Srebrenica,
Belgrado,
Banja
Luka
- Nel
corso
del
processo
a Slobodan
Milosevic,
l’ex
leader
serbo
e jugoslavo,
l’accusa
ha
presentato
il
primo
giugno
un
videotape,
nastro
poi
mostrato
alla
stampa
nel
prosieguo
della
serata.
Il
nastro
mostrava
apparentemente
gli
uomini
di
un
gruppo
paramilitare
serbo
chiamato
gli
Scorpioni
mentre
giustiziavano
sei
giovani
di
Srebrenica,
in
seguito
alla
caduta
dell’enclave
bosgnacca
(bosniaco
musulmana),
nel
luglio
1995.
Ne
è
risultata
una
tempesta
politica
che
ancora
deve
placarsi
e che
ha
lasciato
molti
Serbi
arrabbiati
e confusi.
Quando
il
nastro
è
stato
mostrato
per
la
prima
volta,
l’accusa
presso
il
Tribunale
Penale
Internazionale
per
l’ex
Jugoslavia
(ICTY),
con
sede
all’Aja,
ha
sostenuto
che
gli
Scorpioni
fossero
sotto
il
controllo
del
Ministero
dell’Interno
serbo.
Se
ciò
venisse
provato,
avrebbe
un
significato
politico
e giudiziario
enorme.
In
effetti,
l’accusa
ritiene
di
aver
trovato
la
“smoking
gun”
che
collega
la
Serbia
e la
sua
passata
leadership
al
massacro
di
Srebrenica,
che
già
il
tribunale
dell’ONU
in
una
precedente
sentenza
ha
inequivocabilmente
giudicato
essere
un
genocidio.
Almeno
8.000
uomini
e ragazzi
bosgnacchi
furono
uccisi
in
seguito
alla
caduta
dell’enclave.
Dapprima,
la
leadership
serba
si
è
affrettata
a denunciare
il
crimine
visto
nel
video.
Sia
il
Primo
Ministro
serbo
Vojislav
Kostunica
che
il
Presidente
serbo
Boris
Tadic
hanno
rilasciato
dichiarazioni
molto
decise
e diversi
ex
componenti
degli
Scorpioni
sono
stati
arrestati.
Ma
non
appena
hanno
incominciato
a piovere
recriminazioni,
non
c’è
stato
accordo
su
cosa
fare
in
seguito.
Se
il
video
fosse
stato
mostrato
in
un
qualsiasi
altro
momento
degli
ultimi
anni,
avrebbe
sicuramente
avuto
un
significato
politico
minore
di
quello
che
ha
assunto
oggi.
Il
problema,
per
la
Serbia,
è
che
il
caso
degli
Scorpioni
è
esploso
solo
poche
settimane
prima
della
commemorazione
del
decimo
anniversario
del
massacro,
che
si
terrà
a Potocari,
appena
fuori
Srebrenica,
l’11
luglio.
Sarà
un
importante
evento
politico
e mediatico,
alla
presenza
di
importanti
rappresentanti
della
regione
e di
tutto
il
mondo.
Prima
che
il
video
fosse
mostrato,
il
Presidente
Tadic
aveva
ricevuto
un
invito
a presenziare
da
parte
della
presidenza
bosniaca,
a cui
non
aveva
ancora
risposto
perché
stava
presumibilmente
valutando
le
diverse
opzioni
a sua
disposizione.
All’indomani
della
tempesta
mediatica
dopo
la
proiezione
del
video,
Tadic
non
ha
avuto
altra
scelta
che
confermare
la
sua
partecipazione.
Comunque,
si
è
accorto
ora
che
per
il
suo
viaggio
sarebbe
servito
un
maggiore
appoggio
politico.
Belgrado
al
centro
dell'attenzione
La
mossa
è
poi
passata
al
parlamento
serbo.
