Scioccante,
raccapricciante.
Sono
questi
gli
aggettivi
che
sono
stati
attribuiti
dalla
stampa
serba
al
video
trasmesso
durante
il
processo
contro
Slobodan
Milosevic
il
1°
giugno
al
Tribunale
internazionale
per
i crimini
di
guerra
nella
ex
Jugoslavia.
Nel
video,
andato
in
onda
durante
la
testimonianza
del
generale
della
polizia
Obrad
Stevanovic,
sono
mostrati
senza
equivoci
i membri
della
unità
speciale
“Scorpioni”
nell'atto
di
uccidere
brutalmente
sei
prigionieri
di
nazionalità
musulmana
nei
pressi
del
villaggio
di
Trnovo,
e -
secondo
il
procuratore
dell'Aia
- in
precedenza
deportati
da
Srebrenica
con
un
camion.
Come
riportato
dalle
cronache
dei
media
serbi
nel
video
si
vedono
uomini
in
uniforme
a viso
scoperto
con
le
bandiera
serba
sui
berretti,
mentre
fanno
scendere
dal
camion
i giovani
uomini
magrissimi,
vestiti
con
abiti
civili
e con
le
mani
legate
dietro
la
schiena.
Il
video
mostra
le
esecuzioni
a freddo
dei
giovani
musulmani.
I commenti
e le
voci
dei
membri
dell'unità
speciale
sono
inquietanti:
“cosa
tremi...”
dice
un
uomo
in
uniforme
rivolgendosi
ad
uno
dei
prigionieri,
mentre
una
seconda
voce
aggiunge
“guarda
questo
si
è
cagato
addosso”.
Un'altra
inquadratura
mostra
le
raffiche
di
mitra
alla
schiena,
sparate
contro
i prigionieri
con
le
mani
legate.
Il
video
mostra
inoltre
una
scena
in
cui
un
pope
benedice
gli
“Scorpioni”
prima
di
partire
per
la
missione
criminale.
Nonostante
l'evidenza
di
quanto
mostrato,
la
chiesa
per
adesso
tace.
Immediate
le
reazioni
di
Natasa
Kandic,
direttrice
del
Centro
per
il
diritto
umanitario
di
Belgrado.
Secondo
i dati
in
possesso
di
questa
organizzazione
l'unità
denominata
“Scorpioni”
dal
1991
al
1992
funzionava
come
unità
dei
servizi
di
sicurezza.
A quel
tempo,
afferma
la
Kandic,
esisteva
un
continuo
scambio
tra
i membri
degli
“Scorpioni”,
la
Guardia
volontaria
serba
e i
Berretti
rossi,
perché
tutte
e tre
queste
unità
erano
formate
dalla
DB
(servizi
segreti)
e quindi
sotto
diretto
controllo
del
Ministero
dell'interno
serbo.
Secondo
la
Kandic
gli
“Scorpioni”
facevano
parte
delle
unità
dello
stato
e al
tempo
del
massacro
di
Srebrenica
“erano
incaricati
di
prendersi
cura
dei
'pacchi'
ossia
dei
prigionieri
e di
provvedere
alla
loro
uccisione,
tutti
operavano
con
le
uniformi
della
polizia
della
Repubblica
della
Serbia
e coi
Berretti
rossi
sulla
testa”.
La
funzione
iniziale
degli
“Scorpioni”
era
di
sorvegliare
i depositi
di
carburante
in
Kraijna,
che
rappresentavano
la
ricchezza
per
coloro
i quali
comandavano
la
guerra
sul
versante
serbo.
Ecco
perché,
secondo
Natasa
Kandic,
nessuno
degli
appartenenti
a questa
unità
fino
ad
ora
ha
risposto
delle
azioni
commesse,
benché
fossero
al
comando
degli
organismi
serbi
per
tutto
il
tempo
della
guerra.
Gli
“Scorpioni”
sono
divenuti
popolari
all'opinione
pubblica
serba
lo
scorso
anno,
all'inizio
del
processo
per
l'uccisione
di
alcune
famiglie
kosovare,
a Podujevo
nel
1999.
