"In
questi
giorni
viviamo,
volenti
o nolenti,
nel
passato
e del
passato.
Nella
testa
passano
le
immagini
del
novembre
1995,
giorni
che
sono
stati
da
una
parte
fatali
ma
anche
i migliori
per
tutti
noi.
Dayton
ha
portato
la
pace,
ci
dicono
oggi
giustificando
l'esistenza
di
uno
stato
che
non
lo
è.
Dayton
ha
posto
fine
alla
guerra,
cercando
di
convincerci
ogni
volta
che
pensiamo
sarebbe
stato
meglio,
dieci
anni
fa,
partire
con
le
valige
in
mano
per
altri
luoghi".
Sono
le
amare
parole
di
Senka
Kurtovic,
direttrice
dello
storico
quotidiano
"Oslobodjenje",
nell'editoriale
da
lei
firmato
lo
scorso
20
novembre,
la
quale
non
nasconde
al
suo
pubblico,
dieci
anni
dopo,
tutta
quante
le
illusioni
crollate
in
questa
Bosnia
Erzegovina
di
Dayton.
Il
21
novembre
1995
nella
base
di
Wright
Peterson
nella
piccola
città
dell'Ohio,
i tre
signori
della
guerra,
Slobodan
Milosevic,
Alija
Izetbegovic
e Franjo
Tudjman
(gli
ultimi
due
defunti,
mentre
il
primo
nel
carcere
olandese
di
Scheveningen
in
attesa
di
giudizio
per
crimini
di
guerra),
dopo
tre
settimane
di
estenuanti
trattative,
raggiunsero
l'accordo
di
pace,
che
da
allora
prese
il
nome
di
Accordo
di
Dayton.
Meno
di
un
mese
dopo,
il
14
dicembre,
l'accordo
verrà
firmato
ufficialmente
a Parigi.
Quel
giorno
in
Bosnia
Erzegovina
si
fermava
una
delle
più
sanguinose
guerre
europee,
durata
tre
anni
e mezzo.
Molti
furono
quelli
che
persero
la
vita,
migliaia
gli
sfollati
ed
i rifugiati.
Secondo
l'autorevole
Centro
di
ricerca
di
Sarajevo,
diretto
da
Mirsad
Tokaca,
le
vittime
attestate
della
guerra
in
BiH
sono
meno
di
100.000.
Mentre
sul
numero
di
profughi
e sfollati
- il
cui
rientro
è
regolato
dall'annesso
VII
dell'Accordo
di
Dayton
- è
intervenuto
in
questi
giorni
il
ministro
per
i diritti
umani
e i
profughi
della
BiH,
Mirsad
Kebo,
secondo
il
quale
circa
il
50%
dei
profughi
ha
fatto
rientro
nelle
proprie
regioni,
ma
ci
sarebbero
ancora
"186.000
persone
in
BiH
che
godono
dello
status
di
sfollati
interni,
e secondo
le
nostre
stime
circa
un
milione
di
cittadini
residenti
all'estero,
in
137
paesi
del
mondo".
(FENA)
La
Bosnia
Erzegovina
di
oggi,
come
hanno
avuto
modo
di
sottolineare
ampiamente
i quotidiani
dell'area
nelle
edizioni
odierne,
è
lungi
dall'aver
risolto
i suoi
problemi.
Il
paese
è
ancora
lontano
dall'aver
raggiunto
un
carattere
unitario.
D'altra
parte
non
va
dimenticato
che
l'Accordo
di
Dayton
–
il
migliore
accordo
dell'ultimo
quarto
di
secolo,
secondo
colui
che
è
considerato
l'artefice
del
testo,
Richard
Holbrooke
–
ha
di
fatto
congelato
la
situazione
sul
campo
per
tutti
questi
anni.
Due
entità,
la
Federazione
BiH
(croato-musulmana)
e la
Republka
Srpska,
più
il
distretto
autonomo
di
Brcko.
Innumerevoli
livelli
di
amministrazione
e di
potere,
un'infinità
di
ministeri
e di
funzionari.
Una
struttura
istituzionale
dove
il
potere
decisionale
è
prerogativa
più
delle
Entità
che
del
governo
centrale,
retto
da
una
presidenza
tripartita,
da
un
parlamento
e da
un
consiglio
dei
ministri
tutti
rigorosamente
ed
etnicamente
frazionati.