Qui,
ancora
prima
che
il
video
fosse
mostrato,
i deputati
liberali
Zarko
Korac
e Natasa
Micic
avevano
già
presentato
una
mozione
che
invitava
i membri
dell’assemblea
a condannare
il
massacro
come
genocidio.
Avevano
fatto
questo
all’indomani
di
un
pubblico
raduno
tenutosi
il
17
maggio
alla
scuola
di
legge
dell’Università
di
Belgrado,
in
cui
gruppi
di
estremisti
nazionalisti
e di
destra
avevano
celebrato
la
“liberazione”
di
Srebrenica
(in
cui
prima
della
guerra
il
73
per
cento
della
popolazione
era
bosgnacca)
e avevano
sostenuto
che
nessun
massacro
avesse
avuto
luogo,
oppure
che
i bosgnacchi
avessero
gonfiato
a dismisura
il
numero
dei
morti.
Con
la
pubblicazione
del
video,
prendere
posizione
è
diventata
una
questione
urgente.
Non
era
in
discussione
l’ammettere
che
il
genocidio
avesse
avuto
luogo,
specialmente
mentre
la
Serbia-Montenegro
è
ancora
alle
prese
con
una
causa
giudiziaria
potenzialmente
molto
pericolosa,
portata
dalla
Bosnia
ed
Erzegovina
di
fronte
alla
Corte
Internazionale
di
Giustizia
(ICJ),
che
la
accusa
di
genocidio.
Quello
che
spaventa
i leader
serbi
non
è
solo
il
costo
politico
per
la
Serbia
e i
Serbi
in
generale
di
perdere
questa
causa,
ma
i miliardi
che
la
Bosnia
domanderà
in
risarcimento
se
vince.
Ciò
nonostante,
il
partito
di
Tadic
avrebbe
voluto
approvare
una
risoluzione
in
cui
la
specifica
natura
del
crimine
veniva
riconosciuta.
Il
partito
di
Kostunica
non
ha
tuttavia
voluto
sottoscriverla,
non
solo
per
ragioni
ideologiche
ma
anche
perché
conta
sui
voti
del
Partito
Serbo
dei
Socialisti
di
Milosevic
e del
nazionalista
estremista
Partito
Radicale
Serbo
per
sopravvivere.
Dato
che
il
primo
era
al
potere
al
tempo
del
massacro
di
Srebrenica
e che
il
secondo
ha
fornito
a Milosevic
i paramilitari
che
combatterono
in
Bosnia,
né
l’uno
né
l’altro
erano
preparati
ad
appoggiare
niente
di
più
di
una
vaga
ed
annacquata
risoluzione
che
condannava
i crimini
di
guerra
commessi
nella
ex
Jugoslavia
da
tutte
le
parti
durante
le
guerre.
I negoziati
per
una
presa
di
posizione
sono
falliti
il
14
giugno.
Tutto
questo
è
stato
seguito
da
una
condanna
di
quanto
accaduto
a Srebrenica
da
parte
del
Consiglio
dei
Ministri
di
Serbia
e Montenegro,
organismo
estremamente
debole
che
non
ha
l’autorità
dei
governi
delle
Repubbliche.
Il
fallimento
nell’approvare
una
risoluzione
significa
che
Tadic
potrebbe
dover
affrontare
delle
proteste
quando
andrà
a Potocari.
Certo,
il
gruppo
delle
Madri
di
Srebrenica,
che
aiuta
le
famiglie
dei
sopravvissuti,
ha
definito
la
sua
visita
una
“provocazione
pianificata”
e un
tentativo
di
“dimostrare
che
Srebrenica
è
parte
della
sacra
terra
serba
nel
cui
nome
questo
genocidio
fu
commesso”.
Si
sono
poi
appellate
alle
famiglie
delle
vittime
di
Srebrenica
perché
impediscano
fisicamente
a Tadic
“e
ad
ogni
altro
ospite
indesiderato”
di
partecipare
alla
cerimonia
dell’11
luglio.