Secondo
il
giornalista
del
settimanale
di
Belgrado
“Vreme”,
Dejan
Anastasijevic,
“durante
quel
processo
sono
stati
svelati
diversi
dati
interessanti
su
questa
unità:
tra
gli
altri
anche
il
fatto
che
questa
unità
speciale
è
più
vecchia
di
quanto
si
pensasse,
che
i suoi
membri
con
lo
stesso
nome
di
'Scorpioni'
e sotto
lo
stesso
comandante
combattevano
in
Bosnia
e persino
a Vukovar.
In
Kosovo
erano
sotto
la
SAJ
(Unità
speciale
antiterrorismo)
del
Ministero
dell'interno
della
Serbia,
e prima
ancora
operavano
sotto
l'insegna
di
una
certa
Difesa
territoriale,
ma
tutti
sappiamo
che
questa
unità
era
sotto
il
comando
di
Jovica
Stanisic
e Frenki
Simatovic”.
Due
nomi
eccellenti,
capo
dei
servizi
segreti
il
primo
e capo
dei
Berretti
rossi
(JSO)
il
secondo,
rimessi
da
poco
in
libertà
da
TPI
dell'Aia
in
attesa
di
giudizio,
accusati
di
crimini
di
guerra.
La
video
registrazione
dei
sei
musulmani
di
Srebrenica
uccisi
a freddo
è
andata
in
onda
anche
su
varie
emittenti
televisive
locali,
inquietando
fortemente
il
pubblico
e sollecitando
le
reazioni
dei
politici.
Il
2 giugno
un'azione
della
polizia
serba
ha
condotto
agli
arresti
otto
membri
dell'unità
“Scorpioni”,
tra
i quali,
Aleksandar
Medic
e Pero
Petrasevic.
Il
governo
serbo
ha
confermato
l'arresto
di
alcuni
membri
di
tale
unità,
ma
non
ha
reso
noti
i nomi
di
tutti
gli
arrestati.
L'azione
della
polizia
si
è
svolta
mentre
la
procuratrice
capo
del
TPI
dell'Aia,
Carla
del
Ponte,
era
in
visita
ufficiale
a Belgrado.
La
Del
Ponte
si
è
detta
soddisfatta
della
“brillante
operazione”
del
governo
serbo,
aggiungendo
che
spera
ci
sia
altrettanta
celerità
anche
nella
consegna
dei
latitanti
ricercati
dal
TPI
dell'Aia.
Benché
il
governo
serbo
fosse
a conoscenza
del
video
- come
confermato
dal
ministro
Ljaijc
- già
da
dieci
giorni,
fino
ad
ora
non
c'era
stata
alcuna
azione
per
condurre
di
fronte
alla
giustizia
gli
esecutori
dei
crimini.
In
effetti,
secondo
quanto
riporta
l'emittente
B92,
subito
dopo
la
trasmissione
del
video
le
reazioni
della
maggior
parte
dei
politici
serbi
sono
state
piuttosto
blande,
molti
erano
persino
disinteressati
al
contenuto
inequivocabile
del
video.
Il
giorno
successivo
però
la
situazione
è
radicalmente
cambiata.
Le
timide
reazioni
iniziali
hanno
fatto
sì
che
il
ministro
per
i diritti
umani
e le
minoranze
Rasim
Ljajic
ricevesse
forti
critiche
da
parte
della
delegazione
americana,
che
ha
valutato
il
comportamento
dei
politici
locali
come
una
pessima
mossa.
Ljajic
ha
dichiarato
che
“la
credibilità
dello
stato
è
stata
messa
in
discussione,
la
mia
stessa
credibilità
è
stata
messa
in
discussione,
nel
modo
più
serio
valuterò
il
proseguimento
della
mia
presenza
in
questo
governo,
nel
caso
non
ci
siano
adeguate
reazioni
politiche
e giuridiche”.
