Mi
concede
un
lento?
Prima
di
tutto,
non
bisogna
perdere
di
vista
la
nozione
di
processo.
Solo
oggi,
a distanza
di
dieci
anni,
Richard
Holbrooke
riconosce
gli
errori
di
Dayton
–
denunciati
da
tempo
dagli
esperti
e attori
della
società
civile
bosniaca
–
come
ad
esempio
il
fatto
di
avere
accettato
il
termine
“Republika
Srpska”
per
designare
l’entità
serbo
bosniaca,
non
aver
arrestato
subito
Radovan
Karadzic
e Ratko
Mladic,
non
aver
esercitato
maggiori
pressioni
proprio
nei
primi
mesi
del
dopoguerra.
Dobbiamo
d’altra
parte
ricordare
il
dopoguerra
ad
esempio
in
Francia,
in
Italia,
in
Germania
ed
in
Austria.
La
ricostruzione
e la
riconciliazione
furono
processi
lenti.
Non
dimentichiamo
neppure
che
proprio
oggi,
in
Spagna,
in
Gran
Bretagna,
nel
Belgio,
ed
anche
in
Italia,
sussistono
problemi
territoriali
a livello
regionale,
che
in
parte
richiedono
una
domanda
di
riconoscimento
di
tipo
nazionale.
In
questo
senso,
la
Bosnia
ed
Erzegovina
(Bosnia)
non
è
affatto
un
caso
unico!
La
Bosnia
è
andata
avanti
a modo
suo
impegnandosi
in
un
difficile
processo
di
normalizzazione
e pacificazione…
Certo,
rallentato
notevolmente
dagli
errori
commessi
non
solo
a Dayton
ma
anche
nel
primo
dopoguerra.
Ma
anche
qui
bisogna
esercitare
lo
spirito
critico
con
cautela:
sarebbe
facile
immaginare
una
soluzione
ideale
se
ci
fossero
stati
sbagli
commessi
solamente
da
parte
degli
internazionali.
Purtroppo
sul
piano
locale
avvenne
un’ostruzione
efficace,
proveniente
non
tanto
da
parte
dei
cosiddetti
“poteri
etnici”,
ma
da
attori
politici
e mafiosi
opposti
ad
ogni
costo,
e questo
sin
dall’inizio
degli
anni
novanta,
ai
necessari
processi
di
trasformazione.
Rimane
tuttora
difficile
concepire
un
modello
che
aiuti
a comprendere
le
relazioni
complesse
tra
gli
attori
esterni
ed
interni.
La
realtà
–
ed
è
bene
così
–
resiste
a tentativi
di
razionalizzazione
che
non
sono
all’altezza
delle
sue
complessità.
Eppur
si
muove!
C’è
ormai
–
finalmente
–
una
diffusa
consapevolezza
del
fatto
che
la
chiave
del
successo
consiste
nell’azione
degli
attori
locali.
Questo
però
non
basta.
Se
si
osserva
il
processo
di
transizione
–
cioè
di
integrazione
all’Unione
Europea
(UE)
–
in
Bulgaria
ed
in
Romania,
si
arriva
alla
conclusione
che,
più
che
l’aiuto
esterno,
è
stato
proprio
il
processo
d’integrazione
a cambiare
le
cose.
La
lezione
è
semplice:
la
stabilizzazione
e ricostruzione
devono
essere
sostituite
dallo
sviluppo
e dalla
crescita
economica.
Quel
che
sta
avvenendo
in
Bosnia,
pur
fragilmente,
è
gia
in
movimento
da
almeno
tre
anni.
Non
c’è
una
spaccatura
radicale
e spettacolare
che
accada
come
per
incanto
dieci
anni
dopo.
Il
paese
si
muove
oltre
Dayton
gia
da
parecchio
tempo,
almeno
dal
2002
–
pensiamo
all’Accordo
Sarajevo-Mrakovica
e all’integrazione
della
Bosnia
nel
Consiglio
d’Europa.
Nel
2005
notevoli
accordi
politici
in
Bosnia,
tra
Bosniaci
–
certo,
dopo
interventi
da
parte
degli
“internazionali”
–
sono
stati
firmati.
Una
maggiore
centralizzazione
sta
favorendo
la
progressiva
costruzione
dello
Stato.
Quello
che
manca
ora
è
un
decentramento
che
ridefinisca
la
geografia
politica
dei
poteri
locali.
C’è
consenso
sulla
necessità
di
attribuire
più
potere
ai
comuni,
il
problema
è
nel
mezzo,
a livello
dei
Cantoni
e delle
Entità.
Le
cose,
tuttavia,
si
stanno
muovendo!
Sogno
americano
o sogno
europeo?
Da
vari
mesi
Donald
Hays
–
che
lavora
ora
per
lo
U.S.
Institute
for
Peace
–
conduceva
negoziati
in
Bosnia
per
la
nuova
costituzione.