Potenti
forze
all'opera
Mentre
nel
parlamento
di
Belgrado
si
svolgeva
la
battaglia
sulla
risoluzione,
divenne
chiaro
che
c’erano
potenti
forze
in
Serbia
determinate
a distruggere
la
credibilità
del
nastro
o la
prova
che
esso
pretendeva
di
mostrare.
C’erano
diverse
ragioni
per
questo.
In
primo
luogo,
il
nastro
è
rilevante
nella
causa
della
Bosnia
contro
la
Serbia
presso
l’ICJ.
Secondariamente,
il
collegamento
evidenziato
dal
team
d’accusa
dell’Aja
e da
Natasa
Kandic,
l’attivista
e leader
del
movimento
serbo
per
i diritti
umani
che
ha
portato
alla
luce
il
video,
è
anche
estremamente
dannoso
per
un
gran
numero
di
individui
attualmente
in
attesa
di
processo
all’Aja.
Tra
questi
c’è
Jovica
Stanisic,
l’ex
capo
della
polizia
segreta
serba.
Dapprima
sono
iniziate
ad
emergere
nella
stampa
tesi
secondo
cui
le
uccisioni
del
video
avrebbero
avuto
luogo
prima
del
massacro
di
luglio.
Poi,
che
gli
Scorpioni,
che
avevano
operato
sotto
il
comando
dell’Esercito
Popolare
Jugoslavo
(JNA)
nella
Slavonia
orientale
in
Croazia
nel
1991,
sarebbero
poi
entrati
a far
parte
dell’esercito
serbo
in
Croazia,
nella
Repubblica
della
Krajina
Serba
(RSK),
entità
secessionista
dalla
vita
breve.
Alla
fine,
il
17
giugno,
l’attuale
Ministro
degli
Interni
serbo,
Dragan
Jocic,
ha
ribadito
che
gli
Scorpioni
non
erano
mai
stati
una
unità
di
riserva
del
Ministero.
Se
questo
fosse
dimostrato
con
delle
prove,
sminuirebbe
significativamente
il
valore
dell’inchiesta
dell’Aja.
Florence
Hartmann,
portavoce
dell’accusa
all’Aja,
ha
però
replicato
duramente,
dicendo
che
non
solo
l’accusa
ben
presto
presenterà
delle
prove
che
dimostrano
il
legame
[tra
gli
Scorpioni
e l’esercito
di
Belgrado],
ma
aggiungendo
anche
che
gli
Scorpioni
indossavano
l’uniforme
dell’esercito
della
RSK
solo
come
facciata.
Tutti
sanno
che
uno
dei
loro
principali
incarichi
era
salvaguardare
le
forniture
del
petrolio
prodotto
nella
Slavonia
orientale,
all’epoca
sotto
il
controllo
serbo,
che
veniva
esportato
in
Serbia.
Poiché
la
regione
era
poi
passata
sotto
mandato
ONU,
Hartmann
ha
evidenziato
che
difficilmente
gli
Scorpioni
avrebbero
potuto
operare
apertamente
con
uniformi
della
polizia
serba.
Il
risultato
del
tumulto
causato
dal
video
degli
Scorpioni
è
stato
sia
quello
di
creare
conflitto
che
quello
di
confondere.
Prima
che
il
video
fosse
mostrato,
metà
dei
Serbi
intervistati
sosteneva
di
non
credere
che
[i
Serbi]
avessero
commesso
crimi
di
guerra
durante
i conflitti
degli
anni
‘90.
Dopo
la
pubblicazione
del
video,
un
nuovo
sondaggio
ha
scoperto
che
un
terzo
del
pubblico
ritiene
che
esso
sia
un
falso.