Secondo
Ljajic,
dopo
il
rapporto
del
governo
della
Republika
Srpska
in
cui
è
stato
riconosciuto
pubblicamente
quanto
accaduto
a Srebrenica
nel
1995,
“non
dovrebbero
esserci
più
dubbi
se
il
crimine
è
stato
compiuto
oppure
no”.
Ljajic
ha
aggiunto
che
lo
stato
deve
confrontarsi
sol
passato,
e condurre
gli
esecutori
dei
crimini
di
fronte
alla
giustizia.
“La
colpa
va
individualizzata,
i colpevoli
vanno
condotti
di
fronte
alla
giustizia,
devono
rispondere
di
quanto
accaduto
e credo
che
questo
sia
soprattutto
interesse
della
Serbia
e Montenegro...
questo
crimine
non
è
stato
commesso
dalla
Serbia
e Montenegro
in
quanto
stato”.
Secondo
l'avvocato
Vojin
Dimitrijevic
del
Centro
belgradese
per
i diritti
umani,
la
resistenza
all'accettazione
del
video
in
questione
e dei
relativi
crimini
non
è
poi
così
strana.
Secondo
Dimitrijevic
possono
esserci
due
linee
di
difesa:
una
riguarda
il
rifiuto
di
assistere
alla
messa
in
scena
del
crimine,
l'altra
ancora
più
pericolosa,
secondo
l'avvocato
di
Belgrado,
è
credere
che
questa
sia
la
verità,
ma
che
non
poteva
essere
diversamente.
Secondo
Dimitrijevic
ci
sono
qui
due
sfumature:
“la
prima
è
che
ogni
guerra
è
così
e anche
gli
altri
hanno
fatto
lo
stesso.
La
seconda
e più
pericolosa
è
che
ciò
che
è
stato
fatto
lo
si
doveva
fare,
che
non
si
tratta
di
un
crimine
e quelle
persone
andavano
uccise”.
Reazioni
giungono
pure
dal
ministro
della
giustizia
serbo,
Zoran
Stojkovic,
il
quale
considera
l'enorme
importanza
della
messa
in
onda
del
video
sulla
televisione
serba,
perché
ciò
aiuta
l'opinione
pubblica
a confrontarsi
col
passato.
Stojkovic
ha
ribadito
la
necessità
di
condurre
i processi
per
crimini
di
guerra
presso
i tribunali
locali,
perché
secondo
le
parole
del
ministro
“ogni
altro
processo
all'estero
apre
la
possibilità
di
manipolazione
politiche
di
varie
strutture,
mentre
in
questo
modo
i cittadini
si
confrontano
direttamente
col
crimine”.
Il
presidente
della
repubblica
Boris
Tadic
ha
detto
di
essere
pronto
a inchinarsi
di
fronte
alla
vittime
innocenti
di
Srebrenica
e degli
altri
popoli.
Secondo
il
presidente
serbo
solo
col
confronto
col
passato,
mediante
lo
svelamento
dei
fatti
sull'esecuzione
dei
crimini
e con
l'eliminazione
della
colpa
collettiva
del
popolo
serbo
si
può
concorrere
ad
entrare
nell'Unione
europea.
Il
premier
serbo,
Vojislav
Kostunica
ha
invece
parlato
di
“brutale
e vergognoso
crimine”
aggiungendo
che
il
governo
renderà
noti
altri
dettagli
quando
sarà
in
possesso
di
ulteriori
dati,
ma
“penso
che
per
l'opinione
pubblica
sia
stato
molto
importante
la
nostra
reazione
immediata”.
Nel
frattempo
su
proposta
dei
deputati
Zarko
Korac
e Natasa
Micic,
già
vice
premier
il
primo
e presidente
del
parlamento
la
seconda,
durante
il
precedente
governo
di
Zoran
Zivkovic,
hanno
avanzato
una
proposta
al
parlamento
per
far
sì
che
venga
adottata
la
Dichiarazione
su
Srebrenica,
per
fare
in
modo
che,
nel
decennale
del
massacro
dell'enclave
musulmana,
il
parlamento
serbo
si
esprima
in
merito
al
crimine
compiuto
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa) |