Due
anni
dopo
che
una
nuova
legge
sull'educazione
primaria
e secondaria
in
Bosnia
e Erzegovina
aveva
promesso
qualità
ed
equità
nell'educazione
per
tutti
i bambini,
senza
distinzione
di
appartenenza
etnica,
la
legge
resta
a prendere
la
polvere
sugli
scaffali
dei
molti
ministeri
dell'Educazione
del
Paese.
Ma
la
polvere
viene
ora
sollevata
da
una
controversia
nella
entità
della
Federazione
a predominanza
croata
e bosgnacca
(bosniaco
musulmana),
che
ha
ancora
una
volta
sottolineato
la
persistenza
della
segregazione
etnica
nelle
scuole
del
Paese.
La
Federazione
è
una
delle
due
entità
create
dagli
accordi
di
pace
di
Dayton,
firmati
nel
novembre
1995.
L'altra
è
la
Republika
Srpska
(RS).
Il
tema
è
stato
proiettato
sotto
i riflettori
dei
media
di
tutto
il
Paese
dopo
che
i partiti
nazionalisti
di
governo,
l'Unione
Democratica
Croata
(HDZ)
e il
Partito
(bosgnacco)
di
Azione
Democratica
(SDA)
hanno
creato
nella
municipalità
di
Prozor/Rama
due
scuole
separate
sotto
uno
stesso
tetto,
accordandosi
per
istituire
una
scuola
bosgnacca
in
aggiunta
all'attuale
scuola
croata.
Solo
dopo
le
proteste
contro
il
provvedimento
da
parte
di
organizzazioni
internazionali,
dei
genitori
di
alcuni
alunni,
e di
qualche
organo
politico,
incluso
un
ministero
statale,
una
seduta
speciale
del
consiglio
municipale
ha
abolito
la
scuola
bosgnacca.
Ma
questa
decisione
semplicemente
ricrea
lo
statu
quo
precedente
all'istituzione
della
scuola
bosgnacca:
i bambini
bosgnacchi
devono
nuovamente
scegliere
se
ritornare
in
classe
in
una
sezione
staccata
nel
villaggio
di
Scipe,
dove
andavano
prima,
o se
frequentare
la
scuola
croata.
Qualunque
sia
la
loro
scelta,
è
chiaro
che
in
quel
Cantone
i piccoli
Bosgnacchi
e Croati
continueranno
a giocare,
studiare
e crescere
separati
gli
uni
dagli
altri.
L'episodio
mette
anche
in
luce
che
molte
autorità
locali
stanno
semplicemente
ignorando
le
istruzioni
per
ricostituire
delle
scuole
unificate
che
arrivano
da
alcuni
dei
dieci
governi
cantonali
della
Federazione.
In
tutto
sono
54
le
scuole
in
cui
gli
studenti
sono
separati
secondo
l'appartenenza
etnica.
A
chi
spetta
fare
applicare
la
legge?
La
responsabilità
sull'istruzione
è
devoluta
ai
cantoni,
con
il
Ministero
dell'Istruzione
della
Federazione
a fare
da
supervisore.
Al
livello
nazionale,
l'istruzione
ricade
sotto
la
competenza
del
Ministero
per
gli
Affari
Civili.
Comunque,
l'implementazione
della
legge-quadro
sull'istruzione
primaria
e secondaria
e l'unificazione
amministrativa
e legale
delle
scuole
spetta
ai
ministri
dei
Cantoni
e ai
funzionari
delle
municipalità;
e recenti
dichiarazioni,
da
parte
sia
del
Ministero
dell'Istruzione
della
Federazione
che
del
Ministero
per
gli
Affari
Civili
a livello
centrale,
indicano
che
queste
istituzioni
non
si
sentono
in
grado
di
obbligare
le
autorità
locali
ad
attuare
l'integrazione.
Il
Ministero
per
gli
Affari
Civili,
per
esempio,
ha
dichiarato
di
non
avere
"gli
strumenti
necessari
per
controllare
e sanzionare
coloro
che
non
implementano
la
legge".
Il
tema
della
segregazione
era
già
stato
evidenziato
nel
corso
di
quest'anno
in
un
rapporto
della
missione
in
Bosnia
dell'Organizzazione
per
la
Sicurezza
e la
Cooperazione
in
Europa
(OSCE).
Il
rapporto,
che
mirava
a stimolare
un
dibattito
sulla
questione
se
la
Bosnia
stesse
rispettando
i suoi
impegni
internazionali
nel
campo
dell'istruzione,
citava
le
"due
scuole
sotto
lo
stesso
tetto"
come
"forse
il
più
vivido
esempio
si
segregazione
nelle
scuole"
in
Bosnia
e faceva
notare
che
la
pratica
continuava
nonostante
le
intense
pressioni
della
comunità
internazionale.