Un
altro
sondaggio
pubblicato
sul
quotidiano
serbo
Blic
il
17
giugno
ha
mostrato
che
il
37
per
cento
degli
intervistati
sostiene
di
non
credere
che
il
generale
Ratko
Mladic,
comandante
in
tempo
di
guerra
delle
forze
serbe
bosniache,
debba
essere
estradato
all’Aja
dove
è
accusato
di
genocidio
per
Srebrenica.
Una
percentuale
leggermente
più
ampia
degli
intervistati
pensa
che
egli
debba
sostenere
il
processo
all’Aja.
Di
questi,
però,
solo
il
20
per
cento
pensa
che
egli
debba
presentarsi
perché
sia
responsabile
di
crimini
di
guerra,
mentre
un
altro
23
per
cento
pensa
che
dovrebbe
andare
solo
perché
questo
è
l’unico
modo
per
la
Serbia
di
entrare
nell’UE.
Tra
i serbi
di
Bosnia
Con
la
commemorazione
all’orizzonte,
il
dibattito
su
Srebrenica
non
dà
segno
di
volersi
placare.
Vesna
Pesic,
nota
politica
liberale,
ha
aggiunto
benzina
sul
fuoco,
suggerendo
che
quello
potrebbe
essere
considerato
in
Serbia
giorno
di
lutto.
All’interno
della
Republika
Srpska
(RS),
l’entità
bosniaca
a maggioranza
serba,
il
dibattito
è
stato
molto
diverso.
Lord
Paddy
Ashdown,
Alto
Rappresentante
in
Bosnia
della
comunità
internazionale,
ha
richiesto
che
la
RS
fornisca
una
lista
di
nomi
di
tutti
gli
uomini
che
potrebbero
essere
stati
coinvolti
nel
massacro,
cosa
che
le
autorità
sono
state
riluttanti
a fare,
sostenendo
che
si
trattava
di
un
compito
impossibile,
dato
che
alcuni
documenti
erano
stati
requisiti
molto
tempo
prima
dalle
truppe
a guida
NATO
in
Bosnia
e perché
i fascicoli
che
si
riferivano
a qualsiasi
coinvolgimento
della
Serbia
erano
a Belgrado.
L’anno
scorso,
dietro
fortissime
pressioni
di
Ashdown,
le
autorità
della
RS
hanno
finalmente
ammesso
che
un
crimine
aveva
avuto
luogo
a Srebrenica
e hanno
fornito
una
lista
di
7.800
persone
scomparse,
collimante
con
quella
del
Comitato
Internazionale
della
Croce
Rossa.
Dopo
di
ciò
il
Presidente
della
RS
Dragan
Cavic
ha
definito
il
massacro
“una
macchia
nera
sulla
storia
del
popolo
serbo”.
Ora
comunque
sta
invocando
mutue
richieste
di
perdono
tra
Bosgnacchi,
Serbi
e Croati
in
Bosnia.
“Quando
si
parla
del
crimine
di
Srebrenica
e della
richiesta
di
perdono
per
esso”,
ha
detto
recentemente,
“molti
fanno
un
paragone
con
le
scuse
dell’allora
cancelliere
tedesco
Willy
Brandt
alle
vittime
della
Germania
nazista.
Alla
Bosnia
servirebbero
tre
Brandt
riuniti
nello
stesso
posto,
solo
così
queste
scuse
avrebbero
qualche
significato.
Fuori
da
questo
contesto,
esse
sono
solo
mosse
politiche”.
Per
alcuni
Serbi
di
Bosnia,
l’idea
di
Cavic
potrebbe
sembrare
peregrina,
ma
potrebbe
anche
riflettere
i sentimenti
di
molti
altri
che
si
sentono
amareggiati
dal
fatto
che
il
mondo
renderà
omaggio
alle
vittime
bosgnacche
di
Srebrenica
l’11
luglio,
mentre
le
vittime
serbe,
sostengono,
sono
dimenticate.