Alcuni,
pure
in
Bosnia,
aspettavano
un
nuovo
deus
ex
machina
a Washington
il
22
Novembre
2005.
Il
massimo
che
si
poteva
raggiungere
era
in
realtà
ben
poco,
aveva
ragione
Sulejman
Tihic:
i cambiamenti
previsti
erano
solamente
di
natura
cosmetica
e non
avrebbero
portato
in
realtà
ad
alcun
cambiamento
significativo.
Sebbene
utili
in
quanto
esercizi
intellettuali,
i cambiamenti
attualmente
in
esame,
mascherati
da
riforme
costituzionali,
non
potranno
infatti
sortire
alcun
effetto.
La
proposta
della
creazione
di
una
singola
presidenza,
con
funzioni
cerimoniali,
al
posto
dell’attuale
- disfunzionale
ma
dotata
di
poteri
–
rappresentanza
tripartita,
il
rafforzamento
del
ruolo
esecutivo
del
Primo
Ministro
e del
governo,
lo
stesso
rafforzamento
delle
dimensioni
e dell’importanza
del
Parlamento
statale
sono
utili
ma
inadeguati
a produrre
ciò
di
cui
la
Bosnia
ha
oggi
bisogno.
Queste
proposte
devono
essere
parte
di
un
pacchetto
molto
più
grande
di
genuina
riforma
costituzionale.
Prese
da
sole
appaiono
degli
accidenti
inadeguati
alle
enormi
sfide
che
deve
affrontare
il
paese.
Non
permettono
di
conseguire
i lungamente
attesi
cambiamenti
sistemici
ad
ogni
livello
di
governo,
che
possano
portare
ad
uno
Stato
della
Bosnia
Erzegovina
davvero
funzionale.
Stiamo
parlando
della
necessità
di
una
riduzione,
non
di
un
aumento
dei
livelli
e delle
dimensioni
della
struttura
istituzionale.
Il
risultato
ottenuto
il
22
Novembre
2005
è
invece
peggiore:
solo
una
breve
dichiarazione
–
promessa?
–
di
discutere
prima
della
prossima
primavera
le
necessarie
trasformazioni
a livello
istituzionale
e costituzionale.
Il
via
ad
un
processo
di
riforma
–
e non
solo
a livello
costituzionale
–
è
venuto
non
da
Washington,
ma
proprio
a Sarajevo
pochi
giorni
dopo
–
il
25
Novembre
2005
–
alla
presenza
del
Commissario
Olli
Rehn
e del
premier
bosniaco
Terzic:
cioè
l’avvio
ufficiale
dei
negoziati
tra
la
Bosnia
e l’UE,
per
la
firma
di
un
Accordo
di
Associazione
e Stabilizzazione
(SAA).
La
chiave
sta
ormai
a Bruxelles,
non
più
a Washington.
In
Bosnia
l’Unione
Europea
deve
prendere
risolutamente
la
guida
e allo
stesso
tempo
abbandonare
la
propria
strategia
superata
della
“condizionalità
imposta”.
Il
focus
dell’UE
dovrebbe
essere
rivolto
ai
processi
che
rafforzano
e velocizzano
la
“ownership”
[proprietà,
ndc]
locale
basandosi
sul
consensus
emergente
tra
le
élites
post
nazionaliste
orientate
alle
riforme.
Lontano
da
una
messa
in
scena
hollywoodiana,
la
prospettiva
dell’integrazione
europea
offre
infatti
un
efficace
incentivo
per
portare
avanti
un
processo
di
trasformazione
in
Bosnia.
L’Austria,
prossimo
paese
ad
assumere
la
presidenza
dell’UE
dal
primo
gennaio
2006,
è
molto
motivata
a sostenere
con
efficacia
questo
processo
–
ben
oltre
il
periodo
del
suo
turno
di
presidenza
(che
termina
nel
giugno
2006).
Bisogna
capire
le
ripercussioni
di
questa
dinamica
in
Bosnia.
Si
tratta
prima
di
tutto
di
puntare
sulla
messa
in
opera
dei
cambiamenti
sui
quali
c’è
già
accordo
(penso
alle
riforme
nel
settore
delle
forze
armate
come
della
polizia,
all’introduzione
dell’imposta
sul
valore
aggiunto
al
primo
gennaio
2006
ad
esempio).
Certo,
questo
non
basta.
Devono
esserci
discussioni
su
altri
cambiamenti
che
richiedono
però
un
nuovo
consenso
politico.
Qui,
l’iniziativa
di
Donald
Hays
potrebbe
eventualmente
avere
degli
effetti
positivi
a condizione
che
il
processo
di
discussione
si
apra
a tutti
i settori
della
società
civile
bosniaca
–
e non
rimanga
il
privilegio
di
otto
partiti!