"Gli
studenti
spesso
entrano
in
queste
scuole
da
ingressi
separati
e hanno
intervalli
separati,
mentre
gli
insegnanti
non
usano
la
stessa
aula
insegnanti",
sostiene
il
rapporto.
L'OSCE
ha
indicato
in
particolare
due
cantoni,
"il
Cantone
della
Bosnia
Centrale
e il
Cantone
di
Erzegovina-Neretva,
di
cui
Prozor/Rama
fa
parte,
come
"aree
in
cui
le
autorità
locali
continuano
ad
essere
riluttanti
a unificare
le
scuole".
Mentre
il
ministro
degli
Affari
Civili
Safet
Halilovic
ha
espresso
il
suo
sostegno
a quegli
studenti
e genitori
che
a Prozor/Rama
e in
un'altra
municipalità,
Busovaca,
hanno
protestato
contro
la
segregazione,
il
suo
ministero
può
solo
fare
appello
alla
Federazione
e alle
istituzioni
cantonali.
Così
ha
fatto,
chiedendo
di
verificare
di
fronte
alla
Corte
Costituzionale
l'ammissibilità
delle
decisioni
prese
da
alcune
municipalità.
L'insoddisfazione
della
comunità
internazionale
per
l'attuale
situazione
è
stata
alla
base
della
recente
decisione
dell'Alto
Rappresentante
Paddy
Ashdown
di
usare
i suoi
ampi
poteri
per
rimuovere
dall'incarico
il
ministro
dell'istruzione
del
Cantone
della
Bosnia
Centrale,
il
croato
Nikola
Lovrinovic.
L'OHR
ha
giustificato
la
sua
decisione
dicendo
che
Lovrinovic
non
era
riuscito
ad
implementare
le
leggi
che
prevedevano
l'unificazione
delle
scuole.
I deputati
croati
nel
parlamento
cantonale
si
sono
a lungo
opposti
a queste
leggi,
sostenendo
che
violavano
il
loro
vitale
interesse
nazionale,
una
tesi
respinta
dalla
Corte
Costituzionale.
La
destituzione
di
Lovrinovic
evidenzia
non
solo
gli
ostruzionismi
a livello
locale
che
mantengono
molte
scuole
segregate,
ma
anche
la
mancanza
di
volontà
ai
più
alti
livelli
di
governo
di
punire
simili
comportamenti,
che
di
fatto
lascia
alla
comunità
internazionale
il
compito
di
occuparsi
del
problema.
Politica
e programmi
scolastici
La
segregazione
è
più
che
una
semplice
questione
legale:
è
una
tangibile
manifestazione
delle
divisioni
etniche
che
sono
persistite
in
Bosnia
dopo
la
guerra
del
1992-95.
Un
altro
esempio
intrinsecamente
legato
all'istruzione
sono
le
tre
lingue:
serbo,
croato,
bosniaco,
che
hanno
preso
il
posto
del
serbo-croato.
Benché
esse
siano
del
tutto
mutuamente
intelligibili,
i nazionalisti
e i
tradizionalisti
di
ogni
parte
insistono
perché
i loro
bambini
siano
istruiti
nella
lingua
della
propria
comunità.
Zivica
Abadzic
del
Comitato
Helsinki
per
i Diritti
Umani
di
Sarajevo
dice
che,
anche
se
il
Comitato
sostiene
i diritti
linguistici
dei
diversi
gruppi,
avere
due
scuole
sotto
lo
stesso
tetto
avvantaggia
unicamente
i partiti
politici,
che
cercano
in
questo
modo
di
costruirsi
una
futura
base
elettorale.
"Essi
non
considerano
neanche
lontanamente
cosa
può
significare
questo
per
la
Bosnia
ed
Erzegovina,
che
è
il
Paese
di
tutti
questi
bambini",
ha
detto.
Il
Comitato
Helsinki
ha
messo
in
guardia
contro
la
segregazione,
descrivendola
come
un
assalto
alla
civiltà.
Ha
anche
usato
il
termine
"apartheid"
in
alcune
recenti
proteste
contro
le
pratiche
di
segregazione.
"La
legge-quadro
sull'istruzione
primaria
e secondaria
non
accetta
in
nessun
modo
una
tale
pratica",
ha
detto
la
Abadzic,
aggiungendo
che
i ministri
e i
dirigenti
scolastici
avevano
bisogno
di
essere
istruiti
sulla
Convenzione
dei
Diritti
dell'Uomo
e sulla
Dichiarazione
Universale.
"Resta
l'interrogativo,
se
questi
dirigenti
riflettono
i desideri
e le
richieste
degli
insegnanti
e dei
genitori
oppure
quelle
dei
politici",
ha
detto
ancora.
