Una
giornata
grigia
e umida
ha
accolto
oltre
50.000
persone,
provenienti
dalla
Bosnia
Erzegovina
e dal
mondo
intero,
giunte
a Srebrenica
per
ricordare
presso
il
Centro
Memoriale
di
Potocari
il
decennale
del
massacro
del
luglio
’95.
Fin
dalla
prima
mattina,
le
strade
che
da
Tuzla
conducono
a Srebrenica
erano
intasate
da
lunghe
code
di
veicoli.
La
gente
dei
villaggi
della
zona
ha
osservato
la
lunga
fiumana
passare
accanto
alle
proprie
case.
Grossi
striscioni
bianchi,
in
diverse
lingue,
ricordavano
ai
lati
delle
vie
“il
genocidio,
vergogna
d’Europa”.
La
celebrazione
era
stata
preceduta
dai
peggiori
auspici.
Nei
giorni
scorsi,
ignoti
avevano
posto
dell’esplosivo
nei
pressi
del
Memoriale.
La
stampa
bosniaca
aveva
dato
voce
a ipotesi
contraddittorie
sui
possibili
autori
dell’attentato,
sventato
da
una
segnalazione.
La
polizia
della
Republika
Srpska,
che
aveva
il
compito
di
garantire
la
sicurezza
sul
terreno,
ha
schierato
i propri
uomini
su
tutto
il
percorso
che
porta
al
Memoriale.
All’entrata
del
Centro,
metal
detector
e perquisizioni
passavano
al
setaccio
tutti
quelli
che
volevano
accedere.
La
cerimonia
è
iniziata
con
una
visita,
condotta
da
rappresentanti
delle
oltre
50
delegazioni
ufficiali
presenti,
all’ultima
fossa
comune
scoperta,
quella
di
Budak,
proprio
vicino
a Potocari.
610
bare
di
corpi
recentemente
identificati,
provenienti
dall’obitorio
di
Visoko
e accompagnate
per
le
strade
di
Sarajevo
dalla
gente
nella
giornata
di
sabato,
erano
state
disposte
al
centro
dell’area
del
Memoriale.
Nel
corso
della
cerimonia,
una
per
una
verranno
sollevate,
passate,
spinte,
trasportate
da
decine
di
mani
fino
alle
nuove
fosse
scavate
nel
grande
prato.
Con
questa
nuova
sepoltura
di
massa,
salgono
a 2000
circa
le
vittime
della
strage
del
luglio
’95
interrate
nella
grande
area
del
Memoriale
di
Potocari,
un
grosso
campo
che
si
trova
di
fronte
alla
ex
fabbrica
di
accumulatori,
sede
dell’Unprofor
olandese
durante
la
guerra.
Ieri,
quel
grosso
campo
brulicava
di
gente.
Le
bombe
non
hanno
evidentemente
sortito
l’effetto
di
spaventare
o allontanare
quanti
avevano
deciso
di
partecipare
alla
commemorazione.
Al
centro
dell’area
c’erano
gli
uomini,
dietro
e tutto
intorno
le
donne.
Alcuni
bambini,
in
apertura
della
commemorazione,
hanno
cantato
una
canzone.
Poi,
hanno
parlato
gli
ospiti
e gli
invitati
illustri.
Per
primo
il
presidente
bosniaco,
Sulejman
Tihic,
a seguire
i rappresentanti
delle
molte
organizzazioni
internazionali
presenti.
Secondo
Richard
Holbrooke,
artefice
degli
accordi
di
Dayton,
“Srebrenica
e'
l'insuccesso
della
Nato,
dell'Occidente
e delle
forze
di
pace
dell'Onu”.
“La
tragedia
di
Srebrenica
pesera'
sempre
sulla
storia
delle
Nazioni
Unite”,
ha
chiosato
Mark
Brown,
in
rappresentanza
del
segretario
generale
Kofi
Annan,
che
aveva
pronunciato
la
stessa
frase
a Sarajevo
nel
1999.
Parlando
di
“una
delle
pagine
piu'
oscure
della
storia
europea”,
il
ministro
degli
esteri
britannico,
Jack
Straw,
ha
espresso
la
propria
amarezza
per
quella
che
e'
stata,
ha
detto,
“una
vera
vergogna
per
la
comunita'
internazionale:
l'aver
permesso
che
questo
male
accadesse
davanti
ai
nostri
occhi”
(Ansa
Balcani).