Per
esempio
nel
villaggio
serbo
in
Bosnia
di
Bibici,
a pochi
chilometri
da
Srebrenica,
il
locale
conducente
di
autobus
Radivoje
Bibic
dice
di
credere
che
il
99
per
cento
dei
Serbi
del
posto
sono
d’accordo
con
lui
quando
dice
che
quello
che
è
accaduto
ai
Bosgnacchi
all’indomani
della
caduta
di
Srebrenica
era
pienamente
giustificato.
“Hanno
avuto
quello
che
hanno
chiesto.
Se
lo
meritavano”,
ha
dichiarato
a ISN
Security
Watch.
A Srebrenica
Milos
Milovanovic,
capo
della
locale
sezione
dell’associazione
dei
veterani
di
guerra
serbo
bosniaci,
ricorda
che
i Bosgnacchi
“hanno
ucciso
molti
Serbi,
durante
la
guerra,
ma
gli
stranieri
parlano
sempre
e solo
della
vittime
musulmane”.
Nella
vicina
Kravica,
una
croce
alta
sette
metri
è
stata
eretta
per
commemorare
i Serbi
di
questa
regione
che
morirono
durante
la
guerra.
Il
numero
si
aggira
sui
3.500,
dice
Jovan
Nikolic,
membro
del
comitato
per
il
memoriale,
ammettendo
però
che
quasi
tutti
erano
soldati.
Tra
di
loro
tuttavia
ci
sono
49
persone,
per
la
maggior
parte
civili,
che
sono
morte
quando
gli
affamati
Bosgnacchi
di
Srebrenica
irruppero
a Kravica
nell’alba
della
mattina
del
Natale
ortodosso,
il
7 gennaio
1993.
Solo
una
scintilla
Lungo
la
strada,
dopo
la
croce
di
Kravica,
c’è
il
capannone
di
una
fabbrica
dove
circa
1.500
Bosgnacchi
furono
giustiziati
dopo
essere
stati
catturati
nel
tentativo
di
fuggire
da
Srebrenica
nel
1995.
I muri
sono
ancora
crivellati
dai
fori
di
proiettile.
Un
Serbo
del
posto,
che
sta
lavorando
alla
croce
e ha
chiesto
che
il
suo
nome
non
venisse
citato,
dice:
“Anche
Kravica
ha
avuto
molte
vittime”.
Interrogato
sui
Bosgnacchi
uccisi
nel
1995
dice:
“Non
è
stata
una
cosa
così
grossa.
Qualche
cosa
è
successa,
ma
non
è
stata
così
grossa
come
dicono”.
A Bibici,
Vukosava
Bibic,
una
anziana
cugina
del
conducente
d’autobus
Radivoje
Bibic,
il
cui
figlio
morì
come
soldato
nella
guerra,
dice
dei
vicini,
che
essa
chiama
spregiativamente
“i
Turchi”:
“Sarebbe
stato
meglio
se
ci
avessero
ammazzati
tutti,
o se
noi
avessimo
ammazzato
tutti
loro,
perché
non
possiamo
vivere
insieme
ora,
dopo
la
guerra”.
I suoi
sentimenti
sono
contraccambiati.
A Tuzla,
dove
ora
vivono
molti
Bosgnacchi
di
Srebrenica,
Hajra
Catic
è
presidente
dell’organizzazione
delle
Donne
di
Srebrenica,
che
aiuta
le
famiglie
dei
morti
e degli
scomparsi.
Ricordando
che
molti
sfollati
serbi
che
avevano
vissuto
a Srebrenica
se
ne
sono
andati
in
Serbia
dice:
“Vorrei
che
la
Serbia
bruciasse”.
Nel
villaggio
di
Bibici,
Radivoje
Bibic
dice
che
se
non
fosse
stato
per
la
presenza
delle
truppe
di
pace
internazionali,
“ci
basterebbe
solo
una
scintilla
per
ricominciare
tutto”.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa) |