
loro
vittime.
Vittime
viventi
di
una
politica
malata,
bloccati
nella
loro
condizione
di
sfollati,
fuori
dalle
cronache
del
mondo
e prigionieri
di
una
città
fantasma.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa) |