In
serata,
a Sarajevo,
l’ambasciatore
degli
Stati
Uniti
Richard
Prosper
ha
fatto
quadrare
il
cerchio
dichiarando,
nel
corso
di
una
conferenza
stampa,
che
“la
responsabilità
per
i fatti
di
dieci
anni
fa
a Srebrenica
è
anche
della
comunità
internazionale,
e che
l’attuale
amministrazione
americana
è
risoluta
ad
agire
ogni
qualvolta
eventi
di
questo
tipo
possano
accadere”
(Fena).
La
(auto)distruzione
delle
Nazioni
Unite,
proseguita
per
tutto
il
corso
del
conflitto
bosniaco
e culminata
a Srebrenica,
viene
ricordata
a distanza
di
dieci
anni
per
confermarne
tautologicamente
la
necessità.
Per
il
resto,
a parte
una
timida
richiesta
(britannica)
rivolta
agli
attori
locali
(scusatevi
tra
di
voi),
l’unico
leit
motiv
che
unisce
tutti
è
la
necessità
di
arrestare
Karadzic
e Mladic.
Chi
li
cerca,
però,
è
sempre
più
critico
nei
confronti
dell’attuale
“comunità
internazionale”.
La
procuratrice
capo
del
Tribunale
dell’Aja
per
la
ex
Jugoslavia,
Carla
Del
Ponte,
si
è
infatti
rifiutata
di
partecipare
alla
cerimonia
di
Potocari,
''per
rispetto
delle
vittime''.
''Il
mio
mandato
e'
quello
di
condurre
Radovan
Karadzic
e Ratko
Mladic
davanti
alla
giustizia
per
il
genocidio
di
Srebrenica.
Come
potrei
apparire
alla
cerimonia?
Posso
certo
spiegare
che
non
posso
fare
nulla,
che
non
dispongo
delle
forze
necessarie,
ma
agli
occhi
delle
vittime
io
sono
responsabile”
(Ansa
Balcani).
Del
Ponte
ha
fatto
dichiarazioni
anche
più
intriganti,
affermando
nel
corso
di
un’intervista
al
quotidiano
francese
Le
Monde
che
entro
la
fine
dell’anno
renderà
pubbliche
le
informazioni
di
cui
dispone
per
le
quali
Radovan
Karadzic
e Ratko
Mladic
non
sono
stati
arrestati.
''A
dicembre,
quando
saro'
davanti
al
Consiglio
di
Sicurezza
delle
Nazioni
Unite,
se
Karadzcic
e Mladic
saranno
sempre
latitanti,
svelero'
quelle
informazioni
che
ho
raccolto
in
sei
anni''.
A Potocari
intanto,
il
Reis
Ulema
Ceric,
rappresentante
della
comunità
islamica
bosniaca,
ha
scandito
in
versi
parole
contro
la
vendetta,
contro
l’odio,
per
il
ricordo
ma
senza
rabbia
o volontà
di
rivincita.
Dopo
il
suo
discorso,
parte
delle
persone
hanno
iniziato
a defluire.
Nella
folla,
alcuni
indossavano
una
maglietta
con
l’immagine
di
Naser
Oric
e la
scritta:
“Difendersi
è
un
crimine?”
Nel
corso
della
giornata,
tuttavia,
non
ci
sono
stati
momenti
di
contestazione,
nemmeno
quello
previsto
da
parte
delle
donne
di
Srebrenica
nei
confronti
del
presidente
serbo.
Boris
Tadic,
che
ha
partecipato
alla
commemorazione
insieme
al
presidente
croato,
Stjepan
Mesic,
e a
quello
albanese,
Alfred
Mojsiju,
prima
di
partire
per
la
Bosnia
ha
parlato
della
“necessità
di
mostrare
la
distanza
tra
i crimini
di
guerra
e i
cittadini”,
chiarendo
che
“il
futuro
della
Serbia
dipende
da
questo”.
Tadic
ha
ricordato
che
“molti
crimini
di
guerra
sono
stati
commessi
anche
contro
i Serbi,
e che
per
questi
ci
si
attende
giustizia,
[…]
ma
che
ci
vuole
particolare
forza
per
condannare
quelli
commessi
contro
un
altro
popolo
nel
nome
del
nostro.