Un
Alto
Rappresentante,
non
eletto,
col
potere
di
prendere
decisioni
e di
sospendere
dall'oggi
al
domani,
grazie
ai
poteri
di
Bonn,
politici
e funzionari
locali.
Certamente
in
questi
dieci
anni,
diversi
sono
stati
i cambiamenti,
volti
soprattutto
a dare
forza
ad
uno
stato
unitario,
grazie
alle
riforme
dell'esercito,
della
polizia,
del
sistema
televisivo
pubblico,
ecc.
Ciononostante
sono
ormai
in
molti
a vedere
i limiti
di
Dayton.
Se
sul
versante
della
società
civile
c'è
una
sorta
di
unanimità
sull'affermare
che
Dayton
andava
bene
per
fermare
la
guerra,
ma
ora
il
suo
tempo
è
finito,
diversi
sono
gli
attori
politici
locali,
quelli
della
Republika
Srpska
in
primis,
i quali
ritengono
che
l'Accordo
di
Dayton
non
si
sia
limitato
a fermare
la
guerra,
ma
che
abbia
contribuito
a costruire
un
buon
sistema
politico
e sociale.
Occorre
non
dimenticare
che
l'Annesso
IV
di
suddetto
Accordo
ha
rappresentato
e tuttora
rappresenta
la
costituzione
della
Bosnia
Erzegovina.
Un
documento
che
ha
visto
la
luce
in
una
lingua
aliena
a quella
locale
(l'inglese),
un
documento
che,
per
l'appunto,
serviva
per
interrompere
una
carneficina,
ma
che
non
ha
mai
avuto
la
forza,
se
mai
lo
poteva,
di
far
uscire
il
paese
dall'eredità
della
guerra.
Anche
perché
dava
vigore,
in
quanto
soggetti
politici,
a criteri
di
collettività
etnico-nazionali
e non
alla
soggettività
dei
cittadini.
Incapacità
delle
leadership
locali,
ammantate
di
cieco
nazionalismo,
incapacità
della
cosiddetta
comunità
internazionale
di
vedere
un
futuro
per
la
Bosnia
Erzegovina.
Secondo
il
professore
universitario
Omer
Ibrahimagic
"La
BiH
oggettivamente
resta
prigioniera
di
queste
collettività
etniche,
perché
qui
non
ci
sono
cittadini.
Per
far
sì
che
esistano,
si
dovrebbe
avere
una
differente
struttura
e organizzazione
del
Parlamento
della
BiH,
della
Presidenza
e del
Consiglio
dei
ministri
della
BiH".
Oggi,
queste
questioni,
regolate
dagli
articoli
4 e
5 della
Costituzione
della
BiH
(leggi
ancora
accordo
di
Dayton)
sono
oggetto
di
dibattito,
per
apportarvi
alcune
modifiche.
Oggi,
21
novembre,
alti
funzionari
della
BiH
sono
a Washington
per
il
decennale
dell'accordo
di
Dayton,
e per
trovare
un
accordo
unanime
sulla
modifica
di
Dayton.
Sicché
dieci
anni
dopo
Dayton
ci
troviamo
di
fronte
ad
una
seconda
"iniziativa
americana",
che
cerca
di
portare
gli
attori
politici
della
BiH
ad
un
consenso
sui
cambiamenti
da
apportare
allo
storico
accordo.
A dieci
anni
da
Dayton,
la
maggior
parte
dei
cittadini
della
Bosnia
Erzegovina
si
è
resa
conto
che
il
proprio
paese
non
è
quello
che
si
aspettava
fosse.
L'alto
tasso
di
disoccupazione,
la
povertà,
l'aumento
della
criminalità,
la
corruzione,
la
fuga
di
cervelli,
le
divisioni
etniche
nelle
scuole,
hanno
proliferato
in
tutto
questo
tempo.
Tanto
che
la
buona
notizia
che
l'UE
ha
dato
il
via
libera
per
avviare
i negoziati
per
la
firma
dell'Accordo
di
associazione
e stabilizzazione
con
la
BiH,
primo
passo
verso
la
futura
candidatura
a membro
dell'Unione,
non
solleva
di
molto
l'umore
della
gente.
L'anelato
futuro
europeo
a molti
suona
più
come
una
chimera
che
come
una
realtà
tangibile.
Tuttavia
la
gente
della
Bosnia
Erzegovina
spera
e continua
a sperare
che
il
futuro
sarà
migliore.
Perché
con
o senza
illusioni,
la
speranza
è
davvero
l'ultima
a morire.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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