"La
politica
è
ancora
molto
presente
nelle
scuole".
Secondo
la
Abdic
la
situazione
è
arrivata
a equivalere
a quello
che
lei
descrive
come
un
"autismo
nazionalista":
"
‘Io
voglio
che
i mie
figli
studino
le
lingue
straniere
insieme
alla
loro
lingua
madre,
ma
non
voglio
che
sappiano
la
lingua
dei
nostri
vicini',
questo
è
autismo.
E questo
autismo
non
è
sostenibile
nel
contesto
dell'eredità
culturale
bosniaca".
Ha
puntualizzato
che
il
sistema
ha
danneggiato
le
minoranze
nazionali
e tutti
coloro
costituzionalmente
definiti
"altri":
i bambini
nati
in
matrimoni
misti,
o quelli
che
non
si
considerano
membri
di
nessuno
dei
tre
popoli
costituenti
della
Bosnia.
Di
fatto,
i programmi
separati
per
i bambini
bosgnacchi,
croati,
e serbi
spesso
non
lasciano
spazio
per
l'inclusione
delle
minoranze;
in
molte
aree
del
Paese
con
una
maggioranza
croata
o serba,
i libri
di
testo
e i
programmi
vengono
da
Belgrado
e da
Zagabria.
Solo
una
cortina
fumogena?
Ma
ci
sono
voci
che
chiedono
di
vedere
il
problema
secondo
una
prospettiva
più
ampia.
Una
portavoce
della
missione
OSCE,
Elmira
Bayrasli,
dice
che
la
situazione
della
segregazione
nelle
scuole
è
stata
largamente
esagerata
e usata
come
una
cortina
fumogena
per
impedire
che
l'attenzione
si
volgesse
a problemi
più
importanti
relativi
alla
riforma
dell'istruzione.
"Invece
di
parlare
di
due
scuole
sotto
lo
stesso
tetto,
i politici
dovrebbero
parlare
della
qualità
dell'istruzione
che
i loro
bambini
stanno
ricevendo",
ha
detto
la
Bayrasli.
"Ma
di
questo
argomento
non
si
parla".
Ha
detto
che
la
situazione
era
manovrata
politicamente,
per
impedire
che
la
riforma
dell'istruzione
andasse
avanti.
La
Bayrasli
ha
detto
che
le
54
scuole
segregate
dovevano
essere
viste
nel
contesto
di
molte
altre,
integrate,
presenti
in
tutto
il
Paese.
Quello
a cui
mira
l'OSCE,
dice
la
Bayrasli,
è
rimuovere
gli
ostacoli
politici
alla
riforma
dell'istruzione,
dando
a organizzazioni
come
il
Consiglio
d'Europa,
l'UNICEF,
o un
progetto
finanziato
dagli
U.S.A.
e gestito
dalla
ONG
Civitas
l'opportunità
di
partecipare
fornendo
la
loro
consulenza
tecnica.
Anche
se
l'OSCE
attacca
la
burocrazia
statale
e i
dirigenti
scolastici,
la
Bayrasli
sostiene
che
non
è
compito
della
sua
organizzazione
dir
loro
cosa
devono
fare.
"Quello
che
noi
gli
diciamo
è:
i vostri
rappresentanti
hanno
approvato
la
legge,
voi
dovete
agire
secondo
quella
legge.
È
diventata
una
questione
di
legalità.
Si
tratta
di
rispettare
la
legge
e adeguarsi
agli
standard
internazionali",
ha
detto.
"L'OSCE
non
ha
obbligato
il
parlamento
bosniaco
ad
approvare
la
legge-quadro
sull'istruzione
primaria
e secondaria,
né
ha
intimidito
o minacciato
nessuno
perché
firmasse
gli
impegni
che
i rappresentanti
eletti
del
popolo
bosniaco
hanno
liberamente
sottoscritto."
"È
quel
tipo
di
persone
a cui
piace
molto
vomitare
retorica
quando
gli
conviene.
Con
un
voltafaccia
poi
rimproverano
gli
altri
di
fare
la
stessa
cosa
e trasformano
in
vittime
i genitori
e i
bambini
di
questo
Paese:
noi
stiamo
cercando
di
tenerli
legati
alle
responsabilità
che
hanno
verso
gli
impegni
che
hanno
preso",
ha
detto
la
Bayrasli.
Ha
spiegato
che
dei
rappresentanti
eletti
in
Bosnia
hanno
presentato
nel
novembre
2002
al
Consiglio
per
l'Implementazione
della
Pace,
"il
principale
organo
decisorio
internazionale
per
l'implementazione
della
pace
in
Bosnia",
una
strategia
di
riforma
dell'istruzione
articolata
in
cinque
punti,
un
documento
che
dimostrava
che
essi
erano
consapevoli
che
la
Bosnia
aveva
un
urgente
bisogno
di
modernizzare
il
settore
dell'istruzione.