Questo
è
il
motivo
per
cui
andrò
a Srebrenica”.
(B
92)
Sono
iniziate
le
sepolture,
le
bare
vengono
spinte
o trasportate
sopra
le
teste,
nella
moltitudine
di
persone.
Qualcuno
piange,
qualcuno
sviene
di
fronte
alle
bare,
qualcuno
si
dispera
nel
fango.
Nei
giorni
scorsi
ha
piovuto
molto.
A tratti,
tutti
sono
in
silenzio,
composti
nella
preghiera.
Le
donne
hanno
il
capo
coperto
di
un
velo
bianco.
I foulard
vengono
distribuiti
all’ingresso.
Così
acconciate,
le
donne
di
Srebrenica
assomigliano
ancor
più
da
vicino
alle
madri
di
Plaza
de
Mayo,
che
da
oltre
20
anni
chiedono
come
loro
verità
e giustizia
per
i propri
scomparsi,
vittime
di
un’altro
fascismo.
Le
Donne
in
Nero,
e le
rappresentanti
di
gruppi
per
i diritti
dell’uomo
giunte
da
Belgrado
e dalla
Serbia,
si
mettono
all’uscita
per
rendersi
visibili.
Sono
alcune
decine.
Anche
loro
si
coprono
il
capo
con
i foulard
bianchi.
Hanno
portato
diversi
striscioni:
“Le
donne
in
nero
per
la
pace
e i
diritti
umani”;
“Per
tutte
le
vittime
della
guerra”;
“Ricordate”;
“Per
non
dimenticare
il
genocidio
a Srebrenica”.
Le
donne
di
Srebrenica
le
filmano,
momenti
di
distensione.
Se
da
un
lato
continua
questo
filo
di
solidarietà,
nella
Bosnia
orientale
le
storie,
e le
memorie,
restano
divise.
Oggi,
12
luglio,
all’indomani
della
manifestazione
di
Potocari,
sono
state
ricordate
a Bratunac
le
vittime
serbe
della
guerra
nelle
regioni
di
Srebrenica,
Bratunac
e Milici.
La
cerimonia
si
è
svolta
presso
un
cimitero
militare.
Alla
funzione
hanno
partecipato
leader
politici
della
Repubblica
Serba
di
Bosnia
(RS),
una
delegazione
dalla
Serbia
(era
presente
anche
il
leader
del
partito
radicale,
Tomislav
Nikolic),
e diverse
migliaia
di
persone,
mentre
non
erano
presenti
personalità
internazionali.
Nella
giornata
di
ieri,
a Skelani,
era
stato
inaugurato
un
Memoriale
per
le
vittime
delle
forze
musulmane
a Srebrenica,
con
incisi
i nomi
di
301
civili
serbi
uccisi
tra
il
1992
e il
1993
(Beta,
B 92).
Il
quotidiano
inglese
“Independent”
ha
ricordato
ieri
in
un
editoriale
(“Lessons
from
Bosnia
in
dealing
with
an
atrocity”)
la
strage
di
Srebrenica,
azzardando
un
paragone
con
un
nuovo
conflitto,
quello
che
nei
giorni
scorsi
ha
insanguinato
la
metropolitana
e le
strade
di
Londra.
Secondo
l’autorevole
giornale,
le
due
tragedie
“hanno
molti
punti
in
comune”.
In
primo
luogo,
“in
un
momento
di
crescente
paranoia
nei
confronti
del
radicalismo
islamico,
Srebrenica
ci
ricorda
che
anche
i Musulmani,
e non
solo
i Cristiani
o gli
Ebrei,
possono
essere
vittime
di
attacchi
terroristici
in
Europa”.
In
secondo
luogo,
continua
Independent,
gli
autori
di
entrambe
le
stragi
“sono
contrassegnati
dallo
stesso
cieco
odio
religioso,
e dalla
volontà
di
spazzare
via
dalla
faccia
della
terra
una
cultura
diversa”.
Chissà
se
riuscirà
la
stessa
manovra
portata
avanti
con
successo
in
Bosnia
Erzegovina.
Riusciranno
a farci
credere
nello
scontro
di
civiltà?
Li
seguiremo?
E la
comunità
internazionale,
cosa
farà?
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa) |