Da
vari
mesi
se
non
da
anni,
quasi
tutti
gli
esperti,
ma
anche
vari
documenti
del
Consiglio
d’Europa
come
dell’UE
puntano
sulla
necessità
che
debbano
essere
gli
attori
locali
a portare
avanti
questo
processo
di
discussione.
Toccherà,
dal
1 febbraio
2006,
al
nuovo
Alto
Rappresentante,
Christian
Schwarz-Schilling,
sostenere,
facilitare
questo
processo.
Sono
i Bosniaci
che
devono
fornire
energia
al
motore
del
cambiamento
nel
proprio
paese.
Le
strutture
internazionali
di
sostegno,
un
tempo
necessarie
ma
ora
ingombranti,
devono
essere
rapidamente
ridimensionate
e infine
sostituite
da
un
accordo
di
partenariato
europeo
pienamente
sviluppato.
E’
cruciale
cercare
di
portare
avanti
un
livello
genuino
di
compromesso
attraverso
il
dialogo
civico;
i Bosniaci
devono
cogliere
l’occasione
e aprire
la
finestra
dell’opportunità
per
il
proprio
futuro.
Dieci
anni
dopo
gli
storici
Accordi
di
Pace
di
Dayton
è
ormai
ovvio
a Sarajevo,
Banja
Luka
e Mostar
così
come
altrove
in
Bosnia
che
senza
responsabilità
non
ci
potrà
essere
uno
Stato
responsabile.
Come
la
mettiamo?
Data
la
delicatezza
che
avvolge
ogni
discorso
costituzionale,
potrebbe
essere
prudente
considerare
espressamente
le
riforme
come
un
processo
piuttosto
che
come
un
grande
evento.
Non
dobbiamo
dimenticare
che
a distanza
di
dieci
anni
dalla
fine
del
conflitto
armato,
la
visione
della
Bosnia
è
ancora
largamente
divisa.
Tuttavia,
le
tracce
di
un
consenso
emergente
intorno
all’idea
di
una
Bosnia
moderna
stanno
aumentando
con
il
passare
del
tempo.
Questi
segnali
dovrebbero
essere
maggiormente
presi
in
considerazione
nell’attuale
dibattito
sulle
riforme.
Inoltre,
come
la
storia
chiaramente
dimostra,
le
Costituzioni
–
le
leggi
fondamentali
che
definiscono
uno
Stato
e una
società
–
rappresentano
il
culmine
di
un
processo
piuttosto
che
un
punto
di
partenza.
Cambiamenti
progressivi,
che
sono
avvenuti
in
Bosnia
a partire
dal
2000,
hanno
già
alterato
le
strutture
istituzionali
del
paese
al
di
là
di
quanto
si
poteva
immaginare.
Nella
fase
attuale,
che
vede
la
Bosnia
sul
punto
di
iniziare
i negoziati
su
di
un
Accordo
di
Associazione
e Stabilizzazione
(SAA)
con
l’UE
insieme
alla
graduale
cessazione
dell’Ufficio
dell’Alto
Rappresentante
(OHR),
il
processo
di
avvio
di
un
accordo
su
misura
con
Bruxelles
rappresenta
il
quadro
migliore
per
conseguire
più
rapidamente
la
necessaria
“funzionalità”.
Un
partenariato
per
le
riforme
tra
Bruxelles
e Sarajevo
–
che
equivarrebbe
ad
una
“costruzione
dell’ingresso
nella
UE”
–
dovrebbe
focalizzarsi
con
vigore
sulla
effettiva
implementazione
delle
numerose
riforme
degli
ultimi
5 anni
e infine
includerle
in
una
Costituzione
nata
davvero
in
casa.
Questo,
inoltre,
aiuterebbe
a superare
parte
dei
limiti
del
processo
di
integrazione
europeo
–
che
finora
è
rimasto
concentrato
piuttosto
su
aspetti
tecnocratici
fallendo
nel
tentativo
di
produrre
un
genuino
cambiamento
a livello
sociale.
E’
quindi
responsabilità
dell’UE
ampliare
e intensificare
il
proprio
ruolo
in
Bosnia
e procedere
con
vigore
oltre
la
ricostruzione
e stabilizzazione.
La
Bosnia
deve
muoversi
rapidamente
oltre
i dibattiti
meramente
costituzionali
edificando
la
propria
“identità”
basata
sulle
differenze
attraverso
lo
sviluppo
di
strutture
centrate
sul
cittadino,
che
promuovono
l’eguaglianza
tra
tutti
i suoi
popoli.
Questo
richiederà
un
radicale
abbandono
delle
stantìe
politiche-etniche,
che
nel
corso
degli
anni
hanno
avuto
successo
nel
preservare
–
e anche
rafforzare
–
società
parallele
e nel
creare
una
“tripla
etnocrazia”
di
Bosgnacchi,
Serbi
e Croati
invece
di
una
moderna
società,
uno
Stato
e un’identità
europee.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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