"È
davvero
deludente
che
dei
funzionari
prendano
certi
impegni
e poi
non
li
portino
a compimento",
ha
commentato
la
Bayrasli.
Benché
sia
visibile
un
progresso
in
alcuni
settori
dell'istruzione,
l'OSCE
ed
altri
organismi
internazionali
indicano
la
quantità
di
cose
che
restano
ancora
da
fare
come
prova
del
fatto
che
il
diritto
dei
bambini
all'istruzione
non
è
sempre
preso
sul
serio.
Lo
stesso
rapporto
dell'OSCE
cita
vari
recenti
rapporti,
incluso
il
Rapporto
della
Commissione
Europea
contro
il
Razzismo
e l'Intolleranza,
che
fa
eco
alla
preoccupazione
che
gli
standard
stabiliti
nella
strategia
di
riforma
dell'istruzione
concordata
con
la
comunità
internazionale
non
siano
stati
"applicati
con
sistematicità
in
tutto
il
Paese,
e che
le
autorità
locali
non
abbiano
ancora
acquisito
un
sufficiente
controllo
del
processo
di
riforma".
La
Bosnia
ed
Erzegovina,
per
esempio,
deve
ancora
sviluppare
una
legislazione
sull'istruzione
prescolare,
su
quella
professionale
e su
quella
successiva
alla
scuola
secondaria,
mentre
le
leggi
di
livello
inferiore
(quelle
cantonali)
devono
essere
armonizzate
con
la
legge-quadro
sull'istruzione
primaria
e secondaria,
e quelle
che
sono
state
armonizzate
devono
ancora
essere
implementate.
Altre
serie
questioni
vanno
a contrastare
le
promesse
di
una
istruzione
di
qualità.
Tradizionalmente,
l'istruzione
primaria
durava
otto
anni.
Da
allora
è
stata
portata
a nove
anni,
ma
alcune
aree,
in
particolare
alcuni
cantoni
della
Federazione,
devono
ancora
implementare
il
cambiamento.
Anche
i corsi
di
studi
fondamentali,
comuni,
non
vengono
applicati
uniformemente,
e questo
genera
discrepanze
nei
programmi
scolastici.
Gli
standard
di
insegnamento
variano.
Manca
una
riforma
dell'istruzione
e formazione
professionale,
e sta
diventando
chiaro
che
il
collegamento
tra
le
richieste
del
mercato
del
lavoro
e il
sistema
educativo
è
debole.
In
molte
parti
del
Paese
non
per
tutti
le
scuole
sono
accessibili.
I bambini
con
esigenze
particolari
spesso
non
hanno
i sussidi
di
cui
avrebbero
bisogno,
e alcuni
bambini
vivono
semplicemente
troppo
lontano
per
frequentare
le
lezioni.
Anche
se
ci
sono
degli
esempi
positivi,
certi
figli
di
rimpatriati
o certi
bambini
Rom
faticano
ad
integrarsi
nelle
scuole
di
alcune
parti
del
Paese.
In
una
seduta
speciale,
il
parlamento
della
Federazione
ha
recentemente
chiesto
alle
autorità
statali
di
porre
fine
alla
pratica
della
segregazione,
domandando
al
Consiglio
dei
Ministri,
il
governo
centrale
della
Bosnia,
di
disporre
misure
legali
e amministrative
per
unificare
le
scuole,
e di
annullare
tutte
le
decisioni
prese
da
autorità
di
livello
inferiore
che
incoraggiano
la
segregazione
e la
discriminazione
nell'istruzione.
Ma
simili
dibattiti
offrono
solo
vaghe
promesse
ai
genitori
scontenti
di
vedere
i figli
costretti
a frequentare
scuole
segregate.
Ci
sono
stati
sviluppi
positivi
che
sono
pubblicizzati
dai
media,
come
il
ginnasio
di
Mostar,
una
scuola
superiore
amministrativamente
unificata
ma
con
due
diversi
corsi
di
studi
e programmi.
Ma
il
perdurare
della
segregazione
di
alcuni
giovani
bosniaci
sta
rafforzando
la
percezione
che
le
divisioni
etniche
sono
ancora
forti
come
sempre
e,
come
sostengono
alcuni,
perfino
maggiori.
Qualunque
direzione
prenda
il
dibattito,
in
un
Paese
in
cui
la
Costituzione
dà
a Bosgnacchi,
Serbi
e Croati
il
diritto
a una
propria
lingua,
ogni
passo
verso
una
possibile
coesistenza
appare
probabilmente
difficile